venerdì 13 settembre 2013

THE STRYPES SNAPSHOT

    
Vengono da Canvan, Irlanda, quasi al confine con l'Irlanda del Nord e nonostante abbiano si e no diciotto anni suonano con una attitudine garagista ed una determinazione da scafati rockers  vecchio  blues e rhythm and blues alla velocità della luce, trasmettendo un entusiasmo ed un' energia che non si provavano dall'esordio dei Rolling Stones o dall'avvento del pub-rock. Di loro, Elton John ha detto " hanno, a sedici anni, una conoscenza del blues e del r&b che io ho maturato solo in 65 anni di attività". L'interesse di Sir Elton John è motivato dal fatto che è stata la sua Rocket Music Management a scritturarli dopo che i quattro Strypes avevano sbancato nel 2012 le classifiche blues di iTunes con l' Ep Young, Gifted and Blue,un disco contente cover di Slim Harpo, di Billy Boy Arnold ed una micidiale versione di You Can't Judge a Book by the Cover di Bo Diddley. Quell'Ep ha immediatamente mosso le acque attorno ai quattro giovanissimi irlandesi e scatenato alle loro calcagna le case discografiche, incredule di trovarsi di fronte quattro mocciosi che in età scolare riuscivano a sconvolgere le radio e i club di Irlanda e Londra con una incendiaria  mistura di vecchio rock n'roll, r&b e blues.
Ross Farrelly, voce e armonica, Josh McClorey, chitarra, Pete O'Hanlon, basso, e Evan Walsh, batteria, si sono messi insieme ad una festa di scuola nel 2008 e da lì hanno invaso prima l'Irlanda, poi i club londinesi, BBC compresa. Sono diventati "un caso" ancora prima di pubblicare un vero album ma la ragione una volta tanto sta nella musica e non nel clamore mediatico delle riviste d'oltremanica perché  gli Strypes suonano con una verve introvabile ai giorni nostri, come se ci trovassimo di fronte, nuovamente, all'esordio degli Yardbirds. Tesi,spietati, nervosi, arrembanti,evocano alla perfezione i suoni  incontaminati del boom del blues inglese dei primi anni 60 con una autorevolezza e spavalderia da far paura. Saccheggiano i sacri testi del blues, dopo Willie Dixon sono passati a  Huey "Piano" Smith e Bo Diddley(I Can Tell), a Chuck Berry (Beautiful Delilah),a Leiber e Stoller (I'm a Hog For You Baby), a Big Bill Broonzy ( CC Rider) e lo fanno con una sauvagerie da veri teppisti del r n' r, proprio in un'epoca in cui i suoni subiscono un processo di pulizia e abbellimento da renderli quasi inoffensivi. Possono sembrare derivativi nel loro gesto ma l'intensità con cui suonano è qualcosa di autentico, e l'incandescente Snapshot lo dimostra, rock n'blues puro e vergine dell'età dell'innocenza, senza paura di sembrare passatisti o revivalisti ma solo per vomitare eccitazione, come facevano i Rolling Stones pre-Out of Our Heads con Brian Jones ancora in palla,gli Yardbirds del Marquee Club con le chitarre di Clapton e Chris Dreja e i Dr. Feelgood di Stupidity.
Un pugno di cover, tra cui una anfetaminica ripresa di Rollin' and Tumblin' e l'omaggio al Nick Lowe di Heart of The City, due estratti live ovvero le sporche rivisitazioni di CC Rider e I Can Tell, la rimessa in circolo di You Can't Judge A Book By The Cover, pezzo che ha decretato la loro fortuna, ed una decina di titoli firmati come Mc Clorey/The Strypes sulla falsariga del blues/r&b conciso e tagliente dell'era beat, tutto ritmo, guizzi d'armonica e assoli tanto brevi quanto spudorati, questo il menù del  fast food degli Strypes, proteico ed energizzante, servito da quattro sbarbatelli che si vestono come se avessero saccheggiato l'armadio degli Stones del 1964. Sedici tracce brucianti, un sound da cardiopalma prodotto da Chris Thomas (Beatles, Sex Pistols), una voce
(Ross Farrelly) da cane arrabbiato ed un'armonica rubata al Keith Relf di Five Live Yardbirds,  la chitarra (Josh McClorey) di Wilko Johnson in Stupidity ed una sezione ritmica che fa palestra sul palco, qui c'è materia da far resuscitare i morti ed una musica ancora giovane dopo cinquanta anni che è stata inventata. Altro che quei fighetti metropolitani degli Strokes, The Strypes, da Canvan, provincia irlandese. Guinness e rock n'roll.
 
MAURO  ZAMBELLINI       
 

sabato 7 settembre 2013

LIBERTA' E PAURA









 
 

Allora, l'input me lo dà la mamma, novantontenne, ultimamente un po' claudicante e fragile ma sana, sanissima di mente. Capisce che la guerra in Siria è una cazzata da evitare e che Berlusconi, non è mai stata molto di sinistra, si deve togliere dai coglioni una volta per sempre. Ci tiene alla propria persona, è ancora una donna signorile, deliziosa ma ormai ci sente poco, o meglio capisce solo quelli che parlano chiaro. Grillo le fa salire la pressione per come parla in fretta e concitato, Renzi lo capisce anche se non le piace più di quel tanto, Landini è quello giusto, dice pane al pane e anche se la mamma è stata una piccola imprenditrice, una sarta con un paio di lavoranti quando questo mestiere non era ancora travolto dalle griffe, condivide il suo punto di vista sul lavoro e l'industria. Ormai la mamma bisogna curarla, un giorno la sorveglia mio fratello, più vecchio di me , l'altro giorno faccio io. E' il mio giorno libero e  Meteo Swiss dice che il 5 settembre sarà una bella giornata, sole, caldo, qualche nuovolaglia ma tutto ok. Che faccio?  Naturale, inforco la blackie ovvero una BMW 850R del 2003 comprata on line un paio di anni fa da uno di Ospitaletto che al secondo figlio non se le è sentita più di affrontare la strada a motore e ha optato, su consiglio della moglie, per la bicicletta.

