lunedì 11 luglio 2022

GOV'T MULE CHIARI BLUES FESTIVAL 2022



Inizio col botto per il Chiari Blues Festival, tornato in pista dopo anni di lockdown. Non poteva esserci cartello migliore per festeggiare il ritorno della musica di qualità e anche la location è sembrata la più adatta per l’evento, una grande tettoia di legno sostenuta da colonne di cemento aperta lateralmente per fronteggiare l’implacabile caldo di quest’estate. Hanno cominciato alle 18.30 i Rusties del cantante Marco Grompi forti di una lunga avventura musicale all’insegna di Neil Young e di alcuni pregevoli dischi solisti. Meglio non poteva esserci per instaurare delle good vibrations, il loro sound è strettamente legato al folk-rock del canadese e più in generale alla scena californiana anni ’70 con iniezioni di psichedelia, ballate dolenti alla southern man ed una nostalgica aria hippie ancora presente nei cuori e nelle orecchie di tanti presenti. Grompi ha un’ugola studiata su quella di Young, le chitarre sfrigolano acide, sezione ritmica e tastiere fanno il loro dovere, come supporter sono perfetti e poi quando sul palco compare a sorpresa Warren Haynes le certezze sono due: che l’americano sia tra i personaggi più veri ancora esistenti nel rock, capace con nonchalance ed umiltà di unirsi  ad una band di sconosciuti italiani (non me ne vogliano Grompi e soci), e quello che sarà un assaggio della magica serata si chiama Cortez The Killer. Tutti accontentati,  una cavalcata selvaggia tra chitarre elettriche che si incrociano e tagliano a note ventose, il sole è ancora caldo ma ancora più calda è l’atmosfera che si crea al Chiari Blues Festival. Cambio di palco e arriva David Grissom, rinomata chitarra che fu di Joe Ely, John Mellencamp, Allman, James McMurtry e chi più ne ha ne metta. Con lui è il bravo batterista Archelao Flo Macrillò e l’ex bassista di Rocking Chairs e Ligabue, Rigo Righetti. Basta un pezzo per confermare quello che ho sempre pensato, David Grissom dà il massimo come sideman, quando la sua chitarra graffia con assoli bollenti e spietati nei dischi e nei concerti altrui, ma quando è lui il leader cede al virtuosismo della sua Paul Reed Smith, chitarra amata dai narcisisti delle sei corde, ed il suo talento va in overdose e diventa pesante e logorroico, fine a sé stesso. Può piacere a coloro che amano certo rock chitarristico piuttosto tecnico tipo Steve Vai, personalmente dopo il secondo brano mi alzo per andare a rinfrescarmi con una birra.Tutt’altra storia quando entrano in scena i giganti. Warren Haynes è dimagrito ma il suo viso dolce e serafico è un inno alla simpatia, Matt Abts bianco più di me sembra più anziano di quello che in realtà è, Danny Louis è l’alchimista dietro un muro di tastiere e Jorgen Carlsson, capelli lunghi neri pare lì quasi per caso. Sembra però, perché nelle quasi due ore di concerto mi sono accorto di trovarmi di fronte al più grande bassista che la scena rock-blues oggi offre. 


Una roba impressionante, uno stantuffo che supporta tutto il sound della band come fosse una pompa elettrica che non smette mai di imprimere velocità e dare potenza, amplificando una sezione ritmica già irrobustita dal drumming quadrato e roccioso di Matt Abts. 


I Gov’t Mule sono una band che non dà scampo, assolutamente devastante anche quando, come nel caso della serata a Chiari, opta per un set  bluesato, profondo, scuro, quasi intimo e da club, dimostrando che assistere ad un loro concerto è una esperienza sensoriale, cerebrale, spirituale e visionaria, un trip senza bisogno di additivi. Basta lasciarsi condurre dalla voce di Capitan Haynes e dai suoi strumenti di benessere, la Les Paul e la SG Gibson, e dalla sua composta ciurma di stregoni del sound. Peccato che il loro set abbia solo lambito le due ore, abituato alle loro maratone del passato, ma in quei centodieci minuti di show è sembrato raggiungere quel punto che gli Allman chiamavano hittin’ the note ovvero il momento spontaneo e naturale in cui si crea totale sinergia tra chi fa musica e chi la riceve.


 Consumata esperienza ed una  passione a 360 gradi verso il rock ed il blues, questi sono i Muli, una istituzione oggi come lo furono in passato gli Allman, i Little Feat, i Led Zeppelin, i Cream. Cominciano lenti e quasi cantautorali con Hammer and Nails, ballata che lascia spazio a Haynes di intervenire con un assolo tremendo, poi si riaffacciano i Gov’t Mule jammati, caotici ed imprevedibili di Thorazine Shuffle, accolta da un boato, prima che l’album Heavy Load Blues  porti in scena alcuni pezzi da novanta e sottolinei che questo è il suo tour. I Asked Her For Water è un blues da pesi massimi, sincopato e greve, un katerpillar sonoro, Make It Rain è spettrale e misteriosa come solo una canzone di Tom Waits può esserlo, l’unisono tra esplosioni di chitarra e coreografia di  tastiere trova il giusto teatro in una scenografia di luci notturne e noir, è uno dei momenti più emozionanti del set. Danny Louis con l’Hammond rifinisce e arrangia, il suo è un abbraccio che funzione come un’orchestra. 


L’arazzo tribale alle spalle del palco rievoca il fiammeggiante passato quando il loro heavy blues si tingeva di colori psichedelici ma a Chiari, complice un palco non faraonico, Haynes e compagni si immergono nella dimensione blues che il loro recente album giustifica. E poi è un Festival Blues, la versione rallentata di Good Morning Schoolgirl è arte dell’interpretazione, e c’è spazio per l’assolo di David Grissom, salito sul palco come invitato speciale, e così Last Clean Shirt di Leiber e Stoller. Si vorrebbe che il concerto durasse ancora un’ora ma i Muli pur lavorando sodo, hanno ridotto i tempi delle esibizioni, almeno per questo tour. Mr.Man seguita da una vivace e corale Soulshine chiude un concerto magnifico e diverso, secondo i loro standard, ossigeno puro per quanti vivono di questa musica, lontana dal marketing e dallo smargiasso avanspettacolo del nuovo e moderno. I conti sono presto fatti, 70 mila per i Maneskin e due mila per i Muli, va bene così, le rivoluzioni le hanno sempre fatte le minoranze.

 

MAURO  ZAMBELLINI       LUGLIO 2022

 

sabato 25 giugno 2022

DRIVE BY TRUCKERS Welcome 2 Club XIII

 

