domenica 3 gennaio 2016

MY BEST OF 2015


 
E' diventato uno degli sport più praticati sui social la playlist personale dell'anno, scatenando a volte vere ed immotivate risse tra i followers di questo o quell'altro, sebbene tutti si sforzino a specificare che non dei dischi o concerti o canzoni migliori si stratta ma solo di quelli che l'autore ha preferito durante l'anno passato. Sacrosanto punto di vista, che condivido in pieno e applico di sana pianta al mio resoconto, ma che in taluni casi, specie quando la rissa diventa da derby o peggio, non cela il fatto che qualcuno si reputi il super esperto  decidendo arbitrariamente ciò che è più bello e più meritevole. Rilassiamoci, si litiga per le religioni, la politica, il calcio, almeno con la musica divertiamoci perché anche se ha salvato vite e condizionato esistenze, sono solo canzonette, pur inscatolate in box ormai dal prezzo proibitivo. Sono proprio i box dei grandi artisti ad aver acceso gli animi e provocato i commenti più suggestivi, me ne ricordo uno particolarmente pittoresco che ha definito il singolo disco The Ties That Bind contenuto nel box del Boss, The River Collection,  ovvero quello che avrebbe dovuto essere l'originale quinto album di Springsteen, migliore del doppio album The River poi pubblicato. Difficile dire dove finisce la soggettività ed inizia l'oggettività in un giudizio critico ma qualche volta sembra che il divertimento sia spararle più grosse. Comunque ognuno può esprimere i propri punti di vista, rispettando quelli degli altri. Nessuno ad esempio mi può impedire di dire che quest'anno, per chi scrive naturalmente, è stato un anno deprimente, poche novità in grado di alzarsi da uno standard solo accettabile, nessuna scena musicale emergente se non l'avanzo di microcosmi con alle spalle i giorni migliori, tanti artisti di culto che avevano caratterizzato le annate precedenti (vedi Lucinda Williams ad esempio) assenti, i grandi impegnati a coltivare la propria fama solo aprendo i propri archivi,  scintille emotive poche, tante ripetizioni. Condivido quello che scrive Blue Bottazzi nel suo blog, nessun disco del 2015, almeno per quanto riguarda il rock più o meno classico, è degno di passare alla storia. Per la rivista per cui scrivo ho fatto fatica a mettere insieme dieci titoli per la playlist dell'anno e come ormai spesso succede, sono dovuto ricorrere alle ristampe, per completarla. Questo non vuol dire aver ascoltato poca musica, la rete e spotify offrono scorciatoie senza spendere soldi ma più degli anni passati mi sono trovato a ridurre l'acquisto di dischi rispolverando quelli archiviati negli anni passati . In particolare mi sono divertito a ripassare tanto jazz, cofanetti di Miles Davis e John Coltrane, di Charlie Mingus ( l'imperdibile Passions Of a Man), Bill Evans (Last Waltz), di Lester Young, antologie di Chet Baker (The Pacific Jazz Years 1952-1857),  vecchi vinile di Thelonious Monk e McCoy Tyner , il monumentale The Complete Billie Holiday on Verve 1945-1959  che in rete lo si trova ad un prezzo stracciato ed è una delizia assoluta,  anche meglio del box Lady Day relativo al periodo Columbia. Certo, tutto ciò non centra nulla con la produzione dell'anno ma se tutta questa musica resiste nel tempo perché dovrei limitarmi a degli ascolti che al massimo "tengono" un paio di mesi, solo perché sono recenti.
 

Le ristampe sono ormai un settore a sé della discografia, con prezzi che in taluni casi hanno del vergognoso e non inducono certo un giovane ad avvicinarsene. Si rivolgono ad un pubblico già scafato musicalmente, di ceto medio alto che può permettersi simili spese e che in molti casi ha già tutto dell'artista in questione. Come dire, tutto il contrario della base sociale su cui il rock n'roll ha fatto presa e ne è diventato  collante culturale e stile esistenziale. Il rock classico è oggi come il jazz e la classica, mettiamoci il cuore in pace. Mi sono comprato il box del Boss, non avrei potuto fare altrimenti visto che The River è uno dei cinque pezzi da novanta di Springsteen, ho sborsato 85 euro, mi sono esaltato con il Dvd del concerto di Tempe e i pensieri sono corsi a quei giorni del 1980 e 1981 quando  le canzoni di quell'album mettevano propellente alla  mia vita . Ho gustato le out-takes rese disponibili da un audio finalmente decente ma alla fine di questo tour sul fiume mi sono detto, non è che noi over fifty e over sixty alla fine amiamo di più l'oggetto piuttosto della musica che c'è dentro? Perché ormai quella, salvo rari casi, la conosciamo a memoria avendola stravissuta e stra-ascoltata  negli anni e allora quante volte ritorneremo a sentire l'oggetto in questione. Ci piace vederlo nello scaffale come un trofeo ma vivere la musica è un'altra cosa.  Non mi riferisco solo a  The River Collection ma alla maggioranza di questo tipo di pubblicazioni, box che sembrano all'inizio imprescindibili e  poi sono solo un oggetto del desiderio che diventa un feticcio da avere a tutti costi, non si vede l'ora di possederlo, anche se le canzoni li si conosce a memoria e non sono certo una decina di out-takes o di alternative takes  più un libro di belle fotografie a poter motivare una simile febbre. Considerato poi il fatto che sia per Springsteen, sia per gli Stones ed in parte anche per Dylan  ciò che a suo tempo è stato pubblicato era il meglio che si potesse avere. Così le out-takes di The River sono belle e preziose ma il doppio che uscì nell'ottobre del 1980, a parte forse un paio di canzoni, fu la scaletta più azzeccata. Capendo la malattia ( o meglio la dipendenza) cerco quindi di volare basso, anche perché le mie finanze me lo impongono, cofanetti come Fisherman's Box degli Waterboys uscito un paio di anni fa, quello sì veramente una miniera di cose mai sentite e cronaca di un esaltante work in progress creativo per di più disponibile ad un prezzo popolare, ne escono uno ogni cinque anni se va bene, e allora una selezione me la impongo per necessità e moralità. Dopo la "sola" dello scorso anno con i Basement Tapes (per fortuna me lo avevano regalato), quest'anno con Dylan ho preferito volare basso e del volume n.12 delle Bootleg Series 1965-66 mi sono fatto  il doppio CD The Best  of The Cutting Edge , davvero splendido, evitando i 100 e passa euro per il Box di 6CD, che comunque rimane a detta di molti ( e ci credo) un grande documento. Ma tant'è, less is better o forse mi consolo a pensarla così. E così anche per Sticky Fingers dei miei amati Rolling Stones mi sono limitato al double CD che basta e avanza perché, tralasciando il concerto alla Roundhouse, quanto a out-takes inedite non siamo all'altezza né della ristampa di Exile On Main Street  né di Some Girls . Tralascio di commentare il mastodontico Box di 18 CD del Cutting Edge  di Dylan, edizione limitata per una cifra di 670 dollari più tasse doganali, una vera speculazione da parte della Sony per blindare il periodo migliore di Dylan che tra poco tempo rischiava di essere di pubblico utilizzo. La musica non è di tutti ma di quelli che la mettono in cassaforte, fanno bene i giovani a scaricarsela, loro che non sono nel tunnel dei feticci e dell'oggetto solido. Sempre parlando di ristampe i Rolling Stones che in quanto a business non sono secondi a nessuno hanno tradotto fisicamente in oggetti palpabili alcuni dei live precedentemente rilasciati download. Ottimi concerti di annate diverse, audio CD corredati di intriganti DVD, ognuno con una sua valenza particolare e immagine di differenti periodi della band, magari precedentemente sottovalutati. Divertimento assicurato anche se trattasi dei soliti immarcescibili Rolling Stones, i filmati sono l'occasione per vedere come è cambiato il loro look, come Jagger riesce a rimanere sempre uguale pur cambiando, come ingrigisce Keith Richards e come Ron Wood migliora di tour in tour, come mutano le loro scalette (a parti i soliti pezzi noti) e anche il sound, a volte più rock n'roll, altre più R&B e funk. Ecco quindi  The Marquee Club Live In 1971, cinque stelle seppure sia uno show a lunghezza ridotta per uno special televisivo, Rounday Park Live In Leeds 1992, quattro stelle per un tour che aveva prodotto il mortificante Still Life, e Live At Tokyo Dome 1990, quattro stelle per la "prima" in Giappone con il tour del rientro, dopo gli anni frozen tra Jagger e Richard. Parlando di leoni del passato, in questo caso purtroppo defunti, vale la pena di farsi un giro con I'll Remember  quattro  CD che raccontano l'epopea in studio ed in concerto dei Taste, il trio di Rory Gallagher che nel 1970 all'isola di Wight oscurò con il loro incendiario rock-blues irlandese gli headliners Hendrix e Who. Proprio quel concerto, non incluso nel box in questione, è poi stato reso disponibile da un CD audio ed un DVD ( What's Goin' On- Taste- Live At The Isle of Wight) che riporta l'intera esibizione del gruppo a quello storico raduno pop.
 

