martedì 4 novembre 2014

AUTUNNO CALDO


Nulla a che vedere con il più tribolato contenzioso governo/sindacati con imminente sciopero generale, qui stiamo sul frivolo e parliamo di rock anche se chi ama il genere sa quanta cultura si nasconda dietro un disco. Un autunno così caldo non capitava da diversi anni, ottimi o buoni dischi arrivati sul mercato in finale d'estate o al primo freddo, qualcuno firmato dalle grandi star, altri più anonimi ed indipendenti. Di Gary Clark Jr. e del suo Live ho già scritto in questo blog, per chi scrive è il disco blues dell'anno pur irrobustito da una massiccia dose di rock e di Hendrix, che rimane sempre il più grande bluesman elettrico. Se non siete ancora convinti del ragazzo nero venuto dal Texas procuratevi il DVD Rock In Rio, testimonianza di un concerto tenuto in quel festival a Lisbona il 29 maggio di quest'anno. E' una bomba, non è lungo come il doppio live CD, solo dodici pezzi ma bastano e avanzano per far capire come canta e suona il nostro, coadiuvato da una band (basso, batteria e altra chitarra) formidabile ed incendiaria. E' un bootleg ma video e audio sono eccellenti, trovatelo, costa poco e vale molto.

        A questo punto è il disco dell'anno e non lo dico solo io, difficile fare meglio di Down Where The Spirit Meets The Bone di Lucinda Williams, un doppio album che riporta il rock in cima alle vette della grande musica con una sequenza di canzoni che racchiudono l'intero percorso della cantautrice e rockeuse della Louisiana e dimostrano cosa sia l'ispirazione quando questa si unisce a cuore, mente, esperienza, sentimento e tecnica. Messasi in proprio con la casa discografica Thirty Tigers, coadiuvata  da vecchi amici e grandi musicisti (tra cui l'immarcescibile Greg Leisz, lo swampin' Tony Joe White e l'eclettico Bill Frisell) Lucinda Williams ha infilato una carriera intera in 20 canzoni che hanno il potere di trascinare l'ascoltatore in un mondo popolato di tristezze e risalite, malinconie e rabbia, sogni e delusioni, creando un doppio album che ha la valenza di capolavori come Exile degli Stones, Blonde on Blonde di Dylan, London Calling dei Clash, The River di Bruce. Ispirazione, maturità, senso del rock n'roll, emozioni, anima scura e occhio vivo, Down Where The Spirits Meets The Bone è un doppio album amaro perché il mondo, della Williams ed il nostro, non è gioioso ma anche liberatorio, abbandonato allo swing di un rock n'roll di strada, con ballate che ti strappano lacrime e chitarre elettriche che  ti incitano a resistere verso la vita e la speranza, visioni che evocano quel Sud appiccicoso, celato, segreto e nascosto così come appare nudo e crudo nelle immagini della serie True Detective e cantilene vocali basati sulla ossessiva reiterazione di versi e parole così da trasformare la canzone in una specie di mantra ipnotico, assuefante, sensuale. Brani come Foolishness o Something Wicked This Way Comes  sono esempio di nuova metrica elettrica, non si scrivono e cantano tutti i giorni, bisogna avere percorso una intera storia musicale, dal folk al blues, dal country al rock  con dischi uno più bello e diverso dall'altro, oltre a possedere la magia di raccontare e dare corpo a quell'incessante serbatoio di umori, misteri e fascino che è la Louisiana. Down Where The Spirit Meets The Bone è proprio come suggerisce il titolo, spirituale e carnale, assolutamente colossale nella sua qualità artistica.

 

      Al primo ascolto sono rimasto con un sorrisetto ebete sulle labbra, come dire, carino, bravo brother Jackson. Poi dopo diversi ascolti ho cominciato a sciogliere la matassa e a mettere da parte la nostalgia, sono entrato dentro le note e il significato delle canzoni e alla fine mi sono trovato con un album che non passa mattina che non lo metta nel lettore come primo disco della giornata. Standing In The Breach è davvero un bel disco e lo dice uno che non è mai stato un fan sfegatato di Jackson Browne anche se Late For Sky  e Running On Empty hanno riempito con le  loro luci al calar della sera una fase della mia vita quando ero ancora giovane e la west-coast simboleggiava un futuro ribollente di speranze. Ma Browne era comunque troppo melodico e "poetico" per il mio essere, preferivo le facce sporche e i teppisti elettrici, anche se come anima inquieta Browne non si è fatto mancare nulla, amori naufragati, cocaina, depressione, smarrimento dopo il diluvio. Ma quando nel 1979 mise in piedi No Nukes c'era un altro in quel concerto che vestiva meglio le mie urgenze ed il mio diventare adulto e rifletteva le mie origini popolari. D'altra parte non ho frequentato il liceo ma l' istituto tecnico come perito chimico e questo forse spiega perché alle poesie preferivo le Fender.  Ma con gli anni in-anta ho riscoperto un lato melodico che Jackson Browne in Standing In The Breach coglie perfettamente. Non è nulla di nuovo Standing In The Breach ma è il cliché di Jackson Browne elaborato al meglio, c'è l'eco dei suoi vecchi inni, la sua voce è rimasta convincente come quella di un fratello che ti avverte dei pericoli e dei fallimenti ed il passato è filtrato da una consapevolezza del presente che è specchio di una mente aperta, un intellettuale affatto imbolsito che scrive di quanto sia capace l'uomo nel far del male all'uomo. In più c'è una band coi fiocchi, Don Heffington alla batteria e Bob Glaub al basso oltre a Greg Leisz e Val McCalum assi portanti anche del disco di Lucinda Williams, insomma Standing In The Breach è uno dei suoi migliori dischi di sempre.

   Se quello di Gary Clark Jr. è il disco blues dell'anno, Plain Spoken di John Mellencamp è il disco folk dell'anno. Dismessi gli abiti di little bastard dell'heartland rock,  Mellencamp insiste sulla strada iniziata con Life Death Love and Freedom e No Better Than This ma più che l'ipnosi rurale di quei due dischi, in verità un po' monotoni con canzoni troppo simili e lentezze asfissianti, qui sceglie un basso profilo elettro-acustico con una maggiore ricchezza strumentale, arrangiamenti più vari e soluzioni ricche dal punto di vista melodico. In definitiva Plain Spoken scorre con più brio senza rinnegare le tinte seppiate di un folk intriso di blues rurale, country urbano e songwriting dylaniano con l'unica eccezione di un finale, Lawless Times, all'insegna di un rock arruffato e garagista. Trouble No More del 2003, disco di cover e lucido excursus in quel patrimonio di musica americana con cui erano cresciuti lui e i suoi ascoltatori, risulta essere lo spartiacque della carriera di Mellencamp, dopo quel disco è cambiato e oggi la sua maturità e la sua coscienza lo portano ad avere una consapevolezza sociale ed una attenzione speciale verso quell'America che non crede più ai sogni. Una sorta di Woody Guthrie elettrico. 

