martedì 4 luglio 2023

ROBICHEAUX James Lee Burke


 Il ritorno nell’editoria italiana di James Lee Burke non può che far piacere agli estimatori del noir hard-boiled americano che nell’autore nato nel 1936 a Houston ma residente oggi nel Montana, ha una delle attuali punte di diamante. Dopo la raccolta di racconti Gesù dell’Uragano, quelli di Jimenez pubblicano un romanzo uscito originariamente nel paese d’origine nel 2018 col titolo di Robicheaux ovvero il cognome del detective inventato da Burke protagonista della stragrande maggioranza dei suoi scritti. Tale scelta mette in luce l’intento narrativo, quello di riversare nelle dense 459 pagine del romanzo l’intero universo del mondo e delle storie che da anni circondano Dave Robicheaux come fosse l’obbligata sintesi della sua visione tribolata, romantica, allucinata di un profondo Sud americano, in particolare New Orleans e la Louisiana, che concede poche chance all’ottimismo e alla lotta dei ricchi corrotti e dei demagoghi contro gli ultimi e i senza colpe. Tormentato tra gli incubi ricorrenti sul Vietnam, visioni deformate di una Guerra Civile che ancora vive in un retaggio culturale alienato, la battaglia contro l’alcolismo e la perdita della moglie Molly in un incidente automobilistico, i suoi pensieri sono diventati sabbie mobili e lo spettro della ricaduta è sempre lì pronta ad addentarlo, come una scimmia sulla schiena. Il suo codice etico lo rende santo in una società che ha perso il senso di grandezza e ha ereditato la vergogna, ma i suoi peccati e le sue debolezze sono altresì un bagaglio nascosto salvo riemergere all’improvviso nella loro drammaticità. Durante un’indagine  scopre che potrebbe essere lui stesso l’assassino dell’uomo che ha tolto la vita alla sua Molly, ma la memoria è offuscata dall’alcol consumato quella sera e sulla sua strada trova un collega il cui codice morale è peggio di quello di uno stupratore che pensando di essere immune da un torbido passato, lo vuole incastrare. Mentre si adopera per ripulire il proprio nome e smontare l’assurda congettura contro di lui, Robicheaux incontra un incredibile cast di personaggi che non solo paiono i soggetti di un film ma sono aggrovigliati in una quanto mai strampalata velleità di sentirsi orgogliosi del loro essere del Sud tentando di realizzare un film sulla Guerra Civile. Fat Tony è l’obeso mafioso locale che prima di uscire di scena, ammazzato da uno psicopatico giustiziere che fa ridere i bambini e piangere chi è sulla sua lista dei cattivi, sogna di produrre il film, Jimmy Nightingale è l’altolocato locale dai modi signorili e dai progetti loschi, ambisce ad un posto al Senato della Repubblica sollecitando gli istinti più bassi dell’elettorato, Levon Broussard è uno scrittore stimato che si porta appresso un senso di colpa irrisolto, con al fianco una moglie Rowena le cui paure sono il risultato di violenze subite nella vita precedente. Il groviglio sembra portare la storia su binari diversi da quello che è l’originale plot di Robicheaux, risolvere un caso di omicidio, ma la Louisiana che si estende tra i ricordi di una New Orleans che non esiste più e le limacciose acque del Bayou Teche nei pressi di New Hiberia è la terra più fertile per annebbiare la verità e le menti, fomentare dubbi e confusioni e far rinascere forze oscure che minacciano di distruggere tutti coloro che Robicheaux ama. Come la figlia Alafair, laureatasi in scrittura e anche lei coinvolta nella realizzazione del film storico, come il ribollente Clete Purcel, amico di lunga data, selvaggio e dolce come può esserlo una palude della Louisiana, che lo aiuta a mettere insieme un puzzle in cui una serie di reati, dallo stupro agli omicidi efferati, si sovrappongono nella strana, e perduta, lotta di offrire un briciolo di senso al tutto. Clete salva la vita di un uomo che odiava, Jimmy Nightingale è diventato senatore degli Stati Uniti, l’assassino soprannominato Smiley si è dileguato in Messico o in qualche isola dei Caraibi, Levon e Rowena hanno adottato il figlio di un pregiudicato (assassinato) che lo aveva abusato da bambino e Dave Robicheaux ancora una volta, tra una seduta dell’Anonima Alcolisti e l’altra, ha imparato a lasciare che le stagioni facciano il loro corso e a non opporsi all’attrazione terrestre, al movimento delle maree e all’ammonimento che per correre non basta essere agili, anche perché la terra rimane sempre la stessa. Molta confusione sotto il cielo, tutto bene quindi, un romanzo crudo, suggestivo e mordace, stappatevi una birra e ascoltatevi Willy DeVille periodo New Orleans.

