giovedì 8 novembre 2012

THE BIG EASY


Finalmente a New Orleans, non che la regione cajun ci abbia stancati ma dopo una settimana born on the bayou era naturale saltare in città anzi nella città più musicale del mondo dove la musica è dappertutto e come scrive John Swenson nel suo bellissimo New Atlantis-Musicians Battle for the Survival of New Orleans-viene fuori dalla terra perché è qualcosa che ha a che vedere con le vibrazioni della terra. La terra qui è una combinazione di elementi, il fatto che tanta di essa sia sotto il livello del mare, la sua storia come città di porto e portale nell'emisfero occidentale per europei e africani e poi milioni di persone che hanno vissuto qui nel passato. E' come fosse la Costantinopoli del Nuovo Mondo, ogni cosa qui è esagerata. La bellezza è esagerata, la povertà è esagerata, così la brutalità, la musica, il cibo. Se sei una persona con i sensi acuti tutto questo non lo devi cercare, lo senti addosso. Ero già stato a New Orleans una prima volta nell'inverno 1994 proprio nei giorni in cui scompariva Ylenia Carrisi la figlia di Romina Power e Al Bano, era gennaio, l'aria era fredda e la città non era per niente sicura, al di fuori del Quartiere Francese, oltre North Rampart Street, che è una specie di spartiacque tra il Quartiere Francese e i quartieri sobborgo, di sera bisognava stare attenti, addirittura un taxista si rifiutò di portarmi nella zona dove una volta sorgeva Storyville perché, a suo dire, a lot of guns. Sono tornato nel 1999  inviato da una casa discografica per un servizio sul redivivo George Thorogood. Il bluesman del Delaware tornava dopo alcuni anni di silenzio con l'album Half A Boy/ Half A Man e lo presentava alla stampa internazionale all' House of Blues di New Orleans in quello che sarebbe stato uno show tutto muscoli e slide. A quel tempo andava di moda Marylin Manson tra i giovani americani e la stessa Anne Rice coi suoi romanzi sui vampiri aveva un certo seguito, il che spiega la fauna strana ed un po' inquietante che bazzicava la città. Mi ricordo un locale, una enorme cafeteria dove andai un paio di volte incuriosito dal suo pubblico e dal buon caffè che facevano, il Kaldi's in Decatur Street che ora non esiste più,  pieno di gente con gli occhi gialli e i canini appuntiti perché quello era il look di tendenza e chi lo portava non erano certo fighetti da discoteca ma figuri di un mondo parallelo che quando li si incrociava di sera lasciavano addosso un certo non so che. New Orleans è così, città di santi e peccatori, di feste e  cimiteri, di sesso e voodoo, di bellezza e squallore, di vita e di morte, anche adesso che all'occhio del turista sembra una città del tutto normalizzata qualcosa di difficile da afferrare nasconde tra le sue case. Basta passeggiare di sera nella silenziosa ed elegante Royal Street, una sequenza di atelier, gallerie, antiquari, negozi di vestiti (non firmati ma sartoriali), maschere, oreficerie, negozi antichi e vintage, lampioni a gas e si è in mezzo ad un concentrato di bello che nemmeno Parigi ha in così poco spazio ma anche qui ad un solo blocco dalla caciara pulp al profumo di vomito che è Bourbon Street è possibile cogliere la magia non sempre rassicurante di una città che nasconde i suoi segreti. Non c'è nessuno quando ci passeggio di sera tardi, solo qualche frettoloso passante, i negozi sono chiusi e si può osservarli nella loro quiete, la luce fioca dei lampioni rende l'ambiente ottocentesco, New Orleans è una città soffusamente illuminata anche nelle arterie principali, l'oscurità penetra nei vicoli, c'è fascino e mistero in Royal Street, chissà cosa doveva essere alla fine del XIX secolo nei giorni dell'assenzio. 