La discografia ufficiale ha scoperto Willy DeVille, vivaddio, anche se è meglio aggiungere che sono i tedeschi e ricordarsi dell'artista più bistrattato ed ignorato della storia del rock. Dopo il Live at Rockpalast 1978&1981  che documentava il periodo Mink DeVille, all'inizio dell'anno è arrivato (ma è datato 2014)  l'ottimo Willy DeVille Live at Rockpalast 1995&2008  di cui ho dato ampio resoconto su questo blog. Sul fronte jazz non ho potuto esimermi da acquistare Miles Davis at Newport, primo perché sono un fan di Miles, il mio jazzista preferito assieme a John Coltrane, secondo perché in quattro CD si colgono i cambiamenti nell'estetica sonora di Davis attraverso esibizioni che spaziano tra il 1955, dimensione ancora piuttosto classica tra cool jazz e be-bop prima con Gerry Mulligan e Thelonious Monk, poi con John Coltrane e Bill Evans, e il 1975  ovvero  il Miles Davis "totale" dopo il periodo free del 1966-67 con Shorter al sax, Hancock al piano, Ron Carter al basso e soprattutto Tony Williams alla batteria e quello jazz-rock avveniristico degli anni vicini alla pubblicazione di Bitches Brew. Sono registrazioni già note ma assemblate in un appetitoso multi CD con tanto di foto e note, un modo intelligente per documentare un'evoluzione con esibizioni dal vivo..
 
 

Lasciate da parte le ristampe, passiamo all'attualità, e qui il discorso langue. In un post dell'agosto scorso intitolato Summer In The City elencavo le pubblicazioni che mi erano piaciute fino allora: innanzitutto lo splendido Ashes & Dust  di Warren Haynes & Railroad Earth, il gagliardo outsider Seasick Steve con Sonic Soul Surfer, un compendio di musica da strada a da spiaggia fuori da qualsiasi itinerario turistico, la freschezza roots-soul degli Hollis Brown di 3 Shots, l'arruffata verve barricadiera dei Banditos. Dopo l'ottimo English Oceans  dello scorso anno Patterson Hood dimostra che il vero maitre a penser  dei Drive By Truckers  è ed è sempre stato lui. Quest'anno coi DBT mi ha concesso di ritornare alle emozioni provate vendendoli dal vivo nel 2014 a Londra, lo straordinario triplo CD It's Great To Be Alive!  è per chi scrive il miglior live dell'anno. Il suo ex suo compagno di viaggio Jason Isbell con Something More Than Free, almeno per il sottoscritto,  non è invece sullo stesso livello, d'accordo che il suo è "solo" un disco in studio ma  quella brillantezza di scrittura e profondità interpretativa che molti gli riconoscono io non la sento. Come non ho ancora capito se Primrose Green di Ryley Walker è un disco da applausi per i suoi orizzonti onirici e visionari, che a tratti  rimandano a Jonathan Wilson (altra stoffa però quest'ultimo), oppure una ristampa di un disco  di Tim Buckley. Decisamente più convinto riguardo al debuttante over-cinquantenne  David Corley, uno che ha avuto una vita tribolata e continua ad averla visto che recentemente dopo un concerto ha sofferto di un attacco cardiaco. Il suo Available Light è un onesto disco di un  loser arrivato in zona Cesarini sulle strade della ballata rock. Chi non perde tempo invece è Basko Believes, alias Johan Orjansson, che con il meditabondo, lirico e sognante Idiot's Hill  si rivela un piccolo Ryan Adams degli spazi nordici. Una promessa dalla Svezia, paese che con l'etichetta Rootsy.nu dimostra sensibilità ormai rara nel promuovere songwriters dalle sonorità rurali e stradaiole. Altro bel disco è Heartbreak Pass dei Giant Sand, lavoro ricco di sfumature e suggestioni con cui la band dell'Arizona si conferma irriducibile portavoce di quel rock desertico che pulsa borderline,  anche se visti sul palco a Milano più di un mese fa, il loro set sconta dell'atteggiamento sufficiente di un Howe Gelb  dispersivo nelle presentazioni e sopra le righe,  colpa forse di qualche birra di troppo.
 
 
La voce di Rhiannon Giddens, ex Carolina Chocolate Drops oggi in abito lungo e scollato con ambizioni da diva, illumina Tomorrow Is My Turn, il titolo è una canzone di Charles Aznavour,  un disco elegante e affascinante in cui la bella cantante supportata da un team di musicisti attenti a non prevaricarla passa attraverso il soul, il country, il blues, canzoni d'amore drammatiche e struggenti, con passo felpato e modi di classe. Forse è un pochino laccata l' interpretazione, dove si vorrebbe più spontaneità ed un lasciarsi andare oltre la perfezione stilistica ma basta la sentita versione di Sugaree di Elizabeth Cotten per consigliarne l'acquisto. Nessuna perfezione ma molta urgenza nei lavori di Jesse Malin, enfant prodige del milieu newyorchese che sembrava ormai sfiorito ed invece nel 2015 ha ritrovato la verve dei giorni migliori, quando era benedetto dall'amico Ryan Adams. Due dischi in un anno, New York Before The War e Outsiders. Ho preferito il primo per la sua varietà, ballate col pianoforte e spigolature elettriche, chitarre grondanti febbre rock  e l'aria notturna di quella New York che negli anni ottanta faceva sognare e adesso la si ritrova solo nelle canzoni di questo troubadour col chiodo di pelle e le All Star.


Se nel 2013 Boz Scaggs  con Memphis aveva realizzato uno dei suoi dischi migliori ricreando l'atmosfera delle storiche registrazioni di Al Green per Willie Mitchell e la Hi-Tone, aggiungendovi alcune chicche assolute come Rainy Night In Georgia di Tony Joe White e rispolverando due canzoni di Mink DeVille, Mixed Up Shook Up Girl e Cadillac Walk, due anni dopo si ripete con A Fool To Care. Insieme al batterista- produttore Steve Jordan  cui si sono aggiunti Willie Weeks al basso, Ray Parker Jr.  con la chitarra e Jim Cox alle tastiere, ha registrato il disco al Blackbird Studio di Nashville addentrandosi nel profondo sud degli Stati Uniti e traendo ispirazione per la scelta delle canzoni dai suoni del Texas, di New Orleans e dell' Oklahoma, oltre che di San Francisco,  luoghi che hanno avuto un ruolo importantissimo nello sviluppo della sua sensibilità musicale. Da splendido gourmet quale è non si è limitato agli standard ma ha scovato classici nascosti rimettendoli in circolo vestiti a nuovo, arricchendoli della sua bravura e maturità d'interprete, della sua voce calda e rotonda e di una strumentazione tanto parca e misurata quanto elegante e moody. A Fool To Care è un disco di blue-eyed soul rilassato ed estremamente piacevole. Steve Jordan sta dietro anche al terzo disco solista di sua eminenza Mr.Riff ovvero Keith Richards, il quale con Crosseyed Heart   dopo venti tre anni dal suo precedente lavoro  asseconda la propria voglia di musica in libertà, senza pressioni, scadenze, limiti, doveri. Senza Mick Jagger. Una  pausa di relax, nessun intralcio coi piani dei Rolling Stones visto che in questi giorni sono tornati on the road, piuttosto sfruttare i momenti morti per suonare con amici di vecchi data una serie di canzoni che potrebbero, sparse, stare benissimo  nei dischi della famosa band se non fosse che i musicisti che lo circondano sono diversi. A molti il disco non è piaciuto, liquidandolo sbrigativamente, quando magari gli stessi avevano parlato bene di Talk Is Cheap, la sua prima registrazione solista. Non si capisce il metro di giudizio, Crosseyed Heart  ha molte analogie con quel disco, l'amore per il soul ed il sound di Memphis, il blues sfilacciato e il rock n'roll da strada. il reggae e le ballate dondolanti, bellissima quella, Illusion, con Norah Jones. Un disco divertente e di basso profilo, anche di cuore, come nello stile dell'autore. Non un disco dei Rolling Stones, e nemmeno di Mick Jagger.
 

