martedì 25 maggio 2010

The Del Lords

The Del Lords
Under Construction

Forse non tutti ricordano i Del Lords, gruppo newyorchese (originari del Queens) che in tempi non sospetti ovvero gli anni ottanta facevano opera di resistenza nella Grande Mela con un rock che nulla aveva a che fare con le tendenze dell’epoca. Musica schietta, sincera, legata ai fifties per via di un approccio rock n’roll molto marcato ma anche pop per le melodie usate, roots nel senso dei Creedence per l’agile dimestichezza col formato canzone e poi una spruzzata di surf, di beat e di appeal metropolitano da Lower East Side. Insomma una bomba, come scrissi al tempo: serie B ma col coltello tra i denti, un New York sound a chitarre spianate, il drumming a palla ed il microfono piegato come si faceva nelle notti ancora fumose del Cbgb.
Quattro gli album ufficiali della loro discografia (altamente consigliati Frontier Days e Johnny Comes Marching Home e solo consigliato Based On A True Story) più un succoso best (Get Tough) uscito nel 1999 a scioglimento già avvenuto.
Ora i Del Lords sembrano ritornare e bastano cinque canzoni per capire quanto siano resistiti al tempo e abbiano ancora cosa da dire. Si sono riuniti dopo vent'anni dal loro scioglimento per un mini tour di otto date in Spagna e hanno suonato una sera al Lakeside Lounge, il locale di Eric Ambel in Avenue B a New York sotto il falso nome di Elvis Club per via dell’abbigliamento fifties indossato. Era dai tempi di Lovers Who Wonder ovvero dal 1990 che il bassista Manny Caiati, il chitarrista e cantante Scott Kempner (ex Dictators), l’altro chitarrista e cantante Eric “Roscoe” Ambel (già nella band di Steve Earle e produttore di Bottle Rockets, Blue Montain e Go To Blazes) ed il batterista Frank Funaro (Cracker) non si trovavano insieme per qualcosa di “serio”. Un tour ed un Ep di cinque canzoni sono il ghiotto antipasto di un disco prossimo a venire, già in fase di allestimento. Orecchie in allerta quindi. L’antipasto è questo inaspettato Under Construction, un Ep originariamente pensato per la promozione del tour spagnolo con cinque pezzi, uno più bello dell’altro, dove i Del Lords dimostrano di essere una macchina in piena corsa e ripresentano la loro contagiosa miscela di rock n’roll, power-pop, roots, beat metropolitano e ballate east-coast. Un sound asciutto e senza farciture tecnologiche che la nascosta produzione di Eric Ambel lascia fluire in tutta la sua semplicità ed efficacia, con le chitarre che saltellano sopra una sezione ritmica atletica e vivace, gli assoli ben assestati ma concisi e Kempner che canta come un John Fogerty di new yawk.

Si inizia con When The Drugs Kick In , riflessione sulla vicenda Michael Jackson e sulle droghe, un pimpante rock tra Willie Nile e gli Who cantato con leggera inflessione white trash e suonato con la determinatezza di una band che si muove a memoria. Le chitarre sono pura sintonia, il basso è un orologio svizzero e la batteria corre svelta tra i blocchi di Manhattan come fosse inseguita da King Kong. Un esempio di rapidità e serena immediatezza, quasi che i Del Lords fossero dei Ramones maturi, senza problemi di disagio giovanile. La seguente Princess ha un afflato più roots, un rockin’ incalzante tra Lucero e Bottle Rockets con una solare apertura proprio nel mezzo della canzone, prima che le chitarre ritornino ad urlare e portino la principessa a gozzovigliare nei bassifondi della città.
Le scuse arrivano con Silverlake, qui i Del Lords si fanno più docili e optano per la ballata, chitarra acustica in primo piano e passeggiata romantica sul lago d’argento. Tutt’altra pasta Me and The Lord Blues, puro Del Lords style ovvero power-pop-rock di primo taglio con Frank Funaro che batte come Aronoff mentre Ambel distorce la chitarra e Kempner tiene una compostezza quasi british quasi provenisse dai Rockpile e non coi Dictators.
A All Of My Life l’onore di chiudere le danze. Cambia lo scenario, l’ultima canzone è come la domenica mattina seguente ad un sabato sera di bisbocce. Ritmo lento, voce barcollante, aria tra il pigro ed il malinconico, le chitarre acustiche ed una tastiera che ricama una ballata che riporta di attualità lo Ian Hunter dylaniano.
Ottima conclusione di un work in progress che fa ben sperare per il disco finito di prossima pubblicazione. Del Lords, infilare nello scaffale tra Del Fuegos e Del Shannon. Garanzia rock al 100%