   Se questi sono i grandi dell'autunno 2014  dietro c'è un pullulare di cadetti che regala lavori più che dignitosi. A cominciare dagli italiani dove una volta di più si fanno notare i pesaresi Cheap Wine con Beggar Town, un disco cupo e pessimista nei testi ma con una sintonia tra il pianoforte di Raffaelli e le svisate acide di Michele Diamantini pressoché perfetta, a cui si saldano il cantato misurato del fratello Marco e una sempre nervosa sezione ritmica. Stati d'animo rabbiosi con qualche squarcio di luce, ballate e fughe psichedeliche, i Cheap Wine arrivano con Beggar Town al punto climax della loro avventura, con un disco lucido ed una produzione da manuale, un suono secco e pulito pur nel sublime caos della loro tempesta elettrica. Mai uguali a prima ma coerenti con la loro storia e la loro progressiva evoluzione i Cheap Wine sono da un pezzo un punto di riferimento in Italia per quanti coniugano romanticismo ed urbano underground. Legati invece ad un contesto roots i Lowlands hanno pubblicato un album, Love Etc...., che riflette gli stati d'animo del loro frontman Edward Abbiaticon canzoni recuperate dal passato, canzoni che lo hanno aiutato a superare momenti funestati da perdite, abbandoni, delusioni. Edward Abbiati è un ottima penna nel panorama del rock made in Italy, il suo disco con Chris Cacavas, Me and The Devil, è una delle cose migliori dell'annata in corso e allo stesso modo Love Etc...pur essendo meno eclatante è un lavoro che esalta il suo lato intimista e riflessivo. Coadiuvato da un'ottima band a cui si è aggiunta una sezione fiati di derivazione classica e jazz, Abbiati coi Lowlands assembla canzone d'autore, folk-rock ed il respiro ampio di una sezione fiati, oltre a cori, violino e violoncello, portando  le loro radici in una bettola di New Orleans. Immutato il mood intimista e sentimentale delle canzoni ma il risultato è  un folk da marching band con parecchio swing nel sangue, armonie pop, coreografie dixieland, voci soul in uno dei dischi più anomali del loro itinerario musicale, un modo intelligente per parlare d'amore senza cedere alla retorica e ai piagnistei.  

 
Di tutt'altro tenore è Americana dei Guano Padano, un disco strumentale che come suggerisce il titolo si addentra nei paesaggi di quella musica americana che si nutre di suggestioni letterarie come le fotografiche sulla Grande Depressione di Dorothea Lange, gli scritti di John Steinbeck, Sherwood Anderson, Edgar Lee Masters, Richard Wright,  Hemingway e John Fante. I Guano Padano ovvero le corde di Alessandro Stefana, il contrabbasso di Danilo Gallo, le percussioni di Zeno De Rossi più una serie di strumentisti vari compresi trombe, trombone e sassofoni, cuciono la fascinazione verso  americana con la stima nei confronti di quegli intellettuali italiani che negli anni neri del fascismo sfidarono il regime introducendo nella nostra cultura, attraverso letture e traduzioni, la letteratura americana contemporanea. Alcune tracce del disco sono influenzate da La Luna e i Falò e i Mari del Sud di Cesare Pavese ed il titolo disco si riferisce ad una controversa antologia realizzata negli anni 40 del novecento su progetto di Elio Vittorini, una collezione di testi di 33 narratori americani alla cui realizzazione collaborarono per le traduzione Cesare Pavese, Eugenio Montale e Alberto Moravia. Purtroppo Vittorini non riuscì a pubblicare Americana nel modo in cui lo pensò perché il regime fascista in quel periodo poco tollerava un'esterofilia che non parlasse tedesco. Eppure la curiosità verso la letteratura americana aveva suscitato fin dagli anni trenta un sotterraneo interesse tra gli intellettuali, così hanno fatto tanti anni dopo i Guano Padano approcciandosi quegli autori americani, subendone la stessa fascinazione e restituendo un'America primitiva, antica e vergine, uno score che traspone sterminate pianure, terre desolate e sobborghi poveri di città industrializzate, una musica che odora sudore, polvere e libertà. Ascoltare Americana è come immergersi in una soundtrack di un film in bianco e nero, il riferimento più vicino è lo splendido Nebraska di Alexander Payne con Bruce Dern e la musica di Mark Horton, il quale è difatti presente nel disco dei Guano Padano con dobro e banjo, assieme a Joey Burns dei Calexico. Visionario a tratti, affascinante sempre nelle sue evocazioni da road-movie,  Americana è un quadro di neorealismo elettroacustico con sprazzi ritmici e rarefazioni melodiche, visioni desolate ed improvvise esplosioni di energia, alchimie strumentali degne di Bill Frisell e scampoli dell'intreccio tra roots, jazz e musica etnica di Charlie Haden, svisate surf e accelerazioni twang anni '50, recitazioni orali, silenzi e squarci rumoristi alla King Crimson. Da sentire assolutamente.
 

    La parziale delusione di Somewhere Under Wonderland dei Counting Crows, uno degli album meno ispirati della loro collezione, è stata lenita da un paio di dischetti cosidetti minori ma interessanti. Cory Branan è un simpatico giovinastro del Mississippi con un pronunciato senso dell'ironia visto che il quarto suo disco lo intitola The No-Hit Wonder, dedica a chi come lui frequenta le retrovie della musica senza mai godere dei riflettori del successo. D'altra parte la sua non è musica di moda visto che il mestiere del cantautore country-rock è da parecchio in disuso ma il suo disco suona fresco e arzillo, come fosse l'esordio di Todd Snider. In effetti in The No-Hit Wonder un po' di nomi illustri ci sono, l'ex Drive By Truckers Jason Isbell, l'ex Black Crowes Audley Freed, l'ex Whiskeytown Caitlin Cary, gli Hold Steady Craig Finn e Steve Selvidge, amici che dicono dei bar frequentati dal nostro ovvero tanto entusiasmo, birra a fiumi e quell'honky tonk che a volte è scapigliato rockabilly, altre  ballate per addolcire un'esistenza di sfighe e magre ricompense. Insomma Cory Branan è l'ultimo cowboy arrivato in città, jeans lisi, stivali impolverati, faccia da schiaffi, come si fa a non volergli bene.  