MAURO ZAMBELLINI   4 luglio 2023


lunedì 19 giugno 2023

JOHN MELLENCAMP Orpheus Descending


 

 

L’invecchiamento e la morte sono diventati temi ricorrenti nel rock, mai come oggi. La longevità artistica di molti autori permette tale riflessione dopo che nel passato molti di quelli che avevano inventato la cultura rock se ne sono andati prematuramente o avevano abbandonato il campo. Per fortuna c’è tutta una generazione che è rimasta, è sopravvissuta, ha resistito al tempo e ai cambiamenti ed è diventata anziana con lo stesso rock n’roll. Cosi abbiamo artisti che raccontano il loro percorso dall’età della gloria giovanile a quella senile, mi vengono in mente i più noti, Eric Clapton, Bob Dylan, Van Morrison, Paul McCartney, Bruce Springsteen e appunto John Mellencamp che nella sua carriera ha attraversato tutte le tappe, dall’euforia giovanile di American Fool al canto di protesta di Scarecrow,  dagli Stones di Uh-Uh alle celtic roots di The Lonesome Jubilee, dalla pura e quadrata essenza rock di Whenever We Wanted al Woody Guthrie di Trouble No More fino al rauco, dimesso, country-folk blues degli ultimi album, compreso il recentissimo Strictly A One-Eyed Jack, parente stretto del nuovo Orpheus Descending. Il rischio di affrontare un tema così insidioso come quello dell’invecchiamento è cadere nella tristezza fine a sé stessa, in un tedio asfissiante, nell’autocommiserazione o al contrario nella glorificazione di sé e del proprio passato. John Mellencamp evita il tranello senza barare, senza truccare le carte, senza esibire un artefatto giovanilismo, piuttosto incastra tale tema su una osservazione ancora vivida, critica, amara ma capace di infondere forza e resistenza, della realtà  che lo circonda, in particolare quella del suo paese. Cosi attraverso undici canzoni di alto livello compositivo e sonoro risulta si essere saggio come lo può essere un settantenne ma che ancora cammina sull’altra parte della strada, quella parte che non è  mainstream e nemmeno il muscolare rock adulto di tanti veterani di questa musica. John Mellencamp è invecchiato bene nella sua musica e nella sua sensibilità sociale, pur con una voce incatramata da migliaia di sigarette che lo fanno assomigliare oggi più a Tom Waits che all’amico di Jack and Diane. Orpheus Descending è un disco maturo, emozionante, caldo e profondo fatto di ballate malinconiche dove è il ripensare alla vita che è trascorsa ( cercherò di fare del mio meglio nella vita che rimane suggerisce  nella conclusiva Backbone) il motivo ispirante, di polveroso folk-rock sullo stato delle cose ( nella terra dei cosi detti liberi non ci sono eroi da nessuna parte canta in The So-Called Free) ma anche di gagliardi colpi rock decisi e ben assestati dove si ascolta con piacere il suono della National resofonica (il fido Andy York) ed il ritorno del violino di Lisa Germano. Orpheus Descending suona come un atto di resistenza, nella ricerca di un bagliore di luce e speranza, anche se il mondo è andato nella direzione opposta di come si desiderava. C’è’ sempre un fottuto modo per reagire indica la canzone titolo, Mellencamp nonostante tutto mantiene il suo ottimismo, per quanto doloroso possa sembrare e offre con la sua musica un grido di battaglia lungo la strada. Senza fare sconti a nessuno, come l’inizio crudo e diretto dell’album suggerisce. Hey God sul tema della violenza delle armi in Usa è una rock song dal ritmo conciso ed insistente, sibila il violino di Lisa Germano e Mellencamp, per stare in tema, mostra le sue cartucce da sparare. La seguente The Eyes of Portland è commovente e non potrebbe essere diversamente, l’incontro con una senzatetto pone sul piatto il problema della povertà e dell’esclusione. La slide, la voce waitsiana e l’arrangiamento paiono sottolineare le ingiustizie di un mondo siffatto con un afflato che sta tra Steve Earle e il blues antico. Ancora la National blueseggia in The So-Called Free ma il ritmo meno metronomico è dinamico ed in levare, con la linea di organo che infonde sapori di Muscle Shoals. Voce gutturale e arpeggi di chitarra la portano nelle strade del Sud. The Kindness of Lovers,  Perfect World e Understated Reverence adottano un tono più dimesso ed intimista, il violino suona funereo nella prima, il brano più cupo del lotto, c’è tanto Dylan nella seconda, accompagnato dall’armonica e  dall’Hammond, un elegiaco pianoforte (ed il violino) regalano dolcezza alla terza come se fosse il Mellencamp di Big Daddy. Ma l’urgenza non è dissolta anche se il disco conserva un suono uniforme che a molti parrà ripetitivo, come è successo in anni recenti,  One More Tick attraverso ritmi scomposti che era dai tempi di Mr.Happy Go Lucky che non si sentivano crea un ardito gioco tra latin, blues e rock, e la canzone titolo esibisce la scioltezza e l’appeal di quel pezzo da novanta che era Freedom’s Road. Forse il brano che meglio sintetizza tutto l’album è la lunga ballata Lighting and Luck dove il racconto di Mellencamp ci prende per mano e nel verso usa quello che hai per ottenere ciò che vuoi confida che le cose possono cambiare se le persone sono disposte ad impegnarsi. Ancora il violino di Lisa Germano, le chitarre baritonali, le voci femminili ed un John Mellencamp con la voce sgraziata dal tabacco e dal tempo ma in grado di tenerci ancora attaccati a lui, alla sua musica, al messaggio di chi è rimasto un outsider.

