mercoledì 12 settembre 2012

Chris Robinson Brotherhood



Prima o poi sarebbero  arrivati i dischi giusti per Chris Robinson dopo  i due tentativi di New Earth Mud e This Magnificent Distance. Ha dovuto fare il rituale della grande luna per fare centro ma d'altra parte Chris con la psichedelia, il cosmo, le erbe e i viaggi lisergici ci è sempre andato a nozze. Big Moon Ritual  pubblicato nel giugno scorso e The Magic Door  reso disponibile a neanche due mesi dal precedente si presentano con copertine  che fanno tanto album degli Yes ma le sinfonie e i virtuosismi di tastiere, che sono quelle di Adam McDougall un altro Black Crowes, qui centrano poco perché sono piuttosto i Grateful Dead di Jerry Garcia i santoni di questo rituale. Big Moon Ritual è un disco psichedelico nel più classico dei modi, dalla copertina ai brani lunghi, tutti di durata al di sopra dei sette minuti, dal suono svolazzante e chitarristico, del tutto rilassato comunque, alle atmosfere cosmiche, sognanti, visionarie. Chris Robinson dopo avere suonato un centinaio di concerti tra la West Coast e New York ha realizzato il disco che ha sempre sognato di fare, un disco che focalizza il lato psichedelico dei Black Crowes con ballate lunghe, sinuose,  che si evolvono attorno ad una frase-tema ampliandola e dilatandola secondo una progressione strumentale da jam band. Non c'è molta attenzione al  formato canzone in Big Moon Ritual,  qui il bruciante rock/soul dei Corvi Neri è messo in armadio a vantaggio di un work in progress che vede le chitarre di Neal Casal involarsi in lande extraterrestri seguite dalle tastiere di McDougall e dalla brillante sezione ritmica di Mark Dutton al basso e George Sluppick alla batteria.  E' una formula che si ripete dalla prima all'ultima traccia, Robinson canta aiutandosi con la sua chitarra acustica, ad un certo punto passa la palla a Casal e McDougall, questi sviluppano in piena libertà il tema base girovagando per il cosmo, jammando e improvvisando, attorcigliandosi e defluendo nel tema principale per lasciare la parola ancora a Robinson che rientra ignorando bridge  e refrain, come stesse conducendo un monologo alla luna, poi di nuovo gli strumenti riprendono il viaggio astrale ed il brano si allunga fino a sciogliersi nell'etere. Nessuna irruenza, nessuna frizione, nessun selvaggio furore rock come coi Black Crowes, questa è musica per la mente più che per il corpo, suoni dilatati dell'universo Dead.  Star Or Stone e, se non fosse per l'inciso di moog, anche Reflection On A Broken Mirror  sembrano degli estratti di Wake Of The Flood  e poi ballate pastorali, un pò di Rolling Stones (Rosalee), fantasie psichedeliche morbidamente trattate jazz, passaggi che fanno pensare agli episodi più onirici di Amorica, qualche scampolo di country psichico lasciato indietro da Before The Frost Until The Freeze, questo  è il new cosmic California sound.
The Magic Door è sulla stessa falsariga del primo, copertina in stile orientaleggiante, stessa band, stesso produttore, Thom Monahan (Vetiver, Pepercuts, Devedndra Banhart) e probabilmente stesse session di registrazione al Sunset Sound di Los Angeles: il risultato è un altro fulgido disco di new cosmic California sound, un suono che evoca gli illustri passati del Fillmore West e del Topanga Canyon, oggi ancora in grado di mandare in visibilio migliaia di estimatori a cominciare dai lettori di Relix e dei fans dei Grateful Dead. Ma non solo, perché The Magic Door è la porta magica su una concezione del rock n'roll che prevede libertà espressiva a 360 gradi e capacità di espandere la fruizione sensoriale secondo uno stretto rapporto corpo-mente.
Tutte le tracce superano abbondantemente i cinque minuti, con una escursione record nei quasi quattordici minuti di Vibration & Light Suite, una cavalcata lisergica che tra momenti estatici e pindariche evoluzioni strumentali, in primis la chitarra di Neal Casal mai così vaporosa, riflette la nuova avventura  cosmica e mistica di Chris Robinson. A dirla tutta The Magic Door è anche meglio di Big Moon Ritual perché qualche forzatura progressive là presente qui si è definitivamente sciolta in un attitudine jam che rivela disinvoltura, affiatamento, rilassatezza.,  La conferma viene proprio dal brano più lungo, Vibration & Light Suite che sgorga liquido e senza grumi con una melodia ariosa che irradia benessere e vi trasporta nei paesaggi più luminosi della West-Coast music evocando Big Sur, le onde del Pacifico, il surf, i Quicksilver, il viaggio, un'era felice e spensierata di comuni illusioni. Non è un esercizio passatista e di revival perché Robinson e i Brotherhood non suonano con la carta carbone, inventano del nuovo, sono creativi e moderni e sanno come cambiare scenario per non ripetersi e tediare, a metà della lunga suite difatti induriscono i suoni secondo una mai sopita  attitudine rocknrollistica e arricchiscono il tutto con un atteggiamento jazzistico che regala  libertà di improvvisazione. Vibration &Light Suite è la dimostrazione di quanto possano essere visionari Chris Robinson Brotherhood ma non è la sola perla di The Magic Door.  Il loro essere eclettici  riesplode negli otto minuti e mezzo di Sorrows of Blue Eyed Liar  una ballata lenta che cresce attorno al cantato dolente di Robinson e poi si invola nel cosmo con le magnifiche tastiere di Mac Dougall a disegnare paesaggi astrali e la chitarra di Casal che fluttua nel vuoto.
Che Chris Robinson continui ad essere il miglior rocker della sua generazione lo conferma la ruvida ripresa del classico di Hank Ballard Let's Go Let's Go Let's Go e una Little Lizzie Mae sospesa tra echi di Stones virati country, refoli di jazz e scoppiettanti botti sudisti, perché qui Neal Casal si dimentica dell' Lsd e si procura una bottiglia di buon bourbon. Della stessa sponda è anche Someday Past The Sunset  un rock sporco da marciapiedi di Los Angeles, un solitario peregrinare nel buco nero della città con la bestia dentro ed una gran voglia di dimenticare tutto. Sa di alcol, di blues, di Black Crowes, di peccato e di slide, quella che Casal mette in strada per  trascinare i Brotherhood su per il sudicio Sunset. Splendida.
Sono invece delle ballate Appaloosa , nientemeno che il brano che compariva in Before The Frost Until The Freeze  qui leggermente riarrangiata e Wheel Don't Roll che col suo sapore agreste e pastorale, segnata comunque da un tocco di chitarra alla Jerry Garcia, ricorda gli episodi più rootsy di quell'album dei Black  Crowes.
Due dischi eccellenti che se fossero stati assemblati assieme sarebbero stati l'assoluto capolavoro rock di questo 2012.
MAURO   ZAMBELLINI        SETTEMBRE 2012