Non hanno perso tempo i Drive By Truckers durante il lockdown visto che in poco più di un anno hanno pubblicato due album, The Unraveling  e The New Ok  e appena smorzata l’onda d’urto della pandemia sono ritornati in tour promuovendo il nuovo disco Welcome 2 Club XIII. Lavoro diverso dai due precedenti perché meno concentrato sul volto oscuro dell’America di oggi tra predicatori religiosi, eroina di ritorno, sovranisti di varia forma e natura, povertà e disgregazioni umane e sociali. Welcome 2 Club XIII  nasce dai ricordi di Patterson Hood quando giovane, negli anni settanta, era costretto a farsi oltre due ore di macchina per trovare un locale che facesse musica e servisse alcolici. La zona del Nord Alabama nei pressi di Muscle Shoals dove Hood abitava era davvero desolata e proibizionista e l’unica possibilità era raggiungere The Line, subito oltre il confine statale, dove sorgevano alcuni honky tonk bar in grado di offrire birra fredda, musica e risse. Uno di questi club si chiamava Club XIII e fu per lui una specie di salvezza. Negli anni ottanta la situazione anche in Alabama divenne più “liberale” ed in quel periodo Hood conobbe Mike Cooley  col quale formò gli Adam’s House Cat. Ma il Sud continuava ad essere il luogo più contradditorio d’America e ogni due anni un referendum costringeva i club e gli honky tonk bar a finanziare coi propri introiti le chiese locali affinché queste potessero indottrinare i fedeli  a tenere lontano dai propri paesi il diavolo nascosto nella bottiglia. “ Il proprietario del Club XIII di tanto in tanto ci organizzava un mercoledì sera o ci lasciava aprire per una band hair-metal per la quale eravamo terribilmente adatti, e tutti stavano fuori finché non finivamo di suonare. All'epoca non era molto divertente, ma ora lo è per noi. La canzone che traina il nuovo album si intitola The Drive ed è una cupa narrazione adatta ad un road movie dalle tinte noir segnata da un pesante riff di chitarra, nella quale Patterson Hood evoca i suoi viaggi nel profondo della notte, quando, dopo essere uscito dal club, con l’auto girovagava per campagne, sobborghi urbani, strade secondarie ascoltando musica a palla, bevendosi qualche birra e perdendosi nel nulla. Molti dei momenti più significativi della sua vita, dice Hood, arrivano da quei vagabondaggi notturni e quando i DBT entrarono in scena, quei late night drives to nowhere  furono sostituiti dai lunghi spostamenti per raggiungere le città in cui si sarebbero esibiti. Quei ricordi antichi costituiscono l’ input di un album dove il guardarsi indietro lascia spazio all’amarezza che traspare dalle ballate, anche se non mancano episodi ascrivibili al ruvido rock dei DBT. Il disco è nato quasi per caso nel corso di tre frenetici giorni dell’estate del 2021 quando la band si unì per riannodare le fila dopo i mesi di inattività imposti dalla pandemia. 



Registrato sostanzialmente dal vivo con la produzione del solito David Barbe, Welcome 2 Club XIII  mostra comunque nei testi elementi di feeling positivo riconquistato a seguito dei lutti che hanno funestato l’entourage della band e della rabbia “politica” espressa dai precedenti tre album, a cominciare da American Land. Permangono amarezza e malinconia ma è come se i Drive By Truckers respirassero ora una sensazione di libertà dopo il lungo periodo di clausura del lockdown. Anche i concerti attuali lo testimoniano, ormai loro sono una macchina da guerra che non fa prigionieri, una grande rock n’roll band oliata in tutte le sue componenti con un carismatico leader, Patterson Hood, un alter ego, Mike Cooley, che ha sempre più spazio nel cantare e scrivere canzoni ed un tastierista/chitarrista, Jay Gonzalez, che è un vero jolly.


Se The Drive  si cala in una misteriosa e plumbea atmosfera notturna, la seguente Maria’s Awful Disclosure, una delle composizioni firmate e cantate da Cooley,  fa riferimento ai risvolti nazionalistici di tanto clericalismo sudista con un sound di echi e riverberi fluttuanti in uno spazio dai colori psichedelici dove si fa sentire il lavoro alle tastiere di Jay Gonzalez.  Shake and Pine è uno di quei brani in cui si avverte l’eredità Muscle Shoals di Patterson Hood, quell’intreccio di country e soul mai troppo definito qui svolto su un ritmo da marcetta, e la seguente We Will Never Wake Up In The Morning , ancora opera di Hood, è dolente ed introversa, come se i DBT avessero il freno a  mano tirato, ma è il mood necessario per raccontare un’altra balorda storia del Sud. Una vera short story. Non mi fa per nulla impazzire la canzone che dà il  titolo all’album, piuttosto routinaria, diversamente da Forged In Hell and Heaven Sent brano dall’infarinatura country con un bel lavoro di chitarre e l’apporto vocale di Margo Price.  Strepitosa è Every Single Storied Flameout, un fiammeggiante rock di Mike Cooley reso ancor più bruciante dagli interventi di sax e tromba e altrettanto bella è Billy Ringo In The Dark, una dondolante ballata pennellata di nostalgia dove l’inciso di lap steel ne sottolinea l’umore crepuscolare. Chiude Wilder Days scheletrica ballad che rimanda alla traccia iniziale per via dei ricordi di giorni selvaggi in cui ci si credeva invincibili, oggi irrimediabilmente segnati dalla nostalgia, sottolineata dai toni acustici e dall’acuto vocale di Schaefer Llana.



Lungi dall’essere il miglior disco dei Drive By Truckers, Welcome 2 Club XIII  è lavoro dignitoso e di nobile scrittura rivolto soprattutto alla storia dei protagonisti, dove più che i ganci tipici del loro rabbioso e polveroso rock n’ roll  conta un maturo e sardonico senso della riflessione in ballate e canzoni che ne colgono il lato più personale.



 

MAURO  ZAMBELLINI   GIUGNO 2022

foto di M.Z del concerto dei Drive By Truckers al Paradiso di Amsterdam del 6/06/22. Recensione concerto su Buscadero luglio/agosto

 

mercoledì 8 giugno 2022

THE DREAM SYNDICATE Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions

Coerenti con la loro natura ma nello stesso tempo rivolti ad una continua evoluzione, I Dream Syndicate arrivano al quarto album dopo che nel settembre del 2017, trenta anni dopo la loro nascita, sono ritornati in scena con How Did I Find Myself Here ?. Un album quello che mostrava una continuità con il passato quando venivano reputati  tra i più geniali propositori del rock californiano anni 80 altrimenti conosciuto come Paisley Underground, una esuberante e feroce esplosione chitarristica e psichedelica nel cui dna scorrevano inesorabilmente i germi malati dei Velvet Underground. Due anni dopo These Times  evidenziava cambiamenti più radicali con un approccio meno diretto e classico, piuttosto finalizzato ad atmosfere lunari e malinconiche dove spuntavano schizzi elettronici sia per la passione di Steve Wynn verso il kraut-rock che per la coproduzione di John Agnello, già al servizio di Phosphorescent, Dinosaur Jr., Hold Steady e Waxahatchee. L’equilibrio veniva definitivamente rotto nel 2020 con The Universe Inside, album sperimentale costituito da lunghi brani evocanti una possibile colonna sonora di un film psichedelico ambientato nelle strade di New York, sporcato da flash di jazz elettrico, musica d’avanguardia europea, prog e visioni oniriche. Un netto cambio di direzione, accattivante dal punto di vista sonoro e visuale ma mancante di canzoni vere e proprie, cosa che invece ha contraddistinto il songwriting di Wynn, aperto alle innovazioni ma sempre in sintonia con un concetto di canzone rock. Immancabilmente il fertile e illuminato Steve Wynn, uno dei più geniali autori ancora in circolazione in quel rock che deriva dai classici, cambia le carte in tavole e pur non disconoscendo le recenti mutazioni ripristina con Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions la vera essenza dei Dream Syndicate ovvero spazio alle aperture sonore in virtù di una visione moderna e progressiva della musica ma senza privare l’ascoltatore di brani riconducibili all’idea popolare e storica di canzone rock, pur in una fisionomia alterata e underground.

Il risultato è da sentire, UBHATC è un ottimo disco specchio non di una mediazione ma di una ricerca senza compromessi per un suono che progredisce e gli stessi autori amano sentire. Eliminate qualsiasi preconcetto dovuto al criptico titolo dell’album, i Dream Syndicate non snaturano la loro indole ma la alimentano di innesti che arrivano dai loro ascolti, dal glam britannico, dagli sperimentalismi kraut, dal groove ritmico di ispirazione Neu, da Eno e David Bowie, dall’amore mai negato verso i Velvet e Lou Reed, senza rinunciare alla tonalità psichedelica, melodica e chitarristica del loro sound, sebbene le chitarre qui siano meno evidenti che negli album della prima era della band.