La blackie è un'ottima moto, comoda, turistica, bella ( a chi piace il motore boxer della BMW), sufficientemente veloce, non una moto di moda ma solida, come quegli album di rock che si ascoltano anche venti, trentanni dopo. Non sono un bmwista allineato, ho anche una Honda Four 500 d'epoca di quando ero giovane, non ne faccio una questione di scuderia, di tribù,  ma solo di mezzo con cui poter aggredire una strada, fare movimento, andare in solitario in luoghi che la sera prima hai visto su una cartina, viaggiare,  perdersi nei pensieri stretti da un casco che ti comprime le meninge e te le fa lavorare al massimo perché in una frazione di secondo devi vedere la strada, gli altri, il paesaggio, te stesso e magari anche sognare. Mi piace la montagna solo quando ci vado in moto, ho sciato poco, detesto il freddo e le passeggiate estive che finiscono con polenta e formaggio, sono laico impenitente, preferisco il mare, il collegamento orizzontale, ugualitario, tra umanità che stanno su rive opposte e non si conoscono, la montagna è divina, verticale, mette in relazione con il soprannaturale, con il cielo, con l'ignoto. In moto è perfetta, quando sei su una barca in mezzo al mare, la barca può stare ferma o dondolare perché è il mare  che si muove, anche quando è calmo, se no non ci sarebbero le maree, la montagna è invece ferma, statuaria, immobile, fissa, imponente, divina  e sei tu con la moto che ti muovi attorno ad essa. Questione di dinamica. Quindi nella fresca mattinata del 5 settembre  prendo la blackie, non aspettavo altro, è tutt'agosto che faccio giretti da pensionato. Alle 7.30 sono già on the road, c'è foschia, umidità, parto da Somma Lombardo dove vivo, mi infilo sulla autostrada che bypassa il Lago Maggiore e poi si trasforma in bretella e va verso il Simplon Pass, un passo che adoro perché l'aria è sempre frizzante, stimolante, quasi erotica, in un colpo dopo un ottantina di km da casa sei già in Svizzera, le strade salgono sinuose, larghe, ben tenute e non c'è traffico. A Iselle, comune on the border, prima di entrare nella Confederazione e intraprendere la salita, quattro case ed un negozio di alimentari, mi faccio preparare due paninozzi al prosciutto crudo e salame locale perché la Svizzera è dei banchieri non dei poveri diavoli e sedersi in un loro grotto lascia il segno. Comincio la salita, il paesaggio è stupendo, la strada si inerpica larga e comoda tra vallate verdi e ariose, con mucche al pascolo e quell'evocazione del paradisiaco sapore di cioccolato che si è fissato nell'immaginazione dopo tante tavolette di Lindt, Cailler, Frigor, Laika, Tobler mangiate fin da bambino, l'aria è salubre, fresca, c'è un po' di bruma mattutina, le montagne hanno increspature di neve lucente, qualche nuvola bassa sporca in cima la limpidezza e raffredda, ma è come portare San Francisco a 2000 metri di altezza, nebbia alta, fresco barbino, ma atmosfera da sogno. Ho le mani un po' rattrappite, penso di aver sbagliato guanti e abbigliamento ma mi sbaglio. Il resto sarà sole e temperatura mite sotto i venti gradi, perfetta per andare in moto con look semi estivo, stivali, jeans, giubbotto da moto, felpa, camicia. Scendendo dal Simplon Pass mi accorgo che non è vero che l'Italia è il male assoluto. Anche qui ci sono lavori stradali che durano una vita, c'ero passato un mese fa e non è cambiato molto, quindi corsie dimezzate, semafori da lavori in corso, fondo accidentato, gru, scavatrici, segnaletica di pericolo, men at work sgargianti che lavorano in un ambiente verde, alpino. Accosto due biker che capisco essere italiani, ad un improvvisato semaforo di un cantiere in corso. Chiedo dove stanno andando, mi rispondono: " nei Quattro Cantoni" , la strada dei Passi, dove sto andando anch'io, ma lo dicono come se volessero togliermi subito dai coglioni, come se la domanda gli desse fastidio. Alla faccia della tanto sbandierata solidarietà biker. Vengono da Milano, uno è infreddolito perché ha solo un kway come giubbotto, l'altro è il leader e detta le regole, sono sicuri in strada con la moto ma abbastanza lenti, la loro andatura mi va bene comunque, hanno il navigatore e la spocchia sotto il naso. Li seguo per un po', faccio il terzo del gruppo, sto alle loro calcagna diligente, poi dopo Briga mi fermo a fare benzina e li perdo. Meglio così, di solito "navigo da solo", l'unico momento della giornata in cui ho vissuto un pericolo, è stato seguendo loro senza accorgermi di una macchina che sopravveniva ad un incrocio. Colpa mia non loro ma preferisco contare sulle mie forze. D'altra parte sono loner da quando Neil Young scrisse quella meravigliosa canzone.

