martedì 25 giugno 2013

AMERICAN LANDSCAPES 2013


per il terzo anno consecutivo è andato in onda sulle frequenze di Radio Popolare, al mercoledì dalle 22.35 alle 23.30, AMERICAN LANDSCAPES paesaggi di musica americana e terre di confine. Gli scorsi anni per ogni puntata mettevo le scalette in rete, quest'anno non l'ho fatto, un po' per pigrizia, un po' per disorganizzazione, un po' perché pensavo che a nessuno interessasse. Invece c'è stato chi me le ha richieste, purtroppo la trasmissione non è in podcast, perché interessato alla musica della trasmissione e per poter compilare qualche CD per le vacanze. Buon ascolto, quindi

24 aprile     RUMOURS part one
Second Hand News    Fleetwood Mac

Stop Messin' Round     "       "

Black Magic Woman   "      "

Madison Blues              "      "

Jumpin' at Shadows    "      "

Oh Well                        "      "

Oh Well        Tom Petty and The Heartbreakers

Need Your Love So Bad    Fleetwood Mac

Don' t Stop                 "         "

 

1 maggio   RUMOURS part two
Albatross    Fleetwood Mac

Say You Love Me    "    "

Never Goin Back    "    "

Rhiannon                 "     "

Songbird                 "     "

The Chain               "     "

Don't Stop              "     "

Dreams                  "     "

Dreams                 Whiskeytown

Gold Dust Woman   Fleetwood Mac

Planet of the Universe    "         "

 

8 maggio     PUB-ROCK   one

 From Small Things         Dave Edmunds

Down The Road Apice       Rolling Stones

Honky Tonkin'             Hank Williams

The Factory              Eggs Over Easy

I Hear You Knocking      Dave Edmunds

Henry  Morgan        Eggs Over Easy

Nightingdale           Brinsley  Schwartz

Country-Roll           Dave Edmunds

Dry Land                  Brinsley   Schwartz

 

15  maggio    PUB-ROCK     two

 Peace, Love and Understanding        Brinsley Schwartz

Miracle Man            Elvis Costello

Teenage Head        Flamin' Groovies

Cracking  Up           Nick Lowe

Crawling from the Wreckage         Dave Edmunds

Play That Fast Thing        Rockpile

White Honey          Graham Parker and The Rumour

Hey Lord Don't Ask Me Question    "      "

Three Chords Good     "    "

From Small Things         Bruce Springsteen

 

 

22 maggio     PUB-ROCK   three

 When i write a book       Rockpile

Makin' Friends          Mickey Jupp

Roxette                     Dr.Feelgood

Milk and Alcohol     Dr.Feelgood

Partir C'est Mourir un Peu      Mickey Jupp

Tore Down             Nine Below Zero

Got My Mojo Workin'   Nine Below Zero

Swing Job         Nine Below Zero

Deja Vu All Over Again       Billy Boy Miskimmin

Minute By Minute      James Hunter

Move It             Nine Below Zero

 

 

29 maggio       LA NUOVA FRONTIERA

 Lover's Grave     Cheap Wine

Stand For Your Brother      W.I.N.D.

Last Po' Man        Daniela Tenca Band

Audrey Hepburn's Smile        Miami and The Groovers

The Girl I Love Got Brown Hair           Mojo Filter

Ask The Dust          Nerves and Muscles

Happy Island         Hernandez & Sampedro

 

5 giugno    DOWN IN LOUISIANA   one

 Creole Angel       Sonny Landreth

Smack Dab In The Middle       Joe Ely

Ma Petite Femme       Lee Benoit

La Danse de la Vie     Beausoleil

Crawfish Fiesta       Professor Longhair

Lonely Hunter          Willy DeVille

Mercy Now            Mary Gauthier

Johnny Danser      Zachary Richard

The Jealous Kind    Bobby Charles

 

12 giugno   DOWN IN LOUISIANA  two

 Willie and Laura Mae Jones    Tony Joe White

Au Contraire Mon Frere      C.J Chenier

Je Me Reveille Le Matin     Clifton Chenier

Poor Man Two Step        John Delafose and The Eunice Playboys

Mazurka               Mink DeVille

Johnny Can't Dance    Wayne Toups & Zydecajun

Chatterbox          Steve Riley and The Mamou Playbos

Dive In The Gumbo     Anders Osborne and Big Chief Monk Boudreaux

 