mercoledì 31 ottobre 2012

quel treno per Houma






Naturalmente non è la Yuma del celebre film western con Glenn Ford  e nemmeno ci andiamo in treno ma con la nostra berlina Yaris noleggiata all'aeroporto di New Orleans. Houma sta proprio in fondo alla Louisiana a poche miglia dal Golfo del Messico e per arrivarci bisogna percorrere un bel tratto della Highway 90 tra foreste, bayou, ponti, paludi, procioni morti sul ciglio della strada e cittadine con incantevoli viali alberati (la più graziosa è Jeanerette) a cui fianchi brillano belle e signorili abitazioni bianche in stile creolo con veranda, balconi e giardino. Sulla strada si incontra New Iberia che per gli appassionati di gialli e noir è la patria del detective Dave Robicheaux, la creatura inventata dallo scrittore James Lee Burke (nato a Houston ma cresciuto in Louisiana), il quale ambienta le sue storie di malaffare, corruzione e redenzione da queste parti, tra il bayou Teche e New Orleans. Per chi non lo conoscesse consiglio almeno sei titoli, Piccola Notte Cajun, Sunset Limited, L'Angelo in Fiamme,Ti Ricordi di Ida Roubin?, Prima che l'Uragano Arrivi e L'Urlo del Vento, questi due con Katrina sullo sfondo. C'è anche un bel film di Bernard Tavernier con Tommy Lee Jones da vedere, estratto da un suo romanzo ed è In the Electric Mist.


giovedì 25 ottobre 2012

LOUISIANA MON AMOUR




Due anni fa con l'amico Roberto, organizzatore dell'Ameno Blues Festival, come premio per aver raggiunto e guadagnato la pensione (un attimo prima della infausta riforma), sono andato nel Mississippi a vedere dove è nato il blues, il padre di tutta la musica che amo. Da Memphis siamo scesi a sud lungo la Highway 61 fino a Natchez, deliziosa cittadina al confine con la Louisiana dallo stile e dall' architettura francese sebbene ancora nello stato del Mississippi e locata sul fiume omonimo. Poi siamo risaliti verso Oxford, passando dalla tomba di Robert Johnson, ritornando a Memphis. Due anni dopo sempre con l'amico Roberto e con Nicola, fotografo e chitarrista blues, abbiamo proseguito il viaggio addentrandoci in Louisiana, per la precisione nella southern Louisiana a ridosso della mitica Highway 10, la stessa che ha dato il titolo ad uno degli album migliori dello slider Sonny Landreth. Non siamo ripartiti da Natchez perché non esiste aeroporto ma da New Orleans, arrivandoci di notte, dormendo in un motel vicino al Louis Armstrong International Airport e ripartendo by car il mattino seguente   verso la zona delle plantation che lambiscono la Hwy 10 e arrivano fino a Baton Rouge, cittadina industriosa e poco interessante a parte un locale in perfetto stile cajun chiamato Boutini's dove abbiamo finalmente assaggiato i gamberetti in hot sauce, bevuto birra ambrata ghiacciata (la Amida) e goduto del set a due di tale Lee Benoit, uno dei tanti Benoit della regione che con moglie, chitarra e fisarmonica suona cajun music cantata in francese. Il francese è la seconda lingua della regione, anglofilizzata ed impastata di gergo locale tale da diventare un dialetto proprio. La parlano in molti e ci si intende a meraviglia anche perché  i locali sono fieri delle loro origini e ci tengono a considerare questa parte d'America, la Acadia,  diversa dal resto del paese.  