Sono sessanta i Km che separano Briga, ridente e soleggiata cittadina all'inizio del Vallese, dal punto in cui a nord-est nasce il Rodano ovvero il ghiacciaio che separa il Furka Pass, una delle strade segnalate da un sito americano tra le 30 più belle del mondo e il Grimsel Pass. Il Furka l'ho attraversato un mese fa e vi assicuro non tradisce le esaltanti recensioni di quel sito, specie nella sua parte discendente verso  Andermatt, canton di Uri, curve da favola e paesaggio fantastico da Montagne Rocciose in Colorado. Questa volta sotto le ruote della mia blackie è la strada verso  il Grimsel Pass, la salita è spigolosa, curve a gomito, strapiombi, montagne che ti vengono addosso con la loro drammatica e gotica onnipotenza. Il passo è piacente ma nulla più, un Hotel-Restaurant con bandiera rossocrociata ed un balcone con tavoli di wurstel e boccali di birra, un laghetto, una grotta ed una vista sul ghiacciaio, ma è la discesa che vale il viaggio. Montagne solenni e lunari, niente vegetazione, solo roccia bianca, chiara, splendente, due laghi alpini con acqua color verde oliva chiara che anche stando seduti in moto si percepisce fredda, glaciale, mozzarespiro. La strada è fantastica, curve che sembrano finire nei laghi, un abbozzo di diga, cime che sembrano maghi di una fiaba medioevale pronti a rapirti e a portarti in un altro mondo, ancestrale e orogenetico. E' settembre, il turismo di massa se ne è già andato, ammesso che in questi posti ci passi la massa, oggi solo qualche auto sportiva e tanti motociclisti, svizzeri, tedeschi, qualche austriaco, nessun italiano, tranne me. Mi faccio fare una foto da un biker in pelle nera e orecchino che fuma una sigaretta nell'aria cristallina di Grimsel, è di Lucerna, mi chiede da dove vengo, quando gli dico Varese, per farla breve, rimane di stucco, it's a long travel afferma. Yes but it's a wonderful trip, gli rispondo. Psichedelia motociclistica di montagna, high sky and good vibrations,  vorrei avere sotto il casco delle cuffie che sparano i Dead del 69/70 o la primissima Steve Miller Band, Dark Side of The Moon è troppo scontato e poi i Pink Floyd mi hanno un p0' rotto,  ma sull'integrale ho una decalcomania dei Black Crowes.  E invece in un orecchio ho solo della bambagia per attutire il rumore del motore della mia bicilindrica perché da un po' di tempo, dopo un concerto di un gruppo italiano di cui non dico il nome, soffro di acufeni. Mannaggia al fonico.  Quando, superata la luna, scendendo in uno slalom gigante sull'asfalto, si cominciano a vedere gli alberi, pini, abeti, faggi, la psichedelia si smorza e subentra il cosmic-country, roba tipo i Byrds di Eight Miles High o Fifth Dimension, ma ci starebbero bene anche Wilco, visto che siamo sempre alti, dai 2165 metri del Grmsel Pass ai 1200 metri di Innertkirchen prima e Gamden poi, paesotto di vallata semi deserto, con l'ufficio postale chiuso, balconi ingarofanati, nessuna anima viva in giro ma una catena montuosa sopra da far invidia alle Dolomiti. In uno specie di chalet una simpatica donnetta ha attrezzato un posto di ristoro alla buona dove vende di tutto, dalle calze al cioccolato alle pesche al carbone alle bevande alle torte al formaggio ai giornali. Mi sparo, assieme ai miei due panini made in Italy, una ottima birra Eichhoff ed un cafè creme. Il caffè è passabile, meglio degli Starbucks, la birra è magica anche se solo gli svizzeri possono mettere in una parola due acca di seguito. Sarà perché sono neutrali. Dopo una pausa di mezz'ora a Gamden affronto il terzo passo della giornata, il Susten Pass. 2224 metri, splendida la salita, ancora un paesaggio lunare ma le guglie delle montagne sono seghettate e gotiche, fatta la curva ti sembra di essere scaraventato contro la montagna tanto ti è sopra e la strada è a strapiombo sulla valle che sta centinaia di metri sotto, segnata dal zigzag dell'asfalto in mezzo a rocce e cespugli. Il ghiacciaio è accecante, il sole staglia i suoi raggi sopra e non permette fotografie sensate, non è difficile capire che le previsioni nefaste sui ghiacciai che si ritirano è azzeccata, il fronte è in paurosa difesa, sporco, fangoso, annichilito, neve sporca in alta quota come direbbe Simenon. La discesa non è altrettanto bella, ma capiamoci, i paesaggi visti fino ad ora sono di una bellezza mozzafiato e quando spuntano i boschi di conifere ed il saliscendi si fa morbido sembra quasi di essere già a casa, pensando che tutto sia finito e i magnifici capogiri dell'alta quota siano finiti. Wassen, anonima cittadina in fondo alla valle, me la bevo in un minuto, dopo ore che vado in moto la velocità è aumentata, la disinvoltura può essere fatale e la prostata urla. Per tornare a sud verso l'Italia a questo punto ho tre scelte,  si può immettersi nel lungo tunnel del Gottardo, salire sul treno che trasporta i mezzi pesanti e le auto o fare il quarto passo della giornata. Va da se che opta per la terza opzione, il St.Gothard Pass, in confronto al Grimsel Pass e al Susten Pass, è un autostrada con qualche curva a gomito ed una salita costante, senza brividi.  Il Gottardo, ci nasce il Ticino e nel giro di una trentina di km qui nascono anche il Rodano e il Reno, mica bruscolini, è all'altezza della sua nomea solo sul valico, a 2109 metri, un laghetto un po' ridicolo e tante rocce morbide, tondeggianti, paffute, come fossero state levigate dal mare e non dal sferzante vento del nord. Pochi i motociclisti, numerosi i turisti dello jogging montano e i vacanzieri della scampagnata alpina, d'altronde subito sotto inizia il Canton Ticino ovvero la Svizzera italiana, tutto un altro mondo rispetto al rigore teutonico degli altri cantoni, attraversati da centinaia di biker famelici di curve che qui trovano il loro paradiso a due o quattro cilindri. Il finale del viaggio, come altri viaggi in questa Svizzera dei passi, delle montagne, dei cieli blu e delle due ruote, è una palla incredibile. L'autostrada che corre verso Bellinzona e Lugano è già italian style anche se batte bandiera bianco rossa, lavori in corso, caldo, traffico, Suv. Ogni tanto un'area di servizio democraticamente bucolica ovvero niente autogrill, niente pompe di benzina, niente shopping,  solo una fontanella con acqua fresca, toilette, ombra e panchine per farsi un sonnellino. Mi appisolo per venti minuti, me lo merito, poi di nuovo on the road verso il mondo civilizzato delle industrie e dei centri commerciali. L'entrata in Italia è un sogno cattivo, frontalieri nervosi e accaldati che tornano a casa, coda interminabile, asfalto rovente, stazioni di servizio con la benzina in euro e in franchi, segnaletica leghista. Meno male che a casa c'è la mamma, ignara dei miei brucianti 500 km. fatti nel tempo di una classica giornata lavorativa e contenta di vedermi come fossi uscito di casa pochi minuti prima.

Libertà e Paura era il sottotitolo che, e mi è rimasto sempre in testa e me lo ripeto ogni volta che intraprendo un viaggio in moto perché la libertà che regala una moto non la regala nessuno e la paura è sempre lì in agguato, stava nell'originale manifesto pubblicitario del film Easy Rider, luogo dello spirito da cui sono nati tutti i bikers con cuore rock che ancora viaggiano in strade vere o immaginarie.

Se qualche biker volesse intraprendere un trip in questa parte della Svizzera, ricordo che esiste una variante baby ma assolutamente gustosa del mio itinerario ovvero Simplon Pass, Briga, svolta a dx, 50 km fino a Ulrichen e poi Neufenen Pass o Passo della Novena, anche qui paesaggio lunare e la quota più alta di tutti questi valichi, 2431 m. Oppure altro road movie il classico Simplon Pass, Furka Pass, Oberalpass e Lukmanier Pass, quasi 600 km di degna, fantastica, esaltante thunder road.   

 





martedì 3 settembre 2013

NARCAO BLUES 2013


Anche questa volta ce l'hanno fatto, nonostante i tagli, le limitazioni, i ritardi, quelli di Progetto Evoluzione sono riusciti a portare in porto la ventitreesima edizione di Narcao Blues. Quattro serate, da mercoledì 21 a sabato 24 agosto, hanno convogliato nella Piazza Europa di Narcao, centinaia di persone accorse da tutta la Sardegna a festeggiare uno degli eventi storici del blues in Italia. Proposta artistica varia con serate che hanno fatto storia a sé, un programma che si è differenziato sera dopo sera proponendo nomi collaudati e meno, radici afro-blues e rock-blues,  r&b di stampo retrò e roots-rock, soul, funky e contaminazioni col rap, l'edizione di quest'anno ha brillato particolarmente,  superando per interesse e ampiezza di vedute quella dello scorso anno.

Hanno cominciato i francesi Scarecrow animando la prima serata del festival con un ardito e spigoloso  rap-blues costruito sulle nervose linee chitarristiche di Slim Paul, voce blues della band e sullo scratching di Antribiotik Daw, felpa con cappuccio e voce hip-hop dell'ensemble, il quale rispondeva al drumming di Le Papa's e al basso di  Jamo creando un ritmo ossessivo e martellante. Daw rappa, Slim Paul mantiene i legami col blues, per quaranta minuti reggono bene e incuriosiscono, poi diventano ripetitivi anche se il pubblico giovane li apprezza e li richiede sul palco per l'encore. Prima di loro, sul versante opposto, Baba Sissoko ha trasformato la piazza di Narcao in un villaggio africano riportando la semplicità delle origini con un afro-blues sincopato ed ipnotico. Cinque i musicisti coinvolti ( Mali, Senegal, Costa d'Avorio) in questo viaggio a ritroso con strumenti tradizionali a percussione, a corda e a fiato, come il tamani, suonato dallo stesso Sissoko, djembe, congas, kamalengoni, ngoni, oltre naturalmente al corredo classico di chitarra, basso e batteria. La loro  musica è fortemente influenzata dall'amadran, una struttura ripetitiva ed ipnotica propria del Mali, che sbarcato in America in seguito alla deportazione degli schiavi ha contribuito a generare il blues. Baba Sissoko ed il suo afro-blues coinvolgono, divertono, illuminano, specie quando si tengono a debita distanza dagli stereotipi della musica africana e, grazie al funambolismo del percussionista Ady Thioune e alla simpatia di Baba, comunicano una musica gioiosa e solare.

