martedì 20 gennaio 2009

Bruce Springsteen > Working On A Dream


Pure Pop for Now People? Non proprio ma quasi. Il nuovo disco di Springsteen Working On A Dream a detta dello stesso autore nasce dalla eccitazione per il ritorno delle sonorità della produzione pop e per l’energia espressa dalla band nel recente tour. Paragonato alla sua più classica produzione, è un disco eccentrico e diverso in quanto non sono le chitarre ed il romanticismo da blue-collar a condurre le danze ma uno stravagante melting di arrangiamenti, archi, di mescolanze sonore, di idee anche un po’ confuse volendo, di elaborazioni, di intro e outro, come se le canzoni fossero colonne sonore di piccoli film e anche se la E Street Band si sente più che in Magic il nuovo lavoro è sostanzialmente frutto dell’amore che Springsteen ha nei confronti del pop californiano e dei sixties. I testi sembrano più che altro incentrati sulla vita quotidiana anche se per ora non è possibile approfondirli a fondo ma in generale Working On A Dream è un bel disco di pop, anche coraggioso nel suo insistere su una certa idea di pop (che non è la schifezza che si sente oggi), con tante citazioni di Beach Boys, Roy Orbison, Dion, Brian Wilson, Mama’s and Papa’s, Kinks, Byrds e con un occhio di riguardo all’ appeal che possedevamo le canzoni dei sixties. Un disco che sale ascolto dopo ascolto, come se lavorare attorno ad un sogno necessiti tempo e pazienza e l’artista possa finalmente esprimersi svincolato da quelle catene che lo volevano a tutti costi profeta con una chitarra al collo ed una gang al fianco.
Qui è il pop nella sue leggerezza, nella sua estemporanea fruibilità a garantire emozioni come quelle scatenate dagli otto minuti di Outlaw Pete, la canzone più ambiziosa e tortuosa dell’ intero album, un saliscendi di emozioni e orchestrazioni spectoriane con pianoforte, organo, archi ed un rallenty che evoca il C’era una Volta il West di Morricone. Ci pensa My Lucky Day a smorzare l’enfasi, titolo che assieme a This Life, Life Itself, Good Eye e Tomorrow Never Knows costituisce il lotto di partenza su cui è stato costruito tutto l’ album. E’ una normale canzone di Springsteen sulla scia di My Love Will Not Let You Down dove anche Clemons fa la sua parte. Di Working On A Dream conosciamo ormai abbastanza e pur risaputa nella sua cantilena buonista a furia di risentirla sembra quasi bella, basta comunque il fatto di aver contribuito a far eleggere Obama per non contestarla più di quel tanto. Discorso diverso per il pop da discount di Queen Of The Supermarket che nasce sul ricordo della leggiadra Girls In Their Summer Clothes nel senso che è come se Bruce fosse tornato ragazzino e si fosse trovato nel più grande magazzino di riff, accordi, strofe e ritornelli e lo abbia saccheggiato pensando poi di mettere insieme tutto avendo in testa le melodie di Brian Wilson. Muscoli invece, quelli del rocker-Bruce in What Love Can Do, tre minuti giusti giusti di rock grezzo e duro, con la voce e la chitarra acustica che si interpongono sopra il beat secco della batteria. Potrebbe essere il John Mellencamp di Dance Naked. Puro e semplice rock n’roll, uno dei miei brani preferiti. 
Ancora sixties mood in This Life, un connubio di Kinks, Jimmy Webb, Mama’s and Papa’s, John Phillips con in più l’affondo di sax di Clemons e la dodici corde di Lofgren. Di natura diversa Good Eye altri tre minuti di echi distorti, voce filtrata ed un’ armonica lancinante. Sembra una canzone cresciuta attorno alla versione di Reason To Believe del Devils and Dust Tour ed è sorella di A Night With Jersey Devil (bonus track nella versione deluxe del disco con tanto di dvd). Un blues da juke joint, rauco e sporco come nelle registrazioni della Fat Possum.
L’eco di una lap-steel, l’aria serena del country ed un violino pieno di nostalgia: Tomorrow Never Knows, titolo rubato ai Beatles di Revolver sembra la E-Street Band che imita la Seeger Sessions Band. Atmosfere cupe, voce bassa e gran lavoro di tastiere invece in Life Itself che naviga di traverso col grigiore di un cielo che non promette niente di buono. 
Kingdom Of Days al primo ascolto sembra di una banalità sconcertante, potrei sbagliarmi ma qui l’enfasi degli arrangiamenti raggiunge livelli insopportabili, meglio il pop da British Invasion di Surprise, Surprise dove si scorgono i Kinks (ma anche i Byrds) e le chitarre lasciano spazio ad un sing-along che si sviluppa attorno ad un ritornello felicemente ossessivo. 
Il finale è per le ballate, la prima, The Last Carnival, si muove nella zona folkie di Devils and Dust, la seconda, The Wrestler chiude il disco con stampato addosso la malinconia del volto malconcio di Mickey Rourke nel film omonimo. Non è un capolavoro Working On A Dream ma è un brillante e serio disco di pop, più coerente di Magic e con diverse novità (che non tutti i fans apprezzeranno) rispetto al clichè rock springsteeniano. Ma, sono sicuro, lo ascolteremo parecchio. 
 