 
 
Dal milieu cantautorale della East-Coast americana esce invece  Anthony D'Amato laureatosi a Princeton con il poeta e premio Pulitzer Paul Muldoon e oggi songwriter facente parte di quel giro d'artisti "colti" che comprende Pete Yorn, Rhett Miller, Josh Ritter. Adottato dalla scena newyorchese, D'Amato è autore di tre album, l'ultimo dei quali, The Shipwreck From The Shore è prodotto da Sam Kassirer ( Longhorne Slim, Lake Street Dive, Josh Ritter). Gli studi effettuati hanno segnato in modo netto il suo modo di comporre e cantare, se da una parte di fatti le sue canzoni mostrano evidenti sfumature poetiche con testi interessanti e complessi sull'amore ed il vivere, dall'altra parte il suo cantato sceglie un tono recitativo diverso dai conosciuti talkin' del folk-rock  d'autore. Questo modo di esprimersi regala a D'Amato una "voce" ed uno stile particolare pur muovendosi in un ambito di folk urbano e di indie-rock e soprattutto una coralità con cui, assieme ad un nutrito team di musicisti, costruisce canzoni che evocano band recenti come i Mumford and Sons e gli Of Monsters and Men. Non succede dappertutto in The Shipwreck From The Shore ma quando il pezzo si allarga in una complessità strumentale dove si sentono trombe, violini,tastiere, armoniche, clarinetti, oboe, oltre al consueto bagaglio di basso, chitarra,batteria, il senso epico di quelle band risalta in tutta la sua coralità. In altri momenti sono invece le ballate dai colori nordici e le solitudini dei grandi spazi a prevalere, gli arpeggi di chitarra e la vena folkie stralunata e poetica, cosa che piacerà a chi ha apprezzato i dischi di Jon Allen, Ben Howard, Josh Ritter, Willy Mason. Anime inquiete dai toni gentili. Vorrei parlarvi anche del nuovo disco di Ben Howard, I Forget Where We Were e del curuioso Heigh Ho di Blake Mills ma ad oggi non me li sono ancora procurati. Sarà per la prossima volta. Sweet november.

MAURO ZAMBELLINI      

 

giovedì 16 ottobre 2014

GARY CLARK Jr. LIVE

 

      Basterebbe l'ascolto di questo potente ed infiammato doppio Live per zittire quanti reputano il blues un genere cristallizzato ed incapace di evolversi, sono proprio i chitarristi a dargli vita e imporre quello scarto di novità per cui ad un certo punto arriva un manico da novanta e i lampi cominciano ad illuminare il cielo. Negli ultimi anni se ne sono visti di tipi simili, anche se non tutti ascrivibili ad uno stile puramente blues, senza andare molto indietro basti ricordare i nomi di Warren Haynes, Derek Trucks, Kenny Wayne Shepherd, John Mayer, Joe Bonamassa, per rimanere in un ambito elettrico e spettacolare, ma Gary Clark Jr. ha qualcosa che altri non hanno, è selvaggio, incontrollabile, primitivo come poteva esserlo Hendrix quando sbarcò in Inghilterra. Gary Clark Jr. non è Hendrix, beninteso, di Jimi ne esiste(va) solo uno ma con Hendrix ha più di un elemento in comune, primo l'essere un nero che suona blues elettrico per un pubblico di bianchi, cosa inusuale in un'era dove tutti (o quasi) i bluesman che cavalcano i palchi del rock sono bianchi e i neri strimpellano le loro resofoniche  nei juke joint del Mississippi o in qualche club di Memphis e New Orleans. Lasciamo perdere i vari Eric Bibb, Keb Mo e acustici vari, qui si sta parlando di robusto, sulfureo, dissonante blues elettrico contaminato col rock, roba tosta insomma, materia incendiaria che scandalizza i puristi e sconvolge la scena come quando arrivò Steve Ray Vaughan, texano come Clark.
Gary Clark Jr. non è figlio del nulla, è nato il 15 febbraio del 1980, cresciuto ad Austin in quella grande scuola di blues che è l'Antone's sotto l'egida del promoter Clifford Antone e sotto la protezione di Jimmy Vaughan, il quale lo aiutò ad inserirsi nella comunità musicale della città facilitando la sua ascesa in quel ring di fuoriclasse che è il Texas Blues. Il fatto di partecipare nel 2010 al Crossroads Guitar Festival di Eric Clapton non ha fatto altro che aggiungere ottani ad una carriera già avviata sulla corsia di sorpasso con apprezzamenti, riconoscimenti, attenzioni, premi, partecipazioni. Fa da supporter ai Rolling Stones in alcune date del tour del cinquantesimo, lo si vede prima di Neil Young al concerto di Locarno del 2013, nello stesso anno il suo set incendia il festival di Glastonbury, esce il suo primo album, Blak and Blue  per una grande label  ma gli habituè del rock/blues storcono il naso per le concessioni al funky e all'hip-hop. Dal vivo è un'altra cosa e lo dimostra questo atomico Live,  in cattedra sale il blues e Gary ClarkJr. regala una performance ( le registrazioni arrivano da tappe diverse del tour 2013/14) che è un fiume in piena, una macchina senza controllo, un tornado nel deserto, una forza della natura. Passionale, viscerale, violento e romantico,  Gary Clark Jr. maneggia il blues con l'entusiasmo del ragazzino di fronte ad un nuovo giocattolo ma possiede  l'abilità del professionista e la disinvoltura di chi è nel blues senza barriere e preconcetti. Suona pesante e raffinato, tecnico e cruento, canta con disperazione e dolcezza, incanta con una ballata, Things Are Changin', che farebbe morire d'invidia Lenny Kravitz e stende un intero stadio con una When My Train Pulls In che è un treno in corsa lanciato a folle velocità, dichiara guerra al passato legando la distorta Third Stone From The Sun di Hendrix con il ritmo sensuale di If You Love Me Like You Say  e sgocciola zucchero e nostalgia in Please Come Home, una ballad che parte come una languida love song e poi si trasforma in un magnifico assolo di blues urbano. Distorce la sua Gibson facendola urlare nel vento come solo Neil Young riesce a fare in Numb e omaggia la classicità, Catfish Blues di Muddy Waters, e il Texas blues, If Trouble Was Money di Albert Collins, come uno scolaro che è andato troppo avanti e spiazza i propri insegnanti sia con la tecnica che con l'inventiva Prendete ad esempio Bright Lights, evidente la parentela se non la derivazione dal classico di Jimmy Reed, il quale rimarrebbe di stucco davanti ad una interpretazione tanto ipnotica e strascicata quanto stordente e apocalittica nel suo feedback hendrixiano, un piece de resistence che da sola fotografa un Live  di una potenza devastante. Ma il menù è ben più ricco e se da una parte il pensiero va a Steve Ray con If Trouble Was Money  e Travis County dall'altra parte c'è l'attesa spasmodica di Blak and Blu prima del diluvio, il tono notturno e jazzato di Three O'Clock Blues   e le corde acustiche, la voce infine luminosa e l'armonica di When The Sun Goes Down.  Due dischi, quindici brani, una band, King Zapata è l'altro chitarrista, Johnny Bradley il bassista, Johnny Radelat il batterista, che è una Experience degli anni duemila, una copertina in bianco e nero con Gary Clark piegato sulla Gibson davanti ad una folla rapita in qualche metropoli del mondo,  Live  è uno di quei doppi album live che fecero la stagione d'oro del rock/blues, non occorre passare da Spotify prima di acquistarlo, è il disco blues del 2014.  
MAURO   ZAMBELLINI      OTTOBRE  2014
 
