martedì 3 ottobre 2023
giovedì 21 settembre 2023
DUANE BETTS Wild & Precious Life
Tale padre, tale figlio. Richard “Dickie” Betts ha passato
la sua arte musicale al figlio Duane ed il risultato è qui da sentire, Wild
& Precious è un ottimo disco
che rinfresca come meglio non poteva
l’immortale e amato sound della Allman Brothers Band, catapultandolo ai giorni
nostri senza troppe rughe e nostalgia. Il merito è tutto di Duane Betts anche
se va riconosciuto al padre di essere stato un maestro perfetto perché come
canta e suona la chitarra il figlio è frutto di una educazione tecnica e
sentimentale che non lascia dubbi in merito. Wild & Precious Life è
il primo disco completo di Duane Betts, dopo essere stato nella band di suo
padre, The Great Southern. Nel 2018 aveva pubblicato un interessante Ep a suo
nome, Sketches of American Music per
poi dare vita col figlio di Gregg Allman, Devon
e con Berry Oakley Jr., figlio del bassista della ABB, alla Allman Betts Band.
Due album a loro nome, tre chitarre soliste in azione, compresa quella di
Johnny Stachela e due cantanti dalle voci molto diverse, lui e Devon. Adesso il
salto solista, e che salto. Accompagnato al basso da Berry Oakley Jr., da Johnny
Stachela, dal batterista Tyler Greenwell e dalle tastiere di John Ginty, co-produttore
dell’album, Duane Betts inforca la chitarra e canta dieci canzoni scritte di
proprio pugno, inconfondibilmente allmaniane nello stile ma arricchite da una
personalità che, pur risentendo di tale background, infonde emozioni che i due
album della Allman Betts Band non trasmettevano. Merito suo come compositore e
del superbo team di musicisti coinvolti, dove non mancano invitati speciali
come Derek Trucks, Marcus King e Nicki Bluhm. Certo ci sono momenti che rievocano
il passato, in Waiting on a Song è
facile ritrovare Blue Sky con quell’assolo che produce arpeggi
squillanti e armoniche sequenze che erano pane per Dickey Betts, e la
strumentale Under The Bali Moon ricorda
l’architettura sonora di Elizabeth Reed ,
una jam di jazz e rock che si sviluppa su un pianoforte tintinnante a supporto
delle chitarre, ma Duane Betts sa prendere quei momenti nella sua direzione e
li usa in modo singolare. Con estrema fluidità va su e giù sul manico della
chitarra, fornendo paesaggi sonori lussureggianti di un southern rock non ancora in archivio e regala canzoni di perdita e
di amore, di lotta e gioia, con correnti di note, frasi su frasi, ponti
strumentali dove il leader e Johnny Stachela dialogano da grandi performer e il
puntiglioso lavoro al pianoforte e all’Hammond di John Ginty, un gigante, ricama il tutto. L’iniziale Evergreen è un biglietto da visita coi
fiocchi, l’arpeggio delle chitarre acustiche, il piano e l’Hammond come detonatori
della forza propulsiva della sezione ritmica e delle chitarre prima che la
tromba di John Reid metta disordine al brano con un finale jazzy. Forrest Lane è bucolico country-rock di
forme dolci e ondulate, ricorda quanto fece il padre Dickey nel primo album dei
Great Southern, anche qui l’Hammond
è determinante nell’economia sonora del brano, quasi sulla stessa lunghezza
d’onda Colors Fade emana una rilassatezza
country-blues con la voce di Niki Bluhm
e note accarezzate da chitarre da sogno. Nei sette minuti di Saints to Sinners, Betts e Stachela si dividono i compiti in
una jam che ripristina la dualità chitarristica della Allman Brothers Band,
quando entra in scena Derek Trucks
in Stare at The Sun i suoi brucianti e convulsi fraseggi marchiano
un brano dalla forte impronta blues.
E’ invece Marcus King l’invitato in Cold
Dark World, lui e Betts, con la
complicità di Stachela, si rincorrono a suon di roventi riff sullo sfondo del
lamentoso Hammond di Ginty mentre basso e batteria incalzano con un dinamismo
da combo jazz . Circles in The Stars chiude
le danze, una romantica ballata dove regnano il pianoforte, la lap steel e la
melodiosa voce di Duane Betts.
