giovedì 1 marzo 2018

TOM WAITS : the magnificent seven


Anche se non sono realmente i magnifici sette di Tom Waits perché Rain Dogs e Mule Variations sono lavori indimenticabili, i primi sette dischi di Tom Waits realizzati per la Asylum, da Closing Time a Heartattack And Vine, ci ripropongono un artista che si è fatto conoscere come un Bukowski lirico perso tra blues, jazz, alcol, sigarette, prostitute, balordi e ubriachi sotto la luna. Il cuore del sabato sera su un asfalto umido di pioggia e di piscio a Los Angeles, lercio e romantico, crudo e surreale, come lo strampalato The Piano Has Been Drinking, dolce e vizioso come il triangolo d’oro consumato con Chuck E. Weiss e Rickie Lee Jones al Tropicana Motor Hotel in quelle notti lunghe un sogno.

 

1973: Closing Time


Bisogna aspettare il 1973 per avere il primo album di Tom Waits, Closing Time, dopo che l’artista di Pomona si era fatto conoscere  in un club di San Diego, The Heritage, esibendosi per pochi dollari a sera. Trasferitosi a Los Angeles frequenta il tempio sacro dei songwriters della città, il Troubadour,  presentandosi come folk-singer amante di  Dylan e vecchi bluesmen. Alcune sue composizioni del periodo finiscono nei suoi primi album, in particolare Ice Cream Man, Virginia Avenue, I Hope That I Don’t Fall In Love With You e la fortunata Ol’55, registrata dagli Eagles. In una delle performance al Troubadour viene notato da Herb Cohen, manager e discografico che gli fa registrare alcuni demo col produttore Robert Duffey,  anni più tardi pubblicati nell’album The Early Years. Il colpo di fortuna avviene quando David Geffen lo sente cantare Grapefuit Moon nello stesso club, un mese dopo sul tavolo c'è il contratto con la Asylum.  Waits viene affiancato dal produttore Jerry Yester, ex membro dei Lovin’ Spoonful e da un team di musicisti tra cui il batterista John Seiter, i chitarristi Peter Klimes e Shep Cooke e il trombettista Tony Terran. Jerry Yester lo indirizza verso  un disco di orientamento folk ma Tom Waits è alla ricerca di qualcosa più vicino al jazz e così obbliga Yester ad ingaggiare il contrabbassista jazz Bill Plummer che però nella registrazione finale di Closing Time sarà  sostituito da Ami Engilsson. Waits e Yester vogliono registrare di notte per tradurre meglio la particolare atmosfera delle canzoni, non così lontane dallo stile crooner e da certo blues pianistico ma le esigenze dello studio (Sunset Sound di Hollywood) costringono i musicisti a lavorare secondo un canonico dalle 9 del mattino alle 5 di sera. In una decina di giorni il disco è pronto, anche se sono necessarie ulteriori sedute al United Western Recordings per riarrangiare alcuni brani.  Jerry Yester ne è entusiasta, per suo volere vengono aggiunte delle orchestrazioni in Martha e Grapefuit Moon, a marzo del 1973 Closing Time è nei negozi. Comparato agli altri dischi di Waits, Closing Time è un disco fin troppo morbido ed educato, da songwriter classico, melodie sofisticate create col pianoforte sono talvolta accompagnate da una tromba così da rendere palpabile il feeling jazzy dell'artista. Le tinte bluastre delle canzoni spargono una malinconia alla Randy Newman, il tono è crepuscolare, la riconosciuta irriverenza dell'artista è ancora in embrione ed affidata alla singhiozzante Ice Cream Man mentre Ol’55 e Old Shoes mettono strade e fughe in macchina nella poetica di Waits come fossero scampoli lasciati dietro di sé da Springsteen. 