Mauro Zambellini Maggio 2010


sabato 22 maggio 2010

Città del Rock : Dallas


HOT NITE IN DALLAS (Moon Martin from Shots from a cold nightmare)

Sono nato in una batteria
Sono stato allevato da una chitarra
Mia madre aveva un casinò
E mio padre si vestiva come un travestito

Una caldissima notte a Dallas
A sentire il vento del sud
Una caldissima notte a Dallas
E la camicia, come un sudario, appiccicata alla pelle

Corpi abbattuti nella grondaia
La luna rotola, scura
Risplende tra i suoi abiti
Non appena la donna mi tira in basso

Mettetemi in una scatola
In un posto buio e desolato
In una notte di luna
Inchiodate un asso sopra il mio viso

lunedì 17 maggio 2010

che copertina!

Come non se ne vedevano da anni...

Exile on main time (di Mauro Zambellini, 10 pagine!)
+
Allman Brothers Band New York Live (di Robby Amaranti)
A Well(er) Respected Man (di Zambo; intervista a Paul Weller di Andrea Trevaini)
Rocky Erickson & The 13th Floor Elevator

reviews:
The Rolling Stones > Exile On Main Street (altre 2 pagine!)
Mary Gauthier con i Cowboy Junkies > The Foundling (la trovatella, di Paolo Carù)
Jackson Browne + David Lindley > Love Is Strange (2 CD live)
Jesse Malin > Love It To Life (di Marco Denti)
Peter Wolf > Midnight Souvenirs (di Marco Denti)

giovedì 13 maggio 2010

Peter Wolf > Midnight Souvenirs


Ci sono dischi che non hanno quello status di importanza o di culto che piace tanto a critici e giornalisti ma finiscono col sedurre il più pubblico con più leggerezza e gradevolezza e rimangono nel lettore per molto più tempo. Prendete gli ultimi dischi di Peter Wolf, uno che non è di primo pelo perché ha già superato i sessantanni e per diverse decadi è stato il leader della band americana che più assomigliava ai Rolling Stones ovvero la J.Geils Band, bene, questo Wolf nel giro di otto anni ha realizzato due lavori che sono un toccasana per il cuore, lo spirito e l’anima, due dischi di cui non ne hanno parlato in molti ma sono più belli di tanti capolavori andati in copertina e presto archiviati nel museo delle opere “imprescindibili” senza che nessuno senta più il bisogno di riascoltarli.
I due dischi non hanno nulla di trascendentale, nessun colpo di genio o trucco innovativo, no, semplicemente delle bellissime canzoni, facili da ascoltare, semplici canzoni con cui cambiare l’umore di una giornata o pensare di essere ancora innamorati, canzoni di desiderio e di riflessione, non banali ma nemmeno troppo impegnative, così intrise di blues e rock n’roll, di country-soul e di tutte quelle leccornie sudiste che hanno fatto di Memphis e New Orleans due Mecche del vero sentire. Dischi di musica americana ma senza la rigida compostezza o serietà di chi vuole rioffrire le radici in salsa propria, piuttosto uno storyteller scanzonato ed un po’ scavezzacollo, un Mick Jagger di serie B più divertito e divertente, che gioca ancora a parlare di amori, di bugie , di amici , di profumi estivi, di tequila, di viaggi, insomma di midnight souvenirs.
Questo il titolo del nuovo disco di Peter Wolf, otto anni dopo il precedente e bellissimo Sleepless, un disco che esala gli umori del gospel e del funky (un’ottima ripresa di Everything I Go Gonna Be Funky di Allen Toussaint), del soul più malizioso e Motown (sentire Leaves Us All Behind e Overnight Laws), che concede breve ma intensi sprazzi di blues (Thick as Thieves) oltre ad una padronanza del rock n’roll che si misura dai riff in puro stile Stones e da un titolo come I Don’t Wanna Know che sembra una out-take di Tom Petty.

Da qualunque parti lo si giri Midnight Souvenirs profuma di calde notti del sud, dondola attorno a splendide ballate che rievocano gli Stones dei settanta, ha musicisti che suonano per l’insieme e non per sé stessi ed una produzione misurata (il fido Kenny White) e concede momenti di sentita intimità nei duetti con Shelby Lynn (Tragedy) e Neko Case (The Green Fields of Summer), per non dire del tenero camminare insieme a quel gigante della country music che è Merle Haggard (la conclusiva It’s Too Late For Me).
Ma è l’elegiaca e notturna The Night Comes Down a strapparci il commosso ricordo di un amico andato, perché fino ad oggi il piuttosto trascurato Peter Wolf è l’unico artista ad aver dedicato una canzone a quel gigante di Willy De Ville, uno che tra i suoi colleghi era una specie di Mourinho del rock. Basterebbe ciò ad infilare Midnight Souvenirs nei dischi migliori dell’album ma non sono un imbonitore perché non basta una canzone a fare grande un disco e qui invece di bellezze ce ne sono quattordici, quattordici piccole meraviglie che vi faranno gustare, ascoltare, consumare un CD a lungo, come una volta si faceva con il vinile.
Non è una sveltina Midnight Souvenirs.