Registrato
allo Swamp Raga Studio di Derek Trucks e Susan Tedeschi a Jacksonville, Wild
& Precious Life finalmente
ridà voce con dignità a quello che una volta chiamavamo southern rock, una brillantezza e freschezza anni luce distante
dalla retorica caricaturale di tante band del settore. Blues, country, rock e
swing cucinati con spezie regionali e tocco da grande chef.
MAURO ZAMBELLINI SETTEMBRE
2023
sabato 26 agosto 2023
WILCO Todays Festival TORINO 25/08/23
Non pensavo di emozionarmi ancora così tanto ad un
concerto rock visto l’età e la mole di eventi simili alle mie spalle, ma è
successo e quando le luci sul palco si sono spente a mezzanotte di un
caldissimo 25 agosto torinese, da una parte ero amareggiato perché avrei voluto
partecipare a quella festa dello spirito e dei sensi per un’altra ora, e da una
parte viaggiavo alto su una nuvola di benessere per aver assistito ad uno show
che mi ha riconciliato coi valori più veri del rock n’roll. Attorniato da un pubblico
finalmente molto più giovane di me, salvo una buona dose di eccezioni, che
cantava a memoria e ballava di felicità sulle note della più straordinaria rock
band degli ultimi venticinque anni, sebbene il sottoscritto ami anche con
ardore i Drive By Truckers pur con le dovute differenze. Bello il pubblico,
bella l’atmosfera ruvida e non celebrativa del Todays Festival, salvo le
consuete interminabili file per un panino (ci ha salvato un chiosco di kebab
proprio prima di imboccare l’autostrada al ritorno, frequentato da un
campionario umano che se ci fosse stato lì Tom Waits avrebbe fatto minimo un
doppio album), niente pit e tokens e finalmente di livello internazionale il
sistema audio, suono pulito e volumi giusti anche quando le frizioni rock
imponevano watt a valanga. L’ultima volta che avevo visto Wilco era il
settembre del 2019 al Fabrique di Milano e pur essendo stato un buon concerto
avevo pensato che il meglio di loro, sia su disco che su palco, fosse passato, avvertii
una flessione nell’ entusiasmo, un ripetersi senza troppa energia, rispetto a quanto
vidi negli anni precedenti. Quello era il mio quinto concerto e con dispiacere
mi sorse il dubbio che la strada verso una dignitosa standardizzazione fosse stata
imboccata. Sbagliavo e proprio in quello sta la forza di una band capace di
scatenare le emozioni, quella di smentirti, di sorprenderti, di spiazzarti,
inebriandoti ancora con la propria musica, che nel caso di Wilco non è
cambiata, caso mai si è arricchita di altre sfaccettature. La pausa per la
pandemia, i lavori solisti del leader Jeff Tweedy ed un disco ispirato come il
recente Cruel Country hanno ridato fiato e impeto alla band tradotte in
una performance, quella del Todays Festival (ma non è stata da meno quello
della sera precedente a San Mauro Pascoli) che ha raggiunto le vette di quella
magistrale esibizione del luglio 2007
nello stesso luogo, quando ad un certo punto dell’esecuzione di Spiders (Kidsmoke) la corrente saltò e
Jeff Tweedy trascinò il pubblico a seguirlo nel cantare all’unisono il refrain
della canzone per quasi dieci minuti. Una dimostrazione di sinergia tra artista
e pubblico rara da trovare nelle arene del rock, ebbene Tweedy ricordandosi di
quel magico momento ha iniziato lo show torinese con la stessa canzone stoppando
la band ad un certo punto e riprendendo di nuovo a cantare assieme al pubblico
il ritornello, come se la storia si fosse fermata a quindici anni fa e noi e
loro fossimo ancora lì a gustarci quella magia. E di fatto eravamo ancora lì,
magari aumentati di numero a rispettare una band ed una musica come non ce ne
sono altre, capace di infonderti una felicità che almeno nel mio caso avevo
dimenticato in un concerto. Tweedy ha dimostrato di avere con Torino un
rapporto particolarmente intimo, per tutto il concerto ha sorriso, così come i
suoi compagni di ventura, divertiti di trovarsi davanti ad una platea che non
ha lesinato applausi e gesti di riconoscenza e amore. Non poteva iniziare
meglio lo show che si è poi rivelato di una forza, potenza e lucidità straordinarie
con oasi bucoliche di ballate dal profumo californiano e momenti di assoluta
controllata baraonda rumorista, dove Nels Cline faceva urlare le sue chitarre
in territori limitrofi al free jazz indirizzandosi su ardite scale elicoidali, e