Mauro Zambellini

domenica 4 gennaio 2009

The End Of The Year - 2008


Tralasciando  l’immenso Bootleg Series Vol.8 di Dylan altrimenti conosciuto come Tell Tale Signs che ho acquistato nella versione doppia per via del prezzo poi diventato triplo grazie alla rimasterizzazione di Marco Denti ( ed il terzo dischetto vale e come), una sorgente dalle emozioni continue ed infinite, è il lavoro a firma Mudcrutch l’avvenimento rock dell’anno per chi scrive. Tom Petty con la sua vecchia band ha recuperato un sound che con gli Heartbreakers non gli riusciva più, un sound urgente, diretto, istintivo, per nulla perfetto ma del tutto vitale che racchiude tutta l’essenza del grande rock anni settanta ma che sa andare oltre, riesumando scampoli di fifties  nella High School Confidential contenuta nell’Ep Live appena pubblicato,  riossigenando il pop-folk-rock dei Byrds e dei Flying Burrito Bros. con cimeli quali Lover Of The Bayou e Six Days On The Road ed ergendo un monumento come Crystal River, impedibile la versione a 15 minuti dell’Ep Live, dove rock n’roll, blues, swamp, psichedelia, improvvisazioni, chitarre, Hammond, liriche e dolente voce del sud concorrono ad offrire una esaltante pagina di quello che il rock deve essere. 

Naturalmente le ristampe o gli archivi degni di nota del 2008 non si esauriscono con Dylan perché Pacific Ocean Blue del beach boy Dennis Wilson è un disco strano, intrigante, misterioso, caduco di presagi sinistri e di improvvise esplosioni di bellezza, un disco decadente anche se qui la decadenza ha i colori blue dell’oceano e l’aria rilassata della Southern California quindi una cosa assolutamente inusuale, da ascoltare senza pregiudizi anche per chi non sopporta gli arrangiamenti orchestrali. 

Una ristampa è anche l’edizione deluxe di Strangers Almanac degli Whiskeytown, un’opera di roots-rock  a molti sfuggita al tempo (1997) che segna l’apice della scena alternative country degli anni novanta con un concentrato di puro rock stradaiolo e senza il qual disco non sarebbe nato un controverso genio della canzone d’autore  qual’è Ryan Adams, il cui attuale, discreto, Cardinology scompare rispetto alla grandezza di  Strangers Almanac.

Per chi frequenta il soul, ma qui oltre all’anima c’è il cuore, l’orgoglio, la fierezza, la passione e la coscienza, consiglio vivamente di acquistare l’elegante box con tre cd ed un dvd  intitolato To Be Free ovvero The Nina Simone Story. Basta la versione del brano di Dylan  Just Like Tom Thomb’s Blues per capire che qui si ha a che fare con una materia celestiale ma le delizie non finiscono qui perché tra versioni e originali To Be Free apre le porte del paradiso anche a noi peccatori. 

Dagli archivi arriva anche Live At The BBC di Paul Weller, la storia l’ho già raccontata in Beat un po’ di settimane fa (cercatelo nel blog), invece per quanto riguarda i live non c’è bisogno che aggiunga nulla riguardo a Shine A Light degli Stones, nel cui dvd edito dalla Real Cinema della Feltrinelli c’è un testo, Il Tempo è Dalla Nostra Parte (45 anni coi Rolling Stones) scritto dal sottoscritto che consiglio a chi voglia sapere i su e giù artistici delle Pietre senza finire nei gossip. A parte l’auto-citazione  consiglio il potentissimo e springsteeniano Joe Ely Live Chicago 1987, uno show devastante, nella cui band brillavano il chitarrista David Grissom, il migliore avuto da Ely ed il sassofonista degli Stones Bobby Keys. 

Non dimenticatevi di passare poi dal Mercury Lounge nella Lower East Side di New York per vedere all’opera Willie Nile Live From The Streets Of New York ovvero un concentrato di tagliente rock urbano con una band tirata da tre chitarre in assetto di guerra. Per il piccolo rock-writer di Vagabond Moon la celebrazione per una vita dedicata al sound della Grande Mela. Chi ama Springsteen, Lou Reed, David Johansen, i Clash e gli Who troverà pane per i propri denti.

Buono senza essere eccezionale nel senso che manca qualche canzone all’altezza dei passati fasti anche se il sound esala sulfurei aromi di Exile On Main Street è Warpaint! dei Black Crowes e premio come miglior album di americana  dell’anno Brighter Than Creation’s Dark dei Drive By Truckers, che a mio modesto parere  possono essere considerati come i successori degli Whiskeytown con un tasso rollingstoniano e sudista in più.  In questo ambito segnalo l’arrivo di una giovane band di blue collar rock, genere che con la proletarizzazione indotta dalla crisi economica vivrà una stagione di revival, ovvero i Gaslight Anthem. Il loro The ’59 Sound è duro, energico, incalzante, suona un po’ irlandese alla maniera dei Black 47 ma ha la fuliggine e la voglia di riscatto delle periferie industriali americani. Da tenere sotto controllo anche se ancora a corto di memorabili canzoni.