Nonostante non tutto funzioni alla perfezione non mi è dispiaciuto nemmeno il nuovo lavoro del più promettente chitarrista di rock-blues uscito negli ultimi anni, ovvero  Gary Clark Jr. Dopo il Live  del 2014 devastante apologia di rock e blues portati in lidi su cui solo gli Dei della chitarra, in primis Hendrix, avevano camminato,  il texano  con The Story of Sonny Boy Slim  ha tradotto una delle sue affermazioni "  ascolto tutto e voglio suonare ogni cosa".  Ecco quindi la diversità tra il Gary Clark Jr. del palco e quello dello studio, il primo facilmente accessibile a chi ama le tinte forti e i fumi sulfurei del blues e del rock, comprese le sue divagazioni psichedeliche e spaziali, il secondo più complesso ed estroverso, non sempre digerito dai puristi perché disposto ad abbracciare funky e jazz-rock, hip-hop e soul,  Smokey Robinson e Sly and Family Stone, Marvin Gaye e Jackson 5, passando per i Parliament Funkadelic, Miles Davis, Freddie King, il rap di Tupac,  e naturalmente Hendrix. Un bel casino direte voi, e così è The Story of  Sonny Boy Slim  titolo che trae ispirazione metà dalle radici southern dell'artista e dai musicisti blues che lo hanno influenzato, metà dalla sua partecipazione come attore al film di John Sayles del 2007 Honeydripper , la storia di Sonny un giovane musicista che trasforma il blues ed il R&B in rock n' roll. Forse è questo l'intento del suo nuovo disco in studio, portare i fans cresciuti a base di blues tradizionale verso destinazioni e territori diversi, oltre i confini di quello che ci si aspetta da un chitarrista cresciuto suonando all'Antone's, il celebre club di Austin, assieme a Jimmie Vaughan, Hubert Sumlin e Pinetop Perkins. Un percorso impegnativo e ambizioso che rischia di deludere coloro che amano la sua prorompente carica live e i toni più classici del rock-blues, senza magari avere come contropartita l'acquisizione di un pubblico disponibile agli esperimenti e alle modernità. Ma al di là di certe concessioni funk, il suo nuovo lavoro è interessante e lo ascolto ancora a diversi mesi dalla sua uscita.
 

 

Più spartano e misurato l'ultimo disco, nel senso che è passato a miglior vita, di Pops Staples il patriarca di una delle più celebri family band americane di gospel, soul, pop, R&B, di cui è recentemente uscito l'appetitoso box  Faith & Grace che documenta i migliori anni della loro attività tra il 1953 e il 1976.  Pops Staples è morto nel 2000, questo Don't Lose This raccoglie le sue ultime registrazioni effettuate nel 1999 e poi portate a termine dalla figlia Mavis con la collaborazione di Jeff Tweedy di Wilco. Un disco bellissimo, sofferto e commovente ma anche solare e rilassato, illuminato dalla singolare voce "abbandonata" di Pops Staples e dal suo stile chitarristico scarno, che ingloba blues, gospel e soul con una delicatezza e scioltezza senza eguali. Magnifica la versione di Gotta Serve Somebody di Dylan. Segnalazione anche per  il Frankie Lee di American Dreamer,  outsider che ha vagabondato per mezza America prima di cantare di gente del nord, operai del Minnesota e contadini del Nord Dakota, scandinavi arrivati dal nulla col nulla che si sono ritagliati un posto dove vivere, storie ordinarie e amori complicati, con una voce e un songwriting  che intrecciano il primo Joe Henry con Lucinda Williams,  Freedie Johnston con Ron Sexsmith. Nulla di eccezionale ma un disco con ballate e canzoni che scaldano il cuore, ascoltatevi Where Do We Belong e mi direte. Ben più rovente il Neil Young and Blue Note Cafè miglior live dell'anno dopo quello dei Drive Blue Truckers per un performance risalenti agli anni 1987/88 all'insegna di un notturno rhythm and blues con copiosa sezione di fiati. Nessun titolo conosciuto tranne quelli risalenti all'album This Note's For You , una resa R&B di On The Way Home dei Buffalo Springfield  ed una epica versione di Tonight's The Night. Unica nota dolente la qualità audio, si sentono bene i fiati all'unisono in alcuni momenti quando intervengono gli assoli dei singoli il suono è lontano. Menzione particolare per una delle canzoni dell'anno, Forbidden Nights  di Darlene Love dal debordante album Introducing D.L prodotto da Steven Van Zandt. Scritta da Elvis Costello e cantata come se le Ronettes riempissero ancora l'etere, è una canzone corale che sprizza gioia e buon umore col sound dei migliori giorni di Asbury Park, quelli di The River per intenderci.


 

Per ultimo gli italiani, tra quelli che ho ascoltato il premio va a Sangue e Cenere  dei Gang per la coerenza del linguaggio e la scarna bellezza di un folk che riesce a stare al passo coi tempi senza vendersi e truccarsi. Bella anche la copertina, una rivisitazione italica dei Basement Tapes.  Puro divertimento con Down The Line della Gnola Blues Band ovvero come rimanere dei bluesmen senza per forza di cosa suonare le dodici battute. Premio alla carriera a Graziano Romani per il suo Vivo/Live , due CD che riassumono le diverse facce di una avventura musicale divisa tra Rocking Chairs, dischi solisti al calore del soul, canzone italiana e cover. Note positive anche per Paolo Bonfanti e il suo Back Home Alive altro bluesman con la vista lunga che non si accontenta degli standard ma occhieggia ad un roots-rock che sa di Blasters e Los Lobos, e per i pesaresi  Cheap Wine il cui secondo album dal vivo, Mary and The fairy, basato su titoli meno noti del loro ricco repertorio evidenzia  un sound che è ormai un marchio, qui bilanciato tra atmosfere notturne ed underground e le coreografie barocche e classicheggianti create dalle tastiere  di Alessio Raffaelli.

Tra i debuttanti, o quasi, mi va di segnalare Rough Man di Frank Get un rocker di Trieste con passate esperienze nel blues. Il suo è un disco forse troppo lungo, che non ha un focus preciso ma è  un calderone vivo e pulsante zeppo di tutti i suoi amori e influenze musicali, tra rock, blues, ballate, folk, roots, southern rock e una calda versione di Mixed Up Shook Up Girl di Mink DeVille, cosa che gli fa onore. Adesso è in giro con la sua band a presentarlo,  combo di cui fa parte saltuariamente il bravo chitarrista Anthony Basso dei disciolti W.I.N.D. Se li trovate vicino casa a suonare non fateveli scappare, ne vale la pena.

Buon Anno.

MAURO ZAMBELLINI     3 gennaio 2016
















MY

venerdì 4 dicembre 2015

THE RIVER : la storia

 
 

 
La leggenda racconta che in un freddo giorno nevoso, prima del Natale 1988,  a New York  era in corso una importante e affollata asta su oggetti provenienti dal mondo dello spettacolo  quali locandine di film firmate direttamente da Alfred Hitchcock, un vestito di prova usato da Judy Garland per Wizard of Oz e altre curiose memorabilia, quando una giovane donna bionda in eleganti abiti borghesi, dopo aver aspettato pazientemente che la folla dei cinefili si diradasse, alzò la mano per fare la sua offerta a proposito degli articoli riportati a pag.41 del catalogo, contrassegnati coi numeri che andavano dal 306 al 311. Sicura del fatto suo, la giovane donna  offrì per il primo di quegli articoli la cifra di 500 dollari ma un distinto signore seduto in fondo al locale rilanciò il prezzo di 2000 dollari e con l'autorità di chi ha soldi da maneggiare e il distacco del vincitore si accaparrò l'oggetto del contendere. La situazione si ripropose invariata anche per gli altri articoli  di quella maledetta pagina 41, ogni offerta della giovane donna veniva sovrastata dal gioco al rialzo dell'attempato signore, che con voce sicura svilì ogni tentativo della giovane donna. All'ennesimo intervento, quasi stizzita, la donna si girò per vedere meglio chi fosse quell'uomo, un quarantenne leggermente in sovrappeso con l'aria del professore che con i suoi modi aveva mandato in fumo gli oggetti del suo desiderio portandosi a casa tutti gli articoli del lotto. Mai si sarebbe immaginato di trovare in quel posto colui che non aveva sicuramente bisogno di spendere tutti quei soldi per della memorabilia su Springsteen, l'uomo, Jon Landau, che dell'artista poteva possedere tutto, in particolare i fogli su cui Springsteen aveva scritto le sue canzoni. Difatti, i pezzi preziosi di quell'asta si riferivano ai fogli su cui l'artista aveva scarabocchiato di proprio pugno  i testi di alcune sue rare canzoni,  un cimelio dell'era Still Mill col titolo di Full Of Love, una canzone mai pubblicata, Still Here, le cui liriche preannunciavano il tema di Darkness of The Edge of Town, un Poem For Clarence che Bruce aveva usato per introdurre sul palco Clarence Clemons e un pugno di canzoni manoscritte (Out In The Street, Slow Fade, Indipendence Day, Point Blank) buttate giù  da Springsteen immediatamente dopo la chiusura di Darkness On The Edge of Town  e  diventate poi l'argomento del missing album di Springsteen del 1979 ovvero The Ties That Bind.  L'origine di quei manoscritti rimane una mistero e in questi casi raramente la casa d'aste rivela la fonte di provenienza ma le indiscrezioni dicono che tale materiale provenisse direttamente dall'ambiente interno a Springsteen. Una tra le voci più attendibili attribuisce  la responsabilità a Mike Batlan, l'originale tecnico delle chitarre di Bruce, che licenziato in tronco dallo stesso per un bisticcio avesse per ripicca occultato i fogli.
 