Si sentono i lontani discendenti di quella migrazione che dalla Nova Scotia in Canada è arrivata fin sulle coste del Golfo del Messico. Cajun è storpiatura di acadiens e loro sono ben felici di esibire una cultura, una storia, una musica ed una cucina tutta loro. Cucina che si traduce spesso in una fiera del fritto per quanto riguarda gamberi, crawfish, ostriche e granchi e che offre una selezione di salse  di indubbio potenziale atomico per quanto riguarda le tonalità del piccante. Potete comunque salvarvi il fegato sapendo che si può evitare il fritto ricorrendo all'etouffèè e al boiled, sempre che il cuoco si impietosisca della vostra prudenza alimentare. Certo gli americani in materia non sono un esempio da seguire e lo ha capito madame Obama  con la sua rivoluzione dietetica a scuola perché, specie in provincia e nelle classi più povere, l'obesità  raggiunge ormai  il 50% della popolazione e la statistica non riguarda solo la comunità nera. Detto questo,  a Donaldsonville sulla strada per Baton Rouge c'è la Laura Plantation che è la più bella ed importante piantagione di tutta la Louisiana meridionale, creata nel 1805 da Guillaume Duparc e diretta per 84 anni dalla pronipote Laura Locoul, esponente di quella aristocrazia creola che ha lasciato un segno indelebile nella storia della Louisiana. Dodici edifici in legno restaurati, comprese le dimore degli schiavi neri, un giardino enorme, la raffinatezza francese, le piante con le banane e l'eco di Via col Vento. Nella sonnacchiosa Donaldsonville, un paesotto da Ultimo Spettacolo, ho rinvenuto un suggestivo DeVille bar, niente a che vedere con il nostro soulman preferito che anche da quelle parti è passato come un fantasma e quasi nessuno conosce mentre sempre sulle sponde del Mississippi, a St. Francisville, in una mattina radiosa come poche ho respirato quell'aria del sud di cui parlano tante canzoni. E' una delle più vecchie cittadine della Louisiana, vicino ci sono dei battleground della Guerra Civile  e sebbene oggi sia trasformata in una specie, ma più modesta, Mendocino del sud con tanto di cafè in stile europeo, piccoli negozi, librerie ed una pace che a me che vivo a ridosso di un aeroporto ed in mezzo "al progresso" urbanistico lombardo sembra un incanto, possiede quel fascino appartato e discreto dei luoghi in cui si rintanano gli scrittori a vivere e scrivere libri.  Quel po' di magia letteraria che spesso negli Stati Uniti si incontra nelle blue highways,  villaggi e paesi che offrono una qualità del vivere invidiabile. Niente musica però, almeno al mattino quando ci passiamo, tempo per un caffè all'italiana nel bel bar-salotto che ha visto suonare qualche settimana prima Mary Gauthier e via verso est passando da New Roads, mi ricorderò sempre il cocktail di gamberi gustato sulle rive del lago con uno Chardonnay americano insolitamente discreto e a buon mercato . Sole, cielo azzurro, temperature tra i 25 e i 28 gradi con leggere brezze rinfrescanti, sarà così per tutto il viaggio e allora si capisce come nel sud della Louisiana il mese top per festival musicali, gastronomici, letterari e feste di paese sia ottobre, senza il caldo impossibile e l'umidità dell'estate e con la possibilità di rimanere all'aperto anche di sera.