 
 
 


lunedì 29 settembre 2014

MY FAVOURITE CONCERTS II


Seconda parte: anni novanta e duemila

Compilare la lista dei miei concerti preferiti degli anni novanta e duemila è stata operazione dura e complicata, non priva di continui ripensamenti. Il fatto è che negli ultimi ventiquattro anni i concerti sono stati molto più abbondanti e frequenti e la selezione più difficile. Negli anni settanta i concerti in Italia erano centellinati, sia perché il rock e l'organizzazione/spettacolo di questa forma artistica e di divertimento   non erano così "industrializzati" e manageriali, la fase pionieristica permetteva sì straordinarie sorprese ma anche eventi rari e contati, a parte un periodo assai florido tra la fine degli anni sessanta e l'inizio dei settanta quando fecero la comparsa promoter come Zard e Mamone che avevano imparato dagli anglosassoni come muoversi in questo settore. Mi ricordo in quel periodo glorioso gli Humble Pie a Bergamo, i Family e i Ten Years After a Milano, Mad Dogs & Englishmen a Torino, Van Der Graaf Generator, Osibisa e addirittura Rory Gallagher a Gallarate, tanto per fare alcuni esempi. Quasi contemporaneamente all' arrivo dei promoter sopra citati, che certo non facevano opera pia ma avevano intuito le potenzialità economiche del rock dal vivo, iniziò la stagione delle autoriduzioni ovvero "il rock è mio e lo voglio gratis" con conseguenti casini e scontri ai concerti e non sempre per colpa di chi contestava il prezzo del biglietto, a volte anche per l'incapacità delle forze d'ordine nell'arginare tali manifestazioni il cui ruolo si riduceva a manganellare e  sparare candelotti. Mi ricordo un delirante concerto dei Led Zeppelin al Vigorelli di Milano dove la P.S sparò lacrimogeni tra la folla dentro la stadio andando a colpire perfino il palco dove c'erano Robert Plant e compagni trasformando il tutto in un girone infernale irrespirabile dove il pubblico, per la maggior parte pagante, correva a destra e manca preso dal panico cercando una via di fuga. Il risultato fu che l'Italia venne bandita dalle grandi star internazionali, per vedere qualcosa di importante bisognava andare all'estero, per noi che abitavamo al nord la Svizzera fu la meta più comoda e accessibile, il Festival Jazz di Montreux costituiva un sicuro rifugio per i fan del rock e del blues perché in quella rassegna c'erano almeno un paio di serate d.o.c. e negli altri mesi dell'anno lo stesso Casinò di Montreux metteva in cartello concerti appetitosi, mi ricordo la Mahavishnu Orchestra agli albori, Frank Zappa nel giorno dell'incendio del Casinò, Cactus, Deep Purple e Black Sabbath oltre ai Pink Floyd dell'eraUmma Gumma.  Con gli anni ottanta la storia è cambiata ma quella è stata la decade peggiore per la storia del rock con tutti quei sintetizzatori e suoni di plastica. Nonostante ciò sono calati in Italia Bruce Springsteen e la E-Street Band, gli Stones a Torino nel 1982, i fantastici Blasters, Tom Verlaine, una valanga di texani, gli X, i Mercy Seat, gli U2, i Pretenders, Graham Parker and The Rumour, i Clash, Dire Straits, Dr.Feelgood, Eric Clapton e chi più ne ha ne metta. Concerti che hanno contribuito a formare una educazione musicale e sono rimasti nel cuore. Però l'abbondanza non sempre fa bene al cuore, lo insegna il colesterolo, e gli anni novanta e duemila pur soddisfacendo i palati più esigenti per una offerta notevolmente superiore, se da una parte hanno permesso di vedere quasi tutto il desiderabile attraverso concerti spesso formidabili, dall'altra, la consuetudine ad andare ad un concerto di rock,  ha tolto quella magia e quell'eccezionalità che si provavano un tempo quando i concerti erano una rarità e la possibilità di vederli una vera conquista. Naturalmente l'età conta e come, vedere i Rolling Stones a ventanni si ha un flash emotivo che difficilmente si prova a 50anni, anche se non è sempre detto, la giovane età rendeva quegli eventi una tappa imprescindibile nella propria educazione musicale ed esistenziale. Come scritto nell'introduzione della prima puntata di My Favourite Concerts, il concerto è unico e irripetibile e la sua fruizione dipende molto dalla sensibilità, dallo stato d'animo e dalle aspettative personali nonché dal luogo in cui lo si vive. Provate ad essere in un periodo di intenso love affair  con una persona magari facendoci l'amore col sotto fondo di Drive All Night e poi arriva in città questo signor Springsteen con la sua band e al quarto pezzo del concerto vi fa proprio Drive All Night davanti ai vostri occhi e orecchie come l'avete sempre sognata. Potreste essere oggettivi e super partes nel giudicare quel concerto? Manco per le palle, non dico che sia il concerto della vita ma quasi. Così per il sottoscritto è successo che i concerti degli ultimi 24 anni sono stati bellissimi senza però possedere quella magia dei concerti vissuti nei settanta e negli ottanta, non perché non abbia più fatto l'amore su una canzone rock ma perché quell'atteggiamento primitivo della scoperta, la ritualità collettiva dell'evento, l'avventura e la giovanile innocenza nel vivere un episodio fuori dalla normalità, è un po' svanita, per l'età in primis ma anche perché l'abbondanza ha vanificato quella magia e quelle folgorazioni. Sono considerazioni squisitamente personali che però non mi hanno privato di vivere grandi emozioni anche negli ultimi 24 anni, sia nei grandi concerti che in quelli minori, in provincia e nei piccoli club. La lista che segue vuole essere una sorta di sguardo sul rock dal vivo che più mi ha impressionato negli anni recenti, non sono tutti e la graduatoria non è rigorosa, selezionarne ventidue (come una squadra di calcio con riserve) è stato difficile ma come scritto sopra il troppo stroppia e quindi less is better.