Wynn in compagnia della storica sezione ritmica di Dennis Duck e Mark Walton, del chitarrista Jason Victor e del tastierista ex Green On Red Chris Cacavas, musicista da sempre vicino alla band, allestiscono un lavoro di energia ed intelligenza che può piacere a giovani e veterani. Dall’iniziale Where I’ll Stand che si apre coi sintetizzatori elettronici di matrice krautrock, per poi trasformarsi in una ballata melodica di oscillazioni psichedeliche, fino alla devastante conclusione di Straight Lines, un marasma chitarristico degno dei Velvet Undergound di White Light White Heat, tutto funziona bene in questo disco compresa la presenza di Stephen McCarty dei Long Ryders che del sassofonista e trombettista Marcus Tenney. Al dondolio malizioso di Damian , forse il momento più melodico d UBHATC, in stile con le composizioni dello Steve Wynn solista, risponde il malato andamento di Hard To Say Goodbye, una sorta di folk urbano con la voce di un Lou Reed narcolettico, suonato con chitarra acustica, un filo di ritmo ed impreziosito da una malinconica lap steel, alla distorta e acida Every Time You Come Around che al sottoscritto rammenta i migliori Psychedelic Furs, fa da sponda il dinamismo di Trying To Get Over, beat nervoso, chitarre crude, il giusto tasso di nasalità e la voglia di non rimanere ingabbiati in un modello. L’ up-tempo My Lazy Mind dove un mondo notturno screziato di jazz, col sassofondo, il controcanto e gli arrangiamenti traspone un fascino da amanti perduti, si intreccia con le tabular bells di Beyond Control prima che diventi  una cavalcata cosmica. La deflagrazione di Straight Lines dopo dieci tracce riporta i Dream Syndicate al rumore di The Days of Wine and Roses ed è un ritorno a casa che non sa di sconfitta ma di consapevolezza della propria inossidabile natura. Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions è un ottimo disco, il Sindacato del Sogno non ha chiuso i battenti, le iscrizioni sono aperte.

 MAURO ZAMBELLINI    

 

martedì 24 maggio 2022

CANADIAN CONNECTION The Rolling Stones at the El Mocambo

 

Come parecchi album degli Stones, Love You Live nasce in un periodo burrascoso. A metà novembre del 1976 tutti i membri della band si incontrano a Londra per discutere del nuovo contratto discografico e contemporaneamente decidono per un nuovo album dal vivo registrato in un piccolo locale. C’è chi vede in questa scelta il tentativo di recuperare credibilità rock ricreando l’atmosfera fumoso del Crawdaddy agli albori della loro carriera, ed una implicita risposta ai gruppi punk, in primis i Sex Pistols che a più riprese li hanno definiti “rivoltanti, senza più nulla da dire ai giovani”. Il nuovo contratto con la Emi è firmato il 16 febbraio dell’anno seguente, distribuirà i dischi della band in tutto il mondo, eccetto Usa e Canada. Per il Nord America bisognerà aspettare il primo aprile quando firmeranno con la Atlantic per la distribuzione della Rolling Stones Records il cui nuovo presidente è ora Earl McGrath (lo stesso che coraggiosamente “arruolò” nella stessa scuderia la Jim Carroll Band) al posto di Marshall Chess. Secondo alcune fonti l’accordo con la Atlantic frutta alla band 21 milioni di dollari per sei album, a cui bisogna aggiungere 10,5 milioni di dollari per ogni album grazie al contratto con la Emi. Ma in mezzo a questo oceano di soldi c’è Toronto. L’idea è quella di registrare il concerto al Mocambo Club, un piccolo locale di soli 300 posti già in auge negli anni quaranta, in quanto Keith Richards per via delle sue pendenze giudiziarie non avrebbe avuto problemi con il visto perché il Canada era membro del Commonwealth. Gli Stones arrivano all’Harbour Castle Hotel di Toronto il 20 febbraio, eccetto Richards che giunge quattro giorni in compagnia di Anita Pallenberg e del loro figlio Marlon. All’aeroporto la squadra narcotici ispeziona i bagagli di Anita e trovano 10 grammi di hascish ed un cucchiaino con tracce di eroina. E’ rilasciata con la promessa di presentarsi in Corte ma il 27 febbraio quattro ufficiali della squadra narcotici irrompono nella camera di Richards, lo svegliano a suon di sberle e arrestano lui e consorte non appena rinvengono un’oncia di eroina purissima ed un quinto di oncia di cocaina. Dirà sarcasticamente Keef “ ero in dormiveglia e non li riconobbi, nessuno di loro indossava la regolare uniforme dei Mounties, mi sarei svegliato prima se li avessi visti vestiti da Giubbe Rosse”.



L’accusa è pesante e rischia di compromettere la vita del chitarrista e l’esistenza degli stessi Rolling Stones. E’ pressoché certo che la polizia canadese tenesse sotto controllo il gruppo ed il loro entourage dal loro arrivo in Canada. A Keith viene tolto il passaporto e rilasciato su cauzione di mille dollari con l’obbligo di presentarsi davanti alla Corte il 7 marzo. Senza eroina la sua tenuta fisica peggiora,  è uno straccio, in completa crisi di astinenza, Bill Wyman e Ron Wood  si prestano ad aiutarlo, dribblano le guardie nell’hotel e vanno in cerca della “roba”. Il 4 marzo gli Stones suonano il primo di due concerti al Mocambo Club con Billy Preston alle tastiere e Ollie Brown alle percussioni davanti ad un pubblico di trecento fortunati vincitori del concorso indetto dalla stazione radio CHUM. Tra i presenti anche la moglie del primo ministro canadese Pierre Trudeau, Margaret Trudeau la quale organizzerà un party in loro onore  proprio all’Harbour Castle Hotel dove anche lei alloggiava in una suite. Nasce il gossip circa una sua relazione d’amore con Mick Jagger che occuperà le prime pagine delle riviste scandalistiche, solo più tardi si saprà che il motivo del flirt fosse in realtà Ron Wood, il quale non smentirà mai la faccenda.

Lo show del Mocambo è aperto dal gruppo canadese April Wine e viene registrato dal tecnico Eddie Kramer, l’uomo dietro le incisioni di Jimi Hendrix. Un secondo concerto viene effettuato il 5 marzo, anch’esso interamente registrato da Kramer, una esibizione che farà scrivere a Chet Filippo sulla rivista Rolling Stone “ il più grande show mai visto”. Il New York Times riporta che quei concerti sono un ritorno al suono ruvido e al grezzo R&B inglese, proprio come ai tempi del Crawdaddy.