19  giugno      DOWN IN LOUISIANA   three

 See You Later Alligator     Bobby Charles

Louisiana Rain         7 Walkers

To The Country    The Bluerunners

Back To Bayou Teche     Sonny Landreth

Jole Blon                Gary US Bonds

We Make a Good Gumbo    Tab Benoit/Anders Osborne

Chez Demous Mc Gee     Beausoleil

Bayou Breeze          Tab Benoit

Grand Isle         Steve Riley and The Mamou Playboys

 

26  giugno    DOWN IN LOUISIANA still New Orleans

 When The Saints Go Marchin' In     Dr.John

Junko Partner      Anders Osborne & Big Chief Monk Boudreaux

Take It To The Streets      Rebirth Brass Band

Slip Away          Clarence Carter

Bamboo Road         Willy DeVille

Frenchmen Street Blues        Jon Cleary

Such A Night           Dr.John

Voodoo               Neville Brothers

St.James Infirmary    Allen Toussaint

martedì 18 giugno 2013

THE MARSHALL TUCKER BAND

Ho apprezzato molto la Marshall Tucker Band negli anni d'oro del southern rock, la loro miscela di rock, blues, country e western swing suonava originale ed irresistibile, almeno fino a Carolina Dreams del 1977, grazie ad una sezione ritmica swingante, agli interventi in chiave jazz del sax e del flauto ed al picking di Toy Caldwell che con la sua Gibson Les Paul sapeva aggiungere un tocco di ruvido boogie. Col tempo la MTB ha perso pezzi, sono deceduti Toy Caldwell ed il fratello Tommy, bassista, il chitarrista George Mc Corkle, e anche l'ispirazione è scemata, così la band si è ridotta ad una attrazione soprattutto regionale, popolare nella South Carolina e nel sud, presente nelle Rock Sea Cruises per rockisti danarosi e non più in grado di stare al passo coi tempi, come invece è successo per la Allman Band ed in misura minore per i Lynyrd Skynyrd. Per di più, come il collega Charlie Daniels, la MTB ha cavalcato  l'ondata patriottarda del sud più conservatore finendo col divenire una testa di serie nei concerti di supporto a politici repubblicani, non ultimo Mitt Romney per cui hanno chiuso lo scorso anno la campagna per le presidenziali. Una considerazione che non inficia il giudizio critico musicale che  stando a questo Live! registrato il 19 settembre 1995 nella loro local town di Spartanburg è assolutamente buono. Sul palco ci sono i membri originali Doug Cray, la voce della band, il batterista Paul Riddle, il sassofonista e flautista Jerry Eubanks e George McCorkle ancora della partita. Assieme a loro Charlie Daniels, i chitarristi Stuart  Swanland e Hughie Thomasson (Lynyrd Skynyrd, Outlaws) anche loro deceduti nel frattempo, il batterista Butch Trucks ed il percussionista Jaimoe della Allman Bros.Band, l'armonicista Jim Hall ed il chitarrista Rusty Milner, una sorta di convegno di musicisti del rock sudista felici di ritrovarsi assieme a suonare. Dalla quantità di deceduti potrebbe sembrare un disco da camposanto ed invece no, una volta assodato che gli anni hanno tolto lustro a questa musica, il concerto ed il disco scorrono fluidi, piacevoli, caldi, pur con qualche nostalgia, così da contraddire l'iniziale diffidenza. Certo titoli come Heard It A Love Song, This Ol' Cowboy, Long Hard Ride, Searchin' For A Rainbow, Fire On The Mountain, Ramblin', Can You See Me, 24 Hours At A Time sono garanzia di qualità e di buona musica ma le versioni offerte dalla MTB in questo show sono ancora credibili e non parodistiche, avulse da retorica e autoreferenzialità.  I musicisti coinvolti posseggono tecnica e feeling, suonano a memoria ma riescono comunque a rubare sorrisi di consenso con quel rotondo e morbido impasto di suoni che spazia tra rock, blues, country e jazz, quelle ballate di polvere e praterie, quelle cavalcate chitarristiche che sembrano simulare una diligenza in corsa, quelle unghiate che arrivano quando il brano si evolve come una jam (è il caso di 24 Hours At A Time e Ramblin'),  trasmettendo una volta ancora lo spirito di una band di cowboy cresciuta nel mondo hippie degli anni settanta. Di acqua ne è passata sotto i ponti, peccato vederli oggi  arruolati nel becero carrozzone repubblicano del sud ma l'America è un paese strano ed il sud una terra di mille contraddizioni e allora non ci resta che storcere il naso e aguzzare le orecchie perché questo Live! From Spartanburg, South Carolina ha poco da invidiare a quelli dell'era dei fratelli Caldwell, la voce di Doug Gray è un bourbon invecchiato in botte, il sassofono ed il flauto di Jerry Eubanks sono ancora lì a scombinare, come a nessuno è mai riuscito, i paesaggi tranquilli e tradizionali del western swing, le chitarre sono superlative (sentire McCorkle in In My Own Way) e la sezione ritmica, beh, la sezione ritmica è potente, morbida, precisa, sorniona e dinamica come quella degli Allman. Indubbiamente è un disco lontano anni luce dal rock che gira oggi ma se lo sentite senza preconcetti vi divertirete .

