mercoledì 26 novembre 2008

The Gabe Dixon Band


Ecco un piccolo grande disco passato inosservato in questo autunno pieno di novità discografiche. Non è il tiro delle chitarre o la verve rocknrollistica a conquistare in questo disco ma l’intrigante appeal melodico che scaturisce dalla maggior parte delle canzoni. Fautore di una attitudine melodica così spiccata e brillante è il cantante  Gabe Dixon la cui abilità al piano e alle tastiere gli ha valso una attiva collaborazione con Paul McCartney. Forte di una personalità e sensibilità artistica  non comuni, Gabe Dixon è in grado di caratterizzare in maniera unica  un trio la cui musica vivace e ispirata riporta alla mente episodi illustri del songwriting anni ’70 come il Jackson Browne di For Everyman , l’Elton John di Tumbleweed Connection, la Carole King di Tapestry e Joni Mitchell oltre a fornire scampoli di soul  nello stile Stevie Wonder.
Lontano dai gesti rudi dei gruppi di americana e dal rock chitarroso di tante giovani band americane, Gabe Dixon ha scelto di percorrere una via meno spettacolare e diretta affidandosi alle melodie, alle ballate, alla voce armoniosa, al piano e ad alcuni arrangiamenti che non tradiscono la sua educazione classica e la sua curiosità verso il jazz. Con questi strumenti e con l’aiuto del valido bassista Winston Harrison e del batterista Jano Rix, Gabe Dixon  arriva al cuore con la dolcezza e con una musica ben congeniata mai noiosa ma ricca di  aperture luminose. 
Gabe Dixon è un musicista di talento, tecnicamente dotato e con un buon songwriting, qualità che riversa in canzoni ricche di dettagli e di potenti metafore,  storie romantiche e spirituali che parlano di viaggi e di stati mentali come fossero punti di una mappa esistenziale. Dall’ispirata Disappear, alla splendida Further The Sky, cantata con Mindy Smith fino a Find My Way,  un r&b ritmato  e  nervoso e  a Far From Home ovvero Steve Wonder meets Ben Folds, il disco emana una  atmosfera positiva e un aria ottimista anche se sono le ballate non rinunciano ad andare sottopelle e scavare nelle emozioni nascoste. Sono queste il traino della musica della Gabe Dixon Bande non potrebbe essere diversamente visto che le chitarre stanno a guardare un pianoforte che la fa da padrone.
La bella foto di copertina di suggestione southern è di Henry Diltz i cui scatti hanno reso celebri  Neil Young, i Doors e Crosby, Stills & Nash ovvero alcuni degli eroi del nostro.  Che sia di augurio?