MAURO ZAMBELLINI     GIUGNO 2023

mercoledì 31 maggio 2023

GOV'T MULE Peace......Like a River

 

Registrato durante le sedute di Heavy Load Blues presso The Power Station nel New England con il produttore John Paterno (Elvis Costello, Los Lobos, Bonnie Raitt)che ha affiancato Warren Haynes, i due dischi sono però stati realizzati in sale diverse senza usare le stesse apparecchiature. Peace....Like A River è un potente album di rock che non sfigura nella discografia in studio dei Gov’t Mule per varietà ed ampiezza espressiva. Dodicesimo album della loro collezione ( senza contare i numerosi live) ribalta un po’ l’idea generale venutasi a creare nel tempo che i Muli siano sostanzialmente una band live bravissima nelle cover ma piuttosto debole nello scrivere in proprio e nel lavoro in studio. Peace…..Like A River respinge questo punto di vista attraverso tredici tracce, ma ce ne sono altre cinque contenute nell’Ep Time of The Signs che accompagna il CD, che oltre a fornire ottimo materiale da sviluppare nelle performance dal vivo, mostra quanto sia sfaccettata la musica dei Muli oggi, non riducendosi solo al lato più imponente e granitico. Certo, anche qui i Muli si confermano una potente macchina da guerra con un impianto tecnico e strumentale da paura, a cominciare dal bassista Jorgen Carlsson cresciuto in maniera vertiginosa negli anni e dal lavoro non più solo  riempitivo del tastierista Danny Louis, per non dire del drumming quadrato e killer di Matt Abts e di Warren Haynes, per il quale ormai sono stati consumati tutti gli aggettivi sia per quanto riguarda la chitarra che il modo di cantare, ma Peace….Like A River è anche un disco di canzoni una diversa dall’altra dove non mancano fantasia, arrangiamenti di fiati, echi di rock, soul, blues e jazz dell’epoca d’oro, melodie e armonie vocali degne di un ottimo songwriting. Ne viene fuori uno stile compositivo il più possibile conciso che coesiste con le sortite solistiche individuali, brani che rimangono compatti pur lasciando spazio alle divagazioni strumentali. Muscoli e cuore, potenza e romanticismo, Peace….Like A River a livello tematico affronta gli eventi che hanno investito il mondo in anni recenti a cominciare da pandemia e guerre, per chi scrive è un ottimo compromesso tra songriwiting e suono. La presenza di alcuni invitati aggiunge brillantezza al quadro generale, se Same As It Ever Was è l’apertura classica che ti aspetti da un disco dei Muli, con l’alternanza di pause e frustate sonore che ti portano sulle montagne russe del loro rock-blues fino al dirottamento finale tenuto saldamente in mano dalla chitarra di Haynes e dall’organo di Louis, l’arcigno funky-blues Shake Our Way Out dà modo a Billy Gibbons di inscenare quel power-sound da trio tipico degli ZZ Top dove basso e batteria sono una vera deflagrazione tellurica. Granitico, duro, possente, è uno degli episodi di continuità coi Gov’t Mule delle origini. Di diversa ambientazione è Dreaming Out Loud scritta da Haynes citando discorsi di Martin Luther King , John e Robert Kennedy, Danny Louis col piano elettrico costruisce il terreno ritmico dove si innesta una elegante sezione fiati mentre gli interventi vocali di Ivan Neville e della blueswoman Ruthie Foster accompagnano Warren Haynes in quello che sembra un numero di revue R&B da grande orchestra. Un’altra cantante fa la comparsa nel disco, l’ emergente Celisse Henderson si infila nelle note della lenta e bluesata Just Across The River, ennesimo titolo che usa il fiume come metafora, al contrario il talkin’oscuro e deep south di Billy Bob Thornton caratterizza The River Only Flows One Way, brano che scorre sulle dinamiche di un reggae visionario, dubbato e ipnotico con tanto di sezione fiati nel rispondere alla sezione ritmica. Se questo è il banchetto con gli invitati, il resto non è certo un menù da ospedale. After The Storm mischia Santana e jazz-rock di primissimo taglio che lascia spazio all’Hammond di Louis di giganteggiare e a basso e batteria di creare un groove sornione ed irresistibile, gli sporadici interventi di Haynes con la chitarra sono schizzi da grande illustratore. Long Time Coming sembra studiato apposta sulle sonorità tra jazz, blues orchestrale e rock dell’omonimo album degli Electric Flag, Gone Too Long si sviluppa come una ballata appassionata dai risvolti romantici e l’ assolo di Haynes è da antologia , Made My Peace è piacere assoluto per le orecchie,  Head Full of Thunder e  Peace I Need sono scuola per bassisti e batteristi.