Mauro Zambellini

mercoledì 5 maggio 2010

Exile On Main Street Redux


Nonostante l’ incisione sporca, senza nessuna nitidezza ed accuratezza tecnica e le condizioni astruse in cui è stato registrato, Exile On Main Street è il disco più importante ed influente della storia del rock, un fungo atomico carico di emozioni e presagi sinistri. Niente è più strettamente vicino all’idea di rock n’roll di Exile e nulla rappresenta meglio ciò che il rock ha di eterno nella sua semplicità.
Exile On Main Street
è un disco incendiario, concepito ed in parte registrato nella villa di Nellcote a Villefranche sur Mer in Costa Azzurra dove i Rolling Stones si erano “esiliati” nella primavera del 1971 per sfuggire il fisco inglese. Realizzato in un periodo, l’alba degli anni settanta, che vedeva il rock perdere la sua anima e la sua energia propulsiva cadendo in autoparodia o peggio rincorrendo velleità da “arte colta”, inglobato nella rete dei grandi interessi economici, Exile è un opera a cavallo di un passaggio epocale, comunque destinata a fare storia e a seminare idee ed epigoni che travalicano il tempo in cui è stata realizzata. Il disco venne pubblicato nel maggio del 1972, un mese dopo il bombardamento di Haiphong ed un mese prima che Woodward e Bernstein del Washington Post denunciassero delle “anomalie” al Watergate.
Nel suo essere a volte antico e altre volte attuale e moderno, oscuro e quasi sperimentale e poi classico e nostalgico, spontaneo se non addirittura frutto di fortunate casualità, Exile On Main Street riesce ad essere innovativo nella sostanza e non nella forma coprendo con una esauriente precisione di dettagli una quantità infinita di stili e di variazioni sottili (e non così sottili) del rock - una forma che originariamente sembra limitata ad una musica elementare, guidata solo dalla chitarra. Abbraccia blues, R&B, soul, gospel, folk, country e rock n’roll e lo fa con uno spirito eretico, outsider, da esiliati senza Dio e patria se è vero che degli inglesi di classe media si trovano a vivere in quella parte di Francia ricca e chic suonando la musica americani dei neri e dei poveri hillbillies.

Exile On Main Street finalmente gode oggi di una ristampa degna della sua fama.
Tre edizioni: la standard con un CD completo della track-list originaria rimasterizzata, la Deluxe Edition con due CD, l’originario ed un secondo con dieci tracce inedite oltre ad un libretto di 12 pagine e la costosa Super Deluxe Edition ovvero i due CD, due Lp ed un DVD documentario di 30 minuti con il making di Exile e clip dei film Ladies and Gentlemen: The Rolling Stones e del tante volte bootlegato e sconcio Cocksucker Blues del regista/fotografo Robert Frank, un libro di 52 pagine rilegato in brossura con alcune cartoline da collezione.
Un operazione di lusso che ha avuto come prologo la messa in vendita il 17 aprile per il record store day del singolo Plundered My Soul /All Down The Line.