Anche qui, come per la lista dei settanta/ottanta per ogni artista mi sono limitato a soli due show, al contrario avrei dovuto mettere nella lista seguente almeno cinque Springsteen e tre Stones (oltre Basilea e Zurigo c'è anche l'O2 di Londra nel 2007).

1)  Tom Petty and The Heartbreakers       Lucca 2012

 2) The Black Crowes         Milano  1997

3)  Wilco                                 Torino   2007

4)   Bruce Springsteen & The E Street Band       Bologna  2002

5)  The Rolling  Stones             Basel 1995

6)  Dave Matthews Band                Lucca  2009

7)  Neil Young         Locarno 2013

8)  Bruce Springsteen Seeger Sessions    Milano  2006

9) Willy DeVille    Parigi     1999

10) Bob Dylan   Torino 1998

11) John Fogerty   Milano   2008

12)  Lou Reed   Milano  2000

13) The Rolling Stones      Zurich 2014  /  The Who  Locarno 2006

14) Dream  Syndicate     Mezzago  2013

15) Joe Ely Band           Vergiate  1993

16) Drive By Truckers  London 2014

17) Jeff  Buckley     Milano    1994

18) Pearl Jam   Verona 2000

19) Eric Clapton/Stevie Winwood Band   London 2011

20) Lynyrd Skynyrd     Milano  1997

21)  John Hiatt and The Goners    New York 2003

21 )Steve Earle & The Dukes    Milano 1997

lunedì 22 settembre 2014

MY FAVOURITE CONCERTS



Prima parte: anni '70  e '80
Ho tentato fino all'ultimo di non farmi coinvolgere da una delle mode di fbook, quella delle liste di dischi e artisti che hanno cambiato la vita. Mi bastava ricordare con simpatia le liste di Nick Hornby nel suo Alta Fedeltà , probabilmente il primo a dare legittimità letteraria ad uno degli innocenti giochi di gioventù più diffusi del mondo, quello delle classifiche, siano esse di calciatori, film, dive del cinema e dello spettacolo e soprattutto dischi. Ognuno può dire la sua ed in completa libertà, l'importante è non venire a capo di nulla, ognuno si tiene le proprie preferenze e stop. Ultimamente su fbook il gioco è diventato un po' logorroico ma i social network consentono questo tipo di maniacalità e va da sé  che una volta iniziato è difficile capire quando finirà. D'altra parte una rivista autorevole come la storica Rolling Stone americana già dagli anni ottanta aveva dato il via al gioco, numeri speciali sui 100 dischi fondamentali, sui 100 migliori chitarristi, sui 50 concerti imperdibili e via dicendo. Avendo alle spalle un bel numero di concerti visti mi sono messo a pensare anch'io a quelli che più mi hanno emozionato e ne sono uscito pago fino al midollo. Certo il concerto è un'esperienza che al di là della bravura dell'artista e della spettacolarità dell'evento coinvolge l' emotività di chi lo vive anche per il particolare momento in cui lo si usufruisce, lo stato d'animo contingente, l'età,  il luogo, la condivisione con altri, il carico di aspettative. Il concerto è unico, un disco lo si può acquistare nei tanti momenti dell'esistenza, c'è chi un disco lo compera appena pubblicato, altri dopo mesi, anni, il concerto dei Rolling Stones al Circo Massimo c'era solo quel giorno e basta, non è duplicabile. I Rolling Stones a Zurigo saranno stati migliori o peggiori o simili, ma il concerto è diverso. Exile On Main Street  comprato oggi è uguale a quello che io ho comprato nel 1972, sembra una banalità ma il concerto a differenza del disco è unico ed irripetibile. Per cui ognuno ha il suo BEST dei concerti e nessuno lo può contestare, anche se in giro c'è chi mette uno show di Springsteen vicino ad uno di Renato Zero bisogna accettare il gioco perché le emozioni non si discutono, si rispettano e al massimo ci si domanda come siano possibili tali  accostamenti.  Così ho ceduto alle tentazione di elencare le meraviglie a cui ho assistito , quella che segue è la mia LISTA dei FAVORITI, la prima, relativa ai concerti visti negli anni '70 e '80, seguiranno gli anni novanta ed il nuovo secolo. Ne ho selezionati 15, avrebbero potuto essere molti di più ma mi sono contenuto, l'ordine è abbastanza fedele ma non del tutto, lo stato emotivo del momento e l'età hanno probabilmente contato moltissimo, come pure l'orgoglio di avere assistito ad eventi incredibili come gli Stones a Milano nel 1970, tour di Get Yer Ya Ya's Out, il mitico Springsteen di Zurigo '81 e i Little Feat del concerto al Rainbow di Londra da cui sarebbe stato estratto Waiting For Columbus. In questa lista come nella seguente ho limitato a due il numero di concerti per ogni artista, così Springsteen e gli Stones sono stati danneggiati. Un solo rammarico, non aver visto  la Allman Brothers Band e Bob Seeger con la Silver Bullet Band nei suoi anni migliori. I Beatles non mi mancano.
 