Lo hanno messo tutti, specialmente nelle riviste specializzate estere e lo metto anch’io,  più per la freschezza e l’originalità e perché dal vivo loro mi sono proprio piaciuti per il candore e l’informalità con cui affrontano show e pubblico. Il disco dei Fleet Foxes  è un originale cocktail di cori alla beach boys,  musica gregoriana, folk e rock underground che farebbe tanto bene alle nuove generazioni perse tra Kaiser Chiefs, Killers e altre chincaglierie di poco prezzo. 

Della categoria giovani da seguire sono anche gli Okkervill River che pivelli non lo sono più da un pezzo e che già al tempo di Black Sheep Boy mi avevano incuriosito per il loro oscuro charme ma che con gli ultimi due dischi hanno proprio fatto il botto unendo il pop con un folk-rock introverso e notturno, chitarre acustiche ed elettriche, melodie che sembrano uscite da un vecchio palazzo vittoriano, un tono vocale (quello di Will Scheff) che mi ricorda Ray Davies dei Kinks e qualche eccentrica entrata di tromba. Sono sghembi nelle melodie ma affascinanti, per nulla texani come invece dicono le loro carte d’identità, sembrano di Boston o di Dublino ma poi nel penultimo album recuperano un classico portato al successo dai californiani Beach Boys (Sloop John B) celandolo sotto mentite spoglie. Il disco di quest’anno si intitola The Stand Ins, provate a sentirlo non ve ne pentirete. Ho preferito loro, che facevano da supporter, allo show di un mese fa ai Magazzini Generali quando in cartello c’erano i martellanti e muscolosi Black Keys.

Blue mi ha accusato di essere in un periodo di innamoramento ma la verità è che la Gabe Dixon Band ha veramente una dimestichezza con le melodie da grande storia d’amore. Nel loro omonimo disco non ci sono chitarre che fumano il born to run e nemmeno gesti rudi da rock di  rabbia, il clima è rilassato e mite, siamo in Georgia d’altra parte, pesche e magnolie si alternano a campi e distese verdi e il pianoforte conduce una danza dolce ma non zuccherosa che  con Disappear e All Will Be Well fa innamorare anche un orco. Gabe Dixon è un grande autore di ballate e piuttosto che spendere i soldi per l’ultimo disco di Jackson Browne rivolgetevi a lui se volete insonorizzarvi una mattinata calma, sorridente e luminosa. 

Nessuna sorpresa con i Counting Crows, c’è chi li odia e chi li ama. Io faccio parte della seconda schiera e Saturday Nights, Sunday Mornings è un disco che come suggerisce il titolo alterna melodie uggiose da mattino newyorchese pieno di pioggia e sciabolate chitarristiche in odore di Pearl Jam che fanno festa il sabato sera con alcol e amici.

Mi rimane da dire di Lucinda Williams la miglior rockeuse degli ultimi anni che dopo un capolavoro come West è riuscita a bissare le sue prestazioni con un album finalmente influenzato da una visione della vita meno pessimistica e dolorosa e da quelle vibrazioni che in genere hanno a che fare con le storie d’amore. Ben per lei e per noi, che non ci stufiamo di sentirla e possiamo così godere dei cambiamenti di Little Honey, ancora ballate dolenti di ambientazione sudista ma anche un sano rock n’roll che mette in fila Steve Earle, Rolling Stones e Ac/Dc di cui la rockeuse copre It’s A long Way To The Top.

Infine un cantautore che è pure ottimo chitarrista visto che è in pianta stabile come sideman nella band dell’ex Grateful Dead Phil Lesh, è Jackie Greene che ho scoperto dopo che mi aveva incuriosito una recensione di Gianfranco Callieri sul Buscadero. Ha un curriculum piuttosto lungo con alcuni buoni affondi nel senso del rock d’autore di matrice metropolitana, tra tutti il dylanesco  Sweet Somewhere Bound con quel notturno decor tipicamente newyorchese ma il disco che ha portato aria fresca nel mio appartamento è Giving Up The Ghost, suo lavoro del 2008. Esiste una sorta di preclusione da parte della critica nei suoi confronti e non capisco il motivo perché Greene ha talento e finezza e questo album suona arioso, fresco, con canzoni che si stampano addosso ed emanano una frizzante atmosfera californiana che in qualche episodio ricorda i Fleetwood Mac di Tusk. Insomma come andare a San Francisco,  Greene è di lì, stando seduti in poltrona e poi sognare.

Altri dischi mi hanno rallegrato senza emozionarmi più di quel tanto, finisco qui per non stancare ma ricordo che a livello di concerti visti quello di John Fogerty all’Alcatraz e di Springsteen e la E-Street Band a San Siro fanno parte di un altro mondo mentre una sonora delusione, pagata a prezzo da capogiro, l’ho avuta con Tom Waits agli Arcimboldi: una grande Tom Traubert Blues al piano, un paio di altre perle da lacrime agli occhi e poi una ripetizione di rantolii, sferragliare industriale (ottima comunque la band), suoni gutturali ed una solenne presa per il culo. Per chi cantava di battone, barboni, motel di quarta categoria e luridi asfalti del sabato sera suonare agli Arcomboldi per un pubblico d’elite ( con 105 e 145 euro a biglietto per forza di cose si seleziona il pubblico) non è una presa in giro?  Dov’è finito il poeta dei bassifondi, in un salotto della borghesia bene ? Al 2009 l’ardua risposta . Ciao e Buon Anno.