Ad un album di per sé già piuttosto lungo, si aggiungono nell’edizione in CD le cinque tracce dell’Ep. Vale la pena citare la tesa e jazzata Stumblebum, Time Stands Still colorata dal coro femminile e dal funambolismo delle tastiere, i toni scuri, sibilanti e notturni di Blue, Blue Wind con tanto di tromba che imita Miles Davis e The River Only Flows One Way questa volta cantata dallo stesso Haynes.

Senza i Gov’t Mule il rock non avrebbe più quella avventurosa attitudine alla sperimentazione che fu di grandi band del passato, Allman e Dead in primis, detto questo non resta che alzare il volume e sedersi sulla riva guardando scorrere Peace….Like A River.

 

 

MAURO ZAMBELLINI     MAGGIO 2023

 

 

lunedì 1 maggio 2023

ANGELO leadbelly ROSSI it don't always matter how good you play

 



Parco di registrazioni in studio, tre album a suo nome di cui l’ultimo nel 2006 ed uno come Nerves & Muscles del 2012, ma ricco di esibizioni live, Angelo Leadbelly Rossi torna con un disco che può considerarsi il punto climax della sua carriera, un lavoro che racchiude tutte le anime e gli spiriti della sua musica. Non solo blues difatti, perché in It Don’t Always Matter How Good You Play, titolo che esemplifica la filosofia dell’autore ovvero non sempre importa quanto tu suoni bene perché è da sempre il feeling che fa la differenza, ci sono elementi che sconfinano nel rock dei settanta, nel jazz, nella psichedelia, nell’ indie-folk, nelle jam band, idiomi tenuti insieme da una performance vocale che sembra buttata lì quasi per caso, svogliata e dolente ed invece è il viatico di una dimensione sonora profonda, intensa, genuina. Il groove è da sempre alla base del gesto di Rossi, lontano da narcisismi e leziosità ma piuttosto portato a creare una sorta di trance ipnotico che ammalia e seduce l’ascoltatore, qui punteggiato dai sublimi interventi della chitarra elettrica di Roberto Luti, le cui frasi impreziosiscono un sound  che non abbandona mai l’atmosfera di un down-home blues che rumoreggia naturale e vitale. Accanto ai due c’è l’attenta sezione ritmica di Simone Luti (basso) ed Enrico Cecconi (batteria), insieme hanno trascorso tre giorni nel gennaio del 2021 al Gianbona Lab di Livorno registrando dal vivo l’album, apportando solo minime variazioni. Il risultato è un lavoro sfaccettato che possiede però una tematica sonora riconoscibile,  ripetuta nelle otto tracce concedendo ad ognuna di queste una sua personalità, a cominciare dalla lenta Desperate People cantata in un talkin’ malinconico e desolato, con Luti abile ad insaporirla con le sue nervose frasi di chitarra. Nell’ipnosi ritmica di Wait a Little Longer More Rossi canta con un fremito di rabbia dentro un decor sonoro che pare arrivare direttamente dalle colline a Nord del Mississippi portandosi appresso invitati quali Fred McDowell, Junior Kimbrough e Luther Dickinson. Splendido il lavoro di Luti. Who Gonna Remember What? incede ossessivo, la voce leggermente roca di Rossi evoca Jim Morrison, la sua chitarra e la sezione ritmica impongono il drive mentre Luti apre, chiude, svolazza, graffia e ci mette un pizzico dei Grateful Dead dell’era PigPen. Sono invece i Fleetwood Mac di Peter Green che si affacciano nell’apertura di Old Memories Sound Good To Me dove Rossi sceglie di cantare come un crooner country che cerca di convincere una sua vecchia fiamma a ricordarsi di quanto bene stavano insieme. Il momento delle dolcezze si chiude quando parte Get me outta here! uno dei brani topici del disco. L’insistente invocazione del suo cuore pronto per il Signore marcia di pari passo con il groove contagioso creato da Rossi che qui usa la voce come uno strumento schiamazzando un po’, la sezione ritmica è un metronomo e Luti dipinge blues come fosse un pittore impressionista. How Long Will It Take è Rossi-style al 100%, inizio lento e quasi sognante con la chitarra elettrica che ricama, il talkin’ ipnotico, ancora Luti che estrae magie dallo strumento tra Bloomfield e Peter Green, un blues etereo che si infila nel cosmo senza esaltazioni e assoli fini a sé stessi ma estremamente coinvolgente. Più terrea è Swinging Seventies, Rossi brontola blues con rabbia, non c’è nostalgia ma determinazione, un organo rubato a quella decade entra a dare manforte alla quadrata sezione ritmica e lascia il segno, Luti cesella e Leadbelly gli fa da spalla. La conclusiva Grateful Be Here parte sorniona e addormentata ma poi si trasforma in una vera jam dove si sentono i Dead, gli Allman, le super session e soprattutto questo quartetto capace di espandere i confini del blues verso qualcosa di progressivo ed “in divenire” senza perdere la melodia e i rustici sapori roots. It Don’t Always Matter How Good You Play è un disco dove il blues è più un attitudine che un numero di battute, ed è la tangibile dimostrazione del sound posseduto da Angelo Leabelly Rossi improntato al lessi is better ma ugualmente stravagante, ipnotico, appassionato. Grande ritorno.