Titoli che non cancellano la preoccupazione attorno al futuro del gruppo, Richards evita il carcere grazie ad una cauzione di venticinque mila dollari e gli viene restituito il passaporto. L’udienza è rinviata al 27 giugno ma accordi vengono presi perché lui ed Anita si disintossichino con un metodo chiamato Black Box in una fattoria a Pauli in Pennsylvania che raggiungono dopo un volo privato che fa scalo a Philadelphia. Toronto è anche l’inizio della fine del matrimonio tra Mick Jagger e Bianca Jagger i quali se ne vanno in una breve vacanza in Grecia per ritrovare l’armonia smarrita ma senza risultato, ognuno sembra ormai “distante” dall’altro. Toronto non è lontana da New York e Jagger è di casa nella Grande Mela, in maggio incontra ripetutamente Jerry Hall allo Studio 54. Da parte sua il 19 luglio Richards non si presenta davanti alla Corte canadese, il suo avvocato giustifica il fatto per via della cura disintossicante che il suo assistito sta intraprendendo alla Steven Clinic di New York. La seduta è rinviata al 2 dicembre, alla fine di luglio Mick e Keith terminano il mixaggio del nuovo album live proprio nella città americana. A Francoforte fans degli Stones raccolgono fondi per aiutare Richards, progettando una marcia all’ambasciata canadese per presentare una petizione in favore del loro idolo. Ma sul mercato irrompe Love You Live, il 12 settembre Jagger tiene una conferenza stampa al Savoy di Londra, tutti gli Stones eccetto Richards partecipano al party di presentazione al Marquee, il 16 settembre il disco esce in Inghilterra piazzandosi al terzo posto nella classifica delle vendite e rimanendo per otto settimane nei primi trenta, negli Usa arriva alla quinta posizione fermandosi per sette settimane. Prodotto dai Glimmer Twins l’album è dedicato allo scomparso tecnico del suono Keith Harwood e sfoggia una copertina disegnata da Andy Warhol. Nelle quattro facciate del vinile originale spiccano estratti di concerti registrati agli Abattoirs di Parigi nel giugno del 1976, a Toronto e Los Angeles nell’estate 1975 mentre una facciata, la terza, è dedicata al set del Mocambo Club del marzo 1977. L’album è accolto con poco entusiasmo dalla stampa ma il tempo dirà cose diverse. Oggi finalmente quei due favolosi set nel club canadese sono stati recuperati e mixati dallo specialista Bob Clearmountain e sono alla portata di tutti grazie ad un doppio CD tutto dedicato a quell’evento.



 

 Live At The El Mocambo  disponibile in più formati riporta l’integrale set del 5 marzo 1977 più tre aggiunte dell’esibizione del giorno prima, ed in virtù dell’atmosfera intima del club, dello spazio ridotto e del calore intrinseco della serata col fortunato pubblico a ridosso del palco, è un documento quanto mai veritiero e significativo nella produzione dal vivo dei Rolling Stones che qui concedono una performance intensa, smagliante e a dir poco sontuosa. Senza ombra di dubbi la nuova edizione si rivela essere un live rappresentativo nella loro discografia ufficiale, almeno per quanto gli anni settanta pre-Some Girls, album che uscirà l’anno seguente a Love You Live e segnerà la fine della dipendenza da eroina da parte di Richards e la risoluzione dei suoi problemi legali.

In Love You Love erano solo quattro le tracce delle serate di El Mocambo, tutte cover di artisti che in qualche modo hanno influenzato i primi passi della band ed il loro universo sonoro. Una potentissima Mannish Boy di Muddy Waters, una versione riveduta e reggata di Crackin’ Up di Bo Diddley, lascito dei loro trascorsi giamaicani di qualche anno prima, una strascicata e dolente Little Red Rooster di Willie Dixon e la scoppiettante Around and Around di Chuck Berry, Quattro artisti fondamentali nel background delle Pietre, ampliamente omaggiati negli album Decca/London degli esordi, nella prima metà degli anni sessanta. A queste cover si aggiungono nel nuovo formato il classico dei classici Route 66 ed il brano di Big Maceo Merrywetaher Worried Life Blues dove, analogamente a Litte Red Rooster, Ron Wood estrae meraviglie dalla slide portando entrambe le esecuzioni in un fumoso club di Chicago.  Il rimanente del nuovo disco è costituito dall’ampio e variegato repertorio della band inglese fino al 1977. Una manna se confrontato al karaoke di hits che ci hanno abituato negli ultimi tour, perché in scena ci sono titoli di quel periodo poco menzionati nel resto della discografia ufficiale, relativi agli album post-Exile e pre-Some Girls generalmente sottostimati dalla critica generalista, che al contrario contenevano perle che qui brillano nella giusta lucentezza.  Se Exile offre come suo solito All Down The Line e Tumbling Dice oltre ad una anfetaminica versione di Rip This Joint che  manda a nanna Sex Pistols e soci, dal seguente Goats Head Soup arriva una arruffata Star Star esaltata dalle corde di Keith Richards e da It’s Only Rock n’Roll sono pescate la canzone-titolo dell’album ed una sguaiata e sporca Dance Little Sister dove Jagger maneggia il R&B come fosse nato a Memphis e non sul Tamigi.



Ma il disco più vicino alle serate di El Mocambo è il caraibico Black and Blue pubblicato nella primavera del 1976 e atto ufficiale dell’entrata nel gruppo di Ron Wood. Quel disco spesso bistrattato regala ben sei canzoni al set del Mocambo: Hot Stuff già in odore di Studio 54 un anno prima della Febbre del Sabato Sera, qui sudato e funky come mai,  la melodica ed un po’ gigiona    Fool To Cry che nel finale si apre in una pregevole e claptoniana coda chitarristica, l’arzilla e negroide   Crazy Mama dove tra i riff di Richards ed il drumming di Charlie Watts si infila il piano di Billy Preston,  la rockata   Hand of Fate,  l’ondeggiante e sensuale  Melody  e  Luxury forse l’episodio meno sfavillante del lotto. Nel mucchio anche l’inedita (per il tempo) Worried About You, un avvincente soul-rock cantato in parte in falsetto che sarà incluso in Tattoo You,  completamento di un set affatto canonico e standard dove naturalmente non possono mancare hits come Honky Tonk Women con cui si apre la serata del 5 marzo, Brown Sugar,  una lunga e scatenata Jumpin’ Jack Flash e Let’s Spend The Night Together.

Un concerto superlativo, registrato in maniera perfetta con un sound pulito pur nell’esuberanza delle versioni, reso ancora più caldo dall’atmosfera da club con Jagger che dialoga coi presenti in biunivoca sintonia. Le due serate a Toronto costituiscono un evento del tutto particolare nella storia dei Rolling Stones e della città canadese e contro ogni previsione visto i casini in cui si erano infilati, in particolare Keith Richards, la band sfoderò due performance leggendarie che finalmente, oggi, la pubblicazione integrale di Live at the El Mocambo documenta in tutta la sua brillantezza.

 

MAURO ZAMBELLINI   

 

 

venerdì 15 aprile 2022

Willy DeVille THE LAST WALTZ


 

Nel 2008  Willy DeVille a ridosso dell’ultimo tour prima della sua prematura scomparsa avvenuta l’anno seguente, ripristina la sigla Mink DeVille Band. Una scelta dettata da alcuni cambiamenti nella sua vita artistica. Dopo aver trascorso parecchi anni nel Sud-Est degli Stati Uniti tra New Orleans, il Mississippi e New Mexico, il gitano  torna a vivere nella amata New York dove si stabilisce con la terza moglie Nina Lagerwall. E’ un uomo profondamente cambiato, trent’anni di eccessi autodistruttivi hanno lasciato il posto a modi più pacati e dolci ma i suoi interessi continuano a riflettere passioni mai sopite: il blues, le origini del rock n’roll, i vecchi musicisti come il pianista di Chuck Berry Johnny Johnson, i cantanti francesi. La musica è ancora il cuore pulsante del suo vivere ed in onore di New Orleans sceglie il giorno del Mardi Gras  per pubblicare il suo sedicesimo album, Pistola, un disco che introduce con The Mountains of Manhattan e Stars That Speak qualche dettaglio sonoro nuovo rispetto al suo usuale backround. Se la prima è un recitato solenne, una sorta di reading poetico accompagnato da flauto e tamburo indiano che racconta di quando i nativi americani (altra passione nei suoi ultimi anni di vita) popolavano la penisola di New York, la seconda è un baritonale canto alla Leonard Cohen dove si citano New York, Berlino e Barcellona. Ma memore del passato le cose che spiccano nell’album sono l’ipnotico voodoo blues I’m Gonna DO Something The Devil Never Did, lo shuffle New Orleans The Band Played On, la messicaneggiante Remember The First Time e la rockata So So Real con cui aprirà i concerti che di lì a poco effettuerà in Europa. Anche due magnifiche ballate: la crepuscolare When I Get Home e Louise di Paul Siebel, canzone su una prostituta già interpretata da Leo Kottke, Eric Andersen, Bonnie Raitt, Tom Waits, Linda Ronstadt e Ian Matthews.