venerdì 5 ottobre 2012


MUSIC IS LOVE  a singer-songwriters' tribute to the music of CSN&Y

Raramente la discografia italiana ha prodotto un lavoro così ben fatto in termini di musica, di confezione, di note esplicative, di scelte artistiche. La passione per la musica di Crosby, Stills,Nash e Young ha indotto Ermanno Labianca, giornalista, discografico, autore di libri e fanzine su Bruce Springsteen, Francesco Lucarelli, musicista e Peter Holmstedt a concepire e produrre un lavoro che si staglia a livello internazionale per la qualità e la serietà del progetto. Music Is Love è un brillante anche se non altisonante tributo alla musica e alle canzoni di Crosby, Stills, Nash e Young. Attorno a loro è stato costruito un doppio Cd ottimamente registrato, elegantemente impacchettato e fornito di una ricchezza di note e di fotografia da far invidia ai migliori prodotti della Rhino. La passione scorre sotto il raffinato digipack in questione e la Route 61, la indie che lo  ha pubblicato, ha messo in campo  intraprendenza,  coraggio, gusto ed entusiasmo nel realizzare un lavoro che non è solo un elegante e curato oggetto estetico ma, come suggerisce il titolo, un atto d' amore verso la musica.
La celebre canzone di David Crosby del suo irraggiungibile If I Could Only Remember My Name serve da titolo ad un doppio Cd dove sono coinvolti cantanti e cantautori americani, irlandesi e inglesi, ognuno impegnato ad offrire la propria visione della musica di C,S,N&Y, canzoni tratte dal vasto repertorio dei quattro sia in gruppo, in trio, in duo, solista, coi Buffalo Springfield e coi Manassas. Il panorama è ampio e i due Cd invitano ad un viaggio che è un piacere dei sensi e della mente. I nomi dei singer-songwriters non sono tutti noti ma la lettura di ognuno è originale, sentita,  sincera, le registrazioni sono state fatte in studio a New York, in California, in Irlanda, a Londra, Liverpool e in vari centri degli Stati Uniti. Nel booklet interno ognuno dei protagonisti esplicita come sia entrato in contatto con la musica dei quattro ed il motivo della canzone scelta. La partenza è affidata a Ron LaSalle che con la sua voce roca offre una aspra versione folk-rock di For What It's Worth dei Buffalo Springfield, celebre e amato inno antimilitarista. Lo segue Steve Wynn con una spettrale e noise Triad , episodio che trova un giusto contraltare nella rilettura classica e toccante di Helplessly Hoping di Judy Collins aiutata dal piano di Russ Walden, dal basso di Tony Levin e dalle chitarre di Duke Levin. Della serie la classe non è acqua. L'irlandese Liam O' Maonlaì  ragala una rarefatta e nordica Lady Of the Island tratta, come la canzone della Collins, dal disco debutto di C,S&N.  Sugarcane Jane che altri non sono che la cantante Savana Lee Crawford ed il chitarrista/banjoista/cantante Anthony Crawford interpretano con taglio folkie e fingerpicking ma il finale è assolutamente psycho la stupenda Bluebird dei Buffalo Springfield mentre toh chi si rivede Karla Bonoff assieme alla collega Wendy Waldman e ai cantanti John Cowan e Mietek Szczesniak rifanno con inalterata delicatezza la sognante GuinnevereElliott Murphy con la sua band di normanni sceglie Birds di Neil Young imitato da Bocephus King con una stralunata e persa nel diluvio Down By The River mentre i Venice, due cugini californiani coi  rispettivi fratelli che di cognome fanno Lennon, regalano una non memorabile After The Goldrush. La figlia di Stephen Stills, Jennifer si cimenta con la band e degli arrangiamenti di pianoforte, violino e violoncello in Love The One You're With rallentandola nella prima parte e poi lasciandola scorrere come una avvincente melodia rock.
Fedele all'originale è You Don't Have To Cry di Sonny Mone, transitato per qualche tempo nei Crazy Horse, rigorosa nelle sue linee roots è Fallen Eagle, gran lavoro di mandolino, violino, banjo, chitarre da parte dei Coal Porters di Sid Griffin attenti a ricreare l'atmosfera bluegrass di uno dei brani chiave del favoloso Manassas.
Inizia con Rockin' In The Free World il secondo Cd e Willie Nile col suo trio ci mette la rabbia e l'elettricità  della New York  dei club, bella partenza per uno show che vede entrare in pista la rediviva Cindy Lee Berryhill, due album negli anni ottanta ancora in grado di raccontare l'America della strada con lo stile e lo charme della beat generation. Anche lei pesca da Manassas ed estrae  una It Doesn't Matter  forse troppo equilibrata per il suo carattere vagabondo. Clarence Bucaro col trio è melodico quanto basta in Out On The Weekend  uscito da Harvest, Neal Casal omaggia Graham Nash e suona tutti gli strumenti in Hey You (Looking At The Moon), ballata sotto la luna dolce come il suo autore, Carrie Rodriguez in band a quattro  regala uno dei momenti magici di Music Is Love, una rilettura dolente e ispirata di Cortez The Killer dove strumenti acustici ed una chitarra desertica si amalgamano  per una performance di grande intensità.
Meno noti sono il Marcus Eaton di Bittersweat, Andy Hill e Renée Safier (Thrasher), Louis Ledford (Wasted On The Way), Mary Lee's Corvette (Tracks In The Dust) ma qui c'è la produzione e la chitarra di quel volpone di Eric "Roscoe"Ambel e Jenai Huff ( I'll Be There For You). Ulteriori apprezzamenti vanno a Eileen Rose & The Legendary Rich Gilbert, la loro Just a Song Before I Go è piena di pathos, Nick Barker affronta Long May You Run con lo spirito di un solitario uomo dei boschi accompagnato da chitarre e mandolino, Michael McDermott abbraccia la cantante e violinista Heather Horton nel duetto di Southern Cross e il liverpooliano Ian McNabb chiude lo spettacolo con una Music Is Love che inizia come Sympathy For The Devile e poi ascende al cielo leggera e svolazzante come un falco del Tamalpais che libera le sue ali nell'azzurro della Baia. Una litania gioiosa e colorata, una coreografia vocale (tre le voci femminili) da peace and love and music nello splendido scenario della California good vibrations. Ci voleva un inglese per evocarla ed un tributo, Music Is Love a farci di nuovo sognare.
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MAURO ZAMBELLINI      