MAURO  ZAMBELLINI 

domenica 9 aprile 2023

MUSICA una storia sovversiva TED GIOIA




 

Tutti gli appassionati di musica dovrebbero leggere questo affascinante e dettagliato trattato con cui Ted Gioia, critico jazz e storico della musica americana, intraprende una straordinaria operazione di rovesciamento intellettuale rivendicando il peso giocato in ogni importante innovazione musicale da tutti coloro che sono ai margini della società. Ecco spiegato il sottotitolo, Una storia sovversiva , lunga quattromila anni, dal suono del vento quando ancora l’uomo non era comparso sulla terra fino alle innovazioni tecnologiche e alle neuroscienze del nuovo millennio, passando dai primi strumenti recuperati dai corni degli animali o dall’arco dei cacciatori, dalla Grecia antica e la Roma Imperiale, dal Medioevo ed il Rinascimento, dai primi trovatori, dalla diaspora africana, dal blues, dal jazz, dal rock n’roll, dal punk, dal grunge, dal hip-hop e la techno. Con una scrittura affilata e colta ma scorrevole, l’autore si addentra in tutti gli aspetti della Musica mettendone in evidenza aspetti poco noti, come per esempio il fatto che per lungo tempo le percussioni furono prerogativa solo femminile, finché il loro uso in campo militare non divenne prevalente, oppure di quanto la Chiesa osteggiò e bandì la polifonia perché anticamera del trance, oppure della lira che, in quanto strumento ben accordato, promuoveva l’armonia e l’ordine sociale, mentre il flauto sfruttando il fiato umano per i suoni strazianti fu istigatore pericoloso di passione ed estasi. Ted Gioia, come conseguenza di un capillare ed approfondito lavoro di ricerca, ci racconta come avveniva la trasmissione dei canti tra gli antichi aedi greci, e del perché i trovatori francesi medioevali nella loro ispirazione e nel loro stile fossero debitori dei girovaghi ispano-arabi. Ma anche come la musica nell’antichità agisse come gesto propiziatorio, celebrazione della sessualità e base della prosperità e di quanto le canzoni siano state alla radice di quella che oggi si chiama psicologia , in parole povere un modo per celebrare le emozioni e gli atteggiamenti privati, molto prima che la vita interiore fosse giudicata degna di rispetto in altre sfere della società e nei luoghi del potere ecclesiastico. Divertente  la parte riguardante  Bach, Mozart e Beethoven inconsapevolmente sovversivi,  la citazione da Tracce di Rossetto  di Greil Marcus per i possibili  collegamenti tra l’eresia catara nella Francia medioevale ed il punk-rock oppure le credenze, alimentate dal potere religioso, per cui i bardi e gli artisti itineranti venivano accusati di stregoneria tanto che il demonio assumeva le fattezze di un menestrello. E ancora gli schiavi e i loro discendenti che hanno continuamente reinventato la musica, dal ragtime al blues, dal jazz al R&B, e infine soul, rap, hip, hop, perfino le origini della musica country nel Neolitico e il rito sacrificale nel rock n’roll con gli amplificatori devastati dai Who, la chitarra incendiata da Hendrix, Altamont e Sid Vicious.