Comunque sia la storia, e non ci interessa più di quel tanto, questo aneddoto consente di ritornare su uno degli episodi "oscuri" della discografia di Bruce Springsteen, quello della genesi di uno degli album più popolari e osannati del Boss, il terzo capitolo dello storico ciclo  aperto nel 1975 con Born To Run  e chiuso nel 1980 con The River. Pubblicato il 17 ottobre di quell'anno The River  venne beneficiato dal primo posto nella classifica di Billboard e da un tour che consacrò Bruce Springsteen come il più grande performer rock di tutti i tempi. Nelle note annesse al box The River Collection  il giornalista Mikal Gilmore, fratello di Gary Gilmore, quello diventato famoso per aver richiesto l'esecuzione capitale per i due omicidi perpetuati in Utah e poi impiccato nel 1977 (la storia è raccontata da Normal Mailer in Il canto del boia), lo definisce  "l'album cardine di Bruce Springsteen: la cerniera tra le ambiziose agitazioni che l'avevano preceduto e i tumulti musicali più stringati e lo storytelling da brivido che seguirono".

Nel 1975 Born To Run  aveva creato la mitologia della strada, tre anni dopo Darkness aveva portato gli ascoltatori nell'oscurità del sogno americano senza porsi il problema delle cause storiche, The River  inaugurava l'infelice decade degli anni ottanta con un penetrante esame della vita di ogni giorno di tanti americani, tra duro lavoro, amori destinati al fallimento, paura e naturalmente macchine. Un album che è il punto di riferimento di una carriera (come lo sono stati altri doppi album di studio, il White Album  per i Beatles, Exile  per gli Stones, Blonde  On Blonde  per Dylan, Electric Ladyland  per Hendrix,  London Calling  per i Clash) più dal punto di vista del racconto che da quello del successo, ovvero il passaggio da una rappresentazione mitica dell'America ad una visione storica della realtà americana. Gli avvenimenti successivi della sua vita artistica contribuiranno a confermare questa tendenza.

The River  esce in un momento di difficile passaggio politico e culturale oltre che temporale, proprio nel momento in cui l'amministrazione Carter lasciava il posto a Ronald Reagan e alla sua restaurazione. Un disco molto diverso sia dall'euforico Born To Run  che dall'ombroso Darkness,  un insieme di canzoni divise tra potenti rock urbani e malinconiche ballate che riflettevano un senso di tradizionalismo che poteva apparire populista, oltre costituire un punto di non ritorno nella carriera dell'artista del New Jersey. Prima della sua uscita l'orientamento culturale dominante nel suo paese era in molti modi radicato nel retaggio etico degli anni sessanta e settanta, secolare, liberale, anche solidaristico in tante istituzioni; dopo la sua uscita l'orientamento culturale dominante andò verso quella che è l'immagine prevalente degli anni ottanta e novanta, evangelica, conservatrice, molto meno critica verso il potere e la tradizionale autorità. Con i caratteri e le immagini che popolano le canzoni di The River, Springsteen può addirittura sembrare un conservatore, appartenente a quella classe operaia americana che tante volte si è schierata coi repubblicani, anche se in realtà  le cose non sono mai come sembrano e quello che Springsteen stava cercando di conservare nelle sue canzoni era molto diverso da ciò per cui era stato eletto Ronald Reagan. Figlio degli anni sessanta, Springsteen metteva la sua musica al servizio di una visione che per molti versi esalava ancora il profumo degli anni cinquanta, una visione che non evitava gli aspetti meno attrattivi di quella nazione ma nello stesso tempo descriveva le vite individuali anche nel loro lato ordinario e comune. Il protagonista di Sherry Darling sembra un prodotto di una serie televisiva di largo consumo, il lavoratore di Out In The Street assomiglia a qualcuno della generazione di suo padre più che all'etica hippie della propria gioventù e in un periodo dove emergevano Toyota e Honda e l'industria giapponese metteva in ginocchio l'industria automobilistica a stelle e strisce, c'era un che di incosciente nostalgia in Cadillac Ranch. Nel momento in cui Bruce Springsteen lasciava dietro di se l'idealismo esaltante di canzoni simbolo come Born To Run, Thunder Road e The Promised Land, comunque epicentro delle sue sismiche performance, e il ragazzo si faceva uomo, erano le radici a dare supporto alla sua ispirazione, uno spirito retrò applicato alla musica non meno che ai testi. Wreck On The Highway  evoca la classica country music degli anni quaranta e cinquanta, I Wanna Marry You fonde un antico tema romantico con il rock italoamericano di Dion e Frankie Valli, Hungry Heart si libera dalle oppressioni indotte dall'educazione cattolica attraverso una manifestazione fisica e sessuale come il ballo  ed il sound alla Duane Eddy di Ramroad  riporta alle origini del rock n'roll e ai fifties.
 

Ma se The River  fosse semplicemente una serie di quadretti riciclati  sarebbe stato velocemente dimenticato come un pezzo da museo invece di diventare un disco da isola deserta. La ragione della sua longevità è il modo con cui molte canzoni dell'album si occupano di faccende che sono sia contemporanee che senza tempo. Forse il miglior esempio è proprio la stessa The River, una storia di amore destinata ai cliché di una vita  qualunque di provincia, tra preoccupazioni e ristrettezze economiche, una storia che si ripresenta a ogni generazione e non è solo il frutto della sensibilità di un ragazzo americano del 1980. Drive All Night evoca amore, mentre Stolen Car  evoca terrore ma entrambe suonano fresche e confortevoli ogni volta che si ascoltano, anche nella loro struggente malinconia e lo charme malizioso di Hungry Heart è ancora capace di sedurre trentacinque anni dopo essere entrato nelle Top Ten dei singoli e nella heavy rotation radiofonica, in contemporanea con Starting Over di John Lennon e proprio nei giorni in cui questi veniva ucciso davanti al Dakota Hotel.

Lo  Springsteen di The River  può essere visto come un amabile conservatore ma ciò che era interessato a conservare erano le tradizioni musicali, politiche e culturali che avevano reso possibile l'esistenza di Chuck Berry, dei Beatles e di Bob Dylan ovvero conservare valori come l'integrazione, l'uguaglianza e la libertà definita in termini di personale autonomia, in contrasto con quei valori di  cui fu alfiere Reagan ovvero segregazione, competizione e libertà definita in termini di liberismo economico. Le canzoni di The River  simbolicamente riaffermano la possibilità di immaginare un mondo dove il conservare le tradizioni con cui si è cresciuti  si accompagna, come suggeriscono le parole di A Change Is Gonna Come di Sam Cooke,  ai cambiamenti che stanno per arrivare ed è proprio il testo di Independence Day a suggerirlo, laddove Bruce non canta solo dell'indipendenza del diventare adulti e recidere il cordone ombelicale con la famiglia, il padre ed una vita predestinata di fatica e anonimato, ma piuttosto della ricerca di un possibile futuro dove "c'è gente diversa che ora viene e vedono le cose in maniera diversa, e presto tutto quello che abbiamo conosciuto non ci sarà più" .

The River  è il primo vero disco di rock popolare di Springsteen, molto più di Born In The Usa,  la sua musica non è slegata dal contesto socio-temporale in cui nasce ed è pronta a recepire, nel bene e nel male, gli input del momento, un concetto che rischia di sfuggire di mano e annoverare l'artista nel populismo se non fosse che per Springsteeni i dubbi, sugli individui, sulla società, sulla politica, valgono molto di più che le certezze. Mentre in Born To Run e Darkness  Springsteen analizzava la realtà americana osservando  e descrivendo le forze che controllavano le esistenze dei personaggi delle sue canzoni nella dimensione del presente e del quotidiano, senza porsi il problema delle cause storiche, da The River  cominciò a porsi il problema di indicare in che modo le cause dei problemi fossero imputabili alla storia passata del suo Paese. Nebraska,  Tom Joad  e The Rising  andranno ancora più a fondo in questa analisi senza perdere una virgola del potere consolatorio e liberatorio della sua musica.
 

 