venerdì 28 settembre 2012


THE KINKS     AT BBC        

Nulla è mai stato così completo riguardo alle registrazioni della BBC  come questo The Kinks at the BBC. Questo box di sei dischi, cinque CD ed un DVD, esplicita il matrimonio tra due grandi istituzioni inglesi: i Kinks e la BBC. Per la prima volta vengono rese disponibili tutte le registrazioni avvenute negli studi e nei teatri della BBC sia per quanto riguarda il materiale radiofonico che televisivo. Il sesto disco del box set è difatti uno splendido DVD di eccellente qualità audio e video che per oltre tre ore e mezzo testimonia a livello visivo l'iter del gruppo, dalle prime innocenti apparizioni in bianco e nero degli anni 60 con You Really Got Me, una esaltante e negroide Got Love If You Want It capace di dare punti agli stessi Rolling Stones sul terreno del R&B, con l'immancabile e amatissima Sunny Afternoon e gli altri hit dell'era, e poi degli anni 70, tra cui lo splendido quadretto country di Have A Cuppa Tea, all'unico episodio degli "infamanti" anni ottanta con i Kinks glamour di  Come Dancing a Top of the Pops fino ai più anonimi anni 90 con Over The Edge, Informer e Scattered. Un DVD esauriente delle loro trasformazioni anche a livello di look, dagli imbarazzanti capelli a caschetto dei sixties a certe coraggiose cotonature anni settanta, dalle camicie color pastello di Ray Davies con tanto di farfallino rosa incorporato al dandysmo glam di Dave Davies  (che canta Death of the Clown) alla trasandatezza hippie dei primi settanta fino ai colori sgargianti e alle giacche di taglio largo degli anni ottanta. Ma le vere chicche del DVD sono gli estratti degli show dal vivo fatti per la BBC al Rainbow nel 1972 dove i Kinks con capelli lunghi, barbe, pantaloni a zampa sono a proprio agio nel regno rock creato da Stones, Who, Faces, Led Zep ma a contrario di questi propongono un concerto che è una specie di  teatrale cabaret rock senza la aggressività elettrica dei loro colleghi. Un concerto del 1973 porta invece in scena i Kinks dell'epoca Everybody's In Showbiz-Preservation Act dove il gruppo fa uso di una sezione di fiati mentre due altri show, The Old Grey Whistle Test e The Kinks Christmas Album entrambi del 1977 offrono un Ray Davies quasi cantautorale, a proprio agio con le ballate (incommensurabili Sleepwalker e Celluloid Heroes)e con la chitarra acustica senza per questo dimenticarsi dei graffi hard-rock di You Really Got Me e All The Day and All The Night. Siparietti all'interno dei due show trattano della virata working-class country di Muswell Hillbillies e del teatrino trash di Schoolboys In Disgrace con le coriste abbigliate da insegnanti sexy con tacchi a spillo e giarrettiere e Ray Davies con maschera nei panni dell'arrogante capitalista Mr.Flash.  Un DVD stellare che mostra reperti e concerti inediti.
La parte audio è costituita da cinque CD, il primo ed il secondo di rispettivamente 37 e 28 tracce recuperate dalle varie trasmissioni radio della BBC,  dal Saturday Club, da Top Gear, Symonds on Sunday, Dave Lee Travis Show e John Peel Show raccontano l'evoluzione del gruppo dal rauco proto punk degli inizi agli schizzi sociali e satirici del loro pop colto e adulto, in primo piano la  maturazione del songwriting di Ray Davies. In questi due CD c'è tutto il meglio dei Kinks fino al 1972 compreso quell'  Acute Schizophrenia Paranoia Blues (Muswell Hillbillies) che rimane uno dei loro migliori episodi blues.
Il terzo e quarto CD testimoniano dei Kinks anni settanta  quando gli hit si fecero più rari ma il loro culto rimase inattaccato. Le registrazioni arrivano dai vari John Peel Show, The Johnny Walker Show e Dave Lee Travis Show, da un concerto tenuto nel 1974 e dal The Old Grey Whistle Tour del 1977 già documentato dal DVD. Il materiale ha il pregio di evidenziare la vitalità di una band che seppe trasformarsi senza perdere quella eccentricità e quella fantasia che la rendevano unica nel panorama del pop inglese, anche con una montante indifferenza da parte del pubblico che in quegli anni chiedeva gesti ben più spettacolari e altisonanti come quelli offerti da Led Zeppelin e Who.
Se gli anni ottanta  sono rappresentati solo nel DVD con la marginale esibizione di Come Dancing a Top of the Pops, gli anni novanta occupano una parte del quarto CD e del quinto CD con l'ultima apparizione per la BBC in ordine di tempo nel 1994. Dal Johnny Walker Show arrivano la sottovalutata Phobia ed una magistrale ballata hard-rock da far impallidire i Metallica, Wall Of Fire oltre al famigerato rock n'roll di Till The End Of The Day, dall'Emma Freud Show una dolcissima Waterloo Sunset solo acustica ed una muscolosa I'm Not Like Everybody Else dimostrazione della doppia anima della band.
Completano il quinto disco una serie di fuori onda degli anni sessanta con una qualità audio decisamente inferiore al resto del materiale, eccellente in ogni sua parte.
Il progetto di raccogliere e rimasterizzare l'intero patrimonio BBC dei Kinks lo si deve a Andrew Sandoval, un'opera brillantemente "impacchettata" con un formato libro vintage in stile radio days, commentata dalle note dal giornalista Peter Doggett e arricchita da fotografie proveniente dagli archivi più esclusivi. The Kinks at the BBC è un monumento al genio di Ray Davies e ad una delle più grandi band della storia del rock inglese.  