MAURO ZAMBELLINI          SETTEMBRE 2008

giovedì 20 novembre 2008

Paul Weller Live at the BBC


Uno strepitoso box formato libro con quattro cd racconta la storia delle registrazioni per la BBC di Paul Weller. Come nella migliore tradizione dei grandi artisti inglesi anche per Paul Weller è arrivato il momento degli archivi della BBC e mai come questa volta l’operazione appare superba, ricca, magnifica, varia: quattro CD con tanto di booklet e splendide fotografie raccontano la storia delle registrazioni di Paul Weller per la famosa emittente inglese  dal 1990 al 2008 attraverso 74 tracce, alcune acustiche in solitario con la chitarra e col piano, qualcuna unplugged con la band generalmente effettuata live in studio , tante in elettrico con la band al completo ricavate da concerti  registrati dalla BBC al Town and Country Club, a  Finsbury Park, alla Royal Albert Hall e  al Phoenix Festival. C’è tutto Weller in questi quattro CD, brani che ricordano il duro e tagliente punk-mod act dei Jam e brani risalenti al Cappuccino Kid degli Style Council,  ballate pastorali ispirate dai Traffic come Wild Wood  ed il brillante brit-pop-rock del vendutissimo Stanley Road, autentiche frecce spezzacuori come Broken Stones  e gemme di soul puro risalenti all’album Studio 150 , un crudo rock chitarristico da club londinese ed il trasognato e contorto crossover di funky, jazz e avanguardia esplorato nel recentissimo 22 Dreams. L’artista Paul Weller è sezionato  in tutti i suoi aspetti con registrazioni che mantengono la spontaneità e l’immediatezza delle sessions e delle prove uniche,  atti non ripetibili proprio perché la seduta radiofonica non concede ripetizioni anche se regala la possibilità di fare qualcosa che  non apparirà mai in un disco o nella programmazione di un tour. Ecco quindi rarità come la cover di The Poacher di Ronnie Lane, la versione acustica di Clues (era sul suo omonimo primo disco solista del 1992) e la rilettura di un minor hit dei sixties quale Pretty Flamingo dei Manfred Mann.
Paul Weller si conferma artista  flessibile, poliedrico, ricco di sfaccettature, bravo come autore, cantante e musicista, capace di tenere la prova acustica con sola voce e chitarra, spesso una trappola per artisti non troppo dotati e nello stesso tempo sfoderare una carica elettrica da vero rocker quando con la band infila una serie di pezzi che dalle terre inglesi battute dai Kinks, Who e Beatles arrivano ai lidi americani del soul, di Curtis Mayfield, di Dylan, di Dr.John di cui viene ripresa in strepitosa chiave psichedelica di Walk On Gilded Splinters. 
Live At BBC appare come la migliore retrospettiva in presa diretta di Weller  ed uno dei box  rivelazione dell’anno, con belle versioni acustiche di Fly On The Wall, Pink On White Halls , Among Butterflies, una Wild Wood semplicemente strepitosa e spigolose versioni di Whirlpool’s End, Out Of The Sinking, Broken Stones, The Changimen, Mermaids dove affiora l’inossidabile urgenza mod del personaggio. Molte anche le ballate tra cui una Time Passes da lacrime agli occhi con quel giro di chitarre che è una poesia. 
Contemporaneamente all’uscita del cofanetto quadruplo viene pubblicato anche il DVD con lo stesso titolo Live At BBC che comprende le esibizioni di Paul Weller tratte dalle trasmissioni televisive Later With Jools Holland, BBC In Concert e Top Of The Pops più vari video clip promozionali. 
Chi non avesse paura del british rock qui può trovare pane per i suoi denti. 