Di diversa impronta la serata seguente, tutta all'insegna del blues-rock. Apre Ian Siegal, chitarrista e cantante inglese con un buon curriculum alle spalle (l'ultimo suo album Candy Store Kid è stato registrato con i North Mississippi Allstar) coadiuvato dalla band  triestina di Mike Sponza, un classico basso (Mauro Tolot), chitarra (Sponza), batteria (Moreno Buttinar). Cappellaccio e stivali da cowboy, tatuaggi sul braccio, gilet nero e t-shirt scollata, Stratocaster scorticata dall'usura, Ian Siegal sembra uscito dal rovente Texas piuttosto che dall'umida Inghilterra. Il suo è un sound tipicamente americano che mischia blues, rock e roots e regala storie di confine e fremiti da strade impolverate.  L'inizio è da antologia, una viscerale Bo Diddley apre le danze prima di una memorabile e  jammata versione di Stop Breaking Down dei Rolling Stones. Siegal canta sporco e devastato, è un guitar hero delle bettole blues, il suo set è sulfureo e ruvido, la band di Sponza lo asseconda bene, lasciano da parte Chicago per immettersi nelle strade che portano a sud. Quando sale sul palco il sassofonista Jimmy Carpenter dei Roadmasters di Walter Wolfman Washington il set diventa ancora più torrido. In Nadine di Chuck Berry gli Stones early-seventies sembrano lì a pochi passi dalla band, quando Siegal riprende Back Door Man Siegal latra come Howlin' Wolf, poi c'è un lungo  ed intenso omaggio a R.L Burnside e a tutti i santi dei juke joint del North Hills Mississippi Blues, chiude con una sentita  Forever Young uno show rockato ed eccitante. Di tutt'altro tenore la Henrik Freischlader Band, nome da birra per un quartetto tedesco, c'è anche l'organo Hammond , tutto muscoli e assoli, che sta facendo parlare di sé in Europa dopo essere stata nominata ai British Blues Awards. Se lo show di Siegal era viscerale, sporco, sudato, magari imperfetto, questo è scintillante, spettacolare, perfetto. Alla maggior parte del pubblico presente piacciono gli assoli torcibudella del leader, le pose macho-rock del bassista Alex Grube, i continui rimandi ai riff hendrixiani, l'alternanza tra un blues ferocemente chitarristico di vecchia scuola e le ballate mainstream che sanno di Gary Moore. Piacciono per quello stile ridondante che oggi miete consensi con Joe Bonamassa e John Mayer,  lancinanti negli assoli, potenti ed elettrici e dotati di appeal commerciale. Bello l'omaggio a Peter Green con  Man of The World, applauditissime Crosstown Traffic di Hendrix ed il finale di Come Together dei Beatles. In mezzo c'è tutto il loro repertorio, spiegato al meglio. Divise a metà le opinioni a fine serata, chi ha preferito Ian Siegel e chi i giovani e bellocci teutonici. La differenza si può sintetizzare così: Ian Siegal ha suonato una caustica e sporca Stop Breaking Down degli Stones di Exile, mica bruscolini, Henrik Freischlader Band ha mandato in giuggiole ragazze e ragazzi di ogni età con Come Together dei Beatles. Un abisso, due mondi diversi, ad ognuno la sua scelta.

Il blues classico è il protagonista di venerdì 23. Lakeetra Knowles è una stupenda ragazza di colore dalla siluette sottile, il sorriso dolce e la pettinatura afro, che assomiglia ad una giovane Roberta Flack con un tocco di Lola Falana. Canta con raffinatezza, non alza mai il tiro, tradendo un po' le sue origini black, è piuttosto timida, la supportano i Chemako ovvero il chitarrista Gianfranco Scala, il bassista Mario Spampinato, il tastierista Matteo Carella ed il batterista Stefano Bertolotti. Il set è dignitoso, prevalgono i toni morbidi e melodici del soul ma ci sono brani che si spingono oltre come Old Man di Neil Young, It Ain't Easy di Betty Lavette,  I Don't Need No Doctor di Ray Charles.  Cita Susan Tedeschi e Muddy Waters, i Chemako sono diligenti, l'esibizione ha una accelerazione quando entra in scena Maurizio Glielmo detto Gnola, il quale regala un assolo alla carta vetrata in Rollin' and Tumblin'.

Si può essere o meno in sintonia col suo blues aperto al funky ma è indubbio che Walter Wolfman Washington di New Orleans con la chitarra è un maestro. Con lo strumento fa ciò che vuole, virtuoso e caldo al tempo stesso, canta con malizia e mestiere, spazia da Johnny Guitar Watson (You Can Stay) a Otis Redding. da Bobby Blue Bland (Share Your Love With Me) a Tyrone Davis (Can I Change My Mind), dal blues al funky, dal soul al R&B di New Orleans. Il suo stile occhieggia più a James Brown che al Delta e i Roadmasters sanno come attraversare con naturalezza e padronanza i vari linguaggi del leader. Scioltezza, tecnica, affiatamento, Jack Cruz al basso e Wayne Maureau alla batteria sono una oliata macchina ritmica, la sezione fiati è un'orchestra, Jimmy Carpenter bianco al sax e Antonio Gambrell nero alla tromba, non hanno segreti, suonano come se stessero festeggiando un compleanno, magari sono un po' risaputi ma eccellenti, disinvolti, divertenti. Alla fine la piazza è tutta per loro e il lupo mannaro Washington la ripaga con altra musica, altro blues, altro funky.