  MAURO ZAMBELLINI   

sabato 22 settembre 2012

Woody Guthrieʹs Night - concerto per il centenario 1912-2012 -
HARD TRAVELIN'

WOODY GUTHRIE'S NIGHT   LEONCAVALLO   21 SETTEMBRE  2012
Lo vedi lì magro, ossuto, fragile con la chitarra con su  scritto "questa macchina uccide i fascisti" e pensi sia solo uno di quegli altri disperati magari anche comunisti che lui cantava, uno di loro, di quelli che fuggivano le tempeste di polvere dell'Oklahoma e del midwest per andare a cercare la terra promessa nell'ovest, in California, la terra del lavoro e del sogno americano.

Più tardi arriva a New York e la definisce "una città di poliziotti, predicatori e schiavi"  dove se Gesù predicasse ancora come faceva in Galilea, lo inchioderebbero di nuovo sulla croce. Testimonia la rinascita economico che il new deal porta nel depresso nord-ovest e scrive la sua canzone più famosa This Land Is Your Land che ancora adesso tanti americani credono sia una canzone patriottica. Vive le speranze antifasciste della seconda guerra mondiale, compone canzoni sulla storia del movimento operaio americano, canzoni per i bambini, canzoni sulla amata Ingrid Bergman perché  Guthrie non era un santo e nemmeno un eroe, gli piacevano le donne e il cinema, Stalin e il vino, era guascone e aveva un caratteraccio.  Vive gli ultimi anni alle prese con una terribile malattia del sistema nervoso, la chorea di Huntington che lo costringe infermo a letto in una clinica ma ancora lucido. Sentendo le sue canzoni ci si accorge che l'America di allora è ancora così adesso ed è forse la ragione perché ci sono stati così tanti Woody's children, figli di Guthrie, a cominciare da quel tipetto arrivato dal Minnesota a trovarlo quando già era ammalato in clinica. Scrisse per lui Woody's Song si chiamava Bob Dylan anzi Robert Zimmermann e trovò nella musica di Guthrie un linguaggio semplice e diretto per parlare della dignità dell'essere umano, la cosa più grande della vita come diceva sempre Woody. Poi arrivarono tanti altri, Phil Ochs, Billy Bragg, Bruce Springsteen, Steve Earle, John Mellencamp, Ani Di Franco, Utah Phillips, qualcuno noto altri sconosciuti, tutti a cantare una musica che potesse migliorare la vita e gli esseri umani.
Cantare le sue canzoni senza dimenticare le sue ragioni questo è il messaggio che ha lasciato Woody Guthrie e Veronica Sbergia (ukulele, autoharp,voce), Max DeBernardi (chitarre e voce), Massimo Gatti (mandolino) e Dario Polerani (contrabbasso) hanno ricordato attraverso un concerto imperniato sulle sue canzoni, un set toccante e coinvolgente dove il materiale di Guthrie è stato interpretato con spigliatezza e freschezza nonché  con l'usuale bravura tecnica del quartetto. Il feeling, le voci e gli strumenti hanno contagiato il centinaio e più di presenti, trasformando il Leonka in un club dell'East Village. Suoni cristallini, impasti  vocali magnifici, l'atmosfera pura del folk senza le pesantezze del rigore a tutti i costi, anzi il brio e l'ironia che anche Guthrie metteva nella sua musica e che Max, Veronica, Massimo e Dario hanno riversato nelle loro interpretazioni. La Woody Guthrie's Night di venerdì 21 settembre al Leoncavallo,  un appuntamento snobbato da molti addetti ai lavori che si precipitano non appena è di scena l'ultimo degli sfigati d'oltreoceano ma non si accorgono che alle nostre latitudini c'è chi interpreta la roots music ad un livello eccellente, è stato il modo migliore per ricordare e far conoscere uno dei più grandi poeti della musica popolare americana. Sono cento anni che Woody Guthrie è nato ma la sua musica non ne risente, i quattro hanno fatto vivere lo spirito e le ragioni della sua musica offrendo una versione musicale ricca, suggestiva, colorata anche quando era la polvere la protagonista delle storie, supportati dalle immagini che scorrevano alle loro spalle, dalle eloquenti letture di  Michele Buzzi che con dei flash approfonditi ha commentato l'opera di Guthrie e dalla recitazione dei testi delle canzoni da parte del Gruppo Teatrale Leoncavallo.
Una serata assolutamente fuori del comune, uno spettacolo che, si spera, possa avere delle repliche.