MAURO  ZAMBELLINI


martedì 18 novembre 2008

Fleet Foxes in concerto


MILANO (MAGAZZINI GENERALI ) SABATO 15 NOVEMBRE

Non so perché mi piacciono visto che la mia formazione rock è più rootsy e più esposta verso quel mondo di strade blue che incrociano gli Stones con Springsteen e Dylan ma i Fleet Foxes visti nel precario spazio dei Magazzini Generali hanno risvegliato in me l’amore verso quel folk underground che negli anni ’60 accompagnava certe esperienze eclettiche e fuori pista. 
Già per come si abbigliano e per come portano i capelli, Robin Pecknold e soci sembrano usciti da una cantina o da un club di San Francisco del 1967 ed anche il loro approccio verso lo show e verso il pubblico trasmette quella informale spontaneità che caratterizzava la prima stagione del rock quando le esibizioni non erano così impacchettate ed ingessate come quelle di oggi. 
I cinque ragazzi di Seattle soffiano l’aria fresca della north-west coast americana proponendo una musica che è rock negli strumenti e folk nelle liriche e nelle voci. Il concerto dimostra quanto siano fuori corrente anche se lontanamente imparentati con il freak folk: una selezione di brani, in pratica il loro album omonimo al completo, basati su una armonia vocale sorprendente, spesso ardua nei toni alti alquanto vertiginosi e su  una intelaiatura strumentale tra l’acustico e l’elettrico dove la fanno da padrone il suono delle chitarre, l’accompagnamento di una tastiera o di un mandolino. 
Il loro è uno strano folk/rock di natura  underground che non nasce nella tradizione di Dylan e simili, piuttosto rimanda al folk inglese dei Fotheringay e dei Renaissance e ad un coraggioso quanto mai improbabile connubio di  Beach Boys e canto gregoriano. C’è un che di liturgico nell’unisono delle voce dei Fleet Foxes, un’atmosfera che ammalia e affascina e coinvolge emotivamente al di là delle incertezze strumentali che ancora rigano il loro set e a qualche comprensibile caduta vocale del loro cantante leader, scivolato su un paio di vette davvero ardite. Dal vivo appaiono meno immacolati che su disco, tengono  la scena con la leggerezza e l’incoscienza degli esordienti, spargono spontaneità e benessere con canzoni dall’aria candida e con armonie vocali che sembrano uscite da una chiesa gaelica. Fanno funzionare bene i titoli più conosciuti come Sun It Rises, Ragged Wood, Quiet Houses, la sontuosa ed epica Your Protector strimpellano le chitarre con caustica convinzione come fossero una trasposizione di qualche gruppo underground  dei sixties senza però lasciarsi trasportare dai watt e dagli assoli,  scherzano col pubblico, numeroso e soddisfatto, come si trattasse di una esibizione tra amici e si perdono nei paradisi artificiali delle loro armonie con fare trasognato. 
Sono completamente originali, freschi e luminosi e che siano bravi anche nel songwriting lo si vede quando il frontman Pecknold si cimenta da solo con la chitarra acustica evocando gesti di una lontano poetico ed innocente Greenwich Village. Che sia una nuova primavera del folk ?
 
Mauro Zambellini

venerdì 14 novembre 2008

Il tempo è dalla nostra parte


45 anni con i Rolling Stones, a cura di Mauro Zambellini 

Chi l’ha detto che i Beatles sono stati i migliori ? Dalle cifre sembrerebbe di no. A differenza degli illustri Fab Four, i Rolling Stones sono ancora in scena oggi, vivi e pimpanti più che mai, dopo quarantacinque anni di musica, concerti, dischi, tour, film, video, droga, alcol, donne, morti, dollari e tutto quanto fa spettacolo. Dopo 60 album ed una valanga di dischi singoli, Ep, box antologici e raccolte, i Rolling Stones fanno ancora parlare di sé e sono ancora il simbolo di quell’ eccitante  rock n’roll nato dal blues e dalla insoddisfazione giovanile, basta vedere le immagini dello splendido film di Martin Scorsese , Shine A Light,  che li ha ripresi dal vivo durante un concerto dell’ultima tournè al Beacon Theatre di New York. Come hanno fatto a resistere così a lungo? Semplice, primo hanno venduto l’anima al diavolo, la ricordate Sympathy For The Devil ?, secondo non hanno mai venduto il loro cuore, che è sempre stato innamorato del blues dei grandi vecchi (Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Elmore James, Jimmy Reed) e dello sprizzante rock n’roll degli anni cinquanta, in particolar modo quello di Chuck Berry. In 45 anni di storia sono rimasti fedeli ai loro primi amori (musicali) e proprio per questo hanno resistito al tempo, al cambio delle mode, degli scenari e delle generazioni, forgiando un rock tinto di soul e di blues tanto imitato quanto ineguagliato, uno stile che è diventato il classico dei classici.
Il Tempo è dalla Nostra Parte, un testo di 120 pagine con annessa discografia completa e videografia essenziale, scritto da Mauro Zambellini racconta la storia dei Rolling Stones non dalla parte dei pettegolezzi e degli eccessi ma dalla parte della musica e dei dischi tracciando un vero e proprio viaggio che inizia con le radici dei musicisti e finisce con il loro film con Scorsese. L’ultimo capitolo del libro, opera della penna di Marco Denti, ricompone il rapporto tra gli Stones ed il cinema ma prima di arrivare a Shine A Light  il libro racconta la lunga avventura musicale della band inglese attraverso Stonesville ed In Esilio sulla Costa Azzurra  dove viene analizzato il loro periodo più creativo e decadente, quello che porterà alla genesi di un album così importante, per loro e fondamentale, per il rock n’roll, come  Exile On Main Street.
Avvincente, scorrevole, ricco di informazioni e scritto senza le deformazioni del fan tout court ma col ritmo delle canzoni degli Stones,  Il Tempo è dalla Nostra Parte, che esce annesso al DVD Shine A Light per la collana Real Cinema della Feltrinelli, è un viaggio in 45 anni di luci e ombre ed un sincero atto d’amore verso la più grande rock n’roll band della storia.. 