Mauro Zambellini 

mercoledì 31 dicembre 2008

La banda dei fratelli Allman



L’avventura musicale della Allman Brothers Band si sviluppa in quattro periodi di tempo: l’inizio degli anni ‘70 contrassegnati dalla leadership del chitarrista Duane Allman, gli anni della raggiunta popolarità sotto la guida di Dickey Betts e Gregg Allman, il ritorno, dopo lo scioglimento degli anni ‘80, con Betts e Gregg Allman ancora timonieri e la recente rivoluzione dovuta all’allontanamento di Betts, con la front line di chitarre  affidata a Warren Haynes e Derek Trucks, un tandem bluesistico che ha riportato la band sulle orme di Duane Allman.

Negli anni ’70 la ABB costituisce una delle espressioni più influenti e originali del rock americano. La miscela di rock e blues che essa interpreta è un superamento dei codici impressi al genere dai musicisti del british blues (in particolare Cream e Fleetwood Mac) e di fatto costituisce una vera e propria rivoluzione in campo musicale. Se di fatto la base da cui partono gli Allman è la stessa di quella dei musicisti inglesi ovvero il classico blues americano di Willie Dixon, Muddy Waters e Sonny Boy Williamson, il loro atteggiamento è molto più progressivo perché incamera gli esperimenti jazzistici di Miles Davis e John Coltrane ed espande il linguaggio blues con una strategia basata sull’improvvisazione e su una dinamica doppia sezione ritmica costituita da due batterie ed un basso. Davanti alla sezione ritmica operano due chitarre quasi complementari, le Gibson di Duane Allman e di Dickey Betts che incrociano coi loro assoli blues, rock psichedelico e country-rock in quello che verrà sbrigativamente definito southern rock. 
Duane Allman è l’anima blues della band,  non usa il plettro ma il pollice e due dita della mano destra e suona la slide usando una boccetta  vuota di aspirina Corycidine, che grazie  a lui farà epoca tra i chitarristi. Il suo stile ispirato al blues si vena di influenze diverse (viene soprannominato skydog per il suono stellare della sua Gibson) e si contrappone in modo creativo a quello di Dickey Betts il cui fraseggio estrapolato dal blues e dal rock n’roll ma anche dal country definisce perfettamente l’archetipo dell’assolo southern rock. Voce della band è Gregg Allman, il soulman della ABB, il cui organo Hammond e le cui tonalità vocali colorano di soul e gospel l’incendiaria miscela blues-rock del gruppo. Duane Allman, Gregg Allman, Dickey Betts, i batteristi Jaimoe e Butch Trucks e il bassista Berry Oakley sono le pedine di questa straordinaria blues-band dalle venature psichedeliche e jazzistiche che raggiunge la sua massima espressione  nel doppio album Live At Fillmore East , uno degli album dal vivo essenziali di tutta la storia del rock. 



Un disco che concentra idee e perfezione stilistica,  energia e  improvvisazione, un disco capace di emanare un feeling impressionante che afferma la rivincita delle blues band americane rispetto a quelle inglesi del british blues. 
La band aveva debuttato discograficamente due anni prima con l’omonimo The Allman Brothers Band,  a cui era seguito Idlewild South, quello che contiene l’originale versione di Midnight Rider, la ballata più amata da  Gregg Allman e  specchio del suo stile deep soul ma è con Fillmore East che la ABB si impone all’attenzione generale del mondo rock. 
Una recente pubblicazione intitolata Live At Atlanta International Pop Festival  costituisce un’altra grande testimonianza live di quel periodo. Registrato nel 1970 poco prima del Fillmore East, comprende la performance di Dreams, un brano etereo e notturno dalle implicazioni psichedeliche molto amato dai fans della band.
Irrinunciabile, per completare il periodo con la leadership di Duane Allman, è il doppio Eat A Peach del 1972, altro capolavoro che assembla materiale lasciato fuori dal Fillmore East, incisioni in studio con Duane e la prima versione di Mountain Jam (nell’originario vinile del Fillmore East non c’era), 35 minuti di psichedelia e improvvisazioni allo stato puro basate sul tema di There Is A Mountain di Donovan. Ma la cosa più bella di Eat A Peach è la presenza di tre tra le migliori ballate del catalogo Allman : la delicata Little Martha suonata con le chitarre acustiche da Duane e Betts, la dolce Melissa e la romantica e “panoramica “Blue Sky, che già nel titolo coglie quell’amore tutto sudista per gli spazi aperti a perdita d’occhio , per il cielo, per la natura, per la vita comunitaria nella natura, per le strade che si perdono all’orizzonte, un ode agli anni settanta e alle grandi utopie di quegli anni. Un disco apprezzato da Jimmy Carter nel suo periodo presidenziale.