venerdì 17 agosto 2012

Small Faces: "negri" di Londra



Estate del 1966 : le radio pirata riempiono locali, negozi e case con Shapes of Things degli Yardbirds, Wild Things dei Troggs, River Deep Mountain High di Ike & Tina Turner, Eleonor Rigby dei Beatles, Summer in the City dei Lovin'Spoonful, I Feel Free dei Cream, Reach Out (I'll Be There) dei Four Tops,  l'Inghilterra diventa campione del mondo di calcio battendo la Germania a Wembley, Carnaby Street e King's Road pullulano di colori, boutiques, follie, giovani vocianti ed euforici, nei club si suona e si sballa con la nuova musica, Michelangelo Antonioni ritrae l'edonismo della città nel film Blow-Up. Londra è il centro del mondo, la capitale culturale e mondana del pianeta, la swingin' London. Quattro ragazzi dell'East-End sono troppo impegnati a suonare, fare shopping e stonarsi per accorgersi di  cosa succede intorno. Vivono in fretta, lavorano duro, sballano senza ritegno fumando erba e impasticcandosi con le anfetamine, poi arriverà anche l' LSD grazie al manager dei Beatles Brian Epstein, in poco tempo diventano i beniamini dei giovani londinesi.
Due di loro se ne sono andati per sempre, il cantante e chitarrista Steve Marriott bruciato nel suo cottage con le sue chitarre nel 1991, il bassista Ronnie Lane deceduto per sclerosi multipla nel 1997, gli altri due, il batterista Kenney Jones ed il tastierista Ian McLagan sono ancora attivi nella musica e hanno curato la ristampa in edizione deluxe dei loro primi quattro album rendendo giustizia agli Small Faces, perfetto esempio di gruppo mod capace di trasformarsi repentinamente e veicolare in un  brillante pop venato di rock e soul, inventivo e febbricitante, le aspettative di una generazione che tentava di rompere col passato e nello stesso tempo si immedesimava nel loro abbigliamento e nei loro atteggiamenti anticonformisti. Tra il 1965 e il 1968 gli Small Faces piazzarono 11 singoli nella Top 30 ma si rifiutarono di sedersi sugli allori cambiando stile da un album all'altro secondo i propri umori, salendo velocemente la china del successo e poi precipitando in un improvviso finale che lasciò monco il gruppo del suo leader e del suo eccezionale front-man Steve Marriott. Sarebbero nati i Faces e gli Humble Pie ma questa è un'altra storia.