La tesi di Ted Gioia afferma la musica come agente del cambiamento nella vita umana, un motore di trasformazioni e magie che nei secoli ha dovuto farsi strada tra ostacoli, superstizioni, divieti. Nei  secoli, scrive l’autore, la libertà di canto è stata importante quanto la libertà di parola, e spesso assai più controversa, temuta per via dell’intrinseco potere di persuasione. Le canzoni incarnano  frequentemente nuove idee pericolose molto prima che qualsiasi politicante sia disposto ad esternarle e per tale motivo re, potenti, autocrati, tecnocrati e leader religiosi tendono a delegittimare le innovazioni musicali, congelarle, omologarle e assorbirne le spinte,  trasformando le forme primarie e originarie. Dimostrazione di ciò che accade oggi, dove potenti interessi economici vogliono la musica limitata alle forme più prevedibili dell’industria dello spettacolo, sempre più incarnate da algoritmi che promettono di rimuovere ogni difficoltà e ostacolo al consumo musicale anche se sacche di resistenza insistono ad usare la musica in modi inattesi e disordinati. La diversità, secondo Gioia, favorisce l’innovazione  e le esperienze musicali più intense vanno cercate tra gli emarginati, tra schiavi e forestieri, più che nella classe dirigente che invece ha tutto l’interesse nell’ omogeneizzarle tanto che, come spesso è accaduto, il ribelle è diventato mainstream. Le istituzioni e le imprese non creano innovazioni musicali, si limitano a riconoscerle a posteriori e a farle proprie. La musica, secondo il trattato di Gioia, è sempre stata collegata al sesso e alla violenza, i primi strumenti grondavano sangue, le prime canzoni  promuovevano la fertilità, la caccia, la guerra e i più grossi cambiamenti musicali sono affiorati in città portuali come Liverpool e Amburgo e in città malsane come Deir-El Medina e New Orleans. Ma le canzoni possiedono ancora la magia e trasmettono amore, non hanno età e sfidano le barriere tra generazioni. Musica- Una storia sovversiva  è un libro avvincente che non finisce di sorprendere e meravigliare e non tralascia nulla, dalla musica gregoriana a Beethoven, dal Canto dei Cantici a Lesbo,  dallo Shijing a Scott Joplin, da Duke Ellington a Robert Johnson, da Miles Davis a Elvis Presley, da Marvin Gaye ai Beatles, dai Doors  ai Sex Pistols,  da Kurt Cobain al South Bronx, dai festival pop ai rave (le ultimissime dimostrazioni del potere della musica come accesso al trascendente e agli stati alterati della coscienza), da Napster al K-pop, dall’Auto Tune a Spotify. Senza scordarsi come suggerisce Ted Gioia che “quando cantiamo l’ormone ossitocina immesso in circolo con un messaggio partito dall’ipotalamo ci fa provare un legame emotivo con chi appartiene al nostro gruppo, ecco perché gli stati hanno l’inno nazionale e i tifosi cantano l’inno della propria squadra. Ma l’ossicitina è anche l’ormone dell’amore e delle coccole, salta fuori in situazioni di stress e può spedire la gente in trincea o ad una protesta di piazza”.

La musica intrattiene ma non può mai essere ridotta ad un intrattenimento, quattrocento pagine dense, corpose, che esaltano il potere rivoluzionario della musica, la sua funzione sociale e di benessere individuale. Libro documentatissimo, coinvolgente, istruttivo, visionario e godurioso. Un capolavoro.

MAURO ZAMBELLINI    EASTER 2023

martedì 21 marzo 2023

EVASIO MURARO Non rientro Fragile Dischi



 

Scrivo raramente di artisti che cantano in italiano ma questa volta non rispetto tale regola perché conosco l’intero percorso di Evasio Muraro, da quando militava nel Settore Out, l’unica reale blue collar band esistita nel panorama nostrano, fino alla sua scelta di fare dischi a suo nome, rivelandosi un songwriter alla continua ricerca di paesaggi sonori inusuali e liriche scomposte e frammentarie atte più a porre domande che dare risposte. Con Non Rientro Evasio Muraro ha finalmente realizzato il disco che gli rende giustizia in termini di un pop d’autore autenticamente italiano che  rifugge i modelli anglosassoni più conosciuti da cui in genere attingono coloro che, provenendo dal rock, alle nostre latitudini fanno della canzone d’autore. Difficile trovare parenti nella poetica sonora di Non Rientro a meno di non fare un salto all’indietro negli anni settanta quando alcuni artisti della Cramps, in primis Finardi e Camerini, esploravano un linguaggio autonomo dai modelli stranieri per esprimere la loro inquietudine, le loro speranze, i loro slanci. Non Rientro non è un disco rock se non nell’attitudine perché qui la strada è quella di un equilibrio tra suoni elettroacustici (la voce e la chitarra acustica di Muraro intrecciate con le tastiere, le chitarre elettriche e i ritmi di Fidel Fogaroli) e melodie, un matrimonio riuscito anche quando, è il caso di Mi Fermo qui (Rosepine),le dissonanze elettriche sembrano minare l’apparente concept del disco. Basta aspettare un attimo, e la serenità folkie di Tenera nella sua scarna purezza con l’unica interferenza della  pioggia, rimette le cose a posto. E’ il momento più tradizionalmente cantautorale del disco che svanisce quando la voce baritonale di Evasio e le suggestioni ancestrali costruite con percussioni e tastiere, di Una cosa venuta dal mare, riportino il disco in quella landa  visionaria di schizzi acustici, elettronica e voci rapite che è il suo tratto caratteristico. Ispirata dalla melodia di The Lover Of Beirut di Anouar Brahem è un grido di dolore, senza un filo di retorica, per quello che sta avvenendo, da anni, nel Mediterraneo.