        Durante il tour di Darkness  Springsteen aveva già lavorato a canzoni come The Ties That Bind, Point Blank, Sherry Darling, Indipendence Day, Ramrod, alcune delle quali le aveva suonate in concerto, ma la sua casa discografica, allora si chiamava ancora Columbia, era seriamente intenzionata a far uscire un album dal vivo tanto che furono registrati diversi concerti. Fu stampato un dodici pollici con una versione live di Prove It All Night  registrata al Berkeley Community Theater, rimixata da Jimmi Iovine con un suono compatibile per le stazioni radiofoniche Fm. L'uscita venne poi accantonata e si dovettero aspettare altri dieci anni per avere un live ufficiale di Springsteen. In realtà, nonostante il clamore mediatico suscitato qualche anno prima da Born To Run, i rapporti tra l'artista e la Columbia erano tutt'altro che idilliaci, questa difatti non sopportava i tempi lunghi di Bruce, così abituata ad un disco all'anno anche da nomi inattaccabili come Dylan. Era l'usanza in voga negli anni sessanta e settanta ma le cose stavano cambiando perché in quello scorcio d'epoca per un artista  sembrava più conveniente aspettare che un suo album uscisse definitivamente di classifica prima di pubblicarne un altro, evitando così di entrare in competizione con sé stesso. Springsteen lavorava alla sua velocità e la maggior parte dei suoi album hanno sempre rispettato i suoi tempi piuttosto che quelli della casa discografica. Per di più, in occasione del suo secondo disco, la Columbia delusa dalle 65 mila copie vendute, fu realmente in procinto di licenziarlo e quando anche Darkness  si posizionò  lontano dalle previsioni dei manager, (raggiunse il quinto posto di Billboard senza andare oltre) fu seriamente presa in considerazione la pubblicazione di un live per gestire lo stallo. La verità è che alla Columbia non interessava un album ma un singolo di successo. Durante un intervista verso la fine del 1978, Springsteen disse che era invece diventato urgente per lui realizzare un nuovo album, probabilmente per l'estate seguente. Iniziò a lavorare con la band nel marzo del 1979 ma entrò con la E-Street Band in studio al Power Station di New York solo in aprile. Aveva un pugno di canzoni nuove e qualche scarto dei precedenti album, la Columbia non aspettava altro e cominciò a far circolare la voce che il nuovo disco sarebbe uscito a ridosso delle festività natalizie. Le canzoni che Springsteen aveva in mano erano The Ties That Bind, un brano che aveva presentato per la prima volta dal vivo nel novembre del 78, Sherry Darling, altra canzone del Darkness  tour, di cui l'artista diceva che sarebbe stato il singolo con cui anticipare l'album, Indipendence Day  una canzone tanto potente ed emozionante che altri artisti avrebbero costruito un intero disco attorno ad essa, Point Blank un pezzo che era già stato rifinito in tante esecuzioni dal vivo, Ramrod altro debutto del 1978, quella Because The Night scritta per Darkness  e poi finita a Patti Smith e Driving All Night i cui rudimenti erano stati scritti nelle session di Darkness. Inoltre poteva giocare con altre carte, una serie di canzoni come Frankie, Fire, Hearts of Stone, Don't Look Back e Promise, entrate poi nella mitologia delle rarities, brani che avrebbero fatto la felicità di qualsiasi altro artista ma che per Bruce non erano ancora mature.
 

Per capire la tecnica di Springsteen in studio e la meticolosità del suo songwriting qualcuno ha tirato in ballo il carattere chiuso di quando era ragazzo, la scarsa attitudine alle relazioni sociali, il fatto che quando suonava con altri amici musicisti nei club di Asbury Park lui fosse immancabilmente il più serioso e taciturno. Forse è anche questa la ragione per cui un performer capace una notte di stregare uno stadio di 80 mila persone, la notte seguente mantiene l'umiltà di jammare in un club di provincia davanti ad una cinquantina di persone scarse e con musicisti locali. Fanatico nei riguardi del suo materiale privato e carismatico di fronte alle folle, pignolo e certosino, il più prolifico songwriter che possa esserci, prima di far uscire il suo primo disco Greetings from Asbury Park  aveva già messo su cassetta canzoni per almeno tre album, ed il più lento realizzatore di dischi che si ricordi, almeno per una certa epoca, visto che in 17 anni tra il debutto del 1973 e la fine degli anni ottanta pubblicò solo otto album di studio ufficiali. Ogni suo disco, a cominciare da Born To Run, diventava un'avventura massacrante, Springsteen usava lo studio per scrivere e riscrivere i pezzi incessantemente e i membri della band passavano la notte a registrarli aspettando la nuova pila di canzoni che Bruce scriveva di giorno. E ciò fu esattamente quello che successe nelle session di The River.  Prima di andare in studio la band aveva lavorato ad una dozzina di canzoni e a tutti loro, tranne che a Springsteen, quello appariva già un album completo. Le nuove canzoni includevano The Ties That Bind e I'm Gonna Treat You Right, conosciuta anche come Wild Kisses, che pareva piuttosto uno scarto di Born To Run. Poi c'era Tonight, brano muscolare non troppo dissimile da Jackson Cage. Springsteen era più concentrato sulla ricerca di un sound particolare e sull'approccio della band a quel sound piuttosto che sulle parti vocali. Di Tonight si persero le tracce mentre da un demo casalingo dei primi mesi del 1979 saltarono fuori You Can Look e Held Up Without A Gun, canzone questa che avrebbe dovuto essere in The River   ma tagliata fuori all'ultimo momento, ed una ballata, Chevrolet Deluxe, che  biografi come Charles R. Cross dicono possedesse alcune somiglianze strutturali con The River. Quando finalmente Bruce portò nell'aprile del 1979 la E-Street Band al Power Station, dopo le prove, dopo il demo tape, dopo tutto il tempo che si era preso per il songwriting, la prima canzone ad essere registrata fu la sventagliata micidiale di rock rabbioso intitolata Roulette, scritta a caldo dall'artista dopo l'incidente nucleare di Three Mile Island in Pennsylvania. Un mese dopo vennero registrate Cindy, Jackson Cage, Ramrod, Hungry Heart e Be True. C'era materiale più che sufficiente ed in molti casi eccezionale per un album ma Springsteen non ne era soddisfatto. Concepiva un album nello stesso modo che uno scrittore concepisce un romanzo, con un inizio, una fine ed un corpo centrale, e così per lui le canzoni tutte insieme dovevano sempre possedere più forza di ogni canzone presa singolarmente. La prima idea per il nuovo album  prevedeva una facciata A con The Ties That Bind, The Price You Pay, Be True, una romanticheria pop-rock con echi di Byrds che poi uscì come B-side di Fade Away, il rock n'roll proletario di Ricky (Wants A Man of Her) e la grandiosa Stolen Car meno lenta e rarefatta rispetto a quella messa nel doppio The River, con un afflato  decisamente roots determinato dalla fisarmonica di Danny Federici. La seconda facciata contemplava I Wanna To Marry You che nell'album originale perse il to, quella Loose Ends che è una delle migliori out-takes in assoluto del catalogo springsteeniano, dove risuona tutto lo stile della E-Street Band con l' assolo di sax, il drumming potente di Max Weinberg, il piano di Bittan, il refrain irresistibile e la voce di Bruce, un  brano che gli stessi musicisti della band dicono sia stato lo sforzo vocale più elevato mai fatto dall'artista in una seduta di registrazione. Poi ci sono Hungry Heart ed un titolo, The Man Who Got Away, che esisteva  nel notebook a spirale di Springsteen e oggi è disponibile nel CD delle out-takes di The River Collection. Un brano il cui impianto strumentale è sostenuto dall'organo di Federici, la voce è grave e sfiduciata, il ritmo nervoso, l'insieme crudamente rock. Avrebbe dovuto chiudere quella prima idea di album, Ramrod. Era un album diverso dai precedenti di Springsteen proprio per la presenza di diverse canzoni dai tempi medi, di love songs melodiche e di una sorta di easy-going confinante col pop. C'erano sentimenti e romanticismo, dolcezze in Loose Ends e Be True che facevano pensare ad un disco sulle difficili relazioni uomo/donna. Ma la storia non andò in questa direzione. Le cose tra il periodo in cui aveva buttato giù questa lista, presumibilmente all'inizio del 1979 e l'estate di quell'anno cambiarono drasticamente. L'album non era ancora stato mixato e la sequenza di canzoni rimase sulla carta. Springsteen si mise a rivedere ciascun brano e a fare mixaggi e contro mixaggi di ciascun pezzo fino a quando si prese una pausa perché  contattato per partecipare ai concerti antinucleari organizzati dai Musicians United for Safe Energy (MUSE) di cui facevano parte Jackson Brown, Bonnie Raitt, Graham Nash, Harvey Wasserman e John Hall. Bruce Springsteen e la E-Street Band suonarono al Madison Square Garden il 22 e 23 settembre 1979 ma per ragioni inspiegabili non presentarono la devastante Roulette, incentrata sui pericoli del nucleare, ma un set da capogiro con brani noti del loro repertorio più le nuove ed inedite Sherry Darling  e The River.  Dopo di chè l'artista tornò al proprio lavoro rimixando le vecchie tracce e mischiandole con delle nuove, creando quello che effettivamente sarebbe dovuto essere il nuovo album, intitolato The Ties That  Bind.  Della nuova lista, oltre alla canzone titolo, facevano parte Cindy, canzone pop di amore non corrisposto, piuttosto leggera per gli standard abituali della E-Street Band, Hungry Heart, Stolen Car, Be True, The River, una versione rockabilly di You Can Look (But You Better Not Touch), The Price You Pay, I Wanna Marry You e ancora Loose Ends. Questa è la scaletta dell' album singolo mai pubblicato, conosciuto come The Ties That Bind  per cui vennero perfino realizzate foto e copertina.  
 