 Il nuovo disco gli offre la chance di ritornare on the road nell’amato Vecchio Continente con una band che è a proprio agio col suo pachuco di soul latino, tex-mex e cajun ma contemporaneamente è in grado di ripristinare quel rock urbano degli anni newyorchesi. Naturale quindi optare per la sigla Willy DeVille & The Mink DeVille Band con cui presentarsi sui palchi europei. Di fianco alle collaudate e colorate voci delle sorelle Wise, Yadonna e Dorene, presenti dai tempi di Loup Garou,  vengono ripescati dagli anni ottanta e novanta il percussionista e fisarmonicista Boris Kinberg ed il batterista Shawn Murray, ed entrano in scena forze giovani come il tastierista Darin Brown, il bassista Bob Curiano  ed il chitarrista Mark Newman. Willy in scena è carismatico come sempre pur apparendo pallido e stentoreo, per via dei problemi all’anca e della malattia incipiente ma la voce è una radiografia dell’anima, roca, profonda e dai marcati sentori blues. Con la band passa in Italia il 14 marzo a Trezzo d’Adda ma sono due le registrazioni sul mercato che testimoniano  quel tour del 2008, entrambe obbligatorie per tutti gli amanti della buona musica. La prima, pubblicata nel 2014 dalla Repertoire nella serie Rockpalast, è costituita da un CD e DVD assemblati col DVD di un altro concerto, sempre a Bonn in Germania ma del 1995, la seconda si intitola Venus of The Docks ed è di recente pubblicazione . Edita dalla MIG tedesca è la cronaca di uno show avvenuto a Brema il 27 febbraio del 2008. Entrambe le performance sono di grande valore storico per la carriera del nostro e magnifiche dal punto di vista musicale, entrambe davanti ad un festoso pubblico tedesco che ancora oggi ricorda Willy con estremo affetto.



Cominciamo con la prima esibizione al Museumsplatz di Bonn datata 19 luglio, dove alle tastiere e con la fisarmonica si rivede il vecchio amico Kenny Margolis, un pilastro di Mink DeVille fin dai tempi di Coup de Grace. Las sua presenza si sente, come quella del muscoloso Mark Newman che con la slide imprime un deciso approccio bluesy. La sola Yadonna Wise si occupa delle voci di contorno, gli altri sono quelli menzionati sopra. Willy come si vede nel DVD di Live at Rockpalast 1995&2008 è un incrocio tra Dracula e un nativo americano,  pallido, capelli lunghi dritti nerissimi, baffetti spioventi, pendenti turchesi, collana e occhiali con lenti rossastre. Sembra uscito da Intervista col Vampiro, l'aspetto non è rassicurante e a causa dell'incidente automobilistico di qualche anno prima, si sorregge su uno sgabello e solo a tratti si mette in piedi con la chitarra. Le sigarette completano la scenografia ma è la voce a sedurre, un profondo latrato blues al cui confronto Howlin ' Wolf pare un cantante di musica leggera. Dà il via allo show con la litania oscura e mannara di Loup Garou raccontando di neri serpenti, paludi infestate da spiriti e lune gialle, un inizio  magnetico che porta l'artista in quel torbido ma affascinante universo che gli anni in Louisiana gli hanno cucito addosso. Grazie al lavoro di Mark Newman intinge in un blues scarno e viscerale ma non mancano gli altri ingredienti del suo pachuco come l'uptempo tra rock e r&b di So So Real estratto da Pistola,  la cajun music di Even While I Sleep, le dolcezze romantiche di Heart and Soul, la danza malandrina di Spanish Stroll e il rock/soul della Losiada newyorchese intrecciato tra Mixed Up Shook Up Girl e Venus of Avenue D. C’è posto per i suoi hits Hey Joe,  Demasiado Corazon  e per Cadillac Walk  e la torrida Savoir Faire. Ma sono altri i titoli a rendere questa performance significativa dell'ultimo corso dell'artista: due vecchi brani come Steady Drivin' Man e Just Your Friends entrambi di Return To Magenta sono rimessi secondo l’umore del momento, il primo accentuando il drive rollingstoniano con una iniezione  di blues alla John Lee Hooker, il secondo sottolineando l'implicita natura folk-rock  del brano con la fisarmonica di Margolis che aggiunge un’ aria western da ultima notte di Billy The Kid.  Il lercio rockabilly-punk sudista White Trash Girl, storia di degrado in un microcosmo di sottoproletariato bianco, il delirio Delta di Muddy Waters Rose Out Of The Mississippi Mud e lo swampin'  You Got The World In Your Hands, la prima tratta da Loup Garou, la seconda da Crow Jane Alley e la terza da Pistola spostano decisamente a Sud il baricentro del concerto. Se poi si aggiunge il grasso Bacon Fat di Horse of A Different Color  il quadro mostra tinte blues vicine a Fred Mc Dowell e John Lee Hooker come mai si erano viste, e la Mink DeVille Band è talmente versatile da shakerare con una maestria incredibile rock, soul, R&B, cajun, creando un groove eccitantissimo.

Il medesimo feeling su cui si poggia lo show  del 27 febbraio al Pier 2 di Brema documentato da Venus of the Docks. Sebbene la data sia posta all’inizio del tour ed al posto di Margolis ci sia Darin Brown con Yadonna qui affiancata da Dorene, la band è già rodata. Tante le similitudini con la performance di Bonn ma anche qualche diversità.  Ripristinata l’apertura strumentale classica degli albori da Mink DeVille, qui Harlem Nocturne ha lasciato il posto ad un jazz cubano che sfoggia percussioni alla Tito Puente ed un pianoforte molto charmant, è So So Real ad aprire le danze con quell’aria malandrina e peccaminosa che la voce disposta a tutto di Willy non nasconde. Dallo stesso Pistola è tratta la sincopata Been There Done That, confessione sui suoi passati junkie ritmata quanto basta per trasformare un trascorso amaro in una danza sensuale, e sempre sulle dipendenze l’ipnotica e sinuosa cantilena Chieva col pianoforte a fare la melodia fa da ponte tra la viziosa ode a Rosita di Spanish Stroll e la sporca Bacon Fat nella quale l’armonica, la rovente slide ed una voce nera come la pece trasformano Brema in Clarksdale. Willy è in forma, il suo cantato si è fatto nel tempo più cavernoso e blues, qualcuno al proposito aveva tirato in ballo Tom Waits ma senza peli sulla lingua Willy aveva liquidato la questione con le seguenti parole “ Tom è un mio amico ma non l'ho mai ascoltato davvero, suona sempre come se stesse scherzando, sembra l'ubriacone divertente in fondo al bancone del bar”. Prendere o lasciare questo è William Paul Borsey Jr. altrimenti conosciuto come Willy DeVille, il più grande soulman dopo la scomparsa di Otis Redding.