1974: The Heart Of Saturday Night


Assieme ad Every Night About This Time di Dave Alvin questo è il miglior fotogramma della notte losangelena, un’ode ad un’America di soldati e marinai, di infimi bar e locali dove si fa lo striptease, di camionisti e puttane dal culo grosso che fanno gestacci alla luna. Con la voce piena di tabacco e whiskey ma col cuore invaso da  perdenti nemmeno troppo magnifici, Waits canta “il cuore del sabato notte” biascicando e recitando i versi ritmicamente contro basso e batteria in Diamonds On My Windshield e The Ghosts of Saturday Night. Tutto il disco trasuda di sudicio jazz da ora tardi, sporco di macchie di vino rosso e di serenate che dondolano sotto i lampioni come un ubriaco. E’ prosa sciolta e ritmata, per quel suo essere jazzy senza possederne i cliché, più per l’umore che per le regole sonore, per la florida immaginazione che sgorga dai solchi della notte, un turbinio emozionale perso in una Oldsmobile che sfreccia lungo il viale cercando il cuore di una città di vizio, peccato e miseria, un blues alcolico tenuto in piedi dal contrabbasso nervoso di Jim Hugarth, dagli sporadici colpi di sassofono di Tom Scott e dalla tromba di Oscar Brashear, sublime in Semi Suite, o dalla attenta e precisa batteria del povero Jim Gordon. E anche quando vengono usati gli archi, voluti dal produttore Bones Howe, le melodie non sono mai sdolcinate ma mantengono quelle sfumature di blu notte che imparentano questo album a In The Wee Small Hours di Frank Sinatra, due dischi analoghi anche nelle copertine. E poi c’è San Diego Serenade una ballata d’amore che andrebbe fatta leggere nelle scuole al posto di Leopardi. Difficile non rimanere incantati da The Heart Of Saturday Night, pur nel suo raccontare un’America di bassifondi e balordi. Fu il primo di Tom Waits che comprai, al tempo mi sembrò una rivelazione, non avevo mai sentito nessuno cantare e brontolare con così tanto sentimento e swing, altri ne furono in seguito contagiati e seguirono questo sghembo Bukowski del blues, mi vengono in mente A. J. Croce di That’s Me In The Bar, il  Bocephus King di A Small Good Thing , un certo Tom Gruning in Midnight Lullabye e naturalmente l’amico Chuck E. Weiss.

 

1975: Nighthawks At The Diner


Per il terzo album Tom Waits, aiutato dal produttore Bones Howe e dal manager Herb Cohen, allestisce un set dal vivo in studio invitando un po’ di amici e mettendo come apertura delle due serate (30 e 31 luglio 1975) lo striptease di Dewana, moglie di un taxista che aveva conosciuto nel sottobosco metropolitano. Una trovata adatta per introdurre settanta minuti di nuove canzoni dove le parti parlate sono più di quelle cantate, due facciate di talkin’ blues scorbutico e a ruota libera ma pure  lirico e spiritoso, cartolina di quel mondo notturno di bar,  birra calda e donne fredde da cui era uscito Tom Waits. Pare che Nighthawks At The Diner rimandi agli albori della sua carriera, quando prima di diventare musicista sbarcava il lunario come lavapiatti in una tavola calda e alla fine del turno di lavoro si piazzava al pianoforte del locale raccontando storie divertenti, tristi e strampalate intrattenendo i nottambuli che sempre in numero maggiore passavano ad ascoltarlo. Nighthawks at the Diner è un reading più che un concerto vero e proprio, ritmato da un combo squisitamente jazz dove spiccano il contrabbassista Jim Hughart e il batterista Bill Goodwin, già membro della band di Phil Woods, il valente sassofonista Pete Christlieb e il pianoforte di Mike Melvoin, rinomato arrangiatore jazz. Waits è il direttore d'orchestra, cantante, pianista ed in due brani anche chitarrista. Le liriche d’amore del primo album qui sfumano nell’ironia di Better Off Without A Wife, un’ode ai vantaggi dell'essere single, “ululare nelle notti di luna piena, dormire fino a mezzogiorno, andare a pesca senza chiedere il permesso” e nel quadretto umoristico di Emotional Weather Report. Il locale è denso di fumo, tintinnano i bicchieri, le risate sono grasse e Waits, sigaretta in bocca e voce roca è il crooner scapigliato inghiottito dal racconto di Spare Parts,  dai sette e passa minuti di Putnam County, dagli undici minuti di Nighthawk Postcards (From Easy Street) durante il quale offre la birra a quelli delle prime fila, “tanto è gratis, salvo pagarla all’uscita”. Il suo reading straccione,  jazzato fino al midollo ha gli scatti della prosa beat di Jack Kerouac e Tom Waits è lo stralunato cantastorie di un diner aperto tutta la notte uscito da un dipinto di Edward Hopper (stesso titolo). Scarno e ridotto all’osso ma meravigliosamente folle. Per il suo carattere colloquiale al tempo della sua pubblicazione l’album fu accolto piuttosto freddamente dal pubblico nostrano. Da rivalutare.