giovedì 16 ottobre 2008

Graziano Romani > Between Trains


Chi conosce il lavoro di Graziano Romani sa quanto il rocker emiliano sia stato influenzato dalle canzoni di altri artisti e altri autori. Non lo ha mai nascosto, Romani non è uno di quei musicisti che si reputano unici ed originali o peggio ancora fingono di ignorare che prima di loro ci sono stati altri e più bravi da cui loro hanno preso ed ereditato qualcosa. 

Romani, in questo, è un artista molto americano e poco italiano, non è spocchioso e non ha mai nascosto che la sua musica e le sue canzoni "discendano" da qualcos' altro, mai negando le influenze subite, sia quelle più esplicite come quella di Springsteen, sia quelle più nascoste che solo un attento conoscitore della musica rock e soul come lui è in grado di citare. Dice l'autore sulla copertina di Between Trains "ho sempre amato le cover, interpretare il lavoro di altri aggiungendo il mio personale punto di vista e i miei sentimenti. Ho sempre cercato di imparare le canzoni dei cantautori che ammiravo e di tutti quei grandi artisti che mi hanno influenzato. Quando ancora suonavo coi Rocking Chairs e non pensavo di scrivere canzoni mie, mi piaceva fare le cover dal vivo e qualcuna di queste l'ho messa nel miei dischi. Questo album significa molto per me."
La ragione è che Between Trains raccoglie tredici canzoni che hanno dato l'ispirazione e l'anima alla musica di Graziano ed in generale gli hanno offerto la possibilità di raccontare, ognuna, una storia. Non sono canzoni minori ma solo rare e appannaggio di un fine conoscitore musicale come lui, alcune sono note, altre no, qualcuno è stato un hit e qualcun altro è semplicemente un piccolo poema in musica, tutte concorrono però a creare l'universo dentro cui Romani si è mosso in questi anni attraversando con la sua musica, i suoi dischi, le sue canzoni e le sue cover il rock, il soul, il blues, il folk e la canzone d'autore in generale. Che un artista italiano riesca con gusto, sentimento, giusta umiltà ed una intensa interpretazione vocale a "coprire" canzoni di Robbie Robertson, Joni Mitchell, Bob Dylan, Jimmy Webb, Peter Gabriel, Van Morrison, Warren Zevon, Richard Thompson è un successo che premia sia la sua bravura sia la tenacia di chi crede che queste non siano solo canzonette ma il tratto profondo di una cultura che da noi è ignorata se non addirittura bistrattata.
Come si può non rimanere allibiti davanti ad un artista che nel mare della idiozia e della superficialità culturale nazionale, sceglie di intitolare un disco con una canzone assolutamente fuori quota come Between Trains di Robbie Robertson, contenuta nel film Re per una Notte di Martin Scorsese la cui colonna sonora non è certo stata un successo di vendite, per di più pubblicata solo in vinile. Bisogna essere dei topi da negozi di dischi, certosini ricercatori di cose "innominabili"oltre che sognatori di un mondo parallelo dove la bellezza è una struggente ballad tra rock e soul cantata col cuore in mano. Ma le meraviglie non finiscono con la canzone di Robertson perché ci vuole un temperamento da incallito appassionato di oscuri songwriters per spingersi a riproporre The Living End, una dolorosa canzone (tanto per cambiare tratta da un lost third album) di una artista misconosciuta e controversa (si esaurì con l'eroina dopo un paio di dischi ed una conversione al folk cristiano) come Judee Sill oppure andare a rovistare in soffitta e ridare aria a Sound Of Free, una canzone di Dennis Wilson apparsa in un 45 giri del 1969. O dare voce ai dimenticati Strawbs con una Grace Darling estratta dal loro Ghosts del 1975 in cui si racconta di questa eroina settecentesca inglese, figlia di un guardiano del faro che salvò un intero equipaggio dal naufragio.