domenica 2 giugno 2013

THE DREAM SYNDICATE Bloom Mezzago 29 maggio 2013

 
 

Sono tornati dopo 26 anni dal loro primo convegno cittadino e nulla è cambiato, il Sindacato del Sogno rimane una delle più incredibili, eccitanti, generose e oneste band di rock underground che siano mai esistite. Mettetevi il cuore in pace, intellettuali, professorini, storiografi, opinionisti di tendenza e quant'altro, è vero che il rock underground di stampo metropolitano lo hanno inventato i Velvet Underground ma chi ci ha mandato in orbita e ancora non siamo scesi da quella galassia non sono le pallide riesumazioni di quel combo di viziosi e viziati ma i Dream Syndicate di Stevie Wynn, gli unici a fondere in un solo show gloria, rabbia ed epica del rock n'roll. Poteva essere una rimpatriata tra amici, qualcuno con molti capelli bianchi (il batterista Dennis Duck), qualcun'altro sempre vestito di scuro e col fisico asciutto (l'eterno giovane Steve Wynn ed il bassista Mark Walton), un rendezvous un po' nostalgico ma credibile perché all'insegna delle cruditès elettriche urbane di cui loro sono abili gourmet ed invece quello del Bloom è stata la dimostrazione che questa band ancora oggi riempie un immaginario rock che abbisogna di ribelli che non si piegano alle logiche del mercato musicale e di concerti che suonano con una urgenza ed energia dettata dall'istinto e dal puro piacere di trovarsi in sintonia con un pubblico che richiedee la primitiva eccitazione del rock n'roll. Hanno illuminato i confusi e per certi versi insopportabili anni ottanta ma il tempo ha dimostrato che non sono stati una meteora bensì una pagina inossidabile della storia del rock, la conferma arriva dai tanti che li hanno aspettati al Bloom per uno show di straordinaria intensità e partecipazione emotiva, un premio per chi non si accontenta dei compitini buoni per far contenta la maestra spacciati oggi come l'ultima novità del rock. Altro che Mumford & Sons, altro che Arcade Fire, altro che Band of Horses, altro che Muse, tanto per buttare lì nomi tanto diversi tra loro e tanto insipidi nel creare la leggenda ed il mito del rock n'roll, che invece nelle canzoni e nelle chitarre tagliagola dei Dream Syndicate continua a pulsare come fosse uscita ieri dalle cantine del Paisley Underground. Forse un tempo, negli anni ottanta, era più facile immedesimarsi nel loro sound e nel loro gesto, si era in quella fase di ricerca di un senso esistenziale, di una identità, di complicità culturali e comportamentali, oggi la vita ha in parte diluito il sentirsi sul lato selvaggio della strada, si è diventati adulti, qualcuno ha messo su famiglia, sono arrivati i figli, sono arrivate le responsabilità imprescindibili, la terra promessa è solo una illusione, ma chiunque li ha amati nel profondo, ancora adesso, in qualche istante, sente urlare dentro di sè quei giorni del vino e delle rose che ti tengono vivo, arrabbiato, resistente, felice nell'abbandonarsi, come è successo la sera del 29 maggio al Bloom di Mezzago, ai versi romantici ed esaltanti di Boston , Halloween e di Merrittville, alle rasoiate elettriche di Medicine Show, Tell Me When It's Over,  e Now I Ride Alone, al trance acido e psichedelico di John Coltrane Stereo Blues, alla furia iconoclasta di The Days of Wine and Roses, alle cadenze ipnotiche di Burn e 50 in a 25 Zone, alla dolcezza di When You Smile. Questo è il rock, queste sono le emozioni, questi sono i Dream Syndicate, e pur stando come delle sardine in scatola arroventate dal caldo e dal sudore nello stretto spazio del Bloom (incredibile come ,dopo la chiusura del Rolling Stone, non ci sia a Milano un locale degno di un concerto rock) gli invecchiati blouson noirs del rock a serramanico hanno vissuto un grande e sotterraneo rito elettrico come ormai è raro vederne. A fianco dei tre originari Dream Syndicate oggi non c'è più Karl Precoda, menzionato da almeno il 50% dei presenti e nemmeno il suo sostituto Paul Cutler ma un Jason Victor che sa il fatto suo, sparge lapilli di psichedelia ed è più punk di un Dead Kennedys, si torce attorno alla Rickenbaker estraendo frizioni di una California fuori dal controllo, si butta a terra abbracciato al suo strumento come fosse Mick Jones dei Clash ai tempi del tour Usa di London Calling, crea un dualismo con la Telecaster di Wynn che in John Coltrane Stereo Blues evoca non solo la libertà di improvvisazione dell'hard-be bop ma prefigura anche il feedback dissonante e melodico di Wilco con Neels Cline che proprio da qui sembrano partiti per il loro viaggio dentro i meandri dell'elettricità rock del futuro. Basterebbero le devastanti e schizzate versioni di The Days of Wine and Roses e John Coltrane Stereo Blues, quest'ultima intrecciata con  Break On Through dei Doors, per azzerare parte del grunge e ridurre a ruolo di epigoni i Nirvana ma a Wynn e soci non importano le cattedre e lo si vede come stanno sul palco e stravolgono quella che doveva essere una semplice reunion, non lesinano su nulla, ne sui tempi, ne sulle canzoni, ne sui bis ( due, con Merritville e con una versione all'anfetamina di Let It Rain di Clapton), ne sulle divagazioni strumentali sempre mirate a creare un caos violento e illuminante che porta all'apoteosi il pubblico senza sedurlo ma saturandolo di eccitazione, soddisfazione, energia, benessere. Strepitosi, il miglior concerto rock dei primi cinque mesi del 2013, senza ombra di dubbio, due ore e passa di show incandescente e devastante, tutti i classici del loro repertorio, più qualche oscuro nuggets, echi di California punk, schegge di  New York tra Velvet e Television, gloria, furia, rabbia ed epica, se qualcuno se ne fosse dimenticato i Dream Syndicate sono ancora qui a ricordarci cos'è il rock n'roll.