1) Bruce Springsteen & The E-Street Band        Zurich  1981
2) The Rolling Stones               Milano 1970
3)Little Feat                          London 1977
4) Bruce Springsteen & The E-Street Band  Milano 1985
5)) Mink DeVille                     Milano 1984
6) Ry Cooder                          Milano 1982
7) The Waterboys                  Dublin  1988    
8) Jefferson Starship             New York    1976
9) Santana                             Milano  1970
10) Miles Davis                      Cagliari 1986
11) Taste                               Montreux 1970
12) Ricky Lee Jones              Montreux  1982
13) Canned Heat                    Milano 1970
14) The Clash                         Milano 1981  / The Del Fuegos  Meolo 1989
15) Jethro Tull                       Milano 1971
 


domenica 14 settembre 2014

BRUCE SPRINGSTEEN PASSAIC, NJ 19 settembre 1978


Non si è mai capito come il più grande performer del rock n'roll degli ultimi quaranta anni non abbia mai beneficiato nella discografia ufficiale di un Live che sapesse degnamente catturare l'energia e la bellezza dei suoi show. Colpa sua, del suo management o della casa discografica? Difficile saperlo, per fortuna esistono i pirati che hanno supplito a tale ignobile lacuna e alla faccia di una latitante Sony/Columbia hanno reso possibile la testimonianza di una delle otto meraviglie del secolo appena trascorso ovvero un concerto di Bruce Springsteen con la E-Street Band. Centinaia di bootleg hanno festosamente inondato il mercato per la gioia delle centinaia di migliaia di fans, rendendo giustizia ad un artista che dal vivo è altra cosa rispetto allo studio di registrazione, un animale da palcoscenico generoso, viscerale ed umano, che da solo ha tenuto in piedi il rock n'roll quando questo, negli anni ottanta, sembrava al capolinea.

Tra i tanti bootleg che hanno creato la mitologia di Bruce dal vivo questo è uno dei migliori se non il migliore. Trattasi dello show del 19 settembre del 1978 a Passaic nel New Jersey in quella che fu la tournè americana di presentazione del nuovo disco Darkness On The Edge of Town, una serie di concerti che a parere del sottoscritto costituiscono l'apice insuperabile della storia concertistica del Boss. Concerti lunghi, appassionati, esaltanti, pregni di romanticismo e di rabbia, urgenti e melodrammatici, resi ancor più intensi dalla frustrazione che Springsteen provava dall'essere stato lontano dai palchi per qualche anno, a seguito dei problemi contrattuali con il manager Mike Appel. Il ritorno fu un'esplosione, era dal tour dei Rolling Stones di Exile che il rock n'roll non conosceva una simile deflagrazione di energia ed eccitazione, un uomo prigioniero del rock n'roll salvava tutto quanto c'era stato da Elvis in poi proprio nel momento che un' orda di vandali chiamati punk stava appiccando fuoco al genere e alla sua storia. Lo Springsteen del 1978 è come il Barolo del 1971, del 1982, del 1990,  annate eccezionali, irripetibili, eccelse, ci arriverà vicino lo Springsteen del 1981, quello di The River ma quello del '78 rimane un'esperienza trascendentale, una comunicazione col divino, la rappresentazione di cosa sia il rock n'roll in tutti i suoi aspetti, musicali, esistenziali, comunicativi. Che non ci sia stato un documento ufficiale che lo testimoniasse, a parte quell'ampolloso carrozzone di registrazioni intitolato Live 1975-1985, la dice lunga sulla lungimiranza dell'industria discografica. Per fortuna, come dicevo sopra, esistono i pirati che prima fecero uscire un triplo vinile, poi duplicato in un triplo CD con lo stesso titolo, Piece de Resistence. Dopo molteplici ristampe, circola ora una nuova edizione con l'indicazione del luogo e della data del concerto come titolo, un triplo CD inficiato da una lunga intervista di Vin Scelsa, amico di Bruce e allora master dei dj di WNEW, la stazione radiofonica newyorchese per eccellenza nel campo rock di quegli anni, e dalle presentazioni di altri dj. Il concerto fu difatti trasmesso via radio in contemporanea da alcune stazioni della east coast che ebbero un peso fondamentale nell'affermazione del Bruce Springsteen dell'epoca, oltre alla leggendaria WNEW che dal 1975 grazie al disc jockey Dave Herman aveva in scaletta un quotidiano Bruce Juice nel suo show mattutino, furono sintonizzate sui concerti del Capitol Theater  settembre 1978 anche due radio di Boston ed una di Baltimora. Il tour di Darkness iniziò a Buffalo il 23 maggio e si concluse nel gennaio del 1979 a Cleveland dopo 118 date. Il tour fu un trionfo, certo non c'era la quantità di pubblico che c'è ora ma la E-Street Band era un vulcano in eruzione e Bruce l'uomo che poteva cambiare la vita a chiunque. Sentito oggi questo Live ha il duplice effetto di spedirvi diretti in paradiso e di farvi buttare dalla finestra le ultime incisioni di Bruce. Qui l'artista è al top della sua forza scenica ed espressiva, ha alle spalle un album epico e romantico come Darkness e la notte di Passaic è una di quelle che incorniciano una carriera nelle meraviglie dell'arte musicale. Dalla lunga resa di Prove It All Night, mai così devastante ad una Racing In The Street da antologia, da una Jungleland che ha il potere di catapultarvi in quella New York che ci fece conoscere Martin Scorsese coi suoi film a ballate che poi si sono raramente sentite, come Point Blank, Independence Day, 4th of July, Not Fade Away. Tutto qui è memorabile, dall'inizio di Badlands a The Promised Land dove c'è un Clarence Clemons al picco della sua forma, fino alla revue finale di R&B con la Detroit Medley e Raise Your Hand, passando per l'intera Bibbia springsteeniana degli anni settanta .

Chi non possedesse questo Live ha in parte vissuto invano la propria esistenza, chi lo possiede nella vecchia edizione della Great Dane si tenga quella perché la pulizia effettuata non migliora il prodotto in modo stravolgente e l'originale regge benissimo, in più la lunga intervista allenta la tensione dell'ascolto, quindi grande, grandissima performance ma ristampa che non dice niente di nuovo se non ribadire che Piece de Resistence è uno di quei dischi imprescindibili per capire lo spirito del rock n'roll.