Pat Sansone, abbandonate per un attimo le tastiere, gli rispondeva con una
veemenza chitarristica che lasciava di stucco per come fondeva Television e
Johnny Thunders, sferzante rock anni 70 e punk, Crazy Horse e artiglieria
tedesca. In mezzo, ingrassato, paffuto e stranamente solare Jeff Tweedy teneva
il timone con le sue chitarre acustiche, quelle canzoni che sembrano frutto di
un improvvisato colpo di genio ed invece posseggono una ricchezza che
sintetizza metà della storia della musica rock e quella voce tra il trasognato,
il romantico e il malinconico, a tratti sorniona a volte liberata in urla di
rabbiosa gioia. Di fianco a lui un bassista poco menzionato, ma assistere a
come pompava nell’iniziale Spiders per
rendersi conto che John Stirratt è uno degli elementi cardini del sound della band
e assieme al vulcanico picchiatore Glenn Kotche, uno dei migliori batteristi in
circolazione, costituisce una sezione ritmica capace di fare la differenza, e
come per gli Heartbreakers di Tom Petty, distingue una rock band da una grande
rock n’roll band quali sono oggi Wilco. Potrà sembrare superfluo ma anche
l’uomo nell’ombra, il pianista e tastierista Mikael Jorgensen, è basilare
nell’economia del gruppo, e lo si sente quando accompagna con note basse le ascese
verticali di Cline, che detto tra noi è colui che ad un certo punto ha cambiato
l’impatto live della band dandogli una connotazione meno classica, più sghemba,
improvvisata, aperta a schegge impazzite anche quando la canzone pare iniziare
come una innocua ballad country&western rubata a Gram Parsons. Se qualcuno
si aspettava che Cruel Country potesse limitare l’impatto sonoro del set di
Wilco con una dimensione più dimessa e minimale, è stato smentito perché molte
sono le ballate che la band mette in campo creando suggestioni pastorali e
sognanti orizzonti folkie, e da quell’album sono arrivate la canzone titolo, I Am My Mother e Falling Apart (Right Now), ma le versioni che ne danno è fuori da
qualsiasi copia e incolla ed è bastato ascoltarsi come hanno trattato Bird Without A Tail/Base of My Skull con
Cline e Sansone scatenati con le chitarre per capire la qualità rivoluzionaria
del loro gesto, in molti momenti pronto a tradursi in jam che lasciano
increduli e senza fiato. Ma Wilco sono stati forgiati da un passato di dischi preziosi
e fondamentali, fa ancora piacere vedere un album come Being There che
contrassegnò il distacco definitivo dall’eredità di Uncle Tupelo mandare in
visibilio il pubblico con Misunderstood e I Got
You at The End of The Century, che ogni volta mi dà per un attimo l’impressione
di essere una cover dei Big Star, e Outtasite(Outta
Mind) con cui si è chiuso il concerto. Da A Ghost Is Born sono
state estratte oltre al brano di apertura, Hummingbird,
una sorta di scanzonato cabaret alla Kinks e la magnifica The Late Greats che assieme a Jesus, Etc. racchiude l’irresistibile
sapienza melodica della scrittura di Tweedy. Impossible Germany iniziata in sordina ma poi scarabocchiata con
cruente senso free dall’assolo di Cline ha mandato in visibilio l’intero
festival ed un altro applauso fragoroso ha accompagnato I Am Trying To Break Your Heart dove si consuma il delirio sonico
della loro musica tra margini angelici e celestiali del cantato di Tweedy e lo
sprofondamento nella infernale tempesta elettrica creata dal resto della ciurma,
un sabba che evoca il kraut rock. A Shot
In The Arm, unico estratto da Summerteeth ha il potere, ed è una
delle loro caratteristiche, di creare una eccitante e sospesa aspettativa prima
della deflagrazione finale, con le voci che man mano lasciano il posto al
forsennato accavallamento degli strumenti con Kotche che picchia come un
ossesso e Sansone e Cline che se la sparano a mille in una battle of guitars che non fa prigionieri. Rimangono sul campo altri
titoli tra cui Random Name Generator presa
da Star
Wars e Downed On Me da The
Whole Love ma ormai il Todays Festival è ai loro piedi e Jeff Tweedy e
compagni rispondono con l’assoluta semplicità delle anti-star, nessuna enfasi
celebrativa, solo il grande potere di un rock n’roll che ha assorbito il
passato, le giungle urbane, i colori tranquillizzanti delle campagne lungo le
highways, l’amarezza del presente e uno sguardo amorevole verso il futuro.