Tutto ciò risale all'autunno del 1979, il disco avrebbe dovuto uscire a Natale ma Springsteen si fermò per mixare il suo set del Madison Square Garden per l'album No Nukes   e Devil With A Blue Dress fu scelta come radio sampler per inondare la nazione di potenti note rock al servizio di una sensibilità anti-nucleare. Immancabilmente i tempi si allungarono, la Columbia fremeva, l'artista aveva più dubbi che certezze e cambiò drasticamente alcune delle canzoni già registrate, oltre a portarne delle nuove. La band dal canto suo sperimentò delle versioni rockabilly di tutto il materiale a disposizione, Slow Fade  divenne Fade Away, Stolen Car  cambiò pelle in una struggente ballata ma alla fine il disco con quelle canzoni suonava come un party record e nient'altro. Il materiale si sviluppava tra due estremi, tra lo scalpitante rock n'roll di Cadillac Ranch e l'atmosfera intimista di Wreck On The Highway,  in mezzo c'erano oltre mezzo milione di dollari messi nello studio che non avevano ancora portato a nulla. Poi finalmente qualcuno suggerì l'ipotesi del doppio album e allora tutto cominciò ad avere un senso agli occhi di Springsteen. Abbandonò l'idea di un disco pop basato su  canzoni d'amore e prese in considerazione entrambi gli aspetti del party, il tipo che beve con gli amici al bar e la moglie e i figli a casa che piangono soli.  Come disse lo stesso autore allo scrittore Robert Hilburn "avevo un album di canzoni finite ma non diedi il via all'album perché non era abbastanza personale. Questo album, The River , è molto più personale ed intimo, cercavo quella logica interna che univa ogni cosa e adesso qui c'è". Anche il cambio del titolo non è casuale, da The Ties That Bind, i legami che uniscono, a The River  sembra sottolineare come il focus del disco si sposti dalle relazioni uomo/ donna ad un contesto più ampio e generale, una visione che ha suscitato nella critica americana  paragoni coi libri di Steinbeck e con il cinema  John Ford. Ma The River  non è un album che offre delle soluzioni e dei finali, racconta sì delle storie con delle conclusioni ma senza risoluzioni di verdetti morali. Venti canzoni divise in quattro facciate di vinile, un doppio album  assurto all'olimpo del rock, almeno di quello post-70. Furono in tanti ad entrare in contatto con la musica di Springsteen proprio con The River  ( responsabile anche un tour che arrivò alle nostre porte con quel mitico concerto all'Hallenstadion di Zurigo nell'aprile del 1981) grazie ad una canzone-titolo di una forza epica ed un significato simbolico straordinario. E l'intero lavoro non suona come un prodotto della decade in cui uscì ma è una connessione di tutto quanto ha espresso il rock n'roll dagli anni cinquanta in poi nella sua dimensione popolare, compresa la presenza di un lato pop ( Hungry Heart e Sherry Darling), prima assente nella discografia dell'artista. Se c'è un album che viene ricordato come espressione della totalità del sound di Springsteen con la E-Street Band, questo è proprio The River, un doppio album leggendario, un vero disco da cinque stelle anche in virtù della nuova ristampa che ne illumina le sfaccettature e  l' evoluzione.

 

MAURO    ZAMBELLINI   
 

 

 

 

 

 













martedì 24 novembre 2015

BRUCE SPRINGSTEEN The Ties That Bind: The River Collection

Dopo i box dedicati a Born To Run e Darkness On The Edge of Town, si chiude la trilogia delle meraviglie di Bruce Springsteen & The E-Street Band con The Ties That Bind: The River Collection, monumentale box che documenta con foto,parole,musica e immagini l'accidentato percorso che ha portato a quel capolavoro della musica rock.

Avrebbe dovuto uscire a Natale del 1979 l'album che poi partorì The River. Erano già state scattate le foto per la copertina ( Frank Stefanko), una con Springsteen seduto su una staccionata, l'altra davanti ad un albero,  il titolo doveva essere The Ties That Bind come la canzone che lo apriva. Poi le cose, (la storia è raccontata nel Buscadero di dicembre), presero una piega diversa e il disco doppio che tutti conosciamo uscì nell'autunno dell'anno seguente e con un titolo diverso. Adesso quell'embrione di The River, ovvero l'album singolo, è uno dei CD che compongono il monumentale box The River Collection, quattro CD e tre DVD che raccontano di quel periodo e di quello straordinario disco. Il Single Album  è il terzo CD del lotto dopo i due dell'album originale pubblicato il 17 ottobre del 1980, ed è quello che avremmo conosciuto se fosse uscito  The Ties That Bind, un disco in cui primeggiavano le canzoni sull'amore e sulle relazioni uomo/donna. Di fianco a titoli conosciuti come Hungry Heart, The River, The Price You Pay e I Wanna Marry You  qui presi come vennero registrati nelle session del 1979, ci sono delle novità, non del tutto inedite visto la loro circolazione in tanti bootleg del passato. C'è  Cindy  una canzone piuttosto leggera per gli standard della E-Street Band ma che fu seriamente in procinto di entrare nella scaletta del definitivo The River, c'è la versione n.1 di Stolen Car, splendida anche se meno rallentata e rarefatta di quella poi scelta, stessa malinconia ma coi tempi di un polveroso roots-folk con tanto di fisarmonica in bella evidenza. Be True è invece un arioso pop-rock con echi di Byrds ed un classico assolo di sax di Clemons il cui testo sottolinea il tono intimista che avrebbe dovuto avere tutto il single album.  La  You Can Look (But You Better Not Touch) qui presente è meno istintiva e viscerale rispetto a quella che già si conosce ma acquista in aroma fifties, suona difatti come un rockabilly alla Robert Gordon. Riguardo a Loose Ends è difficile capire come non sia stata selezionata per The River, è una canzone bellissima e rimane una delle più sincere love songs del suo carnet, la descrizione di come il rapporto tra un uomo ed una donna si possa guastare fino ad attendere con desiderio che uno dei due prenda il coraggio di dichiarare che la relazione è finita. Una visione piuttosto pessimista dell'amore,  una visione quasi dark che anticipa i toni crepuscolari di Tunnel Of Love. Ma  la voce appassionata di Bruce e i colpi della E-Street Band la tengono salda al periodo in cui venne concepita. Purtroppo prima del karaoke degli anni duemila raramente è stata  eseguita in concerto.

Il CD delle out-takes  abbraccia le session di registrazione tra il marzo 1979 e l'ottobre 1980, divise in un record one di  rarità mai pubblicate e per lo più sconosciute, alcune ricantate da Springsteen per quest'occasione, mixate da Bob Clearmountain e masterizzate da Bob Ludwig, ed un record two costituito da tracce del cofanetto Tracks e due dal triplo The Essential  del 2003. Pane per  i collezionisti è quindi la prima parte del CD, che inizia con il sax, la voce rabbiosa e il ritmo incalzante di Meet Me In The City  e coi toni duri di  The Man Who Got Away, un testo quest'ultima non  lontano dalla crudezza di Highway Patrolman.  Diverse tracce costituirono la base su cui crebbero altre canzoni, ad esempio la nervosa Little White Lies  è un giro tondo elettrico che offrì lo spunto per Be True  mentre da par suo The Time That Never  Was  è una sinfonia romantica con gran lavoro di piano e organo che poteva essere di alternativa a Price You Pay.  A ragione fu scelta quest'ultima e ciò avvalora il fatto che dopo aver sentito e risentito tutto il materiale raccolto in questo Box e aver ascoltato Springsteen raccontare nel DVD-documentario di 60 minuti diretto da Thom Zimmy la tumultuosa genesi dell'album,  una cosa è certa, quello che uscì come The River nell' ottobre del 1980 è il meglio che l'artista potesse scegliere e selezionare tra tutto il materiale a disposizione. Ben vengano le out-takes ma quelle venti tracce ( a parte l'esclusione di Loose Ends e di Roulette, reputata troppo politica e distante dal tema generale del disco), sono la dimostrazione che i tempi lunghi e la meticolosità con cui Springsteen lavorava in studio non sono solo frutto di una esagerata pignoleria ma il prezzo da pagare per avere tra le mani un capolavoro.

Questo non esclude che altri titoli avrebbero potuto tranquillamente compilare un altro album, visto la loro qualità. Ad esempio Night Fire è un urbanissmo rock dai tempi medi, con tanto di sax ed un bel drive di chitarre, un pianoforte che lascia il segno ed un cantato mai così stretto ed impostato, coerente con l'atmosfera serrata e sospesa del brano. Whitetown  ha un taglio più pop mentre in Chain Lightning  si scorge l'eco di Pink Cadillac, uno  sporco rockabilly industriale ancora da limare, con suono di Farfisa, sax baritono e cori persi nella notte. Finisce con un urlo. Party Lights è invece già rifinita e pronta per il disco, cerca spazio tra Two Hearts, Out In The Street e Crush On You. Veloce, gagliarda, drive chitarristico di prima scelta ed un Bruce smagliante dal punto di vista vocale. Già conosciuta in tanti bootleg Paradise By The C è uno strumentale caciaroso e corale, col sax in gran spolvero, l'Hammond arriva da Memphis e la band fa festa in strada. Più  che a The River  appartiene al mood di The Wild and The Innocent. Di tutt'altro tenore Stray Bullet, ballata rarefatta segnata dal pianoforte con sfumature jazz, in qualche modo ricorda Drive All Night , suoni acustici e ridente folk&roll invece per Mr.Outside la traccia che chiude questo record one del CD.