Attendevo con curiosità il primo concerto italiano di James Hunter arrivato a Narcao con la sua band (J.H Six), dopo le ottime recensioni ricevute a livello internazionale dal suo ultimo disco, Minute By Minute. L'attesa non è andata delusa, James Hunter è un cantante che fa del soul retrò, una miscela di suoni Stax, southern soul di casa Fame, il Marvin Gaye degli esordi, rock n'roll anni cinquanta, rocksteady, qualche colpo del primo Van Morrison coi Them, frammenti di Sam Cooke e fugaci stacchi alla James Brown. E' inglese e ciò è una  anomalia perché a parte le iniezioni di rocksteady tutto suona americano nel suo set, composto da una lunga sequenza di canzoni di due minuti circa, tutte piuttosto identiche. Non c'è blues, solo un rigoroso soul/R&B di taglio vintage, cantato con la foga dello shouter, senza nessuna sbavatura di sorta, un copione fedele ai cliché del genere, roba da archivio degli anni cinquanta e sessanta. Anche in scena James Hunter appare come una apparizione del passato, è tarchiato, porta giacca e pantaloni neri comprati al mercato delle pulci, camicia chiara con collettone  che straborda sul reverse della giacca, capelli ricci e corti, faccia sudata e sorridente di chi è appena uscito dal pub dopo aver passato il pomeriggio a giocare a freccette e bere birra. Sembra la versione bianca di Jackie Wilson, e questo è l'accostamento più pertinente, strimpella la Gibson, è vivace, nervoso, scattante, padroneggia un genere che nessuno fa più e lui lo ripete con  rigore, onestà, feeling. La band è a sua immagine e somiglianza ovvero strumenti e suoni presi da vinili del 1958-1962.  Andrew Kingslow all'Hammond è un piccolo Booker T, magnifico, Jason Wilson è il contrabbassista che ci vuole, Jonathan Lee alla batteria è ineccepibile e Damian Hand col tenore e James Knight col baritono sono due sassofonisti usciti dallo studio in cui venne registrato Reet Petite, 1962. In scena vanno i brani di Minute By Minute, ovvero Chicken Switch, One Way Love, Let The Monkey Ride, The Gypsy, Drop On Me, Minute By Minute, Look Out, la cover di Baby Don't Do It  e rimasugli dei precedenti album come Carina, Believe Me Baby, She's Got A Way, Jacqueline, Talking 'Bout My Love con cui si conclude lo show. All'inizio il pubblico è un po' perplesso nel trovarsi di fronte un set così ancorato al passato, sebbene il sound sia perfettamente in sintonia con la mode vintage ma poi, contagiato dal brio di Hunter e da canzoni che ritmicamente non lasciano scampo, si lascia coinvolgere e alla fine tutti ballano come fosse un concerto di James Brown. E' il set che con  gusto ed eleganza chiude il festival, una sala da ballo con musica di prima qualità. Prima di James Hunter Six si erano esibiti i Mandolin' Brothers col loro roots-rock infarcito di strade blu. Hanno ricevuto applausi a scena aperta e se li sono meritati, richiesta di bis per una band che è progredita parecchio (era diverso tempo che non li vedevo) con Jimmy Ragazzon in piena forma nel regalare con voce e armonica suggestioni dylaniane attraverso i titoli del suo songwriting (Scarlet, Saigon, Still Got Dreams, Insane) e la band (le due chitarre di Marco Rovino e Paolo Canevari, la fisarmonica e le tastiere di Riccardo Maccabruni, la sezione ritmica di Daniele Negro e Joe Barreca) a mostrare versatilità nel passare dalle rasoiate di Copperhead Road  alle medley blues, dai fraseggi roots di mandolino e fisarmonica  alla cavalcata psichedelica di Almost Cut My Hair, versione da paura, fino alla sensuale e festosa caciara sudista di Iko Iko e Dixie Chicken con cui hanno chiuso un concerto molto apprezzato.

 

MAURO  ZAMBELLINI    

Le foto sono di GIANFILIPPO MASSERANO

domenica 4 agosto 2013

LO STRANO CASO DI SIXTO RODRIGUEZ

La storia del rock ha insegnato che ci sono artisti che hanno raggiunto la fama ed il successo solo dopo che se ne erano andati dal mondo reale, la storia di Sixto Rodriguez è per certi versi ancora più strana e sorprendente e solo oggi dopo che Searching for Sugar Man, presentato per la prima volta nel 2012 al Sundance Festival, ha vinto un Oscar come miglior documentario degli Academy Awards e la colonna sonora del film ha venduto negli Stati Uniti più di 250 mila copie, la sua vicenda è venuta a galla procurandogli un giusto quanto tardivo riconoscimento. Il merito va principalmente al regista svedese Malik Bendjelloul che ha costruito una pellicola in cui si racconta lo strano caso di Sixto Rodriguez, montandola come fosse una detective story e usando le testimonianze di coloro che nel corso degli anni  sono entrati in contatto con il personaggio : il produttore del suo disco d'esordio Cold Fact, Dennis Coffey, il co-produttore Mike Theodor, l'altro produttore  Steve Rowland, il conduttore radiofonico di Belfast David Holmes la cui compilation del 2002 Come Get It/I Got It ha introdotto Rodriguez ad una nuova audience, il proprietario del negozio di dischi  Mabu Vinyl di Cape Town in Sud Africa dove l'artista divenne a sua insaputa una star, le figlie di Rodriguez, vari musicisti e semplici addetti ai lavori. Una storia intrigante ed un documentario avvincente che si avvale della splendida fotografia di Camilla Skangestrom, con immagini suggestive di una Detroit periferica, cupa e nevosa in contrapposizione a una solare Cape Town e a magnifici scorci della costa oceanica sudafricana. Ci sono immagini di repertorio delle manifestazioni anti-apartheid dell'epoca, movimenti che adottarono le canzoni di Rodriguez come propria colonna sonora, si dice che lo stesso Biko fosse un suo fan, immagini del declino industriale di Detroit e dei moti di rivolta del 1967, delle marce per i Diritti Civili, oltre ad estratti dei tour effettuati dall'artista in Sud Africa dopo che il suo successo divenne di dominio pubblico e lo stesso Rodriguez venne a conoscenza della popolarità guadagnata in quel paese.  Ci sono i reperti di quando nel 1989 Rodriguez,  sempre attento alle difficoltà degli ultimi e delle classi subalterne, si candidò alla corsa per diventare sindaco di Detroit, città in cui ha sempre abitato lavorando, dopo la breve parentesi musicale degli esordi, come operaio, demolitore, insegnante, muratore. Searching For Sugar Man racconta la storia di un working class hero arrivato al successo tardivamente e inaspettatamente, molto tempo dopo che i suoi due dischi di debutto nel mondo del rock, ovvero Cold Fact  del1970 e  Coming From Reality del 1971 erano finiti nel dimenticatoio.
Sixto Rodriguez conosciuto anche come Rodriguez o Jesus Rodriguez nasce nel 1942 a Detroit nel Michigan, sesto (questa la ragione del nome Sixto) figlio di una famiglia di origine messicana (il padre) e nativo americana (la madre). Nel 1967 sotto il nome di Rod Riguez pubblica il singolo I'll Slip Away per la piccola etichetta Impact e poi  tre anni dopo ottiene un contratto con la Sussex Records, una sottomarca della Buddah. Cambiato il nome in Rodriguez fa uscire tra il 1970 e il 1971 due album, Cold Fact e Coming from Reality, splendidi esempi di un songwriter a metà strada tra pop e folk-rock dove convergono  elementi propri del primo Dylan elettrico, del Lou Reed alla Transfomer, del Cat Stevens più ispirato e del Garland Jeffreys dei meticci sobborghi newyorchesi. Canzoni fresche, ariose, portatrici di un messaggio di speranza anche se nate in una realtà sociale affatto facile, specchio di una dura realtà urbana fatta di povertà, alienazione ed emarginazione, la stessa che affligge il proletariato messicano e bianco della cintura industriale di Detroit. Rodriguez viene da quei quartieri, dal sobborgo di Woodbridge dove ha vissuto per oltre 40 anni senza mai lasciare la stessa casa, rifiutando la tecnologia, senza telefono, lottando contro il degrado della città reso esplicito oggi dalla bancarotta, la brutalità della polizia e la repressione governativa e per il ripopolamento della città.  Oggi Rodriguez ha il glaucoma ed è praticamente cieco ma per anni è stato un vero libertario, facendo i lavori più umili e pesanti, mai voltando le spalle all'ambiente in cui è cresciuto, anche quando il successo gli ha arriso. 
Il mancato successo in patria dei due album originali e l'annullamento del contratto con la Sussex portano Rodriguez ad abbandonare il mondo artistico musicale, sebbene non smetta di scrivere canzoni,  argomento di un terzo album non ancora messo in opera. Scompare, fa i mestieri più disparati, duri e manuali ma anche l'insegnante, di lui non si sente più parlare tanto che si vocifera  che si sia suicidato. Ma a metà degli anni settanta i suoi dischi beneficiano di passaggi radiofonici in Sud Africa, Australia, Nuova Zelanda e Rhodesia. In Australia la Blue Goose compra i diritti dei suoi dischi e li pubblica ex novo, nel 1979, dopo anni di silenzio, Rodriguez gira l'Australia con il supporto della  Mark Gillespie Band e due show vengono pubblicati in Alive, disco australiano il cui titolo fa riferimento alle voci di una sua morte avvenuta l'anno prima. Ma il riconoscimento maggiore glielo tributa il Sud Africa dove nel 1981  At His Best,sintesi dei suoi due album,  diventa disco di platino e le sue canzoni vengono usate dai movimenti anti-apartheid per i loro contenuti  contro l'oppressione, il pregiudizio e la corruzione, così che i suoi dischi e la sua musica arrivano ad influenzare i gruppi musicali antigovernativi, gli alternative afrikaners. In Sud Africa è una specie di star ma Rodriguez ne è ignaro. Anche al pubblico sudafricano i dettagli della sua esistenza rimangono avvolti nel mistero, molti credono che l'artista sia stato ucciso in un concerto negli anni settanta e solo grazie ad un sito creato nel web dalla figlia maggiore viene alla fine fatta un po' di chiarezza sulla  vita e la  musica di Sixto Rodriguez, il quale finalmente nel 1996 si accorge di essere così popolare in Sud Africa. Naturale che l'artista, tornato così alla musica dopo anni di anonimato nella sua Detroit, intraprenda un tour da quelle parti, da cui il documentario Dead Men Don't Tour: Rodriguez in South Africa 1998, paese che visita quattro volte con più di trenta concerti. Torna tra il 2007 e il 2010 anche in Australia e la sua canzone Sugar Man finisce nella colonna sonora del film Candy con l'attore Heath Ledger.
Le cose per Rodriguez  cambiano radicalmente nel 2008 quando l'etichetta americana Light  In The Attic ripubblica Cold Fact e Coming From Reality così da reintrodurre il suo nome nel mondo musicale internazionale, e soprattutto con con l'uscita del documentario di Malik Bandjellou Searching For Sugar Man, circolato nei principali festival cinematografici americani ed europei, la cui versione in DVD ha venduto 24 mila copie solo in Inghilterra. Una sua canzone, I Wonder, è stata interpretata da Britanny Howard, cantante degli Alabama Shakes in un singolo pubblicato dalla Third Man Records, l'etichetta di Jack White, anche lui di Detroit.  Nel maggio del 2013 Rodriguez ha ricevuto un dottorato onorario in Lettere Umane dalla Wayne State University di Detroit e negli ultimi due anni è ritornato on the road suonando al Beacon Theatre di New York, al Coachella Valley Music, a Glastonbury e all'Hammersmith Apollo di Londra. A ottobre è previsto un suo show al Barclay Center di New York nello stesso posto scelto dai Rolling Stones per celebrare lo scorso anno il  50esimo anniversario della loro attività. Come dire che anche il business, qualche volta, ha un cuore.