Tralascio di dire del disco originario (dovreste conoscerlo tutti) e passo agli inediti della ristampa, che sono il boccone prelibato della faccenda. Difficile dire se le dieci bonus tracks prodotte da Jimmy Miller (il produttore originario), i Glimmer Twins e Don Was (quello che ci ha messo le mani adesso) qui incluse siano tutte delle outtakes di Exile, primo perché a Nellcote erano tutti talmente “fatti” che è difficile mettere ordine ai ricordi quando i ricordi sono nebbia, secondo perché lo stesso Jagger (che fu sempre perplesso circa il contenuto e la registrazione del disco) ha eluso il problema dicendo che quello che dovrebbe essere considerato il periodo Exile in realtà comincia con la registrazione di Loving Cup agli Olympic Studios di Londra nel 1969, continua nella sua casa nel Berkshire, poi a Nellcote e finisce nel mixaggio e nel overdubbing del disco a Los Angeles nel marzo del 1972. Un periodo abbastanza lungo dove è piuttosto arduo rintracciare l’esatta ubicazione delle registrazioni anche ricorrendo ai bootleg dell’epoca.
Comunque sia, le dieci tracce aggiungono qualcosa di nuovo al disco sebbene Exile rimanga sostanzialmente quello che è, ovvero un capolavoro a cui non necessita un restyling.
Ci sono cose che già si conoscevano, ad esempio Good Time Women che altro non è che la prima versione boogie-woogie con testo diverso di Tumbling Dice, il primo singolo estratto da Exile. Inoltre due alternate takes, di Loving Cup e di Soul Survivor.
Good Time Women proviene dalle session di Sticky Fingers del 1970, ha chitarre loud ed un’armonica sibilante e possiede quel suono sporco tanto venerato che invaghì i Faces e condizionerà i Black Crowes. Loving Cup è invece rallentata rispetto a quella pubblicata e mostra delle rifiniture vagamente country & western, del tipo Torn and Frayed. Questa Loving Cup è anche più lunga, con il pianoforte che cresce assieme a voce e chitarre fino a simulare una jam.
Se si eccettua il lavoro al piano di Nicky Hopkins in stile Edward si capisce perché la versione originale di Soul Survivor sia stata preferita a questa. Jagger canta stanco e svogliato come in un post-sbronza e anche quando le chitarre fremono metalliche non si riprende dal torpore, lasciando andare da soli gli strumenti, che suonano grandiosi.

Dei titoli nuovi Pass The Wine alias Sophia Loren sprizza maliziosa e “latina”con un ritmo un po’ vicious ed un backing femminile di classe soul. Jagger canta col naso, l’armonica soffia dolce e Bobby Keys fa il sornione con il sax. Per un attimo si sente l’eco di Can’t You Hear Me Knocking, prima che qualcuno passi il vino e la festa continui. Non ho mai subito il fascino di Sophia Loren, questa volta mi devo ricredere.
Pianoforte da bordello, voce e piano, inizio lento. Poi entra la band, le chitarre suonano il country twang prima che un solido blues presenti il conto, con slide e armonica. Si chiama I’m Not Signifying il blues del CD, quello che sa di bettola di New Orleans, scuro e appiccicaticcio, come i banconi di Bourbon Street la mattina dopo.

Urla o meglio urlacci di Mick Jagger, è Dancing In The Light e sotto Keef riffa alla Stones con Watts che scampanella con i cimbali. Il pianoforte sembra essere rimasto a Salt of the Earth, l’atmosfera è caotica, un po’ orgiastica e non c’è la trascendenza del gospel. Dirty old sound più che nelle altre tracce, che suonano comunque Exile nonostante il polish usato nella rimasterizzazione. Come dicono gli anglosassoni Exile è ancora the first grunge record.

Più innocua è So Divine (Aladdin Song) nonostante la prima nota sia quella di Paint It Black. All’inizio Jagger talking mentre la chitarra crea un loop ossessivo che rimane per tutta la durata del brano. Lo charme ce lo mette il sassofono mentre Jagger canta volgare e sboccato. Poi si fa zuccheroso e amabile e dirige Following The River, una ballata con piano e chitarre acustiche ed un’ enfasi che mobilita cori femminili e arrangiamenti orchestrali. Una love story spezzacuori, Jagger vorrebbe far piangere ma nessuno ci crede. Sembra più una ballata da disco di Jagger che una traccia dimenticata di Exile.
Tutto diversa è Plundered My Soul che a ragione è stato scelta come singolo per promuovere la ristampa. Qui troviamo i migliori Stones di inizio settanta, aria sfilacciata, polvere di strada, il country ed il blues, il coro delle donne sopravvissute in Gimme Shelter, le accordature aperte di Richards, Honky Tonk Women e l’ombra di Gram Parsons, l’amico americano mai troppo sopportato da Jagger nell’esilio francese. È country-soul sporcato di western-rock n’roll, è american music suonato dai dei fuori di testa inglesi in una cantina usata dagli invasori nazisti sulla costa francese del Mediterraneo. Rock senza patria ma con tanta anima. Splendido.

Infine la decima traccia, sardonicamente intitolata Title 5. Incomprensibile strumentale dal suono garage con un loop che potrebbe uscire dai Suicide se li avessero costretti ad abbronzarsi al sole della Provenza. O la “roba” non era buona o qualcuno aveva deciso di inventare il post-punk prima ancora che nascesse il punk. Ma sono gli Stones ?

Questi sono gli inediti di Exile On Main Street, alcuni belli, altri meno.
Si poteva fare di più? Sì, forse, mah… in realtà non bisognava modificare un monumento, necessitava rinfrescare un mito e magari farlo conoscere a chi non c’era. In questo sembra che ci siano riusciti.
Esce il 17 maggio.