 

 

 

giovedì 16 maggio 2013

THE DEL LORDS

ELVIS CLUB

C'è stata la parentesi di un Ep spagnolo, Under Construction ed un cadeax natalizio ma Elvis Club è il primo vero album dei Del Lords da ventanni a questa parte. Dalle fotografie paiono leggermente invecchiati ma mantengono il phisique du role, soprattutto hanno conservato nel suonare la verve di un tempo, quando negli anni ottanta rappresentavano la parte più schietta e ruspante del rock newyorchese. Di quella formazione sono rimasti il cantante e chitarrista Scott Kempner, il chitarrista, produttore e cantante Eric "Roscoe" Ambel (che molti hanno visto anche al servizio di Steve Earle) ed il batterista Frank Funaro. Manca il bassista Manny Caiati che aveva partecipato alle registrazioni di Under Construction ed è qui, invece, sostituito da Michael DuClos. Un classico quartetto rock n'roll, nella più rigorosa definizione del genere perché in anni non sospetti, come la seconda metà degli anni ottanta, i Del Lords suonavano, senza vergogna di essere considerati passatisti, una spumeggiante miscela di rock n'roll di derivazione fifties, power-pop e micidiali canzoni da tre minuti costruite ascoltando alla nausea i 45 giri dei Creedence Clearwater Revival. Una bar-boogie band coi fiocchi, capace di esprimersi alla grande anche in sala di registrazione, due cantanti complementari e con l'ugola dei bassifondi, due chitarre assassine ed una sezione ritmica scoppiettante. I Del Lords suonavano con l'energia del CBGB e la rabbia dei fortunate sons e conoscevano i trucchi della notte newyorchese, non a caso i loro dischi e i loro show erano un' esplosione di contagioso e ridente rock n'roll. Hanno seminato bene e raccolto poco ma sono in tanti a non essersi dimenticati di loro. E' quindi con entusiasmo che saluto l'arrivo di un loro nuovo disco, Elvis Club, titolo quanto mai azzeccato per identificare una musica che sebbene approdata nei club della Grande Mela è partita da Memphis negli anni cinquanta e strada facendo ha assorbito tutto quanto c'era di meglio da raccattare nei piani bassi del rock n'roll. Naturale che i Del Lords ne diano una versione urbana ed elettrica, dal forte accento metropolitano sia nelle liriche, il genere si può tranquillamente sintetizzare con il motto è duro essere un santo in città, sia nei suoni, spigolosi, tesi, secchi ma puliti, anche quando lasciano spazio alle ballate. Lo stile non è cambiato rispetto ai "famosi" dischi del passato, Frontier Days, Johnny Comes Marching Home, Based On A True Stories, Lovers Who Wonder ovvero, con una frase che usai al tempo, serie B ma col coltello tra i denti, tanta energia ed onestà supportate da una solenne dose di abilità strumentale, arguzia compositiva e malizia vocale. A dirla tutta Elvis Club non soffre minimamente i paragoni coi lavori giovanili, è un disco che viaggia spedito e pimpante, senza nessuna nostalgia di ricreare il passato perché il presente è splendido ed il loro sound è ancora in grado di far salire la febbre in città. Lo hanno registrato a Williamsburgh, quartiere di Brooklyn, zona emergente nella geografia artistica ed esistenziale newyorchese, e la freschezza si sente. Basta far partire il disco e When The Drugs Kick In, canzone su una dipendenza vissuta e poi risolta, mette subito Ko. E' il mio brano rock preferito di questa primavera 2013, ha un drive irresistibile ed una naturalezza esemplare, una canzone che entra nella pelle, nel sangue, nel cuore, nella testa. E' il rock che va a nozze col miglior pop, la voce trafigge i sensi, la sezione ritmica accende i motori, le chitarre non danno scampo. Tutto il disco mantiene le promesse del primo brano, anche se questo è