Brothers and Sisters
Il 21 ottobre  1971,  a Macon in Georgia, Duane Allman muore sbattendo con la sua Harley Sportser contro un camion che gli aveva tagliato la strada. Poco prima aveva inciso il celebre assolo di chitarra di Layla, per diverso tempo attribuito a Clapton. Un anno dopo in simili circostanze muore anche il bassista Berry Oakley, il più affezionato a Duane tra i membri della band. La tragedia incombe con tutto il suo carico sinistro, sembra una novella di Flannery O’Connor ma è la maledizione che incombe sul southern rock (leggasi le biografie di Lynyrd Skynyrd e Marshall Tucker Band). 
La Allman Bros. Band  prosegue  col fratello Gregg e con il chitarrista Dickey Betts che  sposta il baricentro musicale  verso un fluido country-blues-rock dal fraseggio jazzistico, uno stile che diventa il marchio di fabbrica del southern rock della ABB. Con l’inserimento del versatile tastierista Chuck Leavell (oggi con gli Stones) e del bassista Lamar Williams per la band si apre un nuovo capitolo, meno segnato dal blues ma ugualmente brillante.
L’album del 1973 Brothers and Sisters suona più rurale e country dei precedenti ma raccoglie il seguito che la band si era conquistato sul campo. Raggiunge immediatamente il primo posto delle vendite di Billboard e ci rimane per sei settimane consecutive. E’ l’apoteosi del gruppo di Macon ed è un altro fondamentale capitolo della loro avventura. Il nuovo corso è sintetizzato dallo strumentale Jessica e da Ramblin’ Man , brani di Dickey Betts in cui lineari geometrie alla Django Reinhardt si sposano con gli umori dell’ honky tonk e con entusiasmanti cavalcate di Gibson Les Paul.

 

C’è anche l’apporto del chitarrista aggiunto Les Dudek ed il sound è arioso, frizzante e sognante, in perfetta sintonia con lo stile di vita degli hippies del sud, tutto funghi e cieli blu. 
Il seguente Win, Lose and Draw  insiste sullo stesso modello ma è una copia sbiadita di Brothers and Sisters nonostante ci sia una grande rivisitazione di un pezzo di Muddy Waters (Can’t Lose What You Never Had ) e la lunga High Falls costituisca uno degli strumentali migliori di Betts.
Wipe The Windows, Check The Oil, Dollar Gas ovvero pulisci i finestrini, controlla l’olio e fai benzina mette a nudo la filosofia on the road del gruppo ma in consolle non ci sono né Tom Dowd né Johnny Sandlin i produttori che avevano firmato i loro dischi migliori e allora questo doppio album dal vivo scompare se confrontato con quelli dell’era Duane.
Fermo restando che Live at Fillmore East  e Brothers and Sisters sono album imprescindibili nella storia della Allman Brothers Band, esiste una splendida antologia che sintetizza la storia della band fino a Win, Lose and Draw. Trattasi di The Road Goes On Forever, originariamente un doppio album che raccoglieva brani fino a Brothers and Sisters ma che la ristampa in doppio cd ha arricchito di tracce live e di altro materiale del periodo.
Il clima famigliare e lo spirito comunitario che avevano  caratterizzato la loro comune-hippie subisce un duro colpo per sporche storie di droga e delazione. Gregg Allman vittima di tanti anni di tossicodipendenza testimonia contro il roadie Scooter Herring per un traffico di droga, la crisi è inevitabile ed ognuno va per la propria strada. A poco serve la reunion del 1978, titoli come Enlightened Rogues, Reach Of The  Sky  e Brothers Of The Road sono la pallida copia dell’ antico splendore, lo scioglimento del 1982 più che lacrime porta un sospiro di liberazione.

Back Where It All Begins
Ma un nuovo interessante capitolo si apre negli anni ’90 quando agli originali Gregg Allman, Dickey Betts, Jaimoe e Butch Trucks si aggregano il chitarrista Warren Haynes, il bassista Allen Woody e il tastierista Johnny Neel. La ABB prima si imbarca in un tour che fa il tutto esaurito poi con l’aiuto del fido Tom Dowd alla consolle registra ai Criteria Studios di Miami il potente Seven Turns,  un album bluesato che si avvale dell’apporto fondamentale di Haynes e di Woody, un bassista cresciuto nel mito di Berry Oakley.
I sintomi sono quelli di un ritorno prepotente al rock-blues dell’era Duane ma l’evoluzione sarà graduale perché tra Seven Turns  e Hittin’ The Road, un disco che cerca di ristabilire una connotazione prettamente blues, ci sono di mezzo tredici anni e un bel po’ di dischi. Un periodo che ha visto crescere a dismisura il peso di Warren Haynes, una vera potenza in campo chitarristico (e vocale) che con la sua slide ha marchiato di blues uno stile che con Dicley Betts aveva altre sfumature. Anche Gregg Allman è sembrato rinascere dopo anni di dipendenza da droghe e alcol, la sua voce è ritornata pulita e franca ed un nuovo entusiasmo lo ha investito dopo la rottura con Dickey Betts, grande musicista ma ormai assorto da progetti individuali e non più in sintonia con il resto della band. 