Già note per essere state raggruppate in Tracks le altre undici out-takes non posseggono lo stesso appeal collezionistico delle prime ma per chi si fosse perso le puntate precedenti Restless Nights  e Roulette  rimangono ancora oggi due chicche del songbook di Springsteen e così Where The Bands Are  e' con Rosalita una delle più dirette dichiarazioni dell'importanza dell' essere (e vivere) in una rock n'roll band. La stessa canzone è usata nel DVD relativo al concerto di Tempe come sottofondo per i credits.  Dollhouse  è  una fucilata rock contro un amore finto come una casa di bambole, sprazzi di sixties  si scorgono in Living On The Edge of World con tanto di coretti pa-pa-pa e uh-uh-uh, c'è un muro del suono in Take 'Em As They Come e Ricky Wants A Man of Her  risalente al lontano 1977 è rock n'roll nudo e puro con un tocco di organo Farfisa per sottolineare che "lei è cresciuta e vuole un uomo tutto per sè".
 I Wanna Be With You, altra canzone d'amore con un Bruce mai così deciso, arriva dal maggio del 1979 al Power Station ma fu una delle prime tracce registrate per Darkness, Mary Lou  è il prototipo di Be True, le prime tre righe di testo sono identiche ma qui il tono è più incisivo ed il sound muscolare. Small Things (Big Things One Day Come) ha quello stile pub-rock e fifties che piacque a Dave Edmunds, che ne fece una cover coi fiocchi e  Held  Up Without A Gun  è un rockaccio da sparare a manetta in mezzo ad uno stadio. Comparve la prima volta negli home demos registrati nel 1979 a Holmdel, New Jersey, la versione qui proposta è rimixata da The Essential.



Tre i DVD in questione, il primo è un nuovo documentario in cui Springsteen seduto nel giardino di casa davanti al garage/studio, con chitarra  in mano, racconta per filo e per segno la storia di The River, eseguendo qualche  pezzo in acustico, intervallato da immagini di concerti dell'epoca tra cui la festa per il matrimonio di Max Weinberg, le foto di Frank Stefanko e altri rari scatti di Bruce e la sua band, dentro e fuori dello studio di registrazione. La visione a cui ho assistito non aveva nessun sottotitolo, in nessuna lingua, sarebbe desiderabile la loro presenza nella versione commerciale. Inutile dire che i due DVD contenenti il film del concerto della E-Street Band alla Arizona State University di Tempe  il 5 novembre del 1980, il giorno dopo l'infausta elezione di Reagan a presidente degli Stati Uniti, a cui Bruce fa riferimento nell'introdurre Badlands,  sono una bomba. Non potrebbe essere diversamente, il tour di The River fu micidiale e  diverso dalle maratone esplosive del 1978, forse più rabbiose e lancinanti e dai concerti del 1975 ancora pervasi da una certa innocenza e urgenza giovanile. Quello che si evince da questo show, qui presentato con 24 canzoni per una durata di due ore e quaranta minuti, è uno Springsteen meno viscerale di quello del tour di Darkness forse perché la rabbia per essere stato fermo qualche anno a causa dlla nota diatriba con Mike Appel, è ormai scemata e adesso l'artista ha maggiore consapevolezza di sé come uomo, come rocker e come showman. La E-Street Band è la solita macchina da guerra ed in più si è arricchita di quelle sfaccettature che la portano ad essere a seconda dei brani una R&B revue, un combo rockabilly, un'orchestra soul, la più potente rock n'roll band in circolazione. Ma è Bruce Springsteen ad essere uno showman a tutto tondo, non solo il ragazzo della porta accanto che sta conquistando l'America e il mondo con una gang di amici e concerti che hanno la durata di un viaggio aereo intercontinentale.  La differenza con gli show attuali ed in genere con quelli post Born In The Usa è subito detta, oggi Born To Run è un po' l'apoteosi dello show e arriva nel finale, a Tempe, il concerto parte in sesta con Born To Run  e con la cavalcata selvaggia e l'assolo torcibudella di Prove It All Night.  Come dire questo è il rock n'roll, io sono Bruce Springsteen, questa è la E-Street Band. Punto e a capo.

Ma poi c'è anche un altro Springsteen a Tempe, quello che in Tenth Avenue Freeze Out veste i panni del soulman e si infila in un' incandescente R&B dove non gli serve la sua Telecaster perché gli bastano il microfono ed il sudore per  evocare Wilson Pickett che canta In The Midnight Hour, di cui fa accenno nel finale del pezzo. Oppure quando strimpella la chitarra come fosse Steve Cropper e si dilunga con una storia di sogni, macchine e ragazze, citando no money down di Chuck Berry e finendo nel magistrale rock n'roll di Cadillac Ranch in cui divertente è il gioco a  chiamata e risposta con Clarence,  oppure quando gigioneggia da crooner col lungo prologo appassionato di I Wanna Marry You o fa l'Elvis all'inizio di Fire e si scatena come un rockabilly rebel in You Can Look (But You Better Not Touch) e poi diventa dinamite pura in Ramrod.  Ci sono i classici dei suoi show, The Promised Land, Badlands, Thunder Road e Rosalita  che manda in orbita l'Università dell'Arizona, c'è l'epica e commovente Jungleland e la fulminante Detroit Medley ma c'è anche la concentrazione e l'impegno che accompagnano i brani dell'album appena pubblicato, ovvero  Jackson Cage, la sparatissima Two Hearts, lo sferragliare di Out In The Street, la divertente e corale Hungry Heart non ancora il sing-along che sarebbe poi diventata, la birichina Sherry Darling, la sottovalutata Crush On You  ed una I'm A Rocker alla velocità della luce. E' uno show divertente e intenso, ma anche intimo ed emozionante quando Bruce con sguardo che si perde nell'infinito, senza chitarra ma con l'armonica, si lascia inghiottire dai versi e dalle parole di The River e canta quella ballata come fosse una preghiera.

Ha tempo di cambiare giacca e camicia fradice di sudore ed entusiasmo, lo show è lungo, la serata caldissima, Tempe, Arizona 11/5/80 è uno dei concerti mitizzati del Boss, Rosalita sembra aver stremato sia Bruce che il pubblico ma l'encore è un tripudio, in sequenza sono I'm  A Rocker, Jungleland  e Detroit Medley prima dei saluti e gli abbracci finali sulle note di Where The Bnds Are.  Annata 1980,  tour di The River ovvero una delle ragioni per cui è valsa la pena essere nato. Ottima la qualità audio, mixato in stereo da Bob Clearmountain e rimasterizzato da Bob Ludwig, due veterani delle produzioni del Boss, buona, vista l'età, la resa video, seppur con una predominanza di toni scuri e bluastri, montato da Thom Zimmy, abituale collaboratore di Bruce. A margine anche 20 minuti di immagini tratte dalle prove del The River Tour svoltesi a fine settembre 1980 a Litiitz in Pennsylvania che mostrano Springsteen e la band lavorare agli arrangiamenti di quello che allora era ancora materiale inedito. Cosa dire di più, questo è Bruce Springsteen, l'uomo che ha salvato il rock n'roll.
MAURO  ZAMBELLINI 







martedì 17 novembre 2015

DRIVE BY TRUCKERS It's Great To Be Alive!