Atteggiamento ribelle, accento cockney, buoni bevitori, origini piccolo-borghesi ed uno smisurato amore verso il soul ed il R&B americano, gli Small Faces portarono Memphis nell' East-End e con All or Nothing firmarono l'unico inno della Swingin' London in grado di competere con My Generation. Queste ristampe documentano la loro dead end street history spesso contrapposta alla più spettacolare avventura mod degli Who. Gli Who provenivano dalla zona di Shepherd Bush nel West-End, erano belligeranti, mascolini, ruvidi, usciti da un quartiere middle-class che i fans degli Small Faces accusavano essere "fighetto",  i Kinks abitavano nella parte nord di Londra,  erano colti, eleganti, dandy, androgini nelle pose, gli Small Faces personificavano  la riposta proletaria pur essendo di origini  piccolo-borghesi, avevano radici nella zona dimessa dell'East-End, erano ruspanti, vivaci, effervescenti, umorali. Vestivano alla moda, camicie preppy, pantaloni a tubo, giacche strette, foulard damascati, pool colorati, si tagliavano i capelli come dettava il momento, spendevano un sacco di soldi in scarpe, frequentavano le boutique di Carnaby Street ma  glielo si leggeva in faccia che erano quelli che venivano dalla periferia a  fare baldoria in centro città. Forse per questo, per questa loro naturalezza ed innocenza fecero breccia nei cuori dei giovani inglesi che li elessero portavoce di una inquietudine da sublimare a suon di R&B e shake. Proprio con Shake di Sam Cooke si apre il loro primo album, Small Faces del 1966 ristampato in due CD con l'originale album ed una messe di alternate version, single B sides, alternate mix, il solito pingue bottino per rendere appetibile una nuova e forse definitiva ristampa, anche se c'è chi spera in un Box antologico sull'esempio di quello magnifico dei Faces.
Grande era l'amore che i quattro nutrivano verso il soul e il R&B, verso Sam Cooke a Ray Charles in primis ma pure verso Otis Redding, la Tamla-Motown, Marvin Gaye, Booker T & Mg's, Don Covay, James Brown e le black-singers americane. Due erano gli elementi chiave che distinguevano gli Small Faces dai loro rivali: la capacità di riuscire ad improvvisare dei groove attorno ad un tema base standard e Steve Marriott, un musicista ed un cantante la cui energia era difficile da imitare e replicare e la cui voce rimane una delle più belle del British blues-rock. Ronnie Lane e Kenney Jones suonavano negli Outcasts e conobbero Steve Marriott in un negozio di strumenti musicali all'inizio del 1965. Due giorni dopo reclutarono il tastierista Jimmy Winston, erano nati gli Small Faces, li univa l'amore per Chuck Berry, Buddy Holly, Elvis, il soul e il R&B ma fu il successo dei Moody Blues della cover di Bessie Banks Go Now  a incoraggiarli a suonare roba del genere. La loro prima incisione fu E Too D, un brano piuttosto elementare ma quando ascoltarono  Anyway Anyhow Anywhere degli Who capirono che l'aggressività era la condizione necessaria per farsi accettare dalla nuova gioventù ribelle e allora venne fuori l'esplosivo Come On Children che cavalcava potente l'energia espressa da Marriott. Presero coraggio e si lanciarono in cover di soul e R&B ritagliandosi uno stile nervoso, urgente e pungente, ben espresso nell'album d'esordio Small Faces da brani come You Need Loving ammodernamento di You Need Love di Muddy Waters che i Led Zeppelin avrebbero poi trasformato in Whola Lotta Love avendo in testa gli Small Faces. Non era il solo brano a fare scalpore, c'era You Better Believe It dove si pappano in un colpo solo lo Spencer Davis Group, c'era il loro primo singolo What'cha Gonna Do About It qui replicato in una alternate version con inizio feedback alla Jimi Hendrix, c'era What's A Matter Baby di Clyde Otis e la strepitosa Sha La La La Lee di Mont Shuman, una delle vette assolute del beat. Non mancano brani di loro scrittura visto che l'album rispetta l'abitudine del periodo ovvero un contenitore di singoli e B-sides più una manciata di cover. Nelle bonus tracks c'è la gemma dimenticata di I've Got Mine prologo di quello che avverrà con lo psichedelico Ogden's Nut Gone Flake, c'è l'arrendevole It's Too Late con l'arsa voce e la graffiante chitarra di Marriott in primo piano e un coro di auh auh nelle retrovie, c'è lo Stax sound brittizzato di Sorry She's Mine, il modo di suonare la chitarra di Syd Barrett in E Too D e la melodia pop di One Night Stand, c'è la sofferta e bluesy Don't Stop What You're Doing e la garagista Patterns. C'è quella Come On Children che spiega in che modo gli Small Faces filtrassero il R&B americano con la nervosa irruenza di monelli da strada,  quell'attitudine cockney che ribaltava  un sincero tributo in qualcosa di originale, un groove standard trasformato dall'attacco punk degli spasmi e del feedback della chitarra di Marriott. Valeva anche il notevole lavoro ritmico di Kenney Jones, grande batterista e del bassista Ronnie Lane che con la sua voce melodica e armoniosa faceva da contraltare alle asprezze negroidi di Marriott. Indispensabili erano le punteggiature di tastiere di Jimmy Winston ma ancora di più quelle di Ian McLagan, fanatico di Booker T & Mg's, che sostituì quasi subito Winston e fu responsabile dello sbarco del Memphis sound a Londra.. Small Faces raggiunse il terzo posto e stette per sei mesi nelle classifiche di vendite del 1966. Crudo, sanguigno, sporco ed effervescente è un album ancora fresco, pieno di ritmo e di beat, di focoso soul e intrigante pop elargito con l'urgenza di chi è giovane, sfrontato e mod. Due CD e un party che non si dimentica tanto facilmente.
Nel maggio del 66 gli Small Faces si erano spostati a vivere al 22 di Westmoreland Terrace a Pimlico, zona meridionale di Londra poco distante da Brixton. L'avevano trasformata in una casa-ufficio dove invitavano discografici, amici, fotografi, musicisti come Paul McCartney e Mick Jagger, un luogo in cui rintanarsi e lavorare insieme. Pedina fondamentale per il loro successo fu il manager Don Arden, colui che aveva curato gli interessi di Gene Vincent in Inghilterra e dei Nashville Teens. Li mise sotto contratto nel 1965 per la Contemporary Records, credeva in loro, era protettivo, non aveva peli sullo stomaco, era un manager d'assalto e distribuiva mazzette ai dj in modo che i primi 45 giri degli Small Faces  girassero nelle radio pirata. Fu lui a portarli dall'East End al Westmoreland Terrace, fu lui a dare carta bianca ai quattro affinchè si costruissero una immagine con gli abiti di Carnaby Street. Spesero  più di quanto guadagnassero, alla fine del 1966  si ritrovarono in bancarotta, senza un quattrino e con la netta sensazione che i proventi delle royalties se li fosse spesi Arden  grazie al suo stile di vita  hip.  Arden faceva la bella vita mettendo sotto torchio i quattro musicisti che lavoravano senza sosta passando da una session di registrazione ad un set fotografico, da una intervista ad uno show vivendo talmente di corsa da non accorgersi del turbinio creativo della  Swingin' London. In più Arden buttò sul mercato il singolo My Mind's Eye ancora prima che fosse rifinito. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. All'inizio del 1967 il gruppo licenziò Don Arden e si accasò con la neonata Immediate Records di Andrew "Loog" Oldham, etichetta intraprendente nata sull'esempio di analoghe indipendenti americane come la Chess e la Motown. Ma due settimane prima che la Immediate pubblicasse il nuovo disco, Arden con la Decca mise in circolazione From The Beginning un album che accanto a cose già edite come Sha La La La Lee e What'cha Gonna Do About It raccoglieva materiale del primo periodo e soprattutto i singoli di successo del momento, la strepitosa All Or Nothing prima nelle classifiche UK, Hey Girl decima e My Mind's Eye anticipatrice con Yesterday, Today and Tomorrow dei risvolti beatlesiani e pop psichedelici del gruppo. Naturalmente ancora pulsava l'abrasivo soul di Marriott con una graffiante versione del classico di Marvin Gaye, Baby Don't You Do It, con Take This Hurt Off me di Don Covay, con You've Really Got A Hold On Me di Salomon Burke e con una bizzarra interpretazione di Runaway di Del Shannon ma agli occhi degli Small Faces  tutto ciò sembrò una ripicca di Arden che voleva bruciare sul tempo l'uscita del loro secondo album.  Il long playing originale  mono rimpolpato di bonus tracks, tra cui il singolo I Can't Make It/Just Passing ed un secondo CD con la versione stereo oltre a un pò di alternate mix e differente version, cinque delle quali completamente inedite, costituiscono il materiale dell'edizione Deluxe di From The Beginning.
L'apertura verso le droghe lisergiche, atteggiamento condiviso da Beatles e Stones e l'emergere di un sound psichedelico nonchè la spregiudicatezza di Andrew Loog Oldham portano gli Small Faces ad un cambio di stile. Lo si avverte ancora prima che il nuovo album esca, con il singolo del giugno 1967 Here Comes The Nice la più sfacciata ode ad uno spacciatore di droga che sia mai entrata in classifica. Quattordici sono le tracce che compongono la scaletta del terzo album, intitolato come il primo per la Decca Small Faces  e adesso riproposto in due CD, mono e stereo con tanto di bonus tracks (tra cui una inedita If YouThink You're Groovy) mono e stereo anche queste. Brillano tra queste Itchycoo Park singolo rivoluzionario, un suggestivo pop psichedelico inciso con l'uso dello phase-shifting, un particolare accorgimento applicato alla batteria che permetteva una sorta di eco-riverbero (poi usato da molti gruppi) e contribuiva ad aumentare la misteriosa atmosfera del brano, e l'altro singolo Tin Soldier un acido mix di rock e soul segnato dall' incredibile lavoro di Ian McLagan con tre tastiere (Steinway, Wurlitzer e Hammond), dal drumming potente di Jones, dalla voce sporca di Marriott e dal backing di P.P Arnold. Le chitarre graffiano e il sound creato da Glyn Johns, il miglior produttore inglese dell'epoca che, come nei dischi precedenti fungeva da ingegnere del suono, è perfetto per focalizzare il personale rock and soul della band.