MAURO ZAMBELLINI

mercoledì 21 aprile 2010

Willie Nile #4


(continua)

Ne è passato di tempo, quasi tutti i nuovi Dylan si sono persi, nessuno è diventato Dylan ma Willie Nile è rimasto quel folletto arguto, vivace, pieno di cuore ed entusiasmo che saltava impugnando la Fender voltando le spalle al pubblico e volgendo lo sguardo al proprio batterista, che altri non era che Jay Dee Daugherty, quello che ancora oggi suona nel Patti Smith Group. Nile non ha fatto una carriera esorbitante, c’era da aspettarselo, troppo cuore ed eleganza per entrare nel ring ma nemmeno è diventato una figura patetica del Greenwich che fu. Ha continuato per la sua strada, pubblicando dischi in giusta misura, né troppi né troppo pochi, togliendosi dalla circolazione per un po’ di tempo ma continuando con la sua arte e non avvilendosi perché i tempi erano cambiati. Ha saputo aspettare e poi due anni fa ha giocato il jolly con un disco, Streets Of New York, che rimetteva in scena la boheme di New York come lui la sapeva cantare, con una selezione di canzoni che, senza retorica passatista, coniugavano lo spirito poetico del songwriter con una schietta dimostrazione di rock urbano. House Of A Thousand Guitars il nuovo disco è il degno successore di quel lavoro e, come suggerisce il titolo, è ancora più venato di rock’n’roll e chitarre elettriche anche se, come è nella tradizione dellíautore ci sono anche languori, malinconie e ballate. Con l’atteggiamento spavaldo e scapigliato che lo ha sempre contraddistinto e con il solito amore per le strade e i romanzi, Willie Nile si ripropone al meglio recuperando il sound aguzzo ed essenziale del suo primo disco. House Of Thousand Guitars gioca sul fatto di avere una band, gli Worry Dolls, che sembra tagliata su misura su Nile, col chitarrista Andy York (John Mellencamp) talmente bravo nel sintetizzare un assolo da togliere qualsiasi grasso in eccesso ed una sezione ritmica, il bassista Brad Albetta ed il batterista Rich Pagano che conoscano a memoria il groove newyorchese ovvero quel misto di arditi saliscendi che sembrano le montagne russe ritagliate sulla skyline della città. E’ vero che gli Worry Dolls partecipano solo a metà nel disco perché il resto è affidato all’inseparabile Frankie Lee nelle vesti di batterista, a Steuart Smith nelle vesti di chitarrista e Stewart Lerman in quella di bassista ma l’amalgama è perfetta ed al di là di qualche sfumatura il disco suona omogeneo e compatto. Che le chitarre, compresa la Stratocaster di Nile, siano costantemente all’offensiva lo dice il titolo del disco e la canzone-titolo, un vorticoso rock dove vengono citati i nomi dei grandi santi del rock (Hendrix, Stones, Dylan, Robert Johnson, Hank Williams, John Lee Hooker, Muddy Waters, John Lennon) in una sorta di omaggio a quella lezione musicale di cui Nile è figlio.

Willie Nile: “House Of Thousand Guitars l’ho scritta dopo che avevo fatto un sogno nel quale c’era un luogo dove alcuni grandi musicisti, Dylan, Hendrix, Robert Johnson, gli Stones, John Lennon, Muddy Waters e John Lee Hooker, potevano rifugiarsi fuori dal caos e dalla follia del mondo e suonare la loro musica senza tutta la follia che li circondava”.