MAURO  ZAMBELLINI      SETTEMBRE 2014

 

lunedì 25 agosto 2014

STRADE AMERICANE



 Basta guardarsi una cartina stradale e ci si rende conto di come vanno le cose specie se la geografia che ci interessa è quella americana. Tra un reticolo di highways e freeways che corrono da est a ovest, da nord e sud, c'è tutto un dedalo di strade minori che la letteratura americana ha battezzato come blue highways, termine per designare le strade secondarie  e poco frequentate tipiche dell'America interna e rurale, un tempo tracciate in blu sugli atlanti della Rand McNally, la bibbia stradale Usa. Non sono le più piccole, per quelle bisogna ricorrere a Strade Blu di William Least Heat-Moon o a qualche libro sugli Stati Uniti del nostro autorevole Mario Maffi, ma servono come riferimento culturale  per chi voglia  osservare l'America (ed il rock) in maniera orizzontale. Nel rock, almeno quello che piace a noi, c'è il mainstream e poi i percorsi alternativi, le blue highway come le chiamò Graham Parker in una sua bellissima canzone, musica estranea ai grandi laboratori di registrazione di Los Angeles e New York, strade provinciali dove il rock pulsa con quell'ardore e quel genuino entusiasmo che nei piani alti spesso evaporano. Di solito è la provincia la più prolifica in tal senso, lungi dal volere fare retorica, oggi scene musicali, anche periferiche come l'alternative country di un decennio fa,  non ne esistono, per cui bisogna accontentarsi di barcamenarsi tra le cose più valide del mainstream, troppo spesso tiepido, e qualche fiammata che arriva dalle strade minori, quando queste non ripropongono clichè triti e ritriti o semplici imitazioni.  L'estate del 2014 climaticamente parlando è stata una merda, almeno alle latitudini dove vivo io, per fortuna la produzione di rock americano ha alleviato lo spirito contro bombe d'acqua, trombe d'aria, acquazzoni tropicali, piogge autunnali. Il mainstream ha fatto il suo dovere in maniera dignitosa, sono usciti il disco di Eric Clapton, The Breeze, dedicato a J.J Cale, Hypnotic Eye di Tom Petty and The Heartbreakers, Live at Town Hall di John Mellencamp, pur essendo questo un concerto risalente al 2003, Terms of My Surrender di John Hiatt, tutti dischi apprezzabili almeno per quanto mi riguarda, e neppure le blue highway sono rimaste asciutte. Con l'immensa e spesso inutile produzione discografica è arduo districarsi nella giungla delle strade blu, la ridondante proliferazione di nomi e album che a volte brillano solo per qualche canzone, non aiuta alla selezione a meno di non avere un portafoglio gonfio al riguardo o passare la vita accanto al computer per downloading e Spotify. 



Ma questa è la serie B, prendere o lasciare, convulsa e imbottita di nomi che a volte fanno solo il verso a qualcuno di più famoso,  comunque vitale per capire cosa accada dietro le quinte e cosa bolle nel sottoscala, che idee ed entusiasmo circolano a fianco del mainstream. Tra la primavera e l'estate di questo 2014, mi è capitato di imbattermi in diversi album che hanno superato la prova del 3 ascolti filati e poi via tra gli scaffali a morire di polvere. Album magari ancora acerbi ed imperfetti ma in qualche modo portavoce di un fare rock  sincero e fresco,  dischi almeno interessanti ed in grado di scaldare quel tanto che basta i lunghi pomeriggi di questo autunno chiamato estate. Da primi sono arrivati i  Lake Street Dive che con il loro Bad Self Portraits hanno portato una ventata di aria fresca ad una stagione che non ne aveva bisogno. Quattro nerds, due ragazze e due ragazzi, incontratisi al New England Conservatory di Boston poi convertitesi al jazz grazie alle virtù canore e strumentali della cantante e contrabbassista Bridget Kearney, versione da buona borghesia bostoniana di Amy Winehouse con un pizzico della nostra brava Alessandra Cecala, infine finiti a suonare dalle parti di Brooklyn una sorta di free-country con innesti di soul, pop, jazz, gospel, old-time music. Fossimo negli anni ottanta i LSD sarebbero stati arruolati  in quella corrente di absolute beginners inglesi che movimentarono la scena pop col loro intellettualismo jazzy e i loro modi cool, ma siamo nelle blue highway americane e allora la loro musica si impolvera di radici e blues, fa venire in mente i bravi Alabama Shakes ma strizza l'occhio anche ai Mama's and Papa's e ai Beatles per via delle armonie vocali. La strumentazione è quella di un combo tra jazz e grass, più acustico che elettrico, le canzoni sono ammalianti ed hanno uno spumeggiante pop-appeal, i testi spaziano dal sesso frustrato alle confusioni affettive, le armonizzazioni vocali arrivano a lambire il doo-wop ed un antico fascino da combo folk-rock si stempera in una esecuzione sbarazzina ma non banale. I LSD,  pur avendo alle spalle un altro disco ed un video, posseggono lo stile per poter diventare un prodotto di moda caro al pubblico urbano degli happy hours, se  supportati adeguatamente dalle stazioni radio, prima che ciò avvenga procuratevi Bad Self Portraits, sentitelo un paio di volte e poi stappatevi un Prosecco D.O.C. E' la musica giusta per una euforia light. 

Più muscolari e maschili, i Reigning Sound attingono al bacino musicale di Memphis per crearsi un garage soul-rock che pur moderno e aggiornato ha il cuore delle vecchie incisioni dei Box Tops, dei dischi di Alex Chilton e dei Big Star, degli Ardent Studios. Attitudine garage per canzoni che hanno la melodia del pop inglese dei sixties ed il suono del R&B memphisiano, mica male per un'estate piovosa. Canzoni da tre minuti tre, una voce calda e armoniosa, quella di Greg Cartwright, cantante e chitarrista, un collettivo che gioca d'assieme senza gerarchie pur essendo Cartwright e l'organista/pianista Dave Amels, un piccolo Booker T., le due punte della squadra. Sono un quintetto con agganci newyorchesi (quattro facevano parte del gruppo soul di Brooklyn The Jay Vons) e alle spalle un paio di incisioni, il nuovo Shattered focalizza meglio di tutte la loro fisionomia musicale. Pop, country- soul, rock,  spruzzate acide, tastiere psycho-beat alla Doors, omaggi a oscure garage band di Memphis come Shadden and The King Lovers, i Reigning Sound non tralasciano nulla per cantare la loro ode alla città di Elvis passando per la Stax e gli Ardent Studios. Candidi a volte, sporchi altre, certo ancora acerbi in qualche traccia ma frizzanti nella loro moderna visione del r&b, i Reigning Sound cantano con voce arrendevole di cuori infranti, perdite, rimpianti, senza piagnucolare. Sono visi pallidi con il soul nelle vene, quel soul garagista che unisce Memphis con la Belfast dei Them di Van Morrison. 