 

1976: Small Change

 

La voce di Tom Waits si fa ancora più roca in Small Change, un rantolo a cui le sigarette hanno regalato il catrame per asfaltare (in seguito sarà un latrato), un blues che sposa Howlin’ Wolf e Louis Armstrong, Raymond Chandler e Charles Bukowski. Basta appoggiare la puntina su Tom Traubert’s Blues per essere catapultati in un mondo dove “i fuggiaschi sostengono che le strade non sono più fatte per i sognatori ma per i sospetti di omicidio e i fantasmi che vendono ricordi”. E’ una canzone colossale, il frutto di un autore-poeta con un talento sovrumano, un pezzo il cui refrain è basato parola per parola su un brano australiano del 1890, Waltzing Matilda di A.B “Banjo” Paterson, anche se Waits dirà che la canzone è ispirata al suo incontro a Copenaghen con la cantante danese Mathilde Bondo. Il brano stabilisce il tono del disco, dalle continue citazioni di Jitterburg Boy (Marilyn Monroe, Rocky Marciano, Minnesota Fats, Louis Armstrong) alle taverne  di I Wish I Was in New Orleans, dalla surreale The Piano Has Been Drinking ad Invitation To The Blues, dal fegato a pezzi e il cuore infranto di Bad Liver and Broken Heart alla delirante parodia dei locali per striptease di Pasties & A G-String dove  “pasties" sono i lembi di stoffa per coprire i capezzoli e  “g-strings” i perizoma usati dalle spogliarelliste nei loro spettacoli. Candido, marcio e romantico allo stesso tempo, Small Change porta alla visione di tutti le doti di scrittura di un autore originale ed unico nel mondo del rock, capace di scovare i brillanti nella spazzatura e legittimare  una fauna dei marciapiedi senza nessuna necessità di salvezza. Pieno di alcol e a proprio agio con balordi, prostitute, bari, spacciatori, pervertiti e altre frattaglie umane, a Waits non manca certo l’umorismo, visionario in The Piano Has Been Drinking, sarcastico e autodistruttivo in Bad Liver and Broken Heart, e nemmeno l'ironia, come dimostra Step Right Up, uno scat sostenuto dal sassofono di Lew Tabacking e dal contrabbasso del fedele Jim Hughart, su cui scrive : “Se volete il testo della canzone spedite una foto e due mummolarie (?) morte, in busta affrancata, col proprio indirizzo a Tropicana Motor Hotel, Hollywood, California c/o Young Tom Waits”. Viene pubblicato nel 1976 ma siamo anni luce da Hotel California. Indimenticabile la copertina con Waits fotografato tra trucchi, spray e sigarette nel camerino della ballerina go-go Cassandra Paterno meglio conosciuta come Elvira, la padrona della notte.

 

1977: Foreign Affairs


 

L'album si apre con una struggente love song: “Muriel da quando hai lasciato la città i club hanno chiuso i battenti e c'è un lampione in più sulla via principale laggiù dove eravamo soliti passeggiare. Muriel frequento ancora gli stessi vecchi luoghi e tu mi segui ovunque vada, Muriel ti immagino un sabato notte in una sala giochi,  i capelli legati dietro la nuca e il diamante che scintilla nei tuoi occhi, è l'unico anello nuziale che ti comprerò, Muriel”. Immediatamente dopo, il romanticissimo duetto con Bette Midler in I Never Talk To The Strangers  traccia le coordinate di un album ancora più scarno e noir dei precedenti, un lavoro  punteggiato dagli interventi del sax e della tromba, unici punti di colore in un decor jazzistico in bianco e nero contraddistinto dalla voce mai così malinconica di Waits, dal suo pianoforte e dalla misurata sezione ritmica di Jim Hughart e Shelly Manne. Anche quando le dinamiche sembrano farsi più marcate, ed è il caso  della errabonda Jack & Neal, il cui titolo è un aperto riferimento a Jack Kerouac e Neal Cassady di Sulla strada, i suoni rimangono  dentro le pareti di un nightclub ormai vuoto, quando addirittura non scendono lacrime di commozione nella toccante A Sight for Sore Eyes, degna compagnia della Carmelita di Warren Zevon.  Il mistery cinematografico si fa strada in Potters’ Field, forte di un assolo di clarinetto da parte di Gene Cipriano, un cimitero dei poveri reso ancora più tetro dagli arrangiamenti orchestrali e dal parlottare cupo e allucinato di Waits.  Anticipa la grande drammaticità del finale di Burma Shave e il pezzo più imprevedibile del disco, il beat-jazz di Barber Shop. L’idea generale del disco è proprio quella di un film noir in b/n degli anni cinquanta e la copertina, opera del fotografo-ritrattista George Hurrell, ne sottolinea lo stile.  Waits è abbracciato nella penombra con Marsheila Cockrel, cassiera del Troubadour, la cui mano mostra anelli, una sigaretta ed un passaporto. La notte è regina e il crimine dietro l’angolo ma Tom Waits da istrione quale è sdrammatizza: “La mia identificazione con il poeta della notte? se vuoi sapere qualcosa a proposito della notte, appunto, chiedi a un poliziotto, a un paramedico, a un vigile del fuoco, ad un commesso del turno di notte, ad un ragazzo che consegna i giornali, ad un barista, una cameriera, il proprietario di un club. Loro sapranno dirti qualcosa. Chiedi a quelli che tolgono di mezzo i tuoi rifiuti. Oppure chiedi a quelli che tolgono di mezzo te”.