Dopo i Seven Turns  escono Shades Of The Two Worlds (1991) e Where It All Begins ( 1994), due buoni lavori che insistono su una fusione di rock, blues e jazz ma se il sound non si discute sono le composizioni che non sono sempre all’altezza della loro fama. Manca quel quid che aveva fatto grandi i dischi del passato. Il livello è buono ma gli anni sembrano pesare nonostante brani apprezzabili come End Of The Line, un brano in cui Gregg si erge in tutta la sua grandezza e Kind Of Bird,  improvvisazione jam di alta scuola. 

Interessanti sono comunque An Evening With ABB e 2nd Set  due live in cui la band passa in rassegna materiale vecchio e nuovo e dimostra l’attitudine jam blues che gli è propria. Di sicuro non c’è  la straripante energia di una volta ma la musica scorre fluida, la ritmica è possente, rinvigorita dall’aggiunta del percussionista Marc Quinones  e alcune cose come la versione unplugged di In Memory Of The Elizabeth Reed e la riproposizione del classico di Willie Cobbs You Don’t Love Me depongono per una band che ha solo bisogno di una sferzata di vitalità.
Il punto più basso della nuova vita della ABB è Peakin’ At The Beacon, un molle live del 2000 che sancisce lo stato di crisi e i cambiamenti prossimi a venire. Nella primavera di quell’anno Dickey Betts viene allontanato per incomprensioni e scorrettezze con gli altri a causa del suo continuo delirio alcolico e Gregg trova naturale suonare con Warren Haynes, meno invadente ed egocentrico di Betts. Con Haynes e la grande promessa di Derek Trucks, un chitarrista a 360 gradi che darà il meglio di sé nel suo album Songlines. e Otel Burbridge  che riempie il posto lasciato vuoto dal bassista Allen Woody, la nuova line up a sette affronta le registrazioni a Hoboken di Hittin’ The Note, un disco solido come una roccia, ricco di buone composizioni  che tuona potente come da tempo non succedeva. Un disco all’insegna del blues con l’eco dei Gov’t Mule, la creazione personale di Haynes, Gregg  e con quell’inimitabile voce soul con cui Gregg Allman rende meravigliose le ballate che canta. La sezione ritmica è una tempesta perfetta, la musica è complessa e fluida al tempo stesso e le canzoni, dalla splendida Desdemona a High Cost Of  Low Living, dallo strumentale alla Gov’t Mule di Instrumental Illness al country-blues acustico di Old Friend fino alle esaltanti cover di Woman Across The River  e Heart Of Stone (Rolling Stones) sono di prima scelta. Ma gli Allman di Hittin’The Note non sono quelli dell’era Duane Allman nonostante il blues e nemmeno quelli pastorali e southern rock con Dickey Betts. C’è qualcosa che manca nella loro alchimia, sono di nuovo una delle migliori rock-blues band che io conosca ma il Live At Beacon Theatre ,annuale appuntamento a New York per una settimana di concerti tutti esauriti che ormai li vede protagonisti da parecchi anni. e i tanti Instant Records che li celebrano in ogni parte d’America come un fenomeno paragonabile solo ai Grateful Dead non riescono a ricostruire quell’incommensurabile grandezza e genialità che fu degli Allman anni settanta. Ciò non esclude che se finalmente venissero in Italia o anche solo in Europa (dopo tanti anni di assenza) noi saremmo gli uomini più felici di questa terra. 

Mauro Zambellini 

mercoledì 24 dicembre 2008

Crocodile Rock


“L’ultima volta che abbiamo fatto l’amore quel venerdi di marzo che ho già citato prima avevamo cenato ad un ristorante di pesce sulla Jupiter Inlet. Non ricordo nulla della cena o della conversazione, che significa che la serata era andata benone. Poi abbiamo preso la supesratrada fino al mio appartamento, dove accadde l’imprevisto: sullo stereo, quando lo accesi, c’era Exile On Main Street. Questo provocò un lamento di disapprovazione da parte di Karen, che si trovava già in reggiseno e mutandine. Ne seguì una poco adatta discussione sulle reciproche preferenze musicali, che terminò con la mia ingrugnita capitolazione. I Rolling Stones furono sostituiti da Natalie Marchant, che è splendida a meno che non siate in vena di ascoltare Ventilator Blues, che era esattamente quello che desideravo io.
Non c’è bisogno di aggiungere che il sesso non fu esattamente sublime, per entrambi. Ho un nitido ricordo di Karen sopra che si dimenava piuttosto svogliatamente al tempo di una melodica ballata, mentre io fremevo sotto di lei, bramoso di percussioni incalzanti. Il suo orgasmo simulato era così poco convincente che scambiai il blando brivido che la percorse per una reazione gastrica ritardata alla frittura di cozze, che era stata condita con generosità criminale. Era un segno scoraggiante della fine della nostra storia e mi fece dimenticare per qualche tempo i piaceri della carne.”