Il disco parte con la canzone che ne dà il titolo ed è un riallacciarsi all’essenzialità del lavoro precedente, O Tutto o l’Amore, anche se qui tra punteggiature elettroniche ed un vago ritmo tribale, la sensazione è di trovare un personaggio ormai convinto che l’unica soluzione per vivere è rimanere fuori dal contesto che ci circonda. Lirica ed ispirata è il biglietto da visita di un album che si sviluppa in forme ogni volta diverse e fluttuanti. Dal senso cosmico di Non Rientro si passa alla sincopata e nervosa Stazioni con un crudo innesto free che ricorda il lavoro che Nels Cline fa con Wilco, più melodiosa è Stupido film canzone che cita inconsapevolmente, in un frangente, il Lucio Battisti di  Io Vivrò senza  te e si traduce in un malinconico quadretto di  vita domestica spezzata, con la marea dentro il cuore ed il freddo che sale sapendo già di aver perso la persona amata. Bellissimo l’arrangiamento sonoro creato da Fidel Fogaroli, musicista che da anni collabora con Muraro e nel cui home studio è stato registrato Non Rientro.  Solo potrebbe essere il singolo estratto dall’album, per la carica ritmica ed il refrain contagioso, uno pseudo-rap costruito sul drumming elettronico e su un ritornello che si fissa immediatamente nella testa nonostante il pigro non sappia dare senso alle emozioni. Qualcosa di Ivan Graziani affiora dalla struttura melodica, il finale viene scarabocchiato di nuovo alla maniera di Nels Cline. L’episodio più candidamente pop è Lei, lei, leggera, indolore ma  non banale, come tutto il disco, punto climax di un cantautore che merita ben altro che il circuito underground. Non Rientro di Evasio Muraro è pop per cosmonauti in cerca di altri suoni e altri mondi.

 

MAURO ZAMBELLINI MARZO 2023    


martedì 7 marzo 2023

GARY ROBERT ROSSINGTON 1951-2023


 

Affetto da tempo da seri problemi cardiaci, il 5 marzo se ne è andato l’ultimo rimasto degli originali Lynyrd Skynyrd, Gary Rossington, chitarrista formidabile e fondatore con Ronnie Van Zant, Albert Collins e Bob Burns della più popolare formazione southern rock esistita ( considerato che gli Allman Brothers si sono sempre e solo reputati una blues band). La saga della band di Jacksonville è così arrivata al capolinea anche se probabilmente il brand sarà usato per continuare una leggenda che ormai non è più la stessa. Nato il 4 dicembre 1951 a Jacksonville, Gary Robert Rossington partecipò alla realizzazione dei migliori dischi dei Lynyrd Skynyrd divenendo uno degli elementi cardini della band,  lasciando la firma in brani epocali come Simple Man, Down South Jukin’, I Ain’t The One, Gimme Back My Bullets, Sweet Home Alabama  e facendo da fulcro a quella irresistibile guitar army che lo vide protagonista con Albert Collins, Ed King, Steve Gaines prima ed in anni seguenti con Hughie Thomasson e Rickey Medlocke. Se la prima fase della band, con l’indimenticabile cantante  Ronnie Van Zant  è quella che si ricorda con più affetto, vessillo delle “cattive maniere” del southern rock con una musica aspra e corrosiva, fatta di riff sporchi e brucianti e di canzoni che non facevano mistero dell’ identità sudista, spesso rivendicata con le lodi all’whiskey, le risse al bar, l’atteggiamento ribelle del “vivi di corsa, lavora duro, muori giovane”,  e con live act capaci di rivaleggiare con i più titolati Rolling Stones, Who, Led Zeppelin,  non va dimenticata la fase post-reunion del 1987 con Rossington ancora protagonista. Tantomeno il resto della  sua carriera. Linea di separazione è il tragico incidente aereo che falcidiò la band di Jacksonville causando la morte di Ronnie Van Zant, Steve Gaines e sua sorella Cassie, lasciando pesanti conseguenze anche in Gary con braccia, gambe e bacino rotti e stomaco e fegato perforati.