venerdì 26 luglio 2013

JONATHAN WILSON AL CARROPONTE SESTO S.GIOVANNI 22 LUGLIO

 
   Le zanzare non hanno potuto far nulla per offuscare lunedì 22 luglio lo splendido concerto di Jonathan Wilson, colui che molti indicano essere il depositario del nuovo sound del Laurel Canyon di Los Angeles, nello suggestivo scenario post-industriale del Carroponte di Sesto San Giovanni. Con una all american band costituita da due californiani, un texano ed uno della Florida (Omar Cowen, Richard Gowen,Jason Broger, Dan Horne questi i loro nomi), Wilson ha messo in mostra il suo disco Gentle Spirit, uscito due anni fa e ormai sedimentato.  Fin dalle prime battute quel disco ha fornito materiale al concerto, e non poteva essere diversamente visto la magrezza del repertorio di Wilson dopo la parentesi coi Muscadine, uno show di chiara ispirazione seventies, con poche luci e molti suoni vintage, sviluppatosi progressivamente tra atmosfere dilatate ed oniriche, visioni psichedeliche, ballate di stile west-coast, acidi colpi di rock lisergico, chitarre smaglianti, due ore di musica suonata con grande concentrazione che ha mandato in estasi il discreto pubblico accorso a salutare uno degli act più freschi e genuini del nuovo rock americano. Capelli lunghi sulle spalle, barba incolta, t-shirt con disegni tie-dye, magro, alto,  Wilson sembra preso di sana pianta da una comune hippie di San Francisco del 1972 o da una wood cabin del Laurel Canyon di quegli anni, il ragazzo della porta accanto di amici ben più famosi come Joni Mitchell, Neil Young, Steve Stills, Dave Crosby, Jackson Browne, stesso aplomb calmo e pacifico, stessa mente persa in chissà quali sogni e pensieri, stessa gentilezza nel ringraziare il pubblico e rimanere dispiaciuto per non avere avuto la possibilità di suonare più a lungo visto i divieti delle autorità milanesi. Ridicoli, se si pensa che il concerto è in una zona di industrie e ipermercati chiusi la sera, lontano da case abitate. Così il concerto termina per forza di cose a mezzanotte quando è evidente che Wilson e la band avrebbero potuto jammare felici e contenti ancora a lungo, perché la piega che aveva preso il concerto era di quelle care alla mitologia del Matrix o dell'Avalon Ballroom, con la band in orbita ed in sintonia col pubblico e le canzoni che, travalicati i binari,  si fondevano nella  jam. Ma siamo a Sesto San Giovanni, la ex Stalingrado d'Italia e per di più nel  2013, tutta un'altra storia sebbene Jonathan Wilson ci metta del suo per ricreare l'atmosfera di quella remota California e riesca davvero con la sua voce diafana e la sua chitarra agra a ricreare il mood fascinoso del Laurel Canyon scivolando su e giù  per due ore nelle colline di un rock californiano risorto. Anche i suoi compagni di ventura vestono e hanno le sembianze degli hippie dell'era, camicie da flea market, jeans, capelli lunghi, un bassista, un chitarrista ritmico, il batterista, fa eccezione il tastierista, texano, che con la sua camicia anonima ed il suo taglio di capelli da impiegato di banca pare uno scampolo di una band di electro-pop inglese degli anni ottanta.