realmente super con quel refrain, non ci sono cedimenti sebbene la veste sia quella di un rock operaio sobrio e schietto, senza presunzioni di grandeur. Dodici tracce che sprigionano vitalità, determinazione, senso del rock n'roll. A volte spingono verso il punk (Princess), a volte tirano il boogie (Chicks, Man), ci sono i toni roots di Flying e i Byrds dietro l'angolo di Everyday, c'è la ballatona con chitarra acustica e tono confessionale (All Of My Life) e il crudo rock chitarristico con wah-wah di Me& The Lord Blues, c'è il power pop di Damaged e la melodica Letter (Unmailed). C'è un grande assist col titolo di Silverlake con twangin' guitar, coretti ed un romanticismo da Lower East Side caro a Jesse Malin ed un finale, Southern Pacific, così selvaggio che starebbe bene in Psychedelic Pill di Neil Young e i Crazy Horse. Poi mi accorgo che è una cover di Neil Young, stava su Reactor. Quella dei Lords è di un'altra categoria, la versione dell''ultima grande e irriducibile rock n'roll band di New York City.
MAURO ZAMBELLINI
 

mercoledì 1 maggio 2013

Love And Emotion. Una storia di Willy DeVille
 
Per dirlo con il titolo di uno dei suoi ultimi dischi,
Willy DeVille è sempre stato un “horse of a different color”, uno fuori dal branco e dagli schemi. Lo è stato fin da quando, in anni a cavallo tra il punk e il grunge, si ergeva nel buio della notte newyorchese a cantare di amore ed emozione evocando i grandi soulmen degli anni cinquanta e sessanta. Difficile afferrarlo con quel viso spigoloso, quei modi da giocatore d’azzardo, quello sguardo malizioso e penetrante, quella battuta sferzante. C’era qualcosa in Willy DeVille che il rock’n’roll non ha più, un senso di romanticismo, di storia, di fascino. Sapeva cogliere con semplici versi il sorriso di una venere della strada, le pulsioni della gente del ghetto, la pericolosità di uno stiletto che brilla nella notte, una torbida storia di droga, l’amore di chi si pavoneggia per qualche traccia di rossetto esibita sul collo. Controcorrente, sia nella musica sia nella vita, fino alla sua prematura scomparsa nel 2009 all’età di 59 anni. Sarà per quello che è stato rimosso, più che dimenticato, dal cinismo dell’industria musicale. Un caso più unico che raro, visto che i riconoscimenti postumi ormai sono la regola. Per Willy DeVille, invece, niente, il mondo del rock non è stato affatto generoso e riconoscente: soltanto gli omaggi di Peter Wolf, una canzone a lui dedicata  e Boz Scaggs, due cover nel suo ultimo Memphis. Per questo, ci voleva
Love And Emotion. Una storia di Willy DeVille (Pacini Editore, collana Fanclub, 16 euro), l’unica biografia al mondo, scritta dal sottoscritto Mauro Zambellini per colmare un vuoto incomprensibile e dare giustizia ad un grande talento della musica e dell'arte. Con l’introduzione di Kenny Margolis, tastierista dei Mink DeVille, Love and Emotion racconta la sua ballata con taglio romanzato, facendo parlare direttamente i personaggi e raccontandola disco dopo disco attraverso le tante tappe, le tante vicissitudini e le tante città della sua esistenza. Completa di foto in bianco e nero, una discografia necessaria che altro non è che la discografia completa di Willy DeVille, l'acuta postfazione di Marco Denti e l'amarcord di Blue Bottazzi.
Lo potete trovare nelle librerie a partire dal 5 maggio, richiederlo direttamente a Pacini Editore o acquistarlo con dedica alle prossime presentazioni dal vivo: Spazio Carù, Gallarate 10 maggio; Vinilmania, Milano 11 maggio; Libreria Margaroli, Verbania 30 maggio; Luzi Cafè, Gallarate 31 maggio; Biblioteca Comunale, Busto Arsizio 11 giugno; Piacenza Blues Festival fine giugno; Ameno Blues Festival fine giugno.