Wilco rimangono qui a farci credere che il rock n’roll sia ancora un grande
sogno.
MAURO
ZAMBELLINI AGOSTO 2023
La foto è dell'amico Paolo Baiotti
martedì 4 luglio 2023
ROBICHEAUX James Lee Burke
Il ritorno nell’editoria italiana di James Lee Burke non può che far piacere agli estimatori del noir hard-boiled americano che nell’autore nato nel 1936 a Houston ma residente oggi nel Montana, ha una delle attuali punte di diamante. Dopo la raccolta di racconti Gesù dell’Uragano, quelli di Jimenez pubblicano un romanzo uscito originariamente nel paese d’origine nel 2018 col titolo di Robicheaux ovvero il cognome del detective inventato da Burke protagonista della stragrande maggioranza dei suoi scritti. Tale scelta mette in luce l’intento narrativo, quello di riversare nelle dense 459 pagine del romanzo l’intero universo del mondo e delle storie che da anni circondano Dave Robicheaux come fosse l’obbligata sintesi della sua visione tribolata, romantica, allucinata di un profondo Sud americano, in particolare New Orleans e la Louisiana, che concede poche chance all’ottimismo e alla lotta dei ricchi corrotti e dei demagoghi contro gli ultimi e i senza colpe. Tormentato tra gli incubi ricorrenti sul Vietnam, visioni deformate di una Guerra Civile che ancora vive in un retaggio culturale alienato, la battaglia contro l’alcolismo e la perdita della moglie Molly in un incidente automobilistico, i suoi pensieri sono diventati sabbie mobili e lo spettro della ricaduta è sempre lì pronta ad addentarlo, come una scimmia sulla schiena. Il suo codice etico lo rende santo in una società che ha perso il senso di grandezza e ha ereditato la vergogna, ma i suoi peccati e le sue debolezze sono altresì un bagaglio nascosto salvo riemergere all’improvviso nella loro drammaticità. Durante un’indagine scopre che potrebbe essere lui stesso l’assassino dell’uomo che ha tolto la vita alla sua Molly, ma la memoria è offuscata dall’alcol consumato quella sera e sulla sua strada trova un collega il cui codice morale è peggio di quello di uno stupratore che pensando di essere immune da un torbido passato, lo vuole incastrare. Mentre si adopera per ripulire il proprio nome e smontare l’assurda congettura contro di lui, Robicheaux incontra un incredibile cast di personaggi che non solo paiono i soggetti di un film ma sono aggrovigliati in una quanto mai strampalata velleità di sentirsi orgogliosi del loro essere del Sud tentando di realizzare un film sulla Guerra Civile. Fat Tony è l’obeso mafioso locale che prima di uscire di scena, ammazzato da uno psicopatico giustiziere che fa ridere i bambini e piangere chi è sulla sua lista dei cattivi, sogna di produrre il film, Jimmy Nightingale è l’altolocato locale dai modi signorili e dai progetti loschi, ambisce ad un posto al Senato della Repubblica sollecitando gli istinti più bassi dell’elettorato, Levon Broussard è uno scrittore stimato che si porta appresso un senso di colpa irrisolto, con al fianco una moglie Rowena le cui paure sono il risultato di violenze subite nella vita precedente. Il groviglio sembra portare la storia su binari diversi da quello che è l’originale plot di Robicheaux, risolvere un caso di omicidio, ma la Louisiana che si estende tra i ricordi di una New Orleans che non esiste più e le limacciose acque del Bayou Teche nei pressi di New Hiberia è la terra più fertile per annebbiare la verità e le menti, fomentare dubbi e confusioni e far rinascere forze oscure che minacciano di distruggere tutti coloro che Robicheaux ama. Come la figlia Alafair, laureatasi in scrittura e anche lei coinvolta nella realizzazione del film storico, come il ribollente Clete Purcel, amico di lunga data, selvaggio e dolce come può esserlo una palude della Louisiana, che lo aiuta a mettere insieme un puzzle in cui una serie di reati, dallo stupro agli omicidi efferati, si sovrappongono nella strana, e perduta, lotta di offrire un briciolo di senso al tutto. Clete salva la vita di un uomo che odiava, Jimmy Nightingale è diventato senatore degli Stati Uniti, l’assassino soprannominato Smiley si è dileguato in Messico o in qualche isola dei Caraibi, Levon e Rowena hanno adottato il figlio di un pregiudicato (assassinato) che lo aveva abusato da bambino e Dave Robicheaux ancora una volta, tra una seduta dell’Anonima Alcolisti e l’altra, ha imparato a lasciare che le stagioni facciano il loro corso e a non opporsi all’attrazione terrestre, al movimento delle maree e all’ammonimento che per correre non basta essere agili, anche perché la terra rimane sempre la stessa. Molta confusione sotto il cielo, tutto bene quindi, un romanzo crudo, suggestivo e mordace, stappatevi una birra e ascoltatevi Willy DeVille periodo New Orleans.