Crocodile Rock non ha niente a che vedere con Elton John ma è il più esilarante noir che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni. Ci sono una valanga di riferimenti musicali e si racconta di che fine abbia veramente fatto Jimmy Stoma, leader del gruppo rock degli Slut Puppies scomparso alle Bahamas durante un immersione subacquea. In un groviglio di personaggi tra cui spicca il grande amore di Stoma, la cantante Cleo, una sorta di Courtney Love dalla gola profonda, Jack, giornalista dell’Union Register specializzato in necrologi dopo essere stato un cronista d’assalto della Florida, indaga con il disincanto di un Grande Lebowski del giornalismo. Il divertimento è assicurato e così anche la colonna sonora. Lo scrive Carl Hiaasen grande amico ed estimatore degli Stones già autore di un fosco ed irriverente noir ambientato nel giro delle pesche sportive della Florida. Siamo in presenza di uno che ha fantasia da vendere anche se la sua scrittura non è lirica e profonda come quella del vicino James Lee Burke. Ma se volete sapere come scompare una rockstar leggetevi questa irresistibile commedia nera.

Crocodile Rock è edito dalla Meridiano Zero.

Mauro Zambellini 

mercoledì 26 novembre 2008

The Gabe Dixon Band


Ecco un piccolo grande disco passato inosservato in questo autunno pieno di novità discografiche. Non è il tiro delle chitarre o la verve rocknrollistica a conquistare in questo disco ma l’intrigante appeal melodico che scaturisce dalla maggior parte delle canzoni. Fautore di una attitudine melodica così spiccata e brillante è il cantante  Gabe Dixon la cui abilità al piano e alle tastiere gli ha valso una attiva collaborazione con Paul McCartney. Forte di una personalità e sensibilità artistica  non comuni, Gabe Dixon è in grado di caratterizzare in maniera unica  un trio la cui musica vivace e ispirata riporta alla mente episodi illustri del songwriting anni ’70 come il Jackson Browne di For Everyman , l’Elton John di Tumbleweed Connection, la Carole King di Tapestry e Joni Mitchell oltre a fornire scampoli di soul  nello stile Stevie Wonder.
Lontano dai gesti rudi dei gruppi di americana e dal rock chitarroso di tante giovani band americane, Gabe Dixon ha scelto di percorrere una via meno spettacolare e diretta affidandosi alle melodie, alle ballate, alla voce armoniosa, al piano e ad alcuni arrangiamenti che non tradiscono la sua educazione classica e la sua curiosità verso il jazz. Con questi strumenti e con l’aiuto del valido bassista Winston Harrison e del batterista Jano Rix, Gabe Dixon  arriva al cuore con la dolcezza e con una musica ben congeniata mai noiosa ma ricca di  aperture luminose. 
Gabe Dixon è un musicista di talento, tecnicamente dotato e con un buon songwriting, qualità che riversa in canzoni ricche di dettagli e di potenti metafore,  storie romantiche e spirituali che parlano di viaggi e di stati mentali come fossero punti di una mappa esistenziale. Dall’ispirata Disappear, alla splendida Further The Sky, cantata con Mindy Smith fino a Find My Way,  un r&b ritmato  e  nervoso e  a Far From Home ovvero Steve Wonder meets Ben Folds, il disco emana una  atmosfera positiva e un aria ottimista anche se sono le ballate non rinunciano ad andare sottopelle e scavare nelle emozioni nascoste. Sono queste il traino della musica della Gabe Dixon Bande non potrebbe essere diversamente visto che le chitarre stanno a guardare un pianoforte che la fa da padrone.
La bella foto di copertina di suggestione southern è di Henry Diltz i cui scatti hanno reso celebri  Neil Young, i Doors e Crosby, Stills & Nash ovvero alcuni degli eroi del nostro.  Che sia di augurio?