L'album è diverso da quelli che lo hanno preceduto, ci sono fiati e ottoni in abbondanza, clavicembali e arrangiamenti orchestrali che testimoniano di uno spettro sonoro più ampio, tentativo di trascendere dalle limitazioni del pop. Corre l'anno 1967 e il pop è attraversato dalla rivoluzione psichedelica, escono, solo per rimanere in Inghilterra, Sgt.Pepper's, The Piper at the Gates of Dawn dei Pink Floyd, Their Satanic Majesties Request dei Rolling Stones, Mr.Fantasy dei Traffic. Gli Small Faces non vogliono essere da meno e cercano di indirizzare le loro influenze R&B verso il nuovo rock incorporando elementi diversi nel loro sound. A contrario di molti loro colleghi gli Small Faces non si ergevano a paladini del cambiamento, non volevano rivoluzionare il mondo ma solo far casino e divertirsi, la loro psichedelia era tenue e lunare. Nonostante ciò a cominciare da Small Faces affiora una vena più riflessiva nei loro testi, l'urgenza di Steve Marriott trova bilanciamento nella scrittura sensitiva di Ronnie Lane. Il risultato è un disco dove c'è di tutto: le loro radici nere e il pop da classifica, i flash melodici e le chitarre arrabbiate, i non sense e la nostalgia, gli strumentali  e le B-sides, le armonie alla Beatles e le marcette alla Kinks, il flower power di (Tell Me)Have You Ever Seen e il misticismo di Show Me The Way e Green Circles, esempio quest'ultima di  vibrazioni californiane importate nell'East End londinese, il surrealismo di Up The Wooden Hills To Berdfordshire  e il rozzo accento cockney di Marriott, gli ottoni di All Our Yesterday e il ritmo latin jazz di  Eddie's Dreaming che sa molto di Austin Powers. Troppa roba per essere un disco veramente riuscito, potrebbe essere il Between The Buttons della loro discografia, molte idee, non tutte a fuoco. Il 1967 è comunque un anno d'oro per la band, tre hits singles, due  classici sulla droga Here Comes The Nice e Itchycoo Park ed il rude Tin Soldier condensano in tre minuti tutto ciò che faceva grande gli Small Faces: l'emozione, il soul, l'equilibrio, la tensione e l'abbandono. Tre hits che danno lustro alla riedizione deluxe di Small Faces .
Già all'epoca di Tin Soldier, pubblicato nel dicembre del 1967, il gruppo si era messo a lavorare al nuovo disco rintanandosi con mogli e fidanzate su un barcone sul Tamigi, a Henley, in cerca dell'ispirazione giusta che venne quando una notte, accampati in un camping, furono "abbagliati" da una splendente mezza luna nel cielo. La partnership tra Steve Marriott e Ronnie Lane nello scrivere canzoni era giunta ad un punto ottimale tanto da far fatica a comprendere lo split out dell'anno seguente, le cose stavano comunque andando molto in fretta per chiunque se si pensa che in pochi mesi la guerra del Vietnam sarebbe arrivata al culmine, ci sarebbe stato il Maggio parigino e la Primavera di Praga e in aprile a Memphis Martin Luther King sarebbe stato assassinato. Il rock e il pop non furono esenti da tali scombussolamenti e dai venti di cambiamento,  il termine concept album prese piede nella produzione discografica, i Moody Blues con Days of Future Passed inaugurarono le infauste collaborazioni tra pop e musica sinfonica, il progressive era dietro l'angolo.
La Immediate di Andrew "Loog" Oldham non perse tempo, era una etichetta agile, dinamica, rivolta alle novità e sfruttò la presenza in scuderia dei quattro Small Faces come house-band per la registrazione di due singoli, If You Think You're Groovy di P.P Arnold e Would You Believe di Billy Nicholls e diede in mano due loro brani (My Way Of Giving e (Tell Me)Have YouEver Seen Me) a Chris Farlowe e The Apostolic Intervention per altri due singoli. L'anticipazione del nuovo album è però l'uscita del singolo Lazy Sunday. Cantata da Marriott in un comico accento cockney, la canzone non è molto dissimile da Autumn Almanac dei Kinks, con gli identici riferimenti alla noiosa vita domestica, al conformismo della società britannica, al paesaggio della provincia inglese evocata col canto degli uccelli e le campane della chiesa. Un bella caricatura della old england, non priva di humour ed ironia. In maggio viene pubblicato Ogdens' Nut Gone Flake, l'album più ambizioso nella discografia degli Small Faces oscurato dalla trovata della sua copertina circolare apribile in otto parti, ad imitazione di una scatola di tabacco dell'era Vittoriana dove venne cambiata la parola brown con gone. Negli intenti del gruppo doveva coniugare l'ascolto del disco con il fumo di una sigaretta di erba. Un disco innovativo certamente influenzato da Sgt.Pepper's e Majesties Request  per le sostanziali aperture sonore con una profusione di trovate strumentali, arrangiamenti ambient, armonie complesse e schegge psichedeliche. Già nell'iniziale canzone titolo ci si trova di fronte a qualcosa di completamente diverso, uno strumentale più appropriato alla soundtrack di uno spy movie che ad un disco degli Small Faces, uno scenario sonoro anticipatore di quel prog-rock esplorato in seguito dai Caravan. La cosa è maggiormente messa in evidenza dalle tracce Happiness Stan e The Fly contenute nel terzo CD della Deluxe Edition dove tra archi, clavicembali, violini e pianoforte sembra di stare in una suite di classica e nella jam strumentale Khamikhazi. La ricerca della novità non cancella però l'essenza degli Small Faces come dimostrano Afterglow ancora saldamente in mano a  Marriott e le out-takes Every Little Bit Hurts e Bun In The Oven una specie di personale Foxy Lady.  Long Agos and Worlds Apart è invece proiettata verso il surreale mood di I Am The Walrus dei Beatles, Rene inizia con una marcetta e finisce in jam e Song of A Baker scritta da Lane  sancisce il matrimonio tra un duro psycho-rock ed un testo contemplativo. Ma è la seconda facciata a disegnare i nuovi orizzonti, gli Small Faces combinano l'aspetto narrativo con la musica pop. La storia del giovane Happiness Stan è divisa in sei momenti ognuno dei quali introdotto dalle parole del maestro di cerimonia  Stanley Unwin, un comico della BBC famoso per le sue bizzarrie linguistiche. La storia si basa sull' "allucinazione" avuta dagli Small Faces nel loro rilassante soggiorno sul Tamigi: una notte Stan guardando il cielo ha visto che brilla solo metà della luna e allora parte per un viaggio alla ricerca della metà scomparsa. La storia si evolve come una favola tra poteri magici, giganti, voli pindarici ed un Mad John che spiega a Stan il significato della vita " la vita è proprio come una tazza di All Bran". Tutto questo ha come supporto sonoro una varietà di stili che abbracciano il folk psichedelico (Mad John), l'heavy-rock (Rollin' Over), il pop con una coda sing-along (Happy Days Toy Town), il rock underground (The Journey).  Il disco fu registrato in parte all'Olympic Studio a Barnes, nel sud-ovest di Londra e parte agli studi Pye e Trident nel West End con la fondamentale presenza di Glyn Johns che per tutto il lavoro incitò i quattro musicisti a sperimentare e ad andare oltre i loro clichè cosi da consegnare ai posteri un opera che ancora oggi è reputata tra le più originali di quella stagione del pop inglese, un disco che fornì ispirazione a più di una generazione di musicisti. Ogdens' Nut Gone Flake  oggi ristampato in tre CD, uno con la versione mono, uno con quella stereo e il terzo con le out-takes e le alternate version (c'è anche una Ogdens' Nut Gone Flake trattata phasing), salì in fretta le classifiche arrivando al primo posto il 29 giugno del 1968 e rimanendovi per sei settimane.
Un opera  innovativa, nel tempo in cui è stata concepita ha il merito di spostare in avanti il livello della creatività introducendo una serie di elementi tali da influenzare quello che verrà dopo. Le ristampe, al di là del materiale inedito che propongono, sono però fatte per essere ascoltate nel momento in cui sono pubblicate, assolvono ad un compito di memoria e testimonianza ma devono funzionare adesso perché se non fosse così basterebbe il vecchio originale vinile. Oltre al fatto di poter essere "utilizzate" e usufruite da coloro, in primis i giovani, che lo intercettano per la prima volta, senza diventare un monumento fine a sè stesso.   Detto questo, l'album più innovativo della discografia degli Small Faces ovvero Ogdens' Nut Gone Flake per le sue ambizioni di esperimento narrativo/musicale, sembra soffrire il tempo e l'età più del primo acerbo Small Faces, meno "costruito" e articolato forse ma ancora oggi fresco e fruibile. Succede spesso che album stilisticamente e culturalmente immagine di periodi storici  dalla simbologia  "forte" reggano meno di altri più trasversali e meno epocali. Come altri gruppi della fine sixties gli Small Faces trovarono difficile mantenere l' equilibrio costruito attraverso la loro storia e la loro musica, la strada era senza vie di uscita, non era possibile unificare nella loro musica e nelle loro relazioni tutte le diverse sfaccettature e possibilità di una industria discografica in rapida espansione. Non potevano essere ancora  contemporaneamente pop e rock , mainstream e underground, ruvidi e raffinati, leggeri e heavy, i contrasti sarebbero stati messi in evidenza nel conclusivo The Autumn Stone (un peccato tralasciarlo in questa operazione) ma poi i nodi sarebbero venuti al pettine e Steve Marriott avrebbe liberato il proprio boogie dando vita agli Humble Pie mentre gli altri tre avrebbero imbarcato Rod Stewart per continuare come Faces. Alle spalle rimane lo straordinario catalogo, riepilogato da queste quattro Deluxe Edition curate nella rimasterizzazione e nella compilazione, che testimoniano di un momento felice ed eccitante di libertà ed ambizione oltre ad offrire una ampia gamma di influenze a tanti successivi british rockers, dai Led Zeppelin ai Sex Pistols, dai Jam ai Britpoppers. Questo è quello che ci hanno lasciato gli Small Faces.