MAURO ZAMBELLINI 4 luglio 2023
lunedì 19 giugno 2023
JOHN MELLENCAMP Orpheus Descending
L’invecchiamento e la morte sono diventati temi
ricorrenti nel rock, mai come oggi. La longevità artistica di molti autori
permette tale riflessione dopo che nel passato molti di quelli che avevano
inventato la cultura rock se ne sono andati prematuramente o avevano
abbandonato il campo. Per fortuna c’è tutta una generazione che è rimasta, è
sopravvissuta, ha resistito al tempo e ai cambiamenti ed è diventata anziana
con lo stesso rock n’roll. Cosi abbiamo artisti che raccontano il loro percorso
dall’età della gloria giovanile a quella senile, mi vengono in mente i più
noti, Eric Clapton, Bob Dylan, Van Morrison, Paul McCartney, Bruce Springsteen
e appunto John Mellencamp che nella sua carriera ha attraversato tutte le
tappe, dall’euforia giovanile di American Fool al canto di protesta
di Scarecrow,
dagli Stones di Uh-Uh
alle celtic roots di The Lonesome Jubilee, dalla pura e
quadrata essenza rock di Whenever We Wanted al Woody Guthrie
di Trouble
No More fino al rauco, dimesso, country-folk blues degli ultimi album,
compreso il recentissimo Strictly A One-Eyed Jack, parente
stretto del nuovo Orpheus Descending. Il rischio di affrontare un tema così insidioso
come quello dell’invecchiamento è cadere nella tristezza fine a sé stessa, in
un tedio asfissiante, nell’autocommiserazione o al contrario nella
glorificazione di sé e del proprio passato. John Mellencamp evita il tranello
senza barare, senza truccare le carte, senza esibire un artefatto giovanilismo,
piuttosto incastra tale tema su una osservazione ancora vivida, critica, amara
ma capace di infondere forza e resistenza, della realtà che lo circonda, in particolare quella del
suo paese. Cosi attraverso undici canzoni di alto livello compositivo e sonoro
risulta si essere saggio come lo può essere un settantenne ma che ancora cammina
sull’altra parte della strada, quella parte che non è mainstream e nemmeno il muscolare rock adulto
di tanti veterani di questa musica. John Mellencamp è invecchiato bene nella
sua musica e nella sua sensibilità sociale, pur con una voce incatramata da
migliaia di sigarette che lo fanno assomigliare oggi più a Tom Waits che
all’amico di Jack and Diane. Orpheus Descending è un disco
maturo, emozionante, caldo e profondo fatto di ballate malinconiche dove è il
ripensare alla vita che è trascorsa ( cercherò
di fare del mio meglio nella vita che rimane suggerisce nella conclusiva Backbone) il motivo ispirante, di polveroso folk-rock sullo stato
delle cose ( nella terra dei cosi detti
liberi non ci sono eroi da nessuna parte canta in The So-Called Free) ma
anche di gagliardi colpi rock decisi e ben assestati dove si ascolta con
piacere il suono della National resofonica (il fido Andy York) ed il ritorno
del violino di Lisa Germano. Orpheus
Descending suona come un atto di resistenza, nella ricerca di un
bagliore di luce e speranza, anche se il mondo è andato nella direzione opposta
di come si desiderava. C’è’ sempre un
fottuto modo per reagire indica la canzone titolo, Mellencamp nonostante
tutto mantiene il suo ottimismo, per quanto doloroso possa sembrare e offre con
la sua musica un grido di battaglia lungo la strada. Senza fare sconti a
nessuno, come l’inizio crudo e diretto dell’album suggerisce. Hey God sul tema della violenza delle
armi in Usa è una rock song dal ritmo conciso ed insistente, sibila il violino
di Lisa Germano e Mellencamp, per stare in tema, mostra le sue cartucce da
sparare. La seguente The Eyes of Portland
è commovente e non potrebbe essere diversamente, l’incontro con una
senzatetto pone sul piatto il problema della povertà e dell’esclusione. La
slide, la voce waitsiana e l’arrangiamento paiono sottolineare le ingiustizie
di un mondo siffatto con un afflato che sta tra Steve Earle e il blues antico.