Legati invece ad un contesto rurale sono la Ben Miller Band,  trio balzato all'onore delle cronache per aver supportato gli ZZ Top nel recente tour. Per produrre il loro nuovo album si è mosso Vance Powell, uno che ha lavorato con Jack White, Kings of Leon, Wanda Jackson, il quale negli studi Sputnik di Nashville ha messo a punto Any Way, Sharp or Form, titolo che fa riferimento alla loro predisposizione nell'utilizzare qualsiasi mezzo necessario per suonare e comunicare con una canzone. Sono in tre, barba, baffi e aspetto da montanari, vengono dalle lande di quel desolato e appartato Missouri che ha fatto da sfondo alla pellicola Un Gelido Inverno (Winter's Bone) ma non sono bruschi, rozzi e cattivi come i personaggi di quel film, sono dotati di ironia e piglio ribaldo e con una filosofia "fai da te" ricompongono l'intera gamma delle musiche povere del sud attraversando folk, country, hillbilly e mountain music con un approccio originale e senza pretese, di basso profilo visto che si avvalgono di strumenti inventati e costruiti da loro stessi. Uniscono lo spirito del rock n'roll da bettole all'energia frenetica del bluegrass, l'anima down-home blues del Delta allo spirito stregato della musica degli Appalachi coniando una personale ricetta che hanno soprannominato Ozark Stomp, in virtù del fatto che la loro origine è nella regione delle Ozark Mountains. 


Pur essendo solo in tre, Ben Miller, Scott Leaper e Doug Dicharry assemblano un sound arrembante lavorando con gli arnesi della tradizionale american music, il loro contagioso stomp possiede la ruvidezza dei primi 16 Horsepower, la follia iconoclasta di Slim Cessna'Auto Club e l'energia delle band del nuovo bluegrass tipo gli Old Crow Medicine Show. Nel loro carnet c'è spazio anche per ballate e malinconia ma danno il meglio di sé nei brani tesi e scalpitanti,  Ben Miller è un dinamico chitarrista acustico, Scott Leaper suona un contrabbasso ad una sola corda ottenuto infilando un manico di scopa in un secchio di metallo (one string washtube bass), Doug Dicharry si occupa di un universo dove compaiono cucchiai, assi da lavare, rullante, tromboni, trombe, tamburi e mandolini, il loro eclettismo risalta in 23 Skidoo, esempio di come la band sappia condensare in unica traccia  la old time music di Leon Redbone, il dixieland jazz delle marching bands e la musica havaiana.


Sulle strade d'America è nata e si è muove Alynda Lee Segarra, voce di un combo di New Orleans chiamato Hurray For The Riff Raff. Lei è una ragazza portoricana cresciuta nel Bronx da una zia, diventa un riot grrrl nel Lower East Side di Manhattan e a diciassette anni se ne va di casa per saltare come un antico hobo con la sola chitarra sulle spalle sui treni merci in giro per gli Stati Uniti. Si unisce ad un gruppo di musicisti itineranti, la Dead Man Street Orchestra, con cui canta, suona il banjo e gratta l'asse dal lavare, e con loro viaggia e suona nelle strade delle città incontrate nel loro peregrinaggio. Finisce a New Orleans e lì si adopera per un nuovo progetto, conosce altri musicisti a si mette a suonare dal vivo scegliendo come nome della band quel Hurray The Riff Raff che sta un po' come viva la feccia, gli emarginati, i vagabondi, i non allineati. Dal 2007 allineano una consistente discografia, fino ad arrivare a Small Town Heroes titolo che rimanda alla discografia di John Mellencamp ma nelle intenzioni dell'autrice è una sentita dedica a New Orleans, una grande città con le caratteristiche di un piccolo paese. Il suo nuovo album costituisce una re-immaginazione femminista della canzone di protesta folk e della musica da strada americana. Il titolo fa capire quale sia l'universo di Alynda Segarra, Small Town Heroes racconta di un'America marginale e periferica con l'occhio di una ragazza orgogliosa e decisa che canta con la persuasione di una vecchia folk-singer un mondo che non è mai come lo si vorrebbe. Pregiudizi, barriere, razzismi, Alynda Segarra li combatte con la musica, il violinista della band è transgender e lei è impegnata in  difesa dei diritti degli omosessuali, attinge da una parte alle teorie femministe e a dall'altra ad un patrimonio di musica tradizionale che vede cantanti come Billie Holiday, Bessie Smith, Nina Simone accasarsi con Bob Dylan, Townes Van Zandt, Woody Guthrie. 

Small Town Heroes è un disco denso di folk di strada dove c'è una interazione tra la musica di Gillian Welch, quella di John Prine e di Furry Lewis (una delle più caratteristiche tracce dell'album è la rivisitazione di San Francisco Bay Blues) ed il lascito di una letteratura al femminile (Jeanette Winterson, Sampat Pal, Audre Lord) che regala alla Segarra un marcato punto di vista critico e politico. Una delle canzoni meglio riuscite dell'album, The Body Electric, intensa e perfetta nel crescendo emotivo degli arrangiamenti, trae spunto da alcune notizie di cronaca come il crescente numero di ragazze vittime di abusi sessuali, in particolare il fattaccio successo su un autobus a Nuova Delhi dove una donna è stata violentata e uccisa. A differenza degli album precedenti di Hurray For The Riff Raff dove c'era un sacco di sperimentazione nella scrittura delle canzoni e nella registrazione, Small Town Heroes è un album diretto, asciutto, schietto, con le canzoni correlate da un unico filo conduttore, un album intenso di una giovane cantante/autrice/musicista avviata su quelle strade americane che sono di Lucinda Williams e Mary Gauthier.

MAURO  ZAMBELLINI    RAINY SUMMER of 2014