MAURO ZAMBELLINI          SETTEMBRE 2008

giovedì 20 novembre 2008

Paul Weller Live at the BBC


Uno strepitoso box formato libro con quattro cd racconta la storia delle registrazioni per la BBC di Paul Weller. Come nella migliore tradizione dei grandi artisti inglesi anche per Paul Weller è arrivato il momento degli archivi della BBC e mai come questa volta l’operazione appare superba, ricca, magnifica, varia: quattro CD con tanto di booklet e splendide fotografie raccontano la storia delle registrazioni di Paul Weller per la famosa emittente inglese  dal 1990 al 2008 attraverso 74 tracce, alcune acustiche in solitario con la chitarra e col piano, qualcuna unplugged con la band generalmente effettuata live in studio , tante in elettrico con la band al completo ricavate da concerti  registrati dalla BBC al Town and Country Club, a  Finsbury Park, alla Royal Albert Hall e  al Phoenix Festival. C’è tutto Weller in questi quattro CD, brani che ricordano il duro e tagliente punk-mod act dei Jam e brani risalenti al Cappuccino Kid degli Style Council,  ballate pastorali ispirate dai Traffic come Wild Wood  ed il brillante brit-pop-rock del vendutissimo Stanley Road, autentiche frecce spezzacuori come Broken Stones  e gemme di soul puro risalenti all’album Studio 150 , un crudo rock chitarristico da club londinese ed il trasognato e contorto crossover di funky, jazz e avanguardia esplorato nel recentissimo 22 Dreams. L’artista Paul Weller è sezionato  in tutti i suoi aspetti con registrazioni che mantengono la spontaneità e l’immediatezza delle sessions e delle prove uniche,  atti non ripetibili proprio perché la seduta radiofonica non concede ripetizioni anche se regala la possibilità di fare qualcosa che  non apparirà mai in un disco o nella programmazione di un tour. Ecco quindi rarità come la cover di The Poacher di Ronnie Lane, la versione acustica di Clues (era sul suo omonimo primo disco solista del 1992) e la rilettura di un minor hit dei sixties quale Pretty Flamingo dei Manfred Mann.
Paul Weller si conferma artista  flessibile, poliedrico, ricco di sfaccettature, bravo come autore, cantante e musicista, capace di tenere la prova acustica con sola voce e chitarra, spesso una trappola per artisti non troppo dotati e nello stesso tempo sfoderare una carica elettrica da vero rocker quando con la band infila una serie di pezzi che dalle terre inglesi battute dai Kinks, Who e Beatles arrivano ai lidi americani del soul, di Curtis Mayfield, di Dylan, di Dr.John di cui viene ripresa in strepitosa chiave psichedelica di Walk On Gilded Splinters. 
Live At BBC appare come la migliore retrospettiva in presa diretta di Weller  ed uno dei box  rivelazione dell’anno, con belle versioni acustiche di Fly On The Wall, Pink On White Halls , Among Butterflies, una Wild Wood semplicemente strepitosa e spigolose versioni di Whirlpool’s End, Out Of The Sinking, Broken Stones, The Changimen, Mermaids dove affiora l’inossidabile urgenza mod del personaggio. Molte anche le ballate tra cui una Time Passes da lacrime agli occhi con quel giro di chitarre che è una poesia. 
Contemporaneamente all’uscita del cofanetto quadruplo viene pubblicato anche il DVD con lo stesso titolo Live At BBC che comprende le esibizioni di Paul Weller tratte dalle trasmissioni televisive Later With Jools Holland, BBC In Concert e Top Of The Pops più vari video clip promozionali. 
Chi non avesse paura del british rock qui può trovare pane per i suoi denti. 

MAURO  ZAMBELLINI


martedì 18 novembre 2008

Fleet Foxes in concerto


MILANO (MAGAZZINI GENERALI ) SABATO 15 NOVEMBRE

Non so perché mi piacciono visto che la mia formazione rock è più rootsy e più esposta verso quel mondo di strade blue che incrociano gli Stones con Springsteen e Dylan ma i Fleet Foxes visti nel precario spazio dei Magazzini Generali hanno risvegliato in me l’amore verso quel folk underground che negli anni ’60 accompagnava certe esperienze eclettiche e fuori pista. 
Già per come si abbigliano e per come portano i capelli, Robin Pecknold e soci sembrano usciti da una cantina o da un club di San Francisco del 1967 ed anche il loro approccio verso lo show e verso il pubblico trasmette quella informale spontaneità che caratterizzava la prima stagione del rock quando le esibizioni non erano così impacchettate ed ingessate come quelle di oggi. 
I cinque ragazzi di Seattle soffiano l’aria fresca della north-west coast americana proponendo una musica che è rock negli strumenti e folk nelle liriche e nelle voci. Il concerto dimostra quanto siano fuori corrente anche se lontanamente imparentati con il freak folk: una selezione di brani, in pratica il loro album omonimo al completo, basati su una armonia vocale sorprendente, spesso ardua nei toni alti alquanto vertiginosi e su  una intelaiatura strumentale tra l’acustico e l’elettrico dove la fanno da padrone il suono delle chitarre, l’accompagnamento di una tastiera o di un mandolino. 
Il loro è uno strano folk/rock di natura  underground che non nasce nella tradizione di Dylan e simili, piuttosto rimanda al folk inglese dei Fotheringay e dei Renaissance e ad un coraggioso quanto mai improbabile connubio di  Beach Boys e canto gregoriano. C’è un che di liturgico nell’unisono delle voce dei Fleet Foxes, un’atmosfera che ammalia e affascina e coinvolge emotivamente al di là delle incertezze strumentali che ancora rigano il loro set e a qualche comprensibile caduta vocale del loro cantante leader, scivolato su un paio di vette davvero ardite. Dal vivo appaiono meno immacolati che su disco, tengono  la scena con la leggerezza e l’incoscienza degli esordienti, spargono spontaneità e benessere con canzoni dall’aria candida e con armonie vocali che sembrano uscite da una chiesa gaelica. Fanno funzionare bene i titoli più conosciuti come Sun It Rises, Ragged Wood, Quiet Houses, la sontuosa ed epica Your Protector strimpellano le chitarre con caustica convinzione come fossero una trasposizione di qualche gruppo underground  dei sixties senza però lasciarsi trasportare dai watt e dagli assoli,  scherzano col pubblico, numeroso e soddisfatto, come si trattasse di una esibizione tra amici e si perdono nei paradisi artificiali delle loro armonie con fare trasognato. 
Sono completamente originali, freschi e luminosi e che siano bravi anche nel songwriting lo si vede quando il frontman Pecknold si cimenta da solo con la chitarra acustica evocando gesti di una lontano poetico ed innocente Greenwich Village. Che sia una nuova primavera del folk ?
 
Mauro Zambellini