Ancora la National blueseggia in The So-Called
Free ma il ritmo meno metronomico è dinamico ed in levare, con la linea di
organo che infonde sapori di Muscle Shoals. Voce gutturale e arpeggi di
chitarra la portano nelle strade del Sud. The
Kindness of Lovers, Perfect World e Understated Reverence adottano un tono
più dimesso ed intimista, il violino suona funereo nella prima, il brano più
cupo del lotto, c’è tanto Dylan nella seconda, accompagnato dall’armonica e dall’Hammond, un elegiaco pianoforte (ed il
violino) regalano dolcezza alla terza come se fosse il Mellencamp di Big
Daddy. Ma l’urgenza non è dissolta anche se il disco conserva un suono
uniforme che a molti parrà ripetitivo, come è successo in anni recenti, One More
Tick attraverso ritmi scomposti che era dai tempi di Mr.Happy Go Lucky che non
si sentivano crea un ardito gioco tra latin, blues e rock, e la canzone titolo esibisce
la scioltezza e l’appeal di quel pezzo da novanta che era Freedom’s Road. Forse il brano che meglio sintetizza tutto l’album
è la lunga ballata Lighting and Luck dove
il racconto di Mellencamp ci prende per mano e nel verso usa quello che hai per ottenere ciò che vuoi confida che le cose
possono cambiare se le persone sono disposte ad impegnarsi. Ancora il violino
di Lisa Germano, le chitarre baritonali, le voci femminili ed un John
Mellencamp con la voce sgraziata dal tabacco e dal tempo ma in grado di tenerci
ancora attaccati a lui, alla sua musica, al messaggio di chi è rimasto un outsider.
MAURO
ZAMBELLINI GIUGNO 2023
mercoledì 31 maggio 2023
GOV'T MULE Peace......Like a River
Registrato
durante le sedute di Heavy Load Blues presso The Power
Station nel New England con il produttore John Paterno (Elvis Costello, Los
Lobos, Bonnie Raitt)che ha affiancato Warren Haynes, i due dischi sono però
stati realizzati in sale diverse senza usare le stesse apparecchiature. Peace....Like
A River è un potente album di rock che non sfigura nella discografia in
studio dei Gov’t Mule per varietà ed ampiezza espressiva. Dodicesimo album
della loro collezione ( senza contare i numerosi live) ribalta un po’ l’idea
generale venutasi a creare nel tempo che i Muli siano sostanzialmente una band
live bravissima nelle cover ma piuttosto debole nello scrivere in proprio e nel
lavoro in studio. Peace…..Like A River respinge questo punto di vista attraverso
tredici tracce, ma ce ne sono altre cinque contenute nell’Ep Time
of The Signs che accompagna il CD, che oltre a fornire ottimo materiale
da sviluppare nelle performance dal vivo, mostra quanto sia sfaccettata la
musica dei Muli oggi, non riducendosi solo al lato più imponente e granitico.