MAURO ZAMBELLINI        

giovedì 26 luglio 2012

Royal Southern Brotherhood Black And Blue Festival Varese 21 Luglio



Dopo la splendida serata con i Red Wine Serenaders accompagnati in jam dal bravo Paolo Bonfanti (molto apprezzata una versione di Melinda di Tom Petty) il Black and Blue Festival di Varese ha ospitato un gruppo non ancora molto conosciuto ma dall'illustre pedigree. C'era tanta gente nella ventosa serata del 21 luglio a salutare l'arrivo in Italia del figlio di Gregg Allman, Devon in compagnia del chitarrista Mike Zito (Blues Awards nel 2009), del cantante e percussionista Cyril Neville (Neville Brothers), del bassista Charlie Wooton e del batterista della Derek Trucks and Susan Tedeschi Band Yonrico Scott. Un ensemble di grido quello dei Royal Southern Brotherhood autori di un recente disco e capaci di sintetizzare tutti gli umori del sud, dagli echi allmaniani avvertibili quando Devon Allman con la sua Gibson ha evocato lo zio Duane infilando una strepitosa One Way Out ed il refrain di Mountain Jam al solido rock-blues di Mike Zito, melodico ma al tempo stesso potente e sanguigno, fino al coinvolgente zydeco funk creato dalle percussioni di Cyril Neville, da un bassista, Charlie Wooton che si è portato appresso tutto un apprendistato di afro-cuban jazz e di funk e dal fondamentale Yonrico Scott, un batterista che non perde una battuta, picchia disinvolto ed elastico e si concede molti tempi in levare così da aggiungere sapori caraibici alla miscela dei Royal Southern Brotherhood.
Tosti e ben amalgamati anche se ancora alla ricerca di un miglior equilibrio nella gestione dello show, l'assolo di basso e batteria è parso troppo lungo ed esibizionistico anche se in linea con la scuola del southern rock , i cinque hanno dato vita ad un concerto di energia e tecnica dove non è mancato né il feeling né la consapevolezza di maneggiare un glorioso patrimonio musicale ancora oggi seguito ed amato da tanti estimatori, come hanno dimostrato i ripetuti applausi del pubblico ed il calore con cui è stato seguito lo spettacolo.
Devon Allman, capelli lunghi biondi, barba e Gibson ES del '59 tenuta dalla cinghia che probabilmente doveva essere appartenuta a zio Duane, assomiglia a Russell Crowe, è robusto, piazzato e canta con una voce che ricorda i Doobie Brothers. Quando lui è alla solista le parti vocali li fa Mike Zito e viceversa, i due sono complementari perché quest'ultimo lavora con la Telecaster e la sua voce è aspra e soul, roba che andrebbe bene per un disco per la Stax o per i Muscle Shoals. Devon interpreta l'anima southern rock dei RSB, Zito quella più blues e lo si sente quando, dopo aver giocato con Devon con una serie di riff storici del blues e del rock, intona Sweet Little Angel di B.B King. I due si fanno da parte quando entra Cyril Neville, lui diventa il leader e con la sua inconfondibile voce ed i suoi ritmi sposta la musica a New Orleans. Il tiro si fa incalzante e funky, sinuoso come è proprio di quello stile, gli tengono testa Yonrico Scott coi suoi tempi in levare e il dinamico bassista Wooton che a vedersi, magro, cappelluto, biondo, sembra Johnny Winter da giovane. Viene fuori una trascinante Fire On The Mountain che cita Fiyo On The Bayou con echi di Allman, Dead e Neville Brothers e poi il viscerale Delta blues Nowhere To Hide e Fired Up! cantata da Cyril, fusione degli assoli southern rock di Devon con gli umori bayou della sezione ritmica. La musica sale in cattedra, non sembra vero di respirare ancora il profumo del migliore southern rock pur miscelato col blues e con New Orleans. Moonlight Over The Mississippi è cantata da Cyril e segnata da un solo lancinante di Devon, regala una spruzzata di Little Feat, New Horizon col suo ritornello pop-soul è forse il brano più banale del set, al contrario di Hurts My Heart ruvida ballata rock cantata da Zito ma sporcata dalla Gibson del compagno. Sono due ore calde (nonostante la fresca brezza che arriva da nord) e salutari che testimoniano di una musica ancora viva e appagante. La ciliegina sulla torta è One Way Out con il suo riff contagioso ed il suo nervoso impennare, momento topico di un concerto inaspettatamente brillante e coinvolgente.