Iniziano senza fronzoli, la voce di Wilson non è un miracolo ma aderisce bene al basso profilo che si sono dati, partono come il disco omonimo con Gentle Spirit e poi uno dietro l'altro sciorinano  i titoli più riusciti dell'album, l'eterea ed ariosa Desert Raven contrassegnata da una Fender svolazzante e dagli arrangiamenti delle tastiere, l'uggiosa e sonnolente Canyon In The Rain  dove non è difficile immaginare il respiro di Could You Remember Only My Name di Crosby, la lisergica Natural Rhapsody  prossima ai Pink Floyd di Dark Side of The Moon, Ballad of the Pines esplicita di un modo inglese di trattare il folk con chitarre acustiche ed un coreografico lavoro  di tastiere, un pezzo che fa venire in mente i Pentangle, fino agli episodi più elettrici del set, quelli in cui risuona inequivocabile il gesto di Neil Young. Wilson non copia, è personale, la sua band ha un suono distinto, le tastiere pensano alla cornice  dei brani e alle overture, gli altri ci mettono corpo e sostanza, il leader graffia con la chitarra e coccola con la voce. Woe Is Me si muove lenta, sospesa nell'aria come il fumo della marjiuana, Valley of the Moon è desertica ed evocativa, non sarebbe dispiaciuta al Neil Young di Zuma, il suo giro di chitarra è già leggenda. Ballate, in genere, che crescono lente e sornioni, si attaccano alla pelle ed entrano nel corpo,  dondolano e rotolano attorno ad un tema che viene ripetuto e ripreso  dal riff di chitarra e dal refrain del leader, rispetto alle versioni originali dell'album sono allungate, dilatate, jammate, sporcate da un più elevato tasso di elettricità rock. La band è sicura  nei suoi svolazzi ariosi, il tastierista aggiunge  rarefazioni esotiche , nel brano che dovrebbe far parte del nuovo album in uscita a ottobre, c'è un'armonica che sa di Springsteen ed una melodia che arriva dritta da Jackson Browne, in qualche altro momento si sente il battito d'ala degli Eagles. Jonathan Wilson è nato nella Nord Carolina e ha il phisique du role di Chris Robinson ma a  tutti gli effetti è un figlio del Laurel Canyon, il suo è il più fresco rock californiano oggi a disposizione. Anche dal vivo non delude, ottimo concerto.

 
MAURO ZAMBELLINI     

 


lunedì 15 luglio 2013

NEIL YOUNG AND CRAZY HORSE LOCARNO 14 LUGLIO 2013


 

Più invecchia e più suona. Con un torrenziale concerto ad altissimo tasso elettrico Neil Young e i suoi Crazy Horse hanno definitivamente chiuso la classifica dei concerti rock dell'estate 2013: è suo il podio, senza ombra di dubbio. Nella splendida cornice della Piazza Grande di Locarno, in una bella e calda serata di luglio, il bisonte ed il suo cavallo pazzo hanno cavalcato nelle praterie del rock sotto la luna e le stelle, inscenando un concerto di devastante potenza elettrica che ha lasciato senza fiato, sfibrati alla fine da tanta veemenza e lucida follia. Vestito di nero, col cappello abbassato sugli occhi, incurante di apparire vecchio e logorato dal tempo, curvo sulla sua Gibson nera, Neil Young ha suonato in una notte di mezz'state perentorio, graffiante, duro, visionario, trascinando le sue ballate in un universo psichedelico e stroboscopico dove è risuonato l'immortale gesto rock degli anni settanta, tutta sostanza ed energia, mischiato a visioni lisergiche,  a durezze grunge e a feedback di inaudita violenza, dieci minuti di improvvisazione come quelli in coda a Walk Like A Giant, un pezzo che inizia con Sampedro che fischia ingenuo come un ragazzino nel microfono e termina in un marasma sonoro  dove pare di sentire le urla lancinanti delle orche marine in un mare di frizioni gotiche e post industriali, una coda fa far accapponare la pelle. Micidiale. Attorno a lui, anche loro curvi sui loro strumenti, Poncho Sampedro l'indiavolato chitarrista che con la sua Gibson rispondeva agli inviti di Young sporcando ancora di più con un suono abrasivo e distorto il copione, bianchissimo di capelli, muscoloso ed in canotta bianca con l'effige di Hendrix stampata sopra, un lavoratore portuale più che un rocker ed il bassista Bill Talbot concentrato sulle sue corde tanto da non perdere una nota ed in simbiosi col batterista Ralph Molina così da rimanere per lunghi tratti vicino e rivolto a lui. Insieme, i tre creavano un cerchio di magico delirio elettrico, dove compattezza ed improvvisazione si fondevano in una amalgama sonora terrificante mentre dietro a loro Ralph Molina picchiava con la cattiveria di un fabbro medieoevale.  Young con la sua voce lamentosa evocava una wilderness rock con rimandi visivi (i totem messi sul palco, le magnifiche luci bluastre e viola che illuminavano il logo dei Crazy Horse)  alle sperdute lande del nord, ai nativi americani, ad un mondo ancestrale di primitiva bellezza, il canadese era lui stesso un totem, i suoi lunghi capelli grigi, le sue smorfie, le sue rughe, il suo sguardo dolce, fiero e folle.

Ha cominciato senza dire nulla e senza il minimo saluto, da vero uomo dei boschi, con Love and Only Love , facendo capire che la notte di Locarno sarebbe stata lunga ed indimenticabile. Cinquanta minuti per quattro canzoni, quasi un record, quando Young e i Crazy Horse si mettono a cavalcare incuranti di tutto e tutto, e l'inizio dello show è quanto di meno conforme ad una logica commerciale e di consenso anche per un concerto rock, è difficile capire quando si fermeranno. Ogni tanto qualche parola, qualche verso, un refrain, ma è la tempesta elettrica a sconvolgere le fragili certezze di un ricca cittadina svizzera, Young è il fuorilegge stasera calato in città da un mondo che sembrava scomparso, il sogno di un hippie che non ha verità da regalare ma solo la propria esperienza di cavaliere elettrico ancora libero, indipendente, individualista, irriducibile, selvaggio, che suona per il solo piacere di soddisfare se stesso,agli altri tre che gli stanno attorno e alla propria concezione di musica live. Alla fine ringrazierà anche, saluterà il pubblico e si abbraccerà ai Crazy Horse sorridendo felice, consapevole di aver mandato in orbita il pubblico e di essersi divertito ancora una volta. Due ore e mezzo di show, iniziato con i 50 minuti deliranti di Love and Only Love, Powderfinger, Psychedelic Pill, Walk Like A Giant,  poi attenuati da un siparietto acustico con Blowin' In The Wind, quasi una dimostrazione di come l'uomo maturo abbia ancora gli stessi sogni dell'era felice, una dolcissima Comes A Time, Heart of Gold  e Singer Without A Song col pianoforte. Poi di nuovo la tempesta elettrica con Ramada Inn, una Cinnamon Girl in versione punk, l'ossessiva e sferzante Fuckin' Up, l'evocativa  Cortez The Killer altre volte più in palla ed il finale in apoteosi di Sedan Delivery e Mr.Soul, mai così urgente e acida. Fino all'uragano  Like Hurricane dove tra frizioni, assoli sferzati dal vento, visioni apocalittiche ed una melodia avvinghiante si va verso il meritato tributo finale quando si ha solo voglia di applaudirlo così tanto e così a lungo da lasciarlo/li sul palco per sempre, fisso come una statua, una icona, un monumento di cosa è e cosa è stato il rock n'roll. Per lui e per noi. Forever Young. Memorabile..