Certo, anche qui i Muli si confermano una potente macchina da guerra con un
impianto tecnico e strumentale da paura, a cominciare dal bassista Jorgen Carlsson cresciuto in maniera
vertiginosa negli anni e dal lavoro non più solo riempitivo del tastierista Danny Louis, per non dire del drumming quadrato
e killer di Matt Abts e di Warren Haynes, per il quale ormai sono stati
consumati tutti gli aggettivi sia per quanto riguarda la chitarra che il modo
di cantare, ma Peace….Like A River è anche un disco di canzoni una diversa
dall’altra dove non mancano fantasia, arrangiamenti di fiati, echi di rock,
soul, blues e jazz dell’epoca d’oro, melodie e armonie vocali degne di un
ottimo songwriting. Ne viene fuori uno stile compositivo il più possibile
conciso che coesiste con le sortite solistiche individuali, brani che rimangono
compatti pur lasciando spazio alle divagazioni strumentali. Muscoli e cuore,
potenza e romanticismo, Peace….Like A River a livello
tematico affronta gli eventi che hanno investito il mondo in anni recenti a
cominciare da pandemia e guerre, per chi scrive è un ottimo compromesso tra
songriwiting e suono. La presenza di alcuni invitati aggiunge brillantezza al
quadro generale, se Same As It Ever Was è
l’apertura classica che ti aspetti da un disco dei Muli, con l’alternanza di
pause e frustate sonore che ti portano sulle montagne russe del loro rock-blues
fino al dirottamento finale tenuto saldamente in mano dalla chitarra di Haynes
e dall’organo di Louis, l’arcigno funky-blues Shake Our Way Out dà modo a Billy
Gibbons di inscenare quel power-sound da trio tipico degli ZZ Top dove
basso e batteria sono una vera deflagrazione tellurica. Granitico, duro,
possente, è uno degli episodi di continuità coi Gov’t Mule delle origini. Di
diversa ambientazione è Dreaming Out Loud
scritta da Haynes citando discorsi di Martin Luther King , John e Robert
Kennedy, Danny Louis col piano
elettrico costruisce il terreno ritmico dove si innesta una elegante sezione
fiati mentre gli interventi vocali di Ivan
Neville e della blueswoman Ruthie
Foster accompagnano Warren Haynes in quello che sembra un numero di revue
R&B da grande orchestra. Un’altra cantante fa la comparsa nel disco, l’
emergente Celisse Henderson si
infila nelle note della lenta e bluesata Just
Across The River, ennesimo titolo che usa il fiume come metafora, al
contrario il talkin’oscuro e deep south di Billy
Bob Thornton caratterizza The River
Only Flows One Way, brano che
scorre sulle dinamiche di un reggae visionario, dubbato e ipnotico con tanto di
sezione fiati nel rispondere alla sezione ritmica. Se questo è il banchetto con
gli invitati, il resto non è certo un menù da ospedale. After The Storm mischia Santana e jazz-rock di primissimo taglio
che lascia spazio all’Hammond di Louis di giganteggiare e a basso e batteria di
creare un groove sornione ed irresistibile, gli sporadici interventi di Haynes
con la chitarra sono schizzi da grande illustratore. Long Time Coming sembra studiato apposta sulle sonorità tra jazz,
blues orchestrale e rock dell’omonimo album degli Electric Flag, Gone Too Long si
sviluppa come una ballata appassionata dai risvolti romantici e l’ assolo di
Haynes è da antologia , Made My Peace è
piacere assoluto per le orecchie, Head Full of Thunder e Peace I
Need sono scuola per bassisti e batteristi.
Ad
un album di per sé già piuttosto lungo, si aggiungono nell’edizione in CD le
cinque tracce dell’Ep. Vale la pena citare la tesa e jazzata Stumblebum, Time Stands Still colorata
dal coro femminile e dal funambolismo delle tastiere, i toni scuri, sibilanti e
notturni di Blue, Blue Wind con tanto
di tromba che imita Miles Davis e The River Only Flows One Way questa
volta cantata dallo stesso Haynes.
Senza
i Gov’t Mule il rock non avrebbe più quella avventurosa attitudine alla
sperimentazione che fu di grandi band del passato, Allman e Dead in primis,
detto questo non resta che alzare il volume e sedersi sulla riva guardando
scorrere Peace….Like A River.