 

1978: Blue Valentine


 

Il percorso di Tom Waits da Closing Time fino ad Heartattack And Vine è di una naturalezza sorprendente, ogni disco, compreso il finto live,  è un piccolo scatto in avanti nel rappresentare un sottobosco che è l’America notturna e marginale, beona e vagabonda, malavitosa e sentimentale delle sue arruffate ballate, un’America di terz’ordine rievocata con vivido realismo e trasfigurazione a volte un po’ compiaciuta in canzoni di fangosa dolcezza e di swingante brutalità, che attingono al jazz, al blues luciferino di Howlin’ Wolf e Screamin’ Jay Hawkins, alla canzone americana più classica (Gershwin, Hoagy Carmichael, Frank Sinatra, Cole Porter), ai romanzi dell’hard-boiled californiano e agli scrittori della beat generation. Ma se è concesso indicare un punto climax di tale percorso questo è Blue Valentine, per chi scrive uno dei tre capolavori di tutta l'odissea waitsiana, assieme a Rain Dogs e Mule Variations. Bones Howe continua ad essere il produttore e la musica rimane un condensato di jazz e blues con il pianoforte e talvolta l'organo in evidenza anche se si affacciano le chitarre a svantaggio di sassofono e orchestra, ma la west side story qui assume toni epici. Un piccolo Cesare è sorpreso a scassinare una gioielleria (Red Shoes By The Drugstore), una ragazza scappata di casa incontra un tipo poco raccomandabile ed il dramma incombe ($29), il leader di una gang messicana dopo aver fatto fuori a coltellate uno sceriffo che gli ha ucciso il fratello va a morire in un cinema dove proiettano un gangster movie con James Cagney. Sgorga il sangue in una boheme al neon che Waits canta con spietato realismo, quasi fosse un bisogno esistenziale. Squallidi alberghetti (A Sweet Little Bullet From a Pretty Blue Gun), ghetti disastrati (Kentucky Avenue), paesaggi di una periferia senza speranza, amori pieni di rimorsi (la magnifica Blue Valentine), fughe senza fine e la bellissima Christmas Card from a Hooker in Mineapolis dove una puttana scrive dalla galera ad una sua vecchia fiamma inventandosi una vita normale senza alcol e droga, sposata con un suonatore di trombone, ma finendo con l’ammettere che ciò che gli serve sono i soldi per un avvocato che la faccia uscire il giorno di San Valentino, ostentano una solitudine che raramente il rock ha cantato con così tanta poesia e sentimento. Sublime, come il retro-copertina dove l’artista amoreggia in modo poco canonico con la sua musa del momento, Rickie Lee Jones.

 

1980: Heartattack And Vine


 