Heart and Soul concede un po’ di santità al set ma è un’inezia perché con il rockabilly-punk White Trash Girl e il bluesaccio Muddy Waters Rose Out Mississippi Mud siamo di nuovo all’inferno, o meglio nel fango del Grande Fiume, in quel Sud raccontato da tanta letteratura “marginale” e da film come Killer Joe di William Friedkin e The Paperboy di Lee Daniels. Demasiado Corazon ed Hey Joe  servono a far ballare le signore mentre i rough boys si scatenano nella sequenza Savoir Faire/Cadillac Walk. Venus of Avenue D invece continua a lasciarmi estasiato a più di 40 anni dalla sua comparsa per quell’insieme di attesa, malizia, abbandono e tensione che si porta dentro, come fosse l’ adattamento del Wall of Sound di Phil Spector in un melodramma del Lower East Side, comunque annerita dal sibilo di una  slide che è un serpente e dal tocco gospel delle sorelle Wise. Capolavoro.

Se Italian Shoes gioca col funky, le versioni di Trouble In Mind e Heartbreak Hotel dicono dell’abilità di fare sue canzoni altrui. La prima, uno dei cavalli di battaglia della parentesi acustica del Trio In Berlin non possiede lo stesso intimismo di quella occasione, il brano ante-bellum di Richard Jones trova qui un Willy assatanato con la voce, accompagnato da pianoforte,  slide e dalla sezione ritmica, la seconda è invece rallentata ad arte dentro un intrigante swamp-blues. Il brano reso celebre da Elvis Presley muta in un sordido e misterioso gris gris con alligatori come compagni, roba degna di Dr.John, Coco Robicheaux, Tony Joe White e di quelle anime perse della Louisiana voodoo.

Il finale del concerto è struggente,  Let It Be Me il brano di Gilbert Becaud popolare in tutto il mondo è un commovente commiato di sola voce e pianoforte, un addio applaudito con reciproca commozione dal pubblico di Brema.

Da sempre ribelle, anticonformista, estraneo a compromessi, Willy DeVille aveva una sua teoria riguardo alla sua avventura musicale “ So che venderò molti più dischi quando sarò morto, non è molto piacevole dirlo, ma devo abituarmi a questa idea che la morte è lì, la sento alla porta. Non sto dicendo che andrò da qualche parte subito, ma so che sta arrivando”. La signora con la falce arriverà un anno dopo il concerto di Brema, il 6 agosto 2009, privandoci di uno dei più grandi artisti di tutta la storia del rock. Non possiamo fare altro che ascoltare con quanto charme, passione e bravura, Willy solo un anno prima, in Venus of the Docks   era capace di stregare, incantare e sedurre. Un gigante.


MAURO ZAMBELLINI     APRILE 2022
 

 

 

 

 

 

 

 

 

sabato 26 febbraio 2022

THE HANGING STARS Hollow Heart

 


Bastano poche note di ascolto di Hollow Heart per capire quanto la musica West-Coast  pubblicata tra i sessanta e i settanta sia ancora in grado di fare proseliti in giro per il mondo. E non parlo di ascoltatori, che non sarebbero affatto una novità, ma di ragazzi giovani che si mettono a formare band per suonare quelle atmosfere tanto  ammalianti quanto vivaci e colorate. Dopo l’entrata in scena dei vari Jonathan Wilson, Ryley Walker, Israel Nash, Dawes, Allah Las, Beachwood Sparks la cosa potrebbe non destare sorpresa ma se le origini del gruppo in questione ovvero gli Hanging Stars, affondano nei circondari di Londra un motivo di curiosità esiste. Il cantante e chitarrista Richard Olson, il batterista Paulie Cobra ed il bassista Sam Ferman, il chitarrista e tastierista Patrick Ralla e Joe Harvey-Whyte con la pedal steel sembrano aver fatto indigestione di Byrds, Buffalo Springfield, Flying Burrito Bros., America e di tutta quella briosa materia pseudo psichedelica che aleggiava sulla Baia di San Francisco e avvolgeva il Laurel Canyon. Una dieta curiosa per chi è abituato alla pioggia e alle nebbie inglesi e proprio per tale motivo nella solarità di quella musica, nelle atmosfere oniriche, nel jingle jangle e nei lamenti della lap steel, nelle dolci armonie, ha trovato l’ antidoto per sfuggire al grigiore portandosi appresso anche un po’ di folk britannico. Gli Hanging Stars hanno così scelto la loro via, per nulla revivalista visto che i testi delle canzoni sono impiantati nel presente e i suoni posseggono sufficiente freschezza da apparire contemporanei.



Tre album, Over The Silvery Lake del 2016, Songs For Somewhere Else dell’anno seguente e A New Kind of Sky del 2020 sono bastati a far conoscere la loro ricetta più americana che inglese, presentata anche con una generosa dose di concerti da entrambe le parti dell’Atlantico tanto da sedurre artisti della West-Coast quali GospelbeacH e Miranda Lee Richards con cui i cinque hanno stabilito un solido rapporto di collaborazione. Per il quarto album gli Hanging Stars hanno optato per una remota località sulla costa nord-orientale della Scozia, Helmsdale, posizionata alla stessa latitudine di Gotenborg in Svezia e col respiro di quell’aria scandinava si sono messi a lavorare col produttore Sean Read ( Dexys, Soulsavers) nello studio di Edwyn Collins, ex leader degli Orange Juice, una volta che gli spettacoli dal vivo erano stati sospesi per la pandemia. La scelta di tale studio con l’attrezzatura su misura di Edwyn Collins  ha permesso un nuovo tipo di esperienza, e con Sean Read al timone, la band ha mantenuto una concentrazione e una disciplina che ha permesso loro di realizzare ciò a cui aspiravano. La contagiosa atmosfera bucolica del luogo, lo studio era posizionato davanti alle scogliere, ha contribuito all’ispirazione generale donando a Hollow Heart  un fascino tipicamente nordico, sognante, malinconico a tratti ma anche mosso come può esserlo una mareggiata da quelle parti, e coi cromatismi ora intensi ora tenui della bellissima costa settentrionale scozzese . Tale atmosfera si è tradotta in dieci canzoni armoniose con impasti di chitarre alla Byrds ed evocative pedal steel, un arioso country-rock venato di psichedelia e folk. Musica per orizzonti di mare, di costa e di cielo, ondeggiante come una barca trasportata dalle onde, ballate in balia del vento, fluttuanti e avvolgenti, un sentore di tranquillità paziente, dall’effetto quasi ipnotico. Si parte con Ava ed è un introduzione tra acustico ed elettrico con la voce di Olson che trascina gli altri in un’ armonia che concede spazio alle chitarre e ad una sezione ritmica ben equilibrata e presente. Anticipa quello che potrebbe essere uno dei singoli dell’album ovvero Black Light Night, una melodia del tastierista Patrick Ralla con testi di Olson che gira cupo con schegge penetranti di chitarra ammorbidite dalle armonie vocali. Il tempo sembra scivolare silente su una ballata tanto romantica  quanto irresistibile come è Weep & Whisper,  un fuoco morbido dalle tonalità eteree punteggiato da pedal steel e pianoforte, che racconta di " una ragazza che portava i capelli lunghi in un fiocco di raso senza fine" per poi concludersi con un pungiglione finale " stai pensando al futuro, poi il futuro arriva e fottiti, fuori fa freddo”.



Radio On ha un incedere magnetico ed un canto supplichevole (Olson), sembra rivangare  quel pop scozzese che fece proseliti negli anni ottanta grazie a Lloyd Cole&The Commotions e Aztec Camera. Voci che si sovrappongono, una ombrosità melodica che si riflette in armonie vocali studiate sui dischi di Beach Boys e Mama’s and Papa’s e siamo in Ballad of Whatever May Be pur con la sensazione di uno spazio al di fuori del tempo.