Chi conosce l'avventura artistica dei Drive By Truckers sa che i loro album live, ufficiali o meno, sono molto diversi l'uno dall'altro e riflettono un particolare momento del loro percorso. Così Alabama Ass Whuppin' è un furioso attestato della loro giovanile attitudine punk mischiata con i bollori di una disordinata vita sulla strada, Live from Austin è invece l'immagine del loro lato più rootsy, una sorta di americana giusto un po' alcolica per non smentire le abitudini della band e Black Ice Veritè è un urgente private rehearsal show in una notte di gelo e tormenta per presentare in anteprima ai propri fans di Athens il loro disco ( English Oceans) in uscita. Ognuno di questi live rappresenta un pezzettino della loro storia musicale, ma non la esaurisce, se quindi volete una panoramica più ampia della loro dimensione live dovete per forza rivolgervi a questo entusiasmante It's Great To Be Alive! , titolo preso dai versi di una canzone di A Blessing and A Curse del 2006 e cronaca di tre serate tenute al Fillmore di San Francisco il 20, 21 e 22 novembre del 2014. Un live esaltante che ha il pregio di documentare un grande show e di offrire le tante sfaccettature della eclettica personalità musicale dei DBT, una band che nel tempo è cresciuta enormemente ed in quell'area di rock americano che sta tra classicità, radici e spinte moderne, è oggi la migliore. Quarantacinque brani sparsi in tre CD, ma c'è anche la versione con DVD, un piece de resistence dove entra di tutto, dal loro arruffato e imbastardito southern rock a malconce storie perse nel diluvio di un dopo sbronza, racconti sghembi di un sud che pare preso da True Detective o da squinternati discorsi al bancone in qualche roadhouse sulla highway, lunghe esternazioni strumentali talmente acide e fuori di testa da far pensare ad una psichedelia del deserto (Gran Canyon) e cavalcate roots che si intrecciano a fremiti punk col ritmo primitivo di un rock n'roll straccione nato a sud di Memphis, secchi riff che non si capisce se debbano più agli Stones o ai Clash e ballate che hanno dentro di sé quel malinconico orgoglio di chi vive giorno per giorno con fatica e col mistero di cosa sia il domani, poesia elettrica che ormai non scrive, suona e canta più nessuno perché il mondo odierno di uno come Patterson Hood, il miglior letterato rock della sua generazione, non sa che farsene. E allora il rock n'roll per Patterson Hood, per il bravissimo chitarrista, cantante e autore Mike Cooley, per il batterista Brad Morgan, per il tastierista e chitarrista Jay Gonzalez e per il bassista Matt Patton, questa la band di It's Great To Be Alive! , diventa l'unica ragione possibile per sopravvivere e poter sfuggire a quel sud che le loro canzoni ridicolizzano nei suoi stereotipi e miserie culturali. E allora i Drive By Truckers sono la rock n'roll band che legittima una volta di più questa musica, una band fuori tempo e fuori previsione, che non fa sembrare tutto vecchio e passato e tantomeno morto perché quando loro intonano Where The Devil Don't Say o recuperano le novelle di Southern Rock Opera che hanno come titolo Ronnie & Neil, ed è inutile che aggiunga i cognomi, o Shut Up and Get On The Plane, ed è inutile che vi dica di quale aereo si tratti, o Woman Without Whiskey, ed è superfluo dire che di donne così loro non ne conoscono, allora capite che il rock è ancora una questione di pericolo e avventura e quando i DBT salgono sul palco potete essere certi che quel concerto è una questione di vita o di morte, come fosse l'ultimo della loro vita. Quindi alzate il volume ed entrate al Fillmore, oggi è grande essere vivi, e suona come una non banale fortuna visto cosa è successo ai loro colleghi al Bataclan, i Drive By Truckers in più di tre ore di concerto raccontano la loro avventura con una finezza, una energia, una intensità e determinazione che non avevano mai avuto, ridefinendo alla luce dei cambiamenti di organico i brani del passato, quelli di Souther Rock Opera e quelli di The Dirty South, quelli del monumentale Brighter Than Creation's Dark e quelli del rollingstoniano A Blessing and A Curse , prendendo scampoli anche da Go-Go Boots e The Big To Do, oltre naturalmente a English Oceans, il vero fulcro di questa maratona live. Una scaletta che pare dettata dall'estemporaneità del momento, senza nessuna preparazione se non esuadire la voglia di raccontare, con le parole e le chitarre, di Patterson Hood e Mike Cooley, alternati nelle voci, l'uno un prolifico novelliere, l'altro un poeta modernista. Un lungo viaggio che parte con la remota Runaway Train, una canzone che esisteva prima di loro quando si chiamavano Adam's House Cat e poi si addentra in storie di suicidi e depressioni, le struggenti e lancinanti Uncle Frank cantata da Cooley e Goode's Field Road cantata da Hood, nella scatenata Hell No, I Ain't Happy osannata da tutto il pubblico, nelle amare storie di amici musicisti portati via dall' AIDS in The Living Bubba e nel canto disperato di Putting People On The Man su Mary Alice ed il suo trattamento di chemioterapia, nello strambo quadretto famigliare di Box of Spiders preceduto dalla lunga dissertazione di Hood, nei drammi ad alto voltaggio elettrico di Primer Coat e Mercy Buckets e nella commiserazione di vicissitudini sociali, economiche e umane che attanagliano l'amata Lauderdale County nel Nord dell'Alabama. C'è un che di eroico nella loro performance e nelle loro canzoni, dramma e abbandono si susseguono in ordine casuale ma coerente nel dispiegare l' universo compositivo e sonoro creato da Hood e compagni, dove il country-soul lascia spazio a ruvidi passaggi di rockabilly, le radici di un rock periferico si fondono con cavalcate elettriche degne dei Crazy Horse, una A Ghost To Most trasformata in vero freewheeling si alterna al caos di Shut Up and Get on The Plane dove perfino i Replacements sembrano delle giovani marmotte. Realisti quanto la vita, sublimi in ballate dolenti del tipo Angels and Fuselage che si inerpica epica negli assoli di Gonzalez e Cooley, due chitarristi che non fanno rimpiangere le digressioni di Wilco, sferzanti e micidiali quando si compattano e suonano come una potente e cruda rock n'roll band, rurali nella tranquillità idilliaca di First Air Of Autumn e debitori del R&B dei Muscle Shoals quando ospitano una sezione fiati a cui il mixaggio non rende giustizia, i DBT con It's Great To Be Alive! dichiarano a gran voce che il rock n'roll è ancora un grande mezzo per sentirsi vivi.


MAURO ZAMBELLINI NOVEMBRE 2015

giovedì 15 ottobre 2015

LIKE A VISION: Bruce Springsteen e il cinema



 

Diceva Tom Waits: Bruce fa dei piccoli film. Le sue canzoni più vecchie sembrano cortometraggi in bianco e nero. Cose come Wild Billy's Circus Story (The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle) erano fatte benissimo. Lui stava ad ascoltare, e assorbiva le cose. Possiede un grande senso visivo, e un grande equilibrio. Detto da uno (non qualsiasi) che ha filtrato a lungo con il cinema, con il teatro e con le immagini in generale, il ritratto non fa una piega ed è il miglior invito possibile a sfogliare Like A Vision, il libro di Paola Jappelli e Gianni Scognamiglio del Pink Cadillac Fan Club, edito da Graus editore. Bisogna per di più aggiungere che, prima di essere cinematografico, il songwriting di Bruce Springsteen è cinematico. La famosa e simpatica battuta di Ray Davies (perché mi piace Springsteen? Non guido e svela in realtà quello che diceva Bobbie Ann Mason: In America accade tutto qui, nelle strade perciò la Thunder Road è sempre lì che aspetta e l'elenco dei road movie è trasversale a Like A Vision e costituisce in sostanza un percorso alternativo (in realtà si potrebbe fare proprio un altro libro), una sorta di traccia (ulteriore) a delineare le coordinate della visione springsteeniana, e non solo cinematografica. Del resto Like A Vision raccoglie tutti i film, con le locandine (quasi sempre sia nell'edizione originale e quella italiana) e brevi ed esaurienti schede riassuntive, che, in un modo o nell'altro, vedono implicati Springsteen e le sue canzoni. Il rapporto a due corsie di Bruce Springsteen e il cinema è rappresentato in entrambe le direzioni. Da una parte le canzoni ispirate, create e immaginate come film e dall'altra le colonne sonore con e/o senza (l'emblematico e contorto caso di Mask di Peter Bogdanovich, tra gli altri) le sue canzoni. Il legame è ambivalente: per la visione cinematografica e lo sguardo d'insieme. Anche se il variopinto apparato di memorabilia pare destinato ai sostenitori di rigorosa e ortodossa osservanza (e basta anche a soddisfare i collezionisti), il racconto di Like A Vision è didascalico quel tanto che basta a renderlo fruibile e approfondito senza essere snob, a partire dalle valutazioni cinematografiche, più che sufficienti a rendere comprensibile, o meglio a tradurre, la speciale relazione tra Bruce Springsteen e il cinema. E' utile magari concordare anche su un'idea di cinema, che non è quella dei criptici maitre a penser o dei premi a la page, ma come scriveva E. L. Doctorow quel cinema che si fa con i veri materiali del mondo perchè intacca le apparenze dal mondo. Con queste prerogative, la congiunzione tra Bruce Springsteen e il cinema è ben più che concreta e Like A Vision ne è la rappresentazione ideale. Curato con la passione dei fans, ma anche con una dedizione certosina ai dettagli (molto elegante la grafica sulla carta patinata), Like A Vision è coerente con il tentativo di rendere chiaro il processo di osmosi tra il cinema e le canzoni, e viceversa. Ci sono un sacco di film e di colonne sonore da scoprire e da riscoprire e di canzoni ne spiccano, volendo, almeno un paio, Lift Me Up e The Wrestler. Lift Me Up perchè è una canzone bellissima e, inoltre, quella rarefazione di suoni è rimasta un territorio gran parte inesplorato (andate a sentirvi la rara versione con il Wurlitzer in apertura del recente live allo Schottenstein Center Columbus, Ohio 2005). The Wrestler perchè la canzone in sè grandissima, meritava l'Oscar (come e più di Streets Of Philadelphia) e perchè in filigrana Springsteen è riuscito a sommare le contorsioni esistenziali del personaggio e quelle, non da meno, dell'interprete (Mickey Rourke) scavalcando i confini tra fiction e realtà All'appello, forse manca soltanto un film: niente di grave perchè sul tema (Born In The U.S.A., il Vietnam) in Like A Vision ci sono già altri elementi, e tutti appropriati, compreso il parallelo con la saga di Rambo. E' solo l'occasione per riportarlo (si tratta del documentario di Bill Coutuniè Lettere dal Vietnam alias Dear America, 1987) e per ricordare che quando i veterani gli chiesero i diritti di Born In The U.S.A. per i titoli di coda, Springsteen gli rispose: è' la vostra canzone, For real, l'uomo è fatto così.

Il libro è strutturato in tre sezioni: il cinema nelle canzoni di Springsteen, le canzoni di Springsteen nel cinema e le soundtracks. Completano il testo la premessa degli autori, la presentazione di Mauro Zambellini, la prefazione di Blue Bottazzi e l'introduzione di Carlo Massarini. Costa 18 euro.
 
 
MARCO DENTI