MAURO ZAMBELLINI LUGLIO 2012

lunedì 23 luglio 2012

Johnny Neel Every Kinda' Blues ...but what you're used to



Si rinnova il sodalizio tra Johnny Neel e gli W.I.N.D. Dopo aver suonato molte volte insieme in Italia e in Europa adesso è il momento di un vero e proprio disco registrato a Nashville ma comprendente anche due tracce estratte da un concerto a Udine durante il tour del 2010. Johnny Neel è un valente  cantante e tastierista, non vedente, che ha un curriculum di tutto rispetto. Ha fatto parte della reunion degli Allman del 1989 scrivendo parte del loro album Seven Turns, ha poi lavorato con Gov't Mule e Warren Haynes e dato vita assieme ad Allen Woody, Marc Ford, Matt Abts e Berry Oakley Jr. al supergruppo dei Blue Floyd. Conosce i segreti del blues e del southern rock ed è in possesso di una voce calda, pastosa, soul che a tratti ricorda perfino Ray Charles. Every Kinda' Blues mette a fuoco la sua arte, solidi blues virati soul e rock, con una generosa dose di southern rock a marcare un suono potente e sanguigno che oltre agli W.I.N.D vede impegnati il chitarrista Jack Pearson, il bassista Dennis Gulley, un stuolo di batteristi e la storica corista di Bob Seger Shawn Murphy. Musica tosta in odore di Allman dove le canzoni, quasi tutte scritte da Neel, permettono  sia i graffi di ruvido rock/blues con qualche accenno jazz (I'm Gonna Love You), sia le calde melodie soul-blues che grazie all'Hammond traspongono l'atmosfera gospel di una chiesa battista (la splendida Sunday Morning Rain), sia il pimpante saltellare di un pianoforte sedotto dai ritmi della Crescent City, succede in Johnny Needs A Shot.
In certi momenti, è il caso di How To Play Blues, la melodia è davvero struggente e Johnny Neel riempe il cuore di ricordi, aiutato da una slide che evoca Lowell George e dalle coriste in pieno trip gospel, in Every Kinda'Blues  l'armonica di Neel soffia il vento del sud mentre la band mostra muscoli e mestiere, Mighty Mississippi è denso, limaccioso e scuro, al contrario I Wanna Know The Way potrebbe benissimo essere cantato anche da Stevie Wonder. I brani sono della durata media di 4/5 minuti ad eccezione delle due tracce live dove si scatenano gli W.I.N.D e le lunghezze diventano quelle proprie delle jam spezzando un pò l'unitarietà del disco. Murdered By Love è un blues che sale lento e sornione, lascia spazio alle divagazioni dei singoli prima dell'esplosione finale con Anthony Basso in gran spolvero, Won't Lay Me Down è un soul-blues a metà strada tra disperazione e paradiso con annessa apoteosi.
Disco onesto e ben suonato.

MAURO ZAMBELLINI    

giovedì 5 luglio 2012

Tom Petty and The Heartbreakers Piazza Napoleone, Lucca, 29 Giugno 2012



Finalmente il giorno è arrivato, fa un caldo torrido e oltre a noi, i tanti accorsi da ogni parte d'Italia a salutare l'arrivo del seminole, in città è arrivato anche Caronte coi suoi 35 gradi. Ma i rockers non si sciolgono al sole anche se farebbero tutti una bella doccia dopo  che Jonathan Wilson ha lasciato il palco e gli addetti impiegano mezzora ad allestire il set per gli Heartbreakers. Jonathan Wilson ha suonato con la luce del tramonto che illuminava il suo show spartano ma bello, ricco delle suggestioni regalate dal suo ottimo Gentle Spirit, uno dei migliori dischi dello scorso 2011. Capelli lunghi, camicia floreale, aria casual, Jonathan Wilson sembra e non solo per la sua musica uscito dalla California anni settanta. Canta come fosse lì per caso, modesto e concentrato estraendo con la sua band ballate sognanti che evocano David Crosby e i Fleetwood Mac e quando si induriscono e si inacidiscono i Grateful Dead e i Black Crowes o meglio il Chris Robinson dell'ultimo Big Moon Ritual. Bei suoni, atmosfere cosmiche, scampoli di musica d'autore ritrovata nelle strade del Laurel Canyon, Jonathan Wilson porta i presenti in gita nella Valley of The Silver Moon, le note si dilatano, le chitarre graffiano ma poi tornano morbide, dolci, accarezzando una danza che alla fine scioglie qualsiasi resistenza e ti fa pensare come sarebbe bello sentire Desert Raven  su una spiaggia californiana o magari anche solo in Versilia, a pochi chilometri da qui ma con la brezza che viene dal mare. E' duro essere un santo in città.
L'arrivo di Tom Petty è salutato da un boato. Sono venticinque anni che lo si aspetta, da quel 1987 che accompagnò Bob Dylan e fece sentire mezzora scarsa del suo repertorio. Ad essere sinceri visto che è l'unica data in Italia mi sarei aspettato ben altro pubblico, Piazza Napoleone è piena solo per  2/3 ma fa caldo e va bene così, ok la condivisione ma è più importante la sopravvivenza. Certo che mettere in vendita lo stesso giorno del concerto biglietti a prezzo stracciato (e non parlo di bagarini ma dell'organizzazione ufficiale) perché la prevendita non è stata florida non è un gesto di correttezza nei confronti di coloro che hanno comprato precedentemente il biglietto a prezzo pieno (e salato) ma questa è la solita Italia che prende per il naso gli onesti. Vestito con un abito gessato scuro, barba e capelli lunghi, Petty è in perfetto stile rock n'roller, dicasi lo stesso per Mike Campbell capelli lunghi e camicia rossa, un chitarrista galattico come ce ne sono pochi oggi, il massiccio Steve Ferrone è in t-shirt bianca, gli altri anche loro in scuro, qualcuno in giacca, Benmont Tench spunta da dietro il pianoforte. Si parte con Listen To Her Heart e You Wreck Me e si capisce che la scaletta non sarà diversa da quella dei concerti europei che hanno preceduto Lucca,  ovvero nessuna variazione da una sera all'altra, diciannove, venti, massimo ventuno canzoni. L'inizio sembra un compitino diligente, bella musica, canzoni dal refrain irresistibile, rock n'roll asciutto e arioso, ossigenato con l'aria della California. Suoni precisi e limpidi, finalmente un'acustica italiana degna di un concerto di taglio internazionale, gli strumenti non si sovrappongono e si impastano ma questi primi brani vengono risolti troppo sbrigativamente, come se si avesse fretta di portare a termine il compito nel più breve tempo possibile. Temo che il caldo possa essere un nemico ma dopo I Won't Back Down e la romantica Here Comes The Girl che accende per la prima volta la piazza, il concerto cambia e prende un'altra piega.  Handle With Care estratta dal primo disco dei Traveling Wilburys scalda il motore col suo ritmo a palla poi Petty toglie la giacca e rimane in camicia psycho e gilet di pelle. E' un'altra storia. La dura Good Enough,  uno dei due estratti da Mojo  fa capire a Lucca e alla Toscana che Mike Campbell  non è uno che lo si incontra tutti i giorni, è un chitarrista rock che usa prevalentemente chitarre Gibson in grado di mettere a fuoco e fiamme una intera città senza perdere di precisione, limpidezza, pulizia, essenzialità, cattiveria. I suoi assoli sono uno spettacolo nello spettacolo, con Petty se la intende a meraviglia, duettano e incrociano le loro bellissimi chitarre, tra cui la mitica Rickenbacker. come in una singolar tenzone a base di rock, quando parte il riff sincopato e a singhiozzo di Oh Well dei Fleetwood Mac tutti avvertono che il momento è arrivato e nessuno uscirà vivo da Piazza Napoleone. Ferrone è quello che dice il suo nome, picchia come un martello sebbene dinamico ed elastico, Ron Blair è il professionista che sta nell'ombra, Scott Thurston si sente soprattutto quando soffia l'armonica ma aggiunge chitarra alle chitarre, Benmont Tench è l'uomo che non si vede ma se non ci fosse sarebbe un altro concerto. Petty sembra mantenere la sua freddezza ma Something Big  una ballata dai toni crepuscolari e notturni di Hard Promises che amo alla follia è cantata con una carica di sentimento che spezza in due il cuore, proprio come il logo degli Heartbreakers. Don't Come Around Here No More è la solita, parte saltellando, la conoscono tutti per via di quel famoso video nel paese delle meraviglie, è una chiamata e risposta tra palco e pubblico, Petty la rallenta fino ad annullarla ma tutti aspettano l'assolo di chitarra di Campbell che arriva puntuale, lungo, lancinante, acido e psichdelico. Tom Petty ci dà dentro anche lui con la chitarra ma prende tempo, Free Fallin' è corale, cantata da tutta la piazza, è una delle quattro tracce estratte da Full Moon Fever album prediletto per questo show ma è It's Good To Be A King  di Wildflowers l'highlights dello show. Inizia lenta quasi svogliata, una ballata un po' annoiata e nostalgica ma poi si libera di ogni timidezza e diventa un rock apocalittico, jammato e furioso dove gli Heartbreakers confermano di essere la più strepitosa rock n'roll band oggi in circolazione, un ensemble capace di sprigionare quanto di meglio il rock n'roll ha espresso dalla sua nascita con un suono esaltante, travolgente, energico, micidiale che fonde anni cinquanta, beat sixties, hard seventies, ballate anni 80, psichedelia, folk-rock e mainstream. Certo Springsteen ha una carica umana ed un romanticismo che Petty non possiede ma gli Heartbreakers sono la miglior definizione di cosa sia il rock n'roll (senza nessuna traccia di R&B), potenti, lucidi e famigerati, una band che non fa prigionieri solo ma solo proseliti.  It's Good To Be A King è semplicemente devastante, me la ricorderò per sempre.
Carol è la conclusione del discorso precedente, da dove siamo partiti? Da Chuck Berry naturalmente. Gli Heartbreakers omaggiano le origini fifties del rock n'roll dandone una versione meno sporca e bluesy di quella degli Stones, ma d'altronde i loro lontani parenti si chiamano Beatles e Byrds. Learning To Fly è l'angolo degli innamorati della serata col suono acustico di una melodia gentile. Una volta si sarebbero accesi i Bic, oggi non fuma più nessuno, almeno nella fascia di età del pubblico di Tom Petty non certo giovanissimo. Ma da lì in poi è apoteosi, Yer So Bad è  I Should Have Known It continuano la saga degli spezzacuori fino al travolgente finale di Refugee e Runnin' Down A Dream altro momento topico del concerto con Petty e Campbell piegato su se stesso a tirar fuori dalle corde delle chitarre un sogno che corre alla velocità della luce.
L'encore non si fa attendere, Mary Jane's Last Dance è la sua Dancing In The Dark ma che classe, che appeal, che riff quello che apre le danze e si attorciglia ad una fisarmonica che sa di epica western, splendida, poi Two Men Talking dura, chitarristica, a me sconosciuta, forse una new song ed infine la ragazza americana che tutti aspettano, tutti sognano, tutti cantano. American Girl mette in ginocchio l'intera piazza ma come suggerisce il copione è la fine, purtroppo, Petty ringrazia sentito e gratificato da un pubblico caldo e accaldato, gli Heartbreakers si inchinano e poi se ne vanno senza più tornare. Peccato, sarei stato a sentirli per un'altra ora, nonostante la temperatura e la stanchezza. Ladies and gentlemen, Tom Petty and the Heartbreakers, è'solo rock n'roll ma continua ad essere la cosa più bella della vita.