 Quel nefasto 20 ottobre 1977 è una delle date che tutti gli amanti del southern rock ricordano bene, la fine dei glory days di quell’idioma musicale che tanto fece per il Sud-Est degli Stati Uniti (gli Allman si erano momentaneamente sciolti proprio in quei giorni) sdoganando un luogo geografico che si pensava  ostaggio di una sottocultura razzista e reazionaria, e grazie a quell’esperienza musicale  legittimato in termini di un innocente quanto sentito  spirito di comunità e appartenenza. Come ogni novella sudista che si rispetti, sia la storia dei Lynyrd Skynyrd che quella degli Allman hanno subito la mannaia della maledizione con morti, incidenti e drammi oltre che cadute rovinose a base di alcol e droga, ma resistono nella memoria collettiva del rock come epopee artistiche ed umane dal respiro epico, imprescindibili nella cultura americana di strada. Quella palude del Mississippi  inghiottì non solo un aereo con a bordo dei musicisti ma un intero sogno ed una grande esperienza musicale, nonostante la caparbia, la tenacia, la passione e  pure la convenienza economica di ribelli confederati  permise che dopo la morte e gli anni bui ci potesse essere se non una rinascita almeno un nuovo capitolo. Alla fine degli anni ottanta, quasi in contemporanea di un altro lutto, quello di Allen Collins, i Lynyrd Skynyrd tornarono in pista proprio grazie alla volontà di Rossington, con il nuovo cantante Johnny Van Zant, fratello minore di Ronnie, per un’altra cavalcata  durata fino ai giorni nostri. Prima che il Lynyrd Skynyrd Tribute Tour 1987 rimettesse insieme i cocci con Johnny Van Zant, il redivivo Ed King, Leon Wilkeson, Artimus Pyle, Billy Powell, Randall Hall e appunto Rossington, quest’ultimo si era leccato le ferite inventandosi con la futura moglie Dale Krantz una formazione sul modello dei vecchi Lynyrd.  Niente di sorprendente per chi bazzica quei suoni ma uno scatto di orgoglio contro il destino avverso nel segno di una comunità improntata alla condivisione perché insieme a Gary scesero in campo i sopravvissuti Skynyrd ovvero  Allen Collins, da qui il nome di Rossington Collins Band, il pianista Bill Powell e il bassista Leon Wilkeson,  oltre al batterista Derek Hess e al chitarrista Barry Lee Harwood.. Dischi più che dignitosi come Anytime, Anyplace, Anywhere del 1980 e This Is The Way dell’anno seguente, fino a quando la moglie di Collins,  Katy Johns muore per emorragia cerebrale durante un parto e la storia si ripete. Attorniato da tanta negatività, Rossington sente il bisogno di allentare i legami con l’ingombrante eredità del passato e crea con la moglie una band a suo nome reclutando musicisti estranei all’universo Lynyrd e virando con due album per la MCA verso un Adult Oriented Rock radiofonico con punte di hard-rock.  Dal 1987 sarà di nuovo in forza ai rinati Lynyrd Skynyrd lasciando il segno con la Gibson Les Paul del 1959 acquistata da una donna il cui fidanzato l’aveva abbandonata dimenticandosi della chitarra,  ed impreziosendo di blues il suono della band. Doveroso riguardare i tanti filmati live in circolazione, sia con la formazione originale che con quella del post-reunion quando fattosi crescere ancora di più i capelli, col cappellaccio ed una lunga palandrana scura Rossington pareva uscito da un film western nei panni di un fuorilegge di qualche banda dedita al furto di cavalli. Memorabili i suoi assolo con l’inseparabile Les Paul in Call Me The Breeze, in Swamp Music  ed in That Smell, magnifica canzone scritta da Ronnie Van Zant e Albert Collins per l’album Street Survivors  pare indirizzata allo stesso Rossington andato a sbattere con la sua Ford Torino contro una quercia sotto l’effetto di alcol e droga. Come memorabile è il suo apporto nella kilometrica Freebird dedicata a Duane Allman  perché è vero che l’assolo lancinante lo faceva la Gibson Explorer di Collins prima e Medlocke poi, ma chi preparava la pista di lancio era Rossington che con la Gibson SG  “slidava” affinché la canzone si liberasse di lì a poco in uno spazio e in altezze in quel periodo consentite solo a Stairway To Heaven dei Led Zep. 



Gary Rossington è stato un grande chitarrista ed uno dei simboli del southern rock, oggi ne piangiamo la scomparsa ma il suo tocco e la sua Simple Man rimarranno per sempre.

MAURO  ZAMBELLINI    MARZO 2023