Sebbene siano note le sue connessioni col rock americano, Graziano Romani non ha mai negato che quando una canzone ha anima ed una storia da raccontare non importa la sua origine. Così dal patrimonio dal reggae arriva una tribolata Strugglin' Man di Jimmy Cliff trasformata a ballata e ancora in campo inglese l'amato Van Morrison viene omaggiato con una intensa e personale versione di Brand New Day (da Moondance) dove si apprezza l'arrangiamento di violino di Giulia Nuti e Peter Gabriel, altra vecchia passione di Romani, è riesumato attraverso White Shadow, titolo estratto dal suo lontano secondo disco solista.
Poi c'è Richard Thompson di cui è offerta una versione coi fiocchi (tra le cose migliori dell'intero Between Trains) di Genesis Hall dal repertorio dei Fairport Convention, impreziosita dalle chitarre di Tede Tedeschini e dal piano di Chris Gianfranceschi.
Decisamente innovative sono le rielaborazioni di Last Chance Lost di Joni Mitchell, nell'originale un brano dipinto a tinte jazz che qui si trasforma in un esperimento ai confini del folk con il misurato lavoro delle chitarre acustiche (Romani e Giacomo Baldelli), della viola di Giulia Nuti, del contrabbasso di Massimo Ghiacci e delle percussioni di Gigi Cavalli Cocchi. Non poteva mancare Springsteen presente con la "negroide" Real World e Dylan, la cui già meravigliosa Don't Fall Apart On Me Tonight qui brilla come uno degli highlights del disco con Graziano che dà fondo a tutto il suo cuore di vocalist arrochito e passionale e la band (i fidi Max Ori e Pat Bonan alla sezione ritmica), Gianfranceschi all'organo e Cristiano Marmotti alla chitarra, che suona alla grande creando un commovente pathos da rock ballad. Altre perle del disco sono l'intima e riflessiva interpretazione di Mutineer di Warren Zevon dove Erik Montanari si fa notare con la chitarra e una struggente Wichita Lineman di Jimmy Webb, autore molto stimato da Romani, il cui tema viene immalinconito ancora di più dalla voce scura e bluesata di Romani mentre un bell'inciso del chitarrista Max Cottafavi aggiunge una componente di rock disperato e romantico estraneo alla versione di Webb.
Prodotto dallo stesso Romani, Between Trains si avvale della partecipazione di un nutrito stuolo di amici e musicisti che offrono solidità al generale umore soul-folk-rock del disco e contribuiscono ad arrangiamenti asciutti ed essenziali, in linea con la visione personale che l'artista ha voluto dare a queste canzoni, tredici perle grandi e piccole che sono il cuore e l'anima di una avventura musicale che merita rispetto e attenzione anche se nata dalle nostre parti.
Uno dei dischi migliori della sua carriera.

Mauro Zambellini
Buscadero - settembre 2008

mercoledì 8 ottobre 2008

Lou Reed > Live At St.Ann's Wharehouse


(Matador)


Dopo il criptico tentativo di mettere in musica Edgar Allan Poe con The Raven, il cantore di New York torna ad una delle sue opere più difficili, contraddittorie ed osteggiate, quel Berlin che nel 1973, anno della sua pubblicazione, fece scrivere a Rolling Stone: un album palesemente offensivo, la fine della carriera di Lou Reed.