Lezione che si ripropone nel vortice di ritmi e guitar sound di Run, un pop veloce e frizzante e nel tono rollingstoniano di Doomsday Dance. Poi c’è uno di quei brani che entrano nel cuore e fanno la storia di un artista, Love Is Train è metà ballata e metà rock’n’roll, ha forza, onestà e freschezza per diventare uno dei classici del nostro. Cosa che succede anche a Magdalena sguaiato trash-punk da lower east side con le chitarra di Nile e York che gracchiano sporche, urgenti, insolenti e The Midnight Rose, enfasi springsteeniana e grande lavoro di squadra per un brano che ha muscoli e cuore in giusto dosaggio. Ma è nelle ballate che si rincontra il Nile della New York City serenade, nello splendido titolo di Her Love Falls Like Rain dove qualcuno potrà scorgere armonie vagamente beatlesiane, in Little Light dove sembrerà di essere in uno di quei momenti del concerto in cui tutti cantano con l’accendino in mano ed in Touch Me dove si verrà coinvolti da ricordi e malinconie attraverso la voce commossa del protagonista e del suo pianoforte. Poi il finale, non troppo enfatico anche se già il titolo, When The Last Light Goes Out On Broadway, dice di quanto sia bravo Willie Nile a cantare l’anima profonda di New York City. Alla conclusione di una lunga stagione fortunata, vedrà Willie Nile sul palco con Bruce Springsteen nella data finale del Working On Dream Tour, proprio a Buffalo. Non era la prima volta che il duetto diventava una realtà, ma il fatto (il dato) che sia avvenuto nella città (d’origine) di Willie Nile e su una canzone che è patrimonio comune (Higher And Higher) quasi a chiudere un discorso o a arrivare alla fine di un lungo viaggio in circolo, chi in un modo chi nell’altro, con Willie Nile che sigla così: “Vivo la vita. Scrivo col mio cuore, scrivo come la vita richiede. Questo è il solo segreto, sento ancora lo stesso fuoco e la stessa passione che sentivo quando sono arrivato in città. Non conosco altri modi”.

Trent’anni fa, un grande scrittore di rock’n’roll, Robert Palmer, vide con chiarezza, e prima di chiunque altro, lo spessore della personalità di Willie Nile. Notando come fosse nello stesso tempo un perfetto testimone della sua epoca e un iconoclasta, per quanto avvolto in un’aura di gentilezza e romanticismo. Era il 29 luglio 1979 e Robert Palmer scrisse che Willie Nile era “un artista iconoclasta e nello stesso tempo quasi la perfetta espressione dei tempi correnti”, una contraddizione di termini che però è perfetta per raccontare Willie Nile. Da allora è successo di tutto, ma l’impressione che fa Willie Nile è ancora la stessa. Willie Nile è un piccolo romanzo del rock’n’roll che regala canzoni che entrano nella pelle, che trafiggono il cuore e suonano dure l’ultimo atto di rivolta contro il degrado dei nostri tempi”. Un uomo che è la sua storia, non se la deve inventare e/o reinventare ad ogni occasione. Un musicista che vive in una “casa di mille chitarre” e non ha bisogno di aggiornare o riformare il proprio stile perché il rock’n’roll contiene tutti gli elementi necessari per riempire una vita (anche di più). Un cittadino di NYC che ha vissuto tutte le stagioni (musicali) della città, che ha contribuito (lui stesso) a ridefinirne il sound, ma che (a differenza di molti colleghi e coetanei) non si è fatto fagocitare. Quando ai due estremi di una storia, non priva di svolte, anche piuttosto complesse e difficili, l’immagine che appare è sempre la stessa, vuol dire che c’è stato un flusso di coerenza senza soluzione di continuità, un modo di essere e di esistere che ha retto negli anni... Pur essendo originario di Buffalo, Willie Nile ha raccontato (e continua a raccontare) New York come nessun altro. Willie Nile a proposito di New York: “E’ buia, è selvaggia, è pericolosa, è sporca ed è magica”. Ed è ancora lì.

(Mauro Zambellini & Marco Denti 2010)