martedì 9 aprile 2013

GIOVANI TURCHI


 

Mi si  accusa di essere passatista nei gusti musicali, sono solo indipendente, non dipendo ne da quelli che commerciano e pubblicano musica, ne da quelli che devono trovare la novità a tutti i costi, ne dal tempo e dall'età. Dipendo solo dal mio ascolto, che con l'età si sarà un po' appannato ma è ancora in grado di emozionarsi.  Capisco che il rock non sia come venti, trenta , quaranta anni fa ma nemmeno che ci si debba accontentare di questi smorti primi  mesi del 2013, dove oltre a non trovare nulla del nuovo che avanza non trovo nemmeno l'usato sicuro. Ad eccezione della nuova frontiera del rock italiano non cantato in italiano.  La  questione, poi, è molto più seria di quanto mettano in luce i miei simpatici detrattori ( è una discussione sui "piaceri" quindi lungi dal trasformarla in crociata, ce ne sono già troppe in giro) perché anche con i grandi personaggi del passato che amo si fa fatica a "volare" o almeno a librarsi sopra le nefandezze del presente. Non mancano le eccezioni, nel mio Best del 2012 c'erano nomi e cognomi, ma un disco che ti rapisca e ti faccia ascoltare la musica senza fare altro, concentrandosi solo sulle canzoni, sulla voce e sugli strumenti, in questi primi mesi del 2013 faccio fatica a trovarlo. Qualche brivido l'ho provato ma sono brividi di seconda mano, ad esempio la ristampa deluxe di Rumours dei Fleetwood Mac, triplo CD che mi ha fatto riscoprire un capolavoro che al tempo avevo solo apprezzato senza entrarci dentro con la giusta sensibilità, per via di quel sound elegante, sofisticato e too much californiano che all'epoca non vestiva le mie più sanguigne tensioni. Era una questioni di ambienti, di sentire, di frequentazioni, di droghe diverse. Rumours è un grande album e purtroppo finisce poco nelle classifiche sui classici del rock stilate dalle riviste specializzate solo perché è troppo pop e non ha nessuna vergogna di esserlo. Meglio Rumours di tanti dischi alternativi che si fa fatica a sentirli due volte.

L'innamoratissimo Bottazzi mi ha fatto invece ritornare a Graham Parker & The Rumour ( non l'avevo mai lasciato in verità ma lo consideravo un partigiano della old-wave) il cui Three Chords Good suona realmente convincente e positivo, più ancora dell'apprezzabile Don'Tell Columbus. E' un disco di una semplicità e di un calore esemplare,  oltre che sincero e affatto nostalgico, nonostante la pietosa copertina da bocciofila di paese. E' un disco di cui non ci si pente dei soldi spesi per portarselo a casa, così come sono assolutamente gradevoli e di buona compagnia (almeno si sentono e si risentono) Memphis di Boz Scaggs (lo evitino chi detesta i toni soft e soul),  Songs From The Barn di Southside Johnny ( a metà strada tra il DeVille messico-louisiano e il country-soul) e Minute By Minute della James Hunter Six ( ottimo northerrn soul con un pizzico di Them, guardate la copertina)  di cui trovate ampie recensione in questo blog. Dischi come si facevano una volta, certo non l'illuminazione che ci si aspetta dal rock, difatti sono tutti e tre molto mood & mellow ma realizzati con quella cura dei suoni e delle parole  lontana dalla tecnologia, finalizzata  a regalare alle canzoni il loro significato originario ovvero cambiare l'umore della giornata, offrire  un pizzico di gioia di vivere ed innestare quel cambio di marcia che è necessario per andare avanti.
 