 

mercoledì 12 settembre 2012

Chris Robinson Brotherhood



Prima o poi sarebbero  arrivati i dischi giusti per Chris Robinson dopo  i due tentativi di New Earth Mud e This Magnificent Distance. Ha dovuto fare il rituale della grande luna per fare centro ma d'altra parte Chris con la psichedelia, il cosmo, le erbe e i viaggi lisergici ci è sempre andato a nozze. Big Moon Ritual  pubblicato nel giugno scorso e The Magic Door  reso disponibile a neanche due mesi dal precedente si presentano con copertine  che fanno tanto album degli Yes ma le sinfonie e i virtuosismi di tastiere, che sono quelle di Adam McDougall un altro Black Crowes, qui centrano poco perché sono piuttosto i Grateful Dead di Jerry Garcia i santoni di questo rituale. Big Moon Ritual è un disco psichedelico nel più classico dei modi, dalla copertina ai brani lunghi, tutti di durata al di sopra dei sette minuti, dal suono svolazzante e chitarristico, del tutto rilassato comunque, alle atmosfere cosmiche, sognanti, visionarie. Chris Robinson dopo avere suonato un centinaio di concerti tra la West Coast e New York ha realizzato il disco che ha sempre sognato di fare, un disco che focalizza il lato psichedelico dei Black Crowes con ballate lunghe, sinuose,  che si evolvono attorno ad una frase-tema ampliandola e dilatandola secondo una progressione strumentale da jam band. Non c'è molta attenzione al  formato canzone in Big Moon Ritual,  qui il bruciante rock/soul dei Corvi Neri è messo in armadio a vantaggio di un work in progress che vede le chitarre di Neal Casal involarsi in lande extraterrestri seguite dalle tastiere di McDougall e dalla brillante sezione ritmica di Mark Dutton al basso e George Sluppick alla batteria.  E' una formula che si ripete dalla prima all'ultima traccia, Robinson canta aiutandosi con la sua chitarra acustica, ad un certo punto passa la palla a Casal e McDougall, questi sviluppano in piena libertà il tema base girovagando per il cosmo, jammando e improvvisando, attorcigliandosi e defluendo nel tema principale per lasciare la parola ancora a Robinson che rientra ignorando bridge  e refrain, come stesse conducendo un monologo alla luna, poi di nuovo gli strumenti riprendono il viaggio astrale ed il brano si allunga fino a sciogliersi nell'etere. Nessuna irruenza, nessuna frizione, nessun selvaggio furore rock come coi Black Crowes, questa è musica per la mente più che per il corpo, suoni dilatati dell'universo Dead.  Star Or Stone e, se non fosse per l'inciso di moog, anche Reflection On A Broken Mirror  sembrano degli estratti di Wake Of The Flood  e poi ballate pastorali, un pò di Rolling Stones (Rosalee), fantasie psichedeliche morbidamente trattate jazz, passaggi che fanno pensare agli episodi più onirici di Amorica, qualche scampolo di country psichico lasciato indietro da Before The Frost Until The Freeze, questo  è il new cosmic California sound.
The Magic Door è sulla stessa falsariga del primo, copertina in stile orientaleggiante, stessa band, stesso produttore, Thom Monahan (Vetiver, Pepercuts, Devedndra Banhart) e probabilmente stesse session di registrazione al Sunset Sound di Los Angeles: il risultato è un altro fulgido disco di new cosmic California sound, un suono che evoca gli illustri passati del Fillmore West e del Topanga Canyon, oggi ancora in grado di mandare in visibilio migliaia di estimatori a cominciare dai lettori di Relix e dei fans dei Grateful Dead. Ma non solo, perché The Magic Door è la porta magica su una concezione del rock n'roll che prevede libertà espressiva a 360 gradi e capacità di espandere la fruizione sensoriale secondo uno stretto rapporto corpo-mente.