MAURO ZAMBELLINI MAGGIO 2023
lunedì 1 maggio 2023
ANGELO leadbelly ROSSI it don't always matter how good you play
Parco di registrazioni in studio, tre album a suo nome di
cui l’ultimo nel 2006 ed uno come Nerves & Muscles del 2012, ma ricco di
esibizioni live, Angelo Leadbelly Rossi torna con un disco che può considerarsi
il punto climax della sua carriera, un lavoro che racchiude tutte le anime e
gli spiriti della sua musica. Non solo blues difatti, perché in It
Don’t Always Matter How Good You Play, titolo che esemplifica la
filosofia dell’autore ovvero non sempre
importa quanto tu suoni bene perché è da sempre il feeling che fa la
differenza, ci sono elementi che sconfinano nel rock dei settanta, nel jazz,
nella psichedelia, nell’ indie-folk, nelle jam band, idiomi tenuti insieme da
una performance vocale che sembra buttata lì quasi per caso, svogliata e
dolente ed invece è il viatico di una dimensione sonora profonda, intensa,
genuina. Il groove è da sempre alla base del gesto di Rossi, lontano da
narcisismi e leziosità ma piuttosto portato a creare una sorta di trance
ipnotico che ammalia e seduce l’ascoltatore, qui punteggiato dai sublimi
interventi della chitarra elettrica di Roberto
Luti, le cui frasi impreziosiscono un sound
che non abbandona mai l’atmosfera di un down-home blues che rumoreggia naturale e vitale. Accanto ai due c’è l’attenta sezione ritmica di Simone Luti (basso) ed Enrico Cecconi (batteria), insieme
hanno trascorso tre giorni nel gennaio del 2021 al Gianbona Lab di Livorno registrando
dal vivo l’album, apportando solo minime variazioni. Il risultato è un lavoro
sfaccettato che possiede però una tematica sonora riconoscibile, ripetuta nelle otto tracce concedendo ad
ognuna di queste una sua personalità, a cominciare dalla lenta Desperate People cantata in un talkin’
malinconico e desolato, con Luti abile ad insaporirla con le sue nervose frasi
di chitarra. Nell’ipnosi ritmica di Wait
a Little Longer More Rossi canta con un fremito di rabbia dentro un decor
sonoro che pare arrivare direttamente dalle colline a Nord del Mississippi portandosi
appresso invitati quali Fred McDowell,
Junior Kimbrough e Luther Dickinson. Splendido il lavoro di Luti. Who Gonna Remember What? incede
ossessivo, la voce leggermente roca di Rossi evoca Jim Morrison, la sua chitarra e la sezione ritmica impongono il
drive mentre Luti apre, chiude, svolazza, graffia e ci mette un pizzico dei Grateful Dead dell’era PigPen. Sono
invece i Fleetwood Mac di Peter Green
che si affacciano nell’apertura di Old
Memories Sound Good To Me dove Rossi sceglie di cantare come un crooner
country che cerca di convincere una sua vecchia fiamma a ricordarsi di quanto
bene stavano insieme. Il momento delle dolcezze si chiude quando parte Get me outta here! uno dei brani topici
del disco. L’insistente invocazione del suo
cuore pronto per il Signore marcia di pari passo con il groove contagioso
creato da Rossi che qui usa la voce come uno strumento schiamazzando un po’, la
sezione ritmica è un metronomo e Luti dipinge blues come fosse un pittore
impressionista. How Long Will It Take è
Rossi-style al 100%, inizio lento e quasi sognante con la chitarra elettrica
che ricama, il talkin’ ipnotico, ancora Luti che estrae magie dallo strumento
tra Bloomfield e Peter Green, un blues etereo che si infila nel cosmo senza
esaltazioni e assoli fini a sé stessi ma estremamente coinvolgente. Più terrea
è Swinging Seventies, Rossi brontola
blues con rabbia, non c’è nostalgia ma determinazione, un organo rubato a
quella decade entra a dare manforte alla quadrata sezione ritmica e lascia il
segno, Luti cesella e Leadbelly gli fa da spalla. La conclusiva Grateful Be Here parte sorniona e
addormentata ma poi si trasforma in una vera jam dove si sentono i Dead, gli Allman, le super session e soprattutto
questo quartetto capace di espandere i confini del blues verso qualcosa di progressivo
ed “in divenire” senza perdere la melodia e i rustici sapori roots. It
Don’t Always Matter How Good You Play è un disco dove il blues è più un
attitudine che un numero di battute, ed è la tangibile dimostrazione del sound
posseduto da Angelo Leabelly Rossi improntato al lessi is better ma ugualmente stravagante, ipnotico, appassionato. Grande
ritorno.