Non è comunque vero che non ci sia nulla di nuovo in scena che vale la pena di acquistare ( il download lo detesto anche se è economico), ad esempio nel mondo di quei singer/songwriter tanto amati dai romantici e dai solitari ci sono dei nomi molto interessanti, alcuni dei quali provenienti dalla grigia Inghilterra. Amano la poesia ma spesso frequentano l'inferno, maneggiano le parole come fossero novelle a metà tra Mark Twain e Salinger ma  sotto, dietro l'immancabile chitarra acustica, roteano le elettriche e la sezione ritmica si sente, eccome. Del primo ne parlai tempo fa su questo blog, si chiama Ben Howard, londinese ma cresciuto nel Devon,  il suo Every Kingdom è un piccolo gioiello elettroacustico, un'oasi di tranquillità in un mondo rumoroso, volgare e di corsa. Vale la pena ascoltarselo in santa pace in un momento di relax, staccando la spina da tutto il resto. E' una boccata di aria fresca in una giornata con alti livelli di polveri sottili, è ameno, poetico, estatico, anche se l'umore delle canzoni ha spesso a vedere con le brume autunnali, i colori invernali, le solitudini dei mari del nord.  E' una perfetta sintesi di bucolica malinconia folk e intrigante melodia pop, unisce vocalizzi, strumenti a corda, percussioni, sognanti ballate sospese in una dimensione senza tempo e tensioni bluesy con tormentate divagazioni elettriche. E' acustico nello spirito ma ha pulsazioni elettriche che  cambiano il senso della canzone,  insomma un vero gioiellino. Dopo Every Kingdom del 2011, Ben Howard ha pubblicato due Ep,  Ben Howard Live e The Burgh Island, siamo in attesa del nuovo album.

Gli altri inglesi sono Jake Bugg e Jamie N Commons. Il primo viene da Nottingham, ha la faccia del moccioso e il piglio del ribelle di periferia. E' giovanissimo, del 1994, ha iniziato a suonare la chitarra a dodici anni e dice di essere stato influenzato dai Beatles (che fantasia!), Everly Brothers, Donovan, Don Mc Lean ma la sua voce ricorda quello di un acerbo Dylan e la sua pettinatura quella di Noel Gallagher. La stampa e le radio inglesi si sono mosse tempestivamente attorno a lui tanto che è apparso nel 2011 al festival dei festival ovvero Glastonbury, sul palco degli emergenti. Il suo nome è stato affiancato a quello di Ben Howard ma i due sono molti diversi. Jake Bugg è irruente, scavezzacollo, musicalmente parlando, il suo folk-rock è agro e spartano, ricorda perfino Billy Bragg nel suo gesto ma si sente che tra il punk e Bugg è passata più di una decade di brit-pop. Il suo omonimo disco d'esordio è uscito lo scorso ottobre, la stampa ha gridato al nuovo Dylan, forse perché chiunque si presenti con una chitarra ed un armonica deve essere per forza un discendente degli Zimmerman. A dire il vero un po' di Dylan c'è nel suo disco, ad esempio nella bella Simple As This seguita da una Country Song che invece odora di Donovan. L'inizio dell'album è folgorante, Jake Bugg sembra uno che lo stessimo  aspettando da tempo, ha personalità, attitudine e voce, lo stesso  scrivere mostra già una buona maturità, le canzoni non lasciano indifferenti, un po' di pop, un po' di combat folk, un po' di rock,  peccato che con l'andare del disco la sua ugola assuma una piega un po' mielosa che alla fine stanca. Ma è solo un esordio, promettente, spero che Jake Bugg non si perda nelle strade dei talenti mancati.