MAURO ZAMBELLINI       GIUGNO 2012    

giovedì 28 giugno 2012

Stan Ridgway The Big Heat


Non è la prima e forse l'ultima volta che questo bel disco di Stan Ridgway viene ristampato ma chi se lo fosse perso ha la possibilità di recuperare l'occasione perduta. Il disco originario in vinile venne pubblicato nel 1986 dopo che Stan Ridgway cantante, armonicista, chitarrista, tastierista ed autore aveva lasciato la creatura Wall of Voodoo per iniziare una splendida carriera solista non priva di alti, bassi e silenzi. Una prima volta il disco venne ristampato in cd nel 1993 con l'aggiunta di sette bonus tracks, due live, una scelta quanto mai ragionevole per un lavoro che si era rivelato come uno dei più originali e suggestivi prodotti del rock losangeleno degli anni 80. L'aggiunta delle bonus tracks era un buon motivo per l'operazione anche in virtù del fatto che quando il disco uscì per la prima volta ci si nutriva solo a vinile. Ci fu poi in seguito un'altra ristampa e adesso (ma forse mi sono perso qualche puntata) arriva la pubblicazione della Water che assieme alla scaletta originale dell'album aggiunge le cinque bonus tracks dell'edizione del 1993 senza le due tracce live. Una ristampa tale e quale della ristampa expanded. Un doppione insomma, allora valeva la pena di fare un Deluxe Edition,
Comunque sia, tutto questo non toglie nulla alla validità di un disco che personalmente considero ancora oggi un capolavoro per come, attraverso una musica all'epoca innovativa ma  capace di resistere nel tempo, riesce ad offrire una immagine quanto mai personale di quella southern California immortalata dai libri di Raymond Chandler e Ross McDonald e da pellicole come Chinatown di Roman Polanski e Vivere e Morire a Los Angeles di William Friedkin. Atmosfera notturna e sfuggente, scenari desolati post-industriali, echi western, il confine come microcosmo di vita, illusioni e morte, il fascino del noir  e della letteratura hard-boiled  rivive in una musica che ha ritmo, storia, contaminazioni, rimandi, suono, voce e riflette una inquietudine che solo Ridgway e pochi altri (ci metterei i Dream Syndicate di Medicine Show e i Green On Red di Killer Inside Me) seppero in quegli anni portare all'esterno.
Stan Ridgway proveniva da Wall of Voodoo una creatura poliforme dalle sfaccettature cupe e gotiche, che aveva subito l'influenza della musica di Morricone e aveva come ambientazione delle propri storie il border col Messico, luogo  di un nuovo mondo in mutazione, le radio messicane e i teschi, gli omicidi irrisolti e l'immigrazione, l'weekend perduto e Ring Of Fire. Tutto ciò Stan Ridgway se lo porta appresso quando realizza The Big Heat e lo contestualizza in un titolo, Il Grande Caldo, ed un decor letterario chandleriano dove le solitudini, i soldi facili, le femme fatale, le ricchezze e le miserie, i motel al confine del deserto, le morti inspiegabili, la città buia sono la  voce piatta e senza tono di un'America che è mito solo perché è l'immagine di un grande nulla.
Stan Ridgway ha una voce che si staglia nella notte, limpida nella sua monotonia atonale, fende le canzoni come una lama di coltello, quando usa l'armonica evoca Morricone meglio di una colonna sonora, le tastiere invece, unite al drum programming compongono un quadro ritmico freddo, metallico, che sembra uscire da un dismessa fabbrica di periferia. Il ritmo è fondamentale nell'economia sonora di The Big Heat anche se a volte manca il basso per accentuare la spigolosità del suono, le tastiere fanno giochi che non a tutti è permesso, il violino innervosito di Richard Greene compare in Pick It Up (and put it in your pocket),  banjo e mandolino presenziano in Camouflage uno dei brani più suggestivi del disco. Ci sono poi emulatori, il trombone di Bruce Fowler, i feedback, le chitarre mai sovrastanti, le schegge elettriche di una città obliqua. Affascinante la sequenza dei brani, dalla cavalcata techno-roots di The Big Heat a Camouflage passando per la sincopata Pick It Up frutto della produzione di Mitchell Froom, uno che metterà certe intuizioni al servizio di Los Lobos e Latin Playboys,  per il melodico cow-punk di Can't Stop The Show , per  la scanzonata Pile Driver  e la notturna Walkin' Home Alone, sublime ode ad una generazione di detective solitari e perdenti. Drive She Said è tesa e cinica e corre come un montaggio di un noir, Salesman ha dentro l'esotismo di una metropoli multirazziale, Twisted è quasi lounge con quei suoni di steel drums importati dai Caraibi, Camouflage è quello che avrebbe voluto fare (e non ci è riuscito) Springsteen con Outlaw Pete, epica, western, cinematografica.  
Azzeccate anche le bonus tracks tutte in tema con l'originale The Big Heat compresa la versione  glam di Nadine di Chuck Berry con tanto di sax. Insomma, un disco da isola deserta.