mercoledì 14 aprile 2010

Willie Nile #3


(continua)Inserisci link

Senza troppi rimpianti, ricorda lo stesso Willie Nile: “Il successo o qualunque cosa possa essere definita tale può essere un arma a doppio taglio. Ci sono cose buone e cose cattive. A giudicare da alcuni disastri della nostra cultura della celebrità ci sono parecchi inconvenienti ma a chi non piacerebbe entrare nel proprio garage e aprire il forziere pieno di dollari e dobloni d’oro e soddisfare ogni suo desiderio. L’adulazione iniziale fu interessante ma non la presi troppo sul serio, comunque fu stimolante sapere che la mia musica era ascolata e apprezzata. Non avevo un progetto per dominare il mondo o robe del genere per cui vissi la cosa con molto relativismo. Più che il successo penso di essere stato molto fortunato a continuare a fare quello che volevo e non desideravo sottostare a pressioni e imposizioni. In questo modo sono cresciuto come autore e come persona evitando interferenze nocive, ciò mi ha reso migliore sia come persona che come autore e mi ha permesso di mantenere quel giusto livello di pazzia all’andatura che volevo, un’andatura dolce e tranquilla”. Ci metterà parecchi anni a trovarla.
Fino al 1991 sarà un lungo e faticoso guado e si può intuire perché. Tra Golden Down e Places I Never Been la musica sembra diventare solo la colonna sonora delle immagini e Willie Nile non è un personaggio adatto a competere con Madonna o, ben che vada, con i muscoli e la stars’n’stripes del Bruce Springsteen di Born In The U.S.A., cioè i fenomeni del periodo. Tornerà con Places I Never Been ed è il suo disco più ricco e variopinto, con una parata di ospiti speciali (da Roger McGuinn a Richard Thompson) ma non basta a convincere la Columbia (dove alla fine aveva trovato ospitalità) a concedere una seconda chance. Si ricomincia daccapo, ma gli anni sono cambiati e le risposte che arrivano dai piani alti sono sempre più vacue. I primi segnali di un Willie Nile ritrovato e di quello che poi sarà all’alba del ventunesimo secolo si trovano nell’EP, il solido Hard Times In America, anche se poi ci vorranno quasi dieci anni per arrivare a Streets of New York. Senza alcun dramma perché Willie la prende con una filosofia tutta sua: “Non ho mai visto nessuno dei miei dischi come un comeback. Mi sono preso il mio tempo e li ho incisi quando sentivo che era il momento giusto”.
È allora che Willie Nile decide (come molti) di fare da solo e sforna un disco intenso e amaro fin dal titolo, Beautiful Wreck Of The World. Scelta che è un’anteprima di quello che succederà negli anni successivi fino ad oggi e in cui spicca, tra le altre, On The Road To Calvary, canzone dedicata a Jeff Buckley. Non un omaggio scontato se fatto da Willie Nile (tra l’altro uno dei primi a rendergli omaggio). Deve aver rivisto qualcosa di sé perché, al di là delle speculazioni e dei pettegolezzi seguiti alla sua misteriosa scomparsa nel Mississippi, Jeff Buckley era in cerca del suo secondo disco con tutte le difficoltà che Willie Nile ha ben conosciuto negli anni. A dimostrazione che l’uomo “parla come cammina” vale anche il fatto che in quegli anni si dedica anche a insegnare alla scuola dei giovani dei songwriter. Del resto se c’è uno che può spiegare come funziona quello strano tipo di mestiere che è scrivere le canzoni, è proprio Willie Nile.

E’ un modo diverso di concepire NYC, e quasi a colmare, a riempire la storia di una carriera, Willie Nile la celebra proprio con Streets Of New York. Fin dal titolo, il disco dispiega tutto l’affetto, la passione e l’appartenenza di Willie Nile alla sua (e nostra) città d’elezione, ma è chiara (sempre fin dal titolo e dall’immagine della copertina), nitida, la scelta di parte, quella di partire dalle strade. Persino una dichiarazione d’amore nell’elegia della canzone omonima che conclude Streets Of New York o in quella The Day I Saw Bo Diddley In Washington Square, splendida canzone che mette insieme le radici irlandesi di Willie Nile, il volto di uno dei più grandi inventori ritmici del ventesimo secolo e uno degli snodi fondamentali nella mappa culturale della città fino a Police On My Back. Un songwriter che suona una canzone dei Clash, e non solo dal vivo, ma la incide anche sul suo disco più rappresentativo, tra quelli recenti, conferma l’attitudine e la disposizione a vivere e a pensare come una rock’n’roll band.
Police On My Back incisa in origine per il tributo a Sandinista! voluto da Jimmy Guterman è un altro dettaglio della natura cosmopolita di Willie Nile e tutto Streets Of New York vibra di una ritrovata identità anche se Willie Nile non sembra essere cambiato poi molto: “Non ho pensato ad un tema preciso per questo disco. Però quando ho messo insieme le canzoni e le ho risentite mi è sembrato che fossero delle riflessioni riportate da un viaggiatore durante un viaggio, cose che ho visto, ascoltato e sentito lungo la strada. Volevo che fossero rilevanti nei loro significati e nelle loro visioni, non so se ci sono riuscito ma musicalmente funzionano”.
Senza dubbio: Streets Of New York trova gli elogi di Lou Reed, Graham Parker, Ian Hunter, Little Steven e Lucinda Williams e non è soltanto una specie di nuovo esordio (come lo stesso Willie Nile ha raccontato più volte), ma è anche la somma finale di una carriera. E’ un disco pieno di produttori che si mettono a disposizione e proprio per questo sembra più il disco di una rock’n’roll band che di un songwriter. Andy York, chitarrista con un curriculum lungo così (e a sua volta produttore dello stupendo Man Overboard di Ian Hunter, quando i percorsi s’incrociano) e alter ego di Willie Nile nella costruzione di Streets Of New York dice che “è stato un labour of love”. Frutto soprattutto della condivisione degli amori e delle passioni musicali comuni: Beatles, Kinks, Stones, Who, Clash sono i nomi ricorrenti nella lavorazione di Streets Of New York, ma è anche la città che è stata attraversata dall’11 settembre 2001.