Ben più potente l'esordio di Jamie N Commons, altro figlio di Albione, che con il suo Ep di esordio mi ha letteralmente steso. Una forza incredibile e strabiliante, una voce che ti arriva dentro senza preavviso e ti scombussola le emozioni, sembra quella di un vecchio bluesman ma scende da un universo scuro ed inquietante che evoca Johnny Cash, Nick Cave e altri uomini in nero. I suoni sono aguzzi, metallici, post-industriali ma gli strumenti sono quelli classici del rock n'roll, a parte un accenno di synth in Worth Your While  e poi c'è una straordinaria versione di Have A Little Faith di John Hiatt eseguita con una personalità da far paura, stravolta rispetto all'originale. Comincia con Rumble and Sway  l'Ep di Jamie N Commons ed è folk-rock del XXII secolo, scuro, sincopato, tatuato da una batteria assassina.  La seguente Wash Me In The Water è biblica nelle liriche e nei cori, un bagno di gospel per una melodia che si allarga radiosa e grandiosa, portando in paradiso un mondo di anime affamate. Con un arrangiamento folkie  non avrebbe sfigurato nelle Seeger Session anche se Commons ha modi e tensioni  più contemporanee.  Con Worth Your While si torna all'inferno, batteria lorda in levare, la voce scura e cavernosa , il devil in me di Jamie N Commons è feroce come le chitarre ferrose ed il ritmo incalzante da noir post-atomico. Per Have A Little Faith di Hiatt  c'è solo una parola, ascoltatela! C'è il carisma dello Springsteen di Wrecking Ball con tutto quel sound che ha lasciato perplessi i "fondamentalisti" del Boss.  Caroline è invece una ballad lenta che mi ricorda il Ray LaMontagne intimista di Till The Sun Turns Black, tra folk e soul, voce roca, arrangiamenti orchestrali ed un'armonica rubata al solito Dylan. E' il preambolo dell'ultima traccia, The Preacher. La potete vedere e sentire su youtube. Inizia lenta e solenne, ma si aspetta che il predicatore lanci i suoi strali e difatti dopo l'overture si carica di voci, cori, strumenti, violini tristi come un funerale, frizioni elettriche, così da deragliare in una vera apocalissi. Era diverso tempo che non mi imbattevo in un disco così intenso, peccato sia solo un Ep. Per la cronaca, Jamie N Commons è entrato nella soundtrack della terza stagione di Walking Dead.
 

L'ultimo dei giovani turchi, Willy Mason, è invece americano, è nato a New York nel 1984 ma vive nell'isola Martha's Vineyard nel Massachusetts, un luogo di ricconi della East Coast. E' stato scoperto da Conor Oberst in un club di Martha's Vineyard e ha debuttato  nel 2004 con l'album  When The Humans Eat che ha scalato le classifiche inglesi. Mason è difatti più popolare al di qua dell'Atlantico a causa di un songwriting poco americano, più confacente ai modi e allo stile inglese, per qualche verso paragonabile a Ben Howard. Lo affermano anche le sue frequentazioni poco usuali per un classico autore made in Usa, una sua canzone è stata ripresa dai Chemical Brothers, ha cantato nell'album di Isobell Campbell e Mark Lanegan. ha supportato Radiohead e Beth Orton, una sua canzone è finita in una sitcom inglese, ha registrato un live a Manchester ed il suo secondo album, If The Ocean Gets Rough si è fatto strada nelle classifiche inglesi ed irlandesi. Insomma uno fuori dai ranghi, ed  questa è una virtù, perché la sua musica è sganciata da qualsiasi modello del passato e si presenta come l'espressione di un songwriter dalla voce profonda e particolare che sa trasmettere stati di abbandono estatico e momenti introspettivi plumbei e nordici. Almeno questo è quello che si evince dal suo recente disco, Carry On, un lavoro molto interessante  che spazia da brani come Restless Fugitive in cui gli strumenti frizionano fino a diventare feedback a lente ninne nanne acustiche come Show Me The Way To Go Home dove si avverte il riverbero del Nick Drake più intimista. Un disco vario e composito Carry On, che seduce  con la forza della dolcezza e con visioni che prefigurano, è il caso di Into Tomorrow,   un mondo a misura d'uomo. Arrangiamenti raffinati, le chitarre che si fondono con un esile drum programming, con l'organo, con una fisarmonica,  c'è tutta l'arte del songwriting in Carry On, mai una sbavatura, mai una ripetizione, solo la minuziosa ricerca della massima espressività emotiva con il minimo del supporto tecnologico. Alla fine quello che risalta è il cantato tranquillo e profondo di Willy Mason e le sue canzoni, una, Painted Glass, vicino perfino a Fabrizio DeAndrè. Per cuori gentili e gente che ama il mare d'inverno.

 

MAURO ZAMBELLINI      APRILE 2013