MAURO ZAMBELLINI     GIUGNO 2012

venerdì 8 giugno 2012

Little Bob Wild and Deep Best of 1989 / 2009



L'apparizione nello splendido film di Kaurismaki Miracolo a Le Havre ha ridato esposizione a Roberto Piazza alias Little Bob, rocker francese con una storia musicale alle spalle di quasi quarantanni. Questo doppio CD Best of 1989/2009  ne racconta solo una parte, quella del Little Bob solista, rocker autentico e appassionato dagli umori stradaioli e bluesy, influenzato dalla musica americana, il cui stile non è molto distante da quello di Southside Johnny, Mink DeVille e Graham Parker. Ha iniziato a fare dischi nel 1975 Roberto Piazza autonominatosi Little Bob in onore di Little Richard, a Londra impazzava il pub-rock ed il nostro italo-francese batteva i club e i pub inglesi con una media di 200/250 concerti all'anno portando sul palco un rock ruvido e birroso che si rifaceva al R&B, a Mitch Ryder & The Detroit Wheels, agli Stones, ai Them, a Chuck Berry, agli Animals. Il suo act si chiamava Little Bob Story, nome con cui ha firmato nove album e ha vissuto giorni di gloria e giorni di fango fino allo scioglimento della band nel 1987 dopo Ringolevio, una specie di concept album ispirato da un libro di Emmett Grogan scrittore californiano membro dei Diggers dove si intrecciavano storie di band metropolitane e strade violente, di droga e di amore.
A Parigi Little Bob incontra il produttore Jeff Eyrich (Blasters, Jeffrey Lee Pierce, Plimsouls)e con lui inizia una collaborazione  che lo porta nel 1989 a Los Angeles a registrare il suo primo album solista, Rendez Vous In Angel City dove compiono il chitarrista Steve Hunter (Lou Reed), il tastierista Kenny Margolis (Mink DeVille), il bassista Tony Marsico (Cruzados),  J.J Holidaye della band di Chuck E.Weiss alla slide guitar. Inizia una avventura discografica lunga ventanni, con musicisti che vanno e vengono nella band, album duri e album bluastri, torridi live e versioni senza corrente dei suoi hits, amici americani e fratelli francesi, crudi affondi urbani e nostalgie del passato, storie di marginalità e amori di una vita,  il tutto all'insegna di un onesto, maturo e vissuto rock n'roll cantato con una voce piena di speranza e rabbia. Diventa il local hero di Le Havre ma l'eco della sua musica arriva anche da noi dove viene per una tourneè a metà degli anni novanta.  Questo Best of 1989/2009 documenta  brillantemente ed in modo esauriente la storia del Little Bob solista, due CD, il primo intitolato Wild Kicks con i brani più selvaggi, rocknrollistici e punk della sua discografia, il secondo,  Deep Songs con pezzi altrettanto tosti ma più sbilanciati verso le ballate e i rock dai tempi medi. Ne esce una nitida fotografia del piccolo rocker di Le Havre, trentadue tracce che esplorano l'universo musicale di Piazza tra rock che sanno di punk e rock che puzzano di R&B, rock che riflettono i lividi colori della notte e ballate che trasmettono il romanticismo della strada e quel mondo di umili che il film di Kaurismaki ha così bene ritratto. Vengono passati in rassegna dieci album, qualcuno davvero notevole come Lost Territories del 1993, più di ventimila copie vendute al tempo, uno splendido viaggio tra i sogni di un'America perduta con riferimenti agli amati indiani e le speranze di un rock senza frontiere. Sei le tracce estratte da questo album tra cui la magnifica e potente Jimmy Tramp segnata dalla fisarmonica di Margolis e dalle chitarre al sangue di J.J Holidaye e Olivier Durand (poi con Elliott Murphy), The Witch Queen of New Orleans e Tango De La Rue. Il crepuscolare Blue Stories  altro bel album del 1997 è presente con la romantica Sheila n' Willy e con le semiacustiche Lying In A Bed Of Roses e We All  Have A Dream dove Piazza non dimentica le sue origini e ci mette una strofa in italiano.  Libero del 2002 offre Be Gentle with The Whore per sola voce e piano, la stessa Libero, la canzone con cui si esibisce dal vivo insieme alla band in Miracolo a Le Havre,  e la cantautorale Vivere, Sperare.
Gli album americani Rendez Vous In A Angel City e Alive or Nothing regalano un pò di cover: una sudata versione di All or Nothing degli Small Faces e ad una tiratissma medley con il botto a la Clash di Riot in Toulouse oltre alla barricadiera Kick Out The Jams degli MC5. Che Little Bob abbia il naso fine lo dicono anche la versione unplugged di Play With Fire degli Stones, una originale Masters of War di Dylan ed una roca e semiacustica Turn The Page di Bob Seger con tanto di contrabbasso, violoncello e feedback chitarristico.
Trentasei tracce, alcune live, più di due ore abbondanti di rock in tutte le sue migliori declinazioni, se volete sapere chi è Little Bob e perché si parla bene di lui questo Wild and Deep fa al caso vostro.

MAURO ZAMBELLINI