La storia  non è andata come prevedeva l’illustre rivista americana, Lou Reed si è conquistato a pieno merito un posto di primo piano nella storia del rock e a trentacinque anni dalla sua pubblicazione Berlin è considerato uno dei capolavori della sua discografia. Un opera non facile, ieri e oggi, che descrive  la disperata  e devastante storia di un violento junkie (Jim) e della sua fidanzata prostituta (Caroline), due americani che vivono in una Berlino sfigurata dalla guerra, dall’iniziale stato di euforia dovuto all’uso delle anfetamine fino all’inevitabile caduta in una spirale di dipendenza, violenza, schizofrenia  e degrado che porta Caroline a suicidarsi dopo che le autorità le hanno tolto l’affidamento dei figli. Opera cupa e malata, ambientata in una plumbea atmosfera mittleuropea, orchestrata come se si trattasse di una specie di cabaret tedesco, con un massiccio uso del piano (Bob Ezrin, collaboratore di Lou Reed), con partiture di viola e violoncello e impregnato delle sonorità metalliche delle chitarre di Steve Hunter e Dick Wagner, Berlin  è una coraggiosa rappresentazione del clima di decadenza estetica e morale che pervase un certo ambiente rock degli anni ’70, storie, come ha suggerito lo stesso autore, di gente che esisteva negli anni settanta non solo a Berlino ma dovunque. Una storia  violenta e angosciante che Lou Reed con l’aiuto di Bob Ezrin  tradusse in musica e come un freddo narratore raccontò momenti agghiaccianti come The Kids, scosso dallo straziante pianto dei bambini che vengono tolti alla madre e come l’epilogo di The Bed Sad Song  dove Caroline si uccide tagliandosi le vene e Jim vaga stranito nella casa come un relitto, prigioniero del ricordo di lei ed incapace di comprendere quanto sia successo.

Più volte nel corso degli anni è stato proposto a Lou Reed di eseguire dal vivo l’intero Berlin, cosa che non aveva mai fatto e finalmente e dopo innumerevoli tentativi, grazie alle pressioni del direttore del piccolo St.Ann’s Warehouse di New York, il progetto è andato in porto e nel dicembre del 2006 per quattro serate Berlin è stato suonato davanti al pubblico. Da lì è nato anche un mini tour che ha riscosso riconoscimenti e consensi in giro per il mondo. 

I concerti del St.Ann’s Warehouse sono stati filmati dal regista Julian Schnabel (Basquiat), amico di Reed e grande estimatore di Berlin, e la storica performance sarà disponibile in un Dvd in uscita contemporanea con il disco live.

Prodotto da Bob Ezrin con Hal Willner e musicato da alcuni degli stretti collaboratori di Lou Reed (Fernando Saunders, Antony, Steve HunterRob Wassermann, Rupert Christie e Sharon Jones) Berlin Live  subisce una importante rilettura in termini di intensità sonora ed arrangiamenti orchestrali che ne mantiene inalterata l’originalità e non stravolge lo spirito del tempo. Pur arricchitoo da una orchestra di sette elementi e dal Brooklyn Youth Chorus, il nuovo Berlin  non è opera tronfia e ridondante nonostante la teatralità del tema e l’atmosfera  scabrosamente melodrammatica dell’opera prima ma al contrario il cantato di Lou Reed e l’essenziale efficacia dei musicisti mantengono  l’enfasi dentro delle solide coordinate di rock metropolitano.  Berlin Live  è una sinfonia elettrica nei torbidi anfratti dell’animo umano che tocca il suo apice nell’esecuzione lancinante di Sad Song, nelle fustigate chitarristiche di Lady Day (sia lodato Steve Hunter) nel rumore al calor bianco di Men of Good Fortune, nell’assordante impasto chitarre/fiati di  How Do You Think It Feels, nelle chitarre nervose e schizoidi di Oh Jim dove Lou Reed canta come fosse ancora in Take No Prisoners.