Hollow Eyes, Hollow Heart è una canzone sul rifugiarsi in qualcosa che davvero non si dovrebbe e di conseguenza sul sentirsi un guscio vuoto, un aura oscura lo collega ai Fairport Convention ma il cantato è ovattato ed il sound si delinea come  cosmico country rock. You’re So Free si nutre dell’eco leggero e vaporoso delle canzoni dei sixties, vengono in mente i Turtles ma parla di no-vax, Rainbows in Windows di Sam Freman contiene frammenti della voce narrante di Edwyn Collins e si srotola grazie ad un ottimo  fingepicking  su un’onda sulla quale hanno surfato anche i Sadies di New Seasons.  I Don’t Want To Feel So Bad Anymore sembra proprio una canzone dei Byrds con un apertura in stile Roger McGuinn, la conclusiva  Red Autumn Leaf  svolazza deliziosamente traballante in un candido e disordinato lo-fi e con il suo outro si ricollega all'intro della prima canzone dell'album chiudendo così il cerchio .

Caldo pur essendo baciato da un’aria nordica, Hollow Heart   è un disco che unisce antico e nuovo, freschezza e sentimento, visionario ma pronto a soddisfare le esigenze di un gusto moderno.

MAURO ZAMBELLINI    FEBBRAIO 2022

sabato 12 febbraio 2022

deep america THE DELINES


 Pochi autori in tempi recenti hanno lasciato un segno così profondo nella descrizione dei personaggi e nella creazione di atmosfere filmiche come Willy Vlautin. Autore di novelle e romanzi che, su entrambe le sponde dell’Atlantico, hanno trovato consensi in pubblico e critica, plaudenti la  freschezza della sua scrittura, l’osservazione dettagliata dei caratteri ed il lirismo profuso dalla sua prosa, Vlautin ha intrapreso un viaggio in quella America della decadenza dove la vita delle persone sono tasselli di un’opera in cui la sua compassionevole narrazione si scontra col desolato paesaggio in cui esse  si muovono. Dal debutto di Motel Life  fino a Io Sarò Qualcuno  e La Notte Arriva Sempre, passando per The Free  e La Ballata di Charley Thompson, tutti regolarmente editi in Italia dai tipi di Jimenez, quel sottobosco di perdenti, assassini, balordi, sadici e falliti sono l’ esempio della banalità del male e della difficoltà di sopravvivenza in un paese in rovina, un coraggioso affresco sulla gente comune come solo Raymond Carver è riuscito a dipingere in tempi più o meno vicini. Affascinato dallo squallore ma umanamente complice dei suoi personaggi tanto da vestirli di uno sguardo compassionevole e comprensivo, Vlautin sa scrivere una ballata sui perdenti tanto da farseli sentire fratelli, e ancora prima dei frequentatori della letteratura americana questa sua virtù ha colpito il pubblico del rock che lo ha incontrato grazie ai dischi dei Richmond Fontaine, la band di Portland, Oregon di cui Vlautin è stato leader. Cantore delle macerie esistenziali che popolano gli anonimi motel e gli squallidi casino nelle città di frontiera del Nevada come Reno e Winnemucca ( appunto The Fitzgerald  e Winnemucca  sono due album dei RF sull’argomento), Vlautin ha usato la sua lucida capacità visionaria per creare canzoni che sono la colonna sonora e la sceneggiatura di un film su un’America di provincia dimenticata e battuta. Basta un titolo come We Used To Think The Freeway Sounded Like a River  disco del 2009 per comprendere l’immaginario on the road di Vlautin, prologo di quel Don’t Skip Out On Me del 2017 con cui assieme ai Richmond Fontaine musicò una  soundtrack strumentale per accompagnare la lettura del suo Io Sarò Qualcuno. Tra folk desertico, border music, twangin’ e suoni messicani, portò l’ascoltatore nell’odissea del boxeur in cerca di gloria Horace Hopper/Hector Hidalgo.  E’ stato l’ultimo sforzo discografico dei Richmond Fontaine e poteva essere l’addio di Vlautin dalle scene del rock per dedicarsi completamente al “mestiere” del romanziere, ma invece la storia ha preso la via di un nuovo inizio grazie all’incontro con la cantante Amy Boone.  Si è portato appresso il percussionista Sean Oldham ed il bassista Freddy Trujillo, entrambi transfughi dai RF, e ha trovato nelle corde vocali della Boome quel tratto dolce e romantico che mancava alle sue visioni di lacerato neo-realismo blue highway, inventandosi così i Delines. La vulnerabile ed evocativa voce di Amy Boone che anni prima era stata in tour coi RF cantando alcune parti  di Post To Wire  (2003) che in studio erano state appannaggio dalla sorella Deborah Kelly (entrambe avevano trascorsi col gruppo texano dei Damnations TX) è stata la molla che ha dato il via alla nuova esperienza. La Boone, i tre ex RF, il tastierista Jerry Conlee dei Decemberists ed il suonatore dei pedal steel Tucker Jackson proveniente dai Minus 5, si sono riuniti a Portland col produttore John Morgan Askew che già aveva partecipato a Don’t Skip Out On Me  per mettere a punto, nel 2014, Colfax,  lavoro dalle atmosfere sospese e notturne trainato dal cantato della Boone e da un folk-rock venato di soul dilatato dalla lap steel di Jackson. Una coreografia sonora adatta ai temi prediletti di Vlautin,  lotte quotidiane di chi vive alla periferia del sogno americano, precarietà dei rapporti,  ineluttabilità di destini. 