 

La scaletta: Love and Only Love / Powderfinger / Psychedelic Pill / Walk Like A Giant / Hole In The Sky / Red Sun / Heart Of Gold / Blowin' In The Wind / Comes A Time / Singer Without a Song / Ramada Inn / Cinnamon Girl / Fuckin' Up / Cortez The Killer / Sedan Delivery / Mr.Soul / Like A Hurricane.

venerdì 5 luglio 2013

THE BLACK CROWES, ALCATRAZ MILANO 3 LUGLIO 2013


 

Quelli del sud suonano meglio. Almeno nel rock. Se occorreva una riprova bisognava essere all'Alcatraz di Milano la sera del 3 luglio per l'ennesimo passaggio in città dei Black Crowes di Atlanta. Non c'era il tutto esaurito, si stava bene e spaziosi e per una volta l'acustica dell'Alcatraz si è dimostrata all'altezza di un evento di levatura internazionale, il giusto compendio per un concerto eccezionale, straordinario, esaltante, che ha messo una volta di più i Black Crowes sul piedistallo delle più grandi rock n'roll band della storia.

L'ultima volta che erano passati da noi era l'estate del 2011, a Vigevano, per un concerto torrido ed intenso ma troppo breve,  un'ora e poco più di show. Questa volta hanno suonato due ore esatte, dalle 20.30 alle 22.30  ma tutti i presenti avrebbero voluto che il concerto si prolungasse per un'altra mezz'ora o un'altra ora perché quello che si è sentito all'Alcatraz non è cosa che capita di sentire e vedere tutti i giorni, non è la normale amministrazione del rock, anche di quello più famoso che riempie gli stadi o l'ultimo fenomeno del momento e magari bisognerà aspettare altri due o tre anni per assistere ad un concerto così tosto, impetuoso e bello, dove si vive una speciale euforia interiore che non capita sempre, perché una droga la si può comprare ma questa euforia che nasce dentro naturale non è facile provarla, non sempre è a disposizione di sensi e cuore. E' capitato la sera del 3 luglio, il passato ed il presente che si fondono in una specie di santificazione laica del rock n'roll, dove canzoni che parlano di fratellanza, di pace, di salvazione, di umanità, cantate da un Chris Robinson che con le sue movenze dinoccolate e la sua voce spiritata delira come  un predicatore del soul e del sud, trovano accompagnamento in una band dal sound sporco, febbricitante, urgente ma anche estatico e a tratti visionario . C'è tutto quello che serve per andare in paradiso nella musica dei Black Crowes: le unghiate del British Blues, i riff degli Stones, la potenza dei Led Zeppelin, la sensualità del soul, il ritmo della musica di Memphis, il botta e risposta di due chitarristi favolosi, le jam degli Allman, l'acustica agreste del country-blues, le slide mettalliche del Delta, i voli pindarici dei Dead, i sognanti paesaggi pastorali dei  Traffic all'esordio, l'ugola arsa di alcol e negritudine  del primo Rod Stewart, la gagliarda mmediatezza dei Faces. Insomma, una enciclopedia del rock derivato dal blues, concentrata in due ore di show  ed in quindici canzoni, tante quelle presentate la sera del 3 luglio.

I Black Crowes sono tornati a Milano con la stessa formazione di Vigevano ma con un cambio importante, al posto di Luther Dickinson adesso è Jackie Green, rocker e songwriter californiano con qualche buon disco solista alle spalle, a far compagnia a Rich Robinson con le chitarre. La differenza è sostanziale, con Dickinson erano due chitarristi blues in azione, Dickinson dava una forte impronta roots al sound della band, con Jackie Green l'impasto è più equilibrato, il sound risente di un maggior tasso rocknrollistico, è tagliente, urgente, scavezzacollo, come se avessero messo un Keith Richards in formazione così da controbilanciare il tocco bluesy ed allmaniano della Gibson di Rich Robinson. Anche Green suona la Gibson ma la sua chitarra è sferzante, bruciante e cattiva e la si sente in tutta la sua efficacia quando regala un assolo da brividi, lungo e liberatorio in una incandescente versione di Wiser Time, la migliore mai sentita dal sottoscritto, l'inizio bucolico e "sospeso" con il piano di  Adam McDougall a fare da intro e poi via verso i saliscendi di una ballata ora morbida ora incalzante, che prende la via della jam, si incasina, si apre a tutta una serie di orizzonti, idilliaci prima e sulfurei poi e quando ritorna nelle amene colline della Georgia  mi fa venire in mente il "clima" di Brothers and Sisters degli Allman. E'stato uno degli highlights di un concerto potente come pochi ma di una potenza lucida, perentoria, illuminante, dove le cantilene esasperanti della messianica voce di Chris Robinson, ripetute come una ipnosi gospel, ad un certo punto si inerpicavano in tesi, ossessivi e nervosi scatti di ritmo,  che come un elicoide si attorcigliavano attorno al refrain di base creando una specie di trance che immancabilmente portava il pubblico eight miles high. Micidiali, estasi e furia, un sound che viene giù dal palco con una compattezza unica, una potenza di fuoco che vede  Chris nel ruolo di sciamano, attorniato da due chitarristi che se la giocano e se la sparano come facevano Keef e Taylor nel tour di Exile dei Rolling Stones ed un sezione ritmica che sposa funky e R&B come si è insegnato nelle università della Stax e dei Muscle Shoals, oltre ad un tastierista che riempie tutti gli spazi lasciati liberi dagli altri con un suono magmatico e fluente. Bastava la sequenza di una "tribale" Medicated Goo, magnifico ripescaggio dai Traffic di Last Traffic, della farneticante Soul Singing, della immensa Wiser Time  per andarsene a casa felici e contenti ma poi sono arrivate una sberla come Thorn In My Pride, altro highlights dello show, la micidiale Remedy ed il knock out finale di Hard To Handle fusa con Hush  di Joe South per rendere ancora più evidente che i Black Crowes sono quello che rimane dello spirito originario del rock n'roll offerto nella sua definizione migliore e più matura. Già all'inizio si è capito che i Corvi avrebbero fatto sul serio e difatti la partenza non lasciava dubbi, Jealous Again, Thick n' Thin ed una arruffata versione di Hotel Illness riallacciavo i legami con due dei loro album più amati, il primo omonimo e The Southern Harmony eccetera eccetera, poi i due episodi acustici di She Talks To Angels e Whoa Mule, acustici per modo di dire perché il tappeto elettrico sotto lo intrecciavano basso e  tastiere e sopra Chris prendeva l'acustica e venivae rapito dalla sua omelia soul, Green imbracciava il mandolino lasciando la chitarra acustica a Rich e Steve Gorman abbandonava un attimo i tamburi per le tabla, facevano pensare ad una parte tutta all'insegna del country-blues come è nel recente vinile Wiser For The Time o sull'esempio di Croweology. Niente di più errato, con Thorn In My Pride tornava la tempesta e i Corvi rivolavano alti sopra le nuvole, portando con se un pubblico sempre più osannante e lievitato, fino all'immancabile bis, una semiacustica No Expectations degli Stones da far risorgere Brian Jones ed una contorta ed un po' lisergica Movin'On Down The Line, altro estratto da Warpaint dopo Whoa Mule. Finale sontuoso per un concerto straordinario che lasciava un briciolo di amaro in bocca solo perché si sarebbe desiderato  un' altra ora in paradiso. Ma Chris Robinson non è Springsteen, purtroppo.