Uniche eccezioni all’intento concept dell’opera l’aggiunta di tre encore: la velvettiana Candy Says, una gelida e perfetta Rock Minute ed una Sweet Jane abbastanza trascurabile.


MAURO  ZAMBELLINI      SETTEMBRE 2008


JJ Grey & Mofro > Orange Blossoms



(Alligator Records)



Segnalatisi l’anno scorso con Country Ghetto JJ Grey & Mofro rincarano la dose con un disco di scoppiettante freschezza dove le loro radici sudiste si fondono in un soul venato di gospel e funky ed in un blues che sa di paludi e acquitrini. Basta far partire il cd e
Orange Blossoms ci catapulta in quel sud dove il tempo scorre lento e il dolce far niente fa molti meno danni di Wall Street. Che JJ Grey sia del sud, precisamente 40 miglia fuori Jacksonville, Florida, lo si percepisce subito, nel modo in cui il suo storytelling vagabondo, brioso e a ruota libera, che ama comunque fornire una descrizione appassionata e devota dei suoi luoghi natali e di vita, si mischia con gli umori caldi di una musica che ora è un blues delle paludi, ora un soul carico di gospel, ora un groove che fa ballare scatenando sax e trombe, ora è un funk in agrodolce con qualche visione psichedelica che si placa solo quando un rock rurale che parla di fuoco, diavoli e alla fine, malvolentieri, anche di redenzione fa capolino portando con sé il solito fardello di letteratura sudista.

JJ Grey evoca complesse emozioni con il minimo uso di parole e con una musica che nel suo essere tutto e niente affascina, seduce, rallegra e mette addosso voglia di vivere e sognare. Le sue influenze sono molteplici ma Tony Joe White col suo swamp-rock, John Lee Hooker col suo boogie, Dan Penn col suo down-home soul e Sly & Family Stone col suo lazy funky sembrano aver regalato qualcosa in più di una semplice idea alla sua musica, che per intenderci non è solo ritmo e groove ma possiede un appeal melodico “svaccatamente contagioso” oltre che divertente che la colloca sulla stessa strada di Anders Osborne, Clarence Bucaro, Eric Lindell, Grayson Capps, Ramsey Midwood, giovani outsiders la cui filosofia esistenziale per il mercato e la morale americana (e non solo quella) è peggio del comunismo.

Musica per dreamers, losers and ramblers che ruota ipnotica e leggermente drogata attorno al ritmo sornione di Move It On, un po’ il centro gravitazionale di tutto il disco dove i Mofro, un ensemble allargato comprendente anche fiati, cori e violini, rivela una attitudine da jam band e dove l’Hammond di Adam Scone scomoda paragoni con There’s A Riot Goin’ On di Sly and Family Stone.

JJ Grey si occupa di un gran numero di strumenti tra i quali chitarre ritmiche e soliste, basso, percussioni, tastiere e armonica mentre Daryl Hance, l’altro storico nome dei Mofro, contribuisce a creare con la sua chitarra e i suoi arrangiamenti atmosfere di soul psichedelico alla Curtis Mayfield. Ballate melodiche, peraltro molto ironiche, come I Believe (In Everything) si accompagnano con titoli altrettanto sarcastici, Everything Good is Bad, che mettono in risalto una voce da soulman alla Redding mentre la misteriosa She Don’t Know evoca incontri notturni e sfodera una carica sensuale da brivido caldo. JJ Grey & Mofro potrebbero essere il mezzo di riscaldamento più economico per l’autunno prossimo a venire e Orange Blossoms è un disco che risponde ad unica prerogativa: la musica per essere tale deve avere anima. Qui di soul ce n’è quanto volete, basta far girare il cd e stappare una birra, il resto viene da sè.


MAURO ZAMBELLINI