Suggestioni replicate dall’altrettanto magnifico The Imperial  cinque anni dopo. In mezzo un secondo album, Scenic Sessions, pubblicato in edizione limitata da vendere durante il tour europeo del 2015, contenente la cover di Sunshine degli Sparklehorse,  ed un rovinoso incidente automobilistico che nel 2016 ha messo fuori gioco Amy Boome. Lo shock e le diverse fratture alle gambe hanno avuto come conseguenza depressione e paura di non essere più all’altezza ma la realizzazione, anche se faticosa, di The Imperial  è servita ad esorcizzare un periodo critico che sembrava compromettere definitivamente la vita artistica della Boome e di conseguenza dei Delines. La musica come terapia ha giovato ad un album dalle sonorità avvolgenti e languide, sfumato ed emozionante, dove controverse storie di amanti fanno da sfondo all’ambientazione dimessa e solitaria dei luoghi. Gli amanti dell’appartamento n.315 nella canzone che dà il titolo all’album (The Imperial è una sorta di hotel a buon mercato con stanza date in affitto a chi non può permettersi una casa) sanno che il loro futuro è vuoto come la desolazione di quello stabile ed il  passato è pieno di sbagli ma il modo in cui Boone canta tale scenario è talmente candido ed innocente che si avverte ancora un briciolo di speranza. Allo stesso modo l’amore disperato di Eddie and Polly, il singolo tratto dall’album, è un film commovente sulle cicatrici di un mondo che non riserva lieti fini ai romantici, e la conclusiva Waiting On The Blue col suo tono rarefatto sussurra una salvezza che la notte non è riuscita ad oscurare. C’è molta tristezza nell’opera di Willy Vlautin ma la rappresentazione che i Delines danno di questo blue mood è sublime ,come se la fragilità di una America abbandonata possa nutrirsi di melodie che arrivano al cuore in modo così sincero e partecipativo,  intorpidendo con la luce fioca dei ricordi una musica incantata ma non soporifera. Merito dell’autore, della espressività vocale della Boone, del lamentoso suono della lap steel di Tucker Jackson, di una sezione ritmica in punta di piedi, di chitarre tanto educate quanto perfette (Vlautin ed il produttore Askew) e degli eleganti arrangiamenti con tastiere e tromba di Cory Gray. Quest’ultimo è diventato una pedina importante nell’economia sonora dei Delines, i suoi schizzi con la tromba hanno contribuito all’ originalità di una musica che rimane evocativa e visionaria pur concedendosi scarabocchi di jazz , come poteva esserci nei primi lavori degli Spain. Ma l’idea per l’attuale The Sea Drift  è venuta  quando la Boome e Vlautin si sono confidati il mutuo amore per Tony Joe White e l’una ha chiesto all’altro, quasi per scherzo, di scriverle una nuova Rainy Night In Georgia. Amy Boone ha confessato che due delle sue canzoni favorite di gioventù furono la versione di Brook Benton del brano di Tony Joe White e Ode To Billie Joe di Bobbie Gentry. Prima di ventanni però non aveva mai sentito Tony Joe White ed un amico musicista di Austin, sorpreso, la invogliò a supplire alla mancanza. Il giorno dopo la Boone corse a comprare un album di Tony Joe White cercando le più ampie informazioni su di lui. Si imbatté in una intervista data dall’artista che asseriva che fu Ode To Billie Joe  a spingerlo a scrivere Rainy Night In Georgia. Due piccioni con una fava, quando Willy Vlautin le disse che voleva usare la canzone di Tony Joe White come ispirazione per The Sea Drift,  la Boone ne fu entusiasta, abbracciò subito l’idea come fosse la chiusura di un cerchio. Immediatamente i due iniziarono a pensare ad un ideale set per le canzoni e fu naturale scegliere il Texas orientale, dove la Boome aveva vissuto per anni,  in particolare la Costa del Golfo che entrambi amavano. Vlautin cominciò a buttare giù le canzoni proprio in quel luogo e la band fu coinvolta nel creare un intero album sulla costa texana, a record drifting up and down the Gulf Coast così lo definirono. A qualcuno potrebbe venire in mente a proposito di tale ambientazione l’album del 1981 di Guy Clark The South Coast of Texas  oppure  il  noir  Galveston, bel romanzo di Nic Pizzolatto, lo sceneggiatore della serie True Detective, poi messo in pellicola da Melanie Laurent, ma la vena paesaggistica dello scrivere di Vlautin non si è limitata ad una crime story piuttosto a vicende di amanti disperati, donne sole, uomini in bilico. Talmente rapito dal paesaggio umano e geografico , ad un certo punto Amy Boone si è chiesta se Vlautin stava scrivendo le canzoni per un disco o una vera e propria sceneggiatura. Con l’aiuto del produttore John Morgan Askew, la band si è infilata nel nuovo studio Bocce estraendo l’ ennesima gemma dell’  immaginario “ provinciale” dei Delines, il cui tema è esemplificato dalla essenziale copertina pseudo marina dove spicca un luna park poggiato sul pontile che si allunga nel mare. 


Una cover “costiera” aderente al tipo di musica non proprio solare, asciutta nel suo significato ma suggestiva, come già era successo per The Imperial.  Il set di The Sea Drift  è l’ennesima dimostrazione del taglio  cinematografico del rock dei Delines e la conferma dello stato di salute della band, ormai in possesso di uno stile proprio e riconoscibile. Amy Boone ha ritrovato confidenza con gli studi di registrazione, il bassista di stampo soul Freddy Trujillo ed un batterista cool-jazz come Sean Oldham sono esperti nel costruire un groove tanto sensuale quanto elegante, mentre Cory Gray, rincara il senso drammatico di alcune parti con arrangiamenti d’archi e la sua tromba assume un tono evocativo nei due episodi strumentali del disco. La prima canzone scritta per il disco è stata All Along The Ride  e di conseguenza ha creato l’universo di The Sea Drift . Emana una calda tristezza nel raccontare una relazione tra due amanti che si sta dissolvendo , sono in macchina di ritorno da Corpus Christi e la voce della Boone attanaglia il cuore come se fossimo lì vicino a loro, respirando il loro dolore. Ma la canzone che più di altre ha contribuito al suono e alle sensazioni dell’intero disco è Little Earl  il cui groove si ispira proprio al country-soul di Tony Joe White e gli arrangiamenti di Cory Gray sottolineano il carattere cinematico del pezzo, due fratelli coinvolti in un furto andato storto in un mini-mart alla periferia di Port Arthur in Texas. Bizzarro  il tema di Kid Codeine  tradotto in una musica briosa e quasi scanzonata. Vlautin dice di aver scritto il brano dopo che una barista di mezza età incontrata nel centro di Los Angeles portò i Richmond Fontaine in uno strip bar. Si accompagnava con un ragazzo ventenne che non disse una parola, la ballerina di turno danzò erotica per loro prima di schiantarsi contro il tavolo, nel contempo la barista con l’amico a fianco insisteva su come scommettere alle corse di cavalli in California. Sebbene Vlautin volesse dare al brano  un eco da pop song francese  anni sessanta, lo stralunato tema della canzone ricorda invece i surreali Little Feat della prima ora.  Diverse sono le canzoni che hanno come protagonisti i personaggi femminili. Nell’avvolgente lirismo di Drowing In Plaint Sigh una donna si sente intrappolata in una situazione famigliare che invece di offrirle conforto e sicurezza le trasmette solo pressione e solitudine. Vuole ricordare cosa si prova ad essere amati, fugge, corre a casaccio ma non ha nessun posto dove andare. In Hold Me Slow, una ballata impreziosita da arrangiamenti quanto mai raffinati e da una grande intensità vocale, la stessa donna, stanca, cerca il suo colpo di fortuna. L’unisono strumentale è perfetto, la melodia si fonde con le tastiere,  tromba e  chitarra accompagnano l’incedere lento e dondolante, niente è fuori posto. Surfers in Twilight  è priva di qualsiasi supporto ritmico, si racconta di una donna in una città costiera che uscita dal lavoro vede il marito sbattuto contro un muro e ammanettato dalla polizia. Non sa cosa abbia fatto ma in cuor suo sente che ha fatto qualcosa. This Ain’t No Getaway  ha colorazioni bluastre e caduche, un’altra donna torna  a casa dal suo ex compagno per prendersi le ultime sue cose. E’ l’alba, prima del lavoro e lo trova sveglio, ubriaco e con una pistola accanto. Lei non scappa, prende le sue cose e se ne va determinata a non essere vittima di altra violenza.  In Saved from The Sea l’atmosfera è malconcia e romantica,  il narratore si chiede se il mondo non sia così crudele, e la vita di lei non sia così tutta da buttare. Potrà questa donna disperata essere salvata dal mare della solitudine?, è la domanda che la voce accorata della Boone pone all’ascoltatore. Nei versi di Past The Shadows  affiora il sogno autodistruttivo di vivere nell’oscurità, come un vampiro ai margini della società normale, il suono è intrigante, seduttivo, la tromba di Grey è ancora lì a dare enfasi. Sostanziale al suono di The Sea Drift, Cory Grey  è presente un po’ in tutti i brani ma diventa protagonista nei due strumentali,  in Lynett’s Lament  il cui titolo fa riferimento al personaggio principale di La Notte Arriva Sempre riflette luci notturne con un suono alla Chet Baker , e lo stesso tema viene ripreso nella conclusiva The Gulf Drift Lament, omaggio ai luoghi in cui l’album è stato concepito.



The Sea Drift  è un disco visuale le cui canzoni sono piccole vignette di un film che i Delines raccontano con una musica sognante, malinconica ed evocativa, assolutamente ammaliante.

MAURO ZAMBELLINI   febbraio 2022