Cell Phones Ringing (In The Pockets Of Dead) è una delle canzoni più furiose scritta da Willie Nile in tutta la sua carriera, ma sono anni in cui la sensibilità è messa a dura prova. Willie Nile ne racconta così la genesi: “Vivo non molto lontano dal World Trade Center ed ero in città quel giorno. Ho visto le torri bruciare e ho sentito lo shock e l’orrore, come ognuno. Ero su uno dei primi voli che partivano dalla città, qualche giorno dopo. Partivo per un tour in Spagna e sono rimasto impressionato dall’affetto, dalla compassione e dall’attenzione che gli spagnoli mi riservarono notte dopo notte. Continuavano a chiedermi cos’era successo, se conoscevo qualcuno scomparso nelle torri ed erano veramente interessati a quello che era successo e cosa stavamo facendo e come stavamo. Così, nel marzo del 2004, quando gli attentati colpirono i treni di Madrid cercai immediatamente tutti i miei amici spagnoli per sapere se stavano bene. Il giorno dopo in uno dei giornali di New York un titolo diceva: Cell Phones Ringing In The Pockets Of Dead. Pare che si fossero circa 190 body bags allineati lungo i binari e i cellulari continuavano a suonare nei sacchi”. Non ci vuole molto a intuire il senso di quegli squilli ormai inutili, come l’ha capito subito Willie Nile: “La gente stava cercando i propri cari, i cellulari suonavano. Mi ha colpito, mi ha dato i brividi e mi ha fatto incazzare. Il fatto che qualcuno possa fare una cosa del genere in quello che chiamiamo il mondo moderno mi ha davvero disturbato. Volevo combattere in qualche modo quell’idea. Ho pensato che noi, come esseri umani, siamo capaci di fare molto più di tutto questo. E’ solo merda quella di tutti questi zelanti fedeli che corrono in giro a pregare un loro dio e nel frattempo massacrano gente innocente. E vale per tutti: tutte le parti coinvolte sono colpevoli di questa follia. Dobbiamo trovare una strada per avere più compassione in questo mondo. Così ho cominciato a battere sui tasti del mio computer e la canzone è uscita da sola. Quando la canto dal vivo è sempre una sorpresa sentire quanta gente canta con me il ritornello, fino alla fine, in risposta a questa follia. Colpisce al cuore”.
E’ la sua risposta a quell’incubo perché vivere nelle “strade di New York” nel ventunesimo secolo vuol dire affrontare la realtà dell’undici settembre 2001 ogni giorno. Una città cosmopolita, un luogo a parte persino rispetto al resto degli Stati Uniti d’America colpita nel suo simbolo più ardito diventa l’inizio di un’era allucinante. Don DeLillo dirà: “Dove un tempo c'era l'America, ora c'è uno spazio vuoto”. Willie Nile non deve inventarsi nemmeno delle parole nuove perché in Live In The Streets Of New York dirà, presentando Hard Times In America: “L’ho scritta molti anni fa, ma è più attuale adesso di allora”. Streets Of New York, come tutti i lavori riusciti, se ne porta dietro altri, per cui diventa un disco dal vivo (e un DVD) in cui Willie Nile si conferma un grande performer, a discapito di una timidezza e un gentilezza atavica che, nella presentazione del gruppo, lo spinge a presentarsi come “Hank Williams”.
Lo show del 26 febbraio 2006 al Mercury Lounge è l’occasione per presentare Streets Of New York e il gruppo è la stessa rock’n’roll band che ha prodotto il disco e che non ha nulla da invidiare a ensemble che seguono nomi ben più altisonanti. Uno show elettrico, compatto, senza esitazioni di un artista maturo e ormai conscio di non aver nulla da dimostrare e molto da raccontare. Live From The Streets Of New York oltre a confermare l’indomabile anima rock’n’roll di Willie Nile sembra anche collegare idealmente le “strade di New York” alla “casa delle mille chitarre” (perchè il rock’n’roll si suona con quelle, non con altro). Per trovare un bis così convincente, solido e concreto bisognava tornare all’accoppiata dell’esordio con Golden Down: House Of Thousand Guitars, ancora più di Streets of New York è un’esplicita, plateale dichiarazione d’amore per il rock’n’roll, una totale e incondizionata attestazione di appartenenza. A tratti sembra il disco di una grezza garage band e ricorda anche, non soltanto per l’ovvia assonanza del titolo, Perfectly Good Guitar di John Hiatt: le vibrazioni elettriche in eccesso sono le stesse, e anche la quantità di chitarre, usate senza moderazione.

(3 - continua)