Tutte le tracce superano abbondantemente i cinque minuti, con una escursione record nei quasi quattordici minuti di Vibration & Light Suite, una cavalcata lisergica che tra momenti estatici e pindariche evoluzioni strumentali, in primis la chitarra di Neal Casal mai così vaporosa, riflette la nuova avventura  cosmica e mistica di Chris Robinson. A dirla tutta The Magic Door è anche meglio di Big Moon Ritual perché qualche forzatura progressive là presente qui si è definitivamente sciolta in un attitudine jam che rivela disinvoltura, affiatamento, rilassatezza.,  La conferma viene proprio dal brano più lungo, Vibration & Light Suite che sgorga liquido e senza grumi con una melodia ariosa che irradia benessere e vi trasporta nei paesaggi più luminosi della West-Coast music evocando Big Sur, le onde del Pacifico, il surf, i Quicksilver, il viaggio, un'era felice e spensierata di comuni illusioni. Non è un esercizio passatista e di revival perché Robinson e i Brotherhood non suonano con la carta carbone, inventano del nuovo, sono creativi e moderni e sanno come cambiare scenario per non ripetersi e tediare, a metà della lunga suite difatti induriscono i suoni secondo una mai sopita  attitudine rocknrollistica e arricchiscono il tutto con un atteggiamento jazzistico che regala  libertà di improvvisazione. Vibration &Light Suite è la dimostrazione di quanto possano essere visionari Chris Robinson Brotherhood ma non è la sola perla di The Magic Door.  Il loro essere eclettici  riesplode negli otto minuti e mezzo di Sorrows of Blue Eyed Liar  una ballata lenta che cresce attorno al cantato dolente di Robinson e poi si invola nel cosmo con le magnifiche tastiere di Mac Dougall a disegnare paesaggi astrali e la chitarra di Casal che fluttua nel vuoto.
Che Chris Robinson continui ad essere il miglior rocker della sua generazione lo conferma la ruvida ripresa del classico di Hank Ballard Let's Go Let's Go Let's Go e una Little Lizzie Mae sospesa tra echi di Stones virati country, refoli di jazz e scoppiettanti botti sudisti, perché qui Neal Casal si dimentica dell' Lsd e si procura una bottiglia di buon bourbon. Della stessa sponda è anche Someday Past The Sunset  un rock sporco da marciapiedi di Los Angeles, un solitario peregrinare nel buco nero della città con la bestia dentro ed una gran voglia di dimenticare tutto. Sa di alcol, di blues, di Black Crowes, di peccato e di slide, quella che Casal mette in strada per  trascinare i Brotherhood su per il sudicio Sunset. Splendida.
Sono invece delle ballate Appaloosa , nientemeno che il brano che compariva in Before The Frost Until The Freeze  qui leggermente riarrangiata e Wheel Don't Roll che col suo sapore agreste e pastorale, segnata comunque da un tocco di chitarra alla Jerry Garcia, ricorda gli episodi più rootsy di quell'album dei Black  Crowes.
Due dischi eccellenti che se fossero stati assemblati assieme sarebbero stati l'assoluto capolavoro rock di questo 2012.
MAURO   ZAMBELLINI        SETTEMBRE 2012