I primi sostanziali cambiamenti di quello che sarà il Tom Waits post-Asylum  si manifestano in Heartattack And Vine, un disco più incline al rock rispetto ai precedenti dove Waits suona prevalentemente la chitarra elettrica. Ancora prodotto da Bones Howe, orchestrato da Jerry Yester e registrato ad Hollywood, l’artista di Pomona fa appello ad un team di musicisti più ampio rispetto al passato,  c'è il batterista della band che lo segue on the road, Big John Thomassie di New Orleans, già con Freddie King, Dr. John e Bonnie Bramlett, c’è Ronnie Baron al piano e all'organo, anche lui di New Orleans, c'è Larry Taylor, ex Canned Heat, al basso e il chitarrista Roland Bautista. Dice Waits: “Lui  è cresciuto in Slauson Avenue, e per me ciò basta e avanza”. Il risultato è un disco che perde in eleganza jazzistica e acquista in ruggine rock/blues, la voce è meno incatramata ma le canzoni sono superbe, specie  ballate come Jersey Girl entrata a piena ragione nei live show di Bruce Springsteen, come la drammatica On The Nickel in cui Waits duetta con se stesso assumendo un tono rauco e cavernoso in contrasto a pause dolci e melodiche, come la triste Ruby’s Arms usata da Jean Luc Goddard nel suo film First Name: Carmen. La svolta è nell’aria, come disse all’epoca Tom Waits: “Ho smesso di fumare durante la registrazione del disco, forse il miglioramento della mia voce ha qualcosa a che vedere con quello. Ho provato a raggiungere un qualche livello di igiene personale e credo che il disco ne abbia risentito. Ho solo provato a darmi una ripulita, un po’, penso che aiuti, bevo solo vino, adesso, il mio preferito è lo chablis Carlo Rossi”. Non solo ballate, ci sono diverse tracce dal marcato sostegno ritmico che fanno presagire lo sferragliare metallurgico di un prossimo futuro, la canzone che dà il titolo all'album è un crudo rock/blues ripreso da uno dei suoi idoli, Screamin’ Jay Hawkins, Til The Money Runs Out apre la seconda facciata allo stesso modo e Downtown è un cadente jazz-blues giocato sul contrasto tra la chitarra elettrica di Waits ed il pregnante Hammond alla Jimmy Smith di Ronnie Barron. Ha detto Waits di Heartattack And Vine: “Come songwriter, passi attraverso stagioni diverse. Arrivato a questo punto, stavo imparando a scrivere più velocemente. Di solito, ero abituato a rimuginare sulle canzoni per mesi e mesi, la scrittura di Heartattack And Vine è stata molto più spontanea. E, per la prima volta ho lasciato che il batterista usasse le bacchette, invece delle spazzole. Intendo dire che continuavo a sentire tutto con il contrabbasso, una tromba con la sordina o il sassofono tenore, avevo una panorama musicale limitata, così ho voluto allargare un po’. Penso di aver compiuto un salto di livello ed è un processo ancora in corso". Pubblicato nel 1980 Heartattack And Vine è il disco che vende di più negli Stati Uniti prima di Mule Variations e chiude stilisticamente il primo ciclo di Tom Waits. Il seguente Swordfishtrombones farà da spartiacque tra il suo periodo romantico, le suggestioni mitteleuropee e le conseguenti sonorità sperimentali dei dischi che arriveranno dopo.

 

MAURO ZAMBELLINI

 

mercoledì 21 febbraio 2018

ERIC CLAPTON Life in 12 bars


Life in 12 bars è un film di 135 minuti diretto dalla regista Lili Fini Zanuck ( produttrice di  Cocoon e A spasso con Daisy, regista di Rush-Effetto Allucinante, Breathe e Bessie) che racconta l'odissea artistica ed umana di Eric Clapton dall'infanzia ai giorni nostri con una incredibile quantità di reperti tra interviste, filmati, documenti  e testimonianze, la maggior parte inedite provenienti dall'archivio privato dello stesso Clapton. Un lavoro certosino di ricostruzione di una delle più avvincenti e contraddittorie vite artistiche del rock a cui ha partecipato lo stesso musicista narrando in prima persona grazie all'uso della voice-over gli alti e bassi della sua vita, arricchito dai tanti contributi ricavati dalla collaborazione di amici, colleghi, famigliari. Un progetto che ha necessitato da una parte la disponibilità di documenti esclusivi, comprese alcune esibizioni dal vivo e riprese nel backstage oltre a foto famose ed inedite, lettere e diari personali, e dall'altra un minuzioso lavoro in fase di montaggio opera di Chris King  uno dei migliori montatori di documentari ( Amy, Senna, Exit Through The Gift Shop).  Il risultato finale è un rockumentario emozionante e sincero dove i traumi dell'infanzia vissuti dal piccolo Clapton, la destabilizzante rivelazione fatta dalla madre biologica fanno emergere in lui quella rabbia autodistruttiva e quell'amaro senso di diffidenza nei confronti del mondo che lo accompagneranno per gran parte della sua esistenza, influenzando sì la sua arte ma anche le sue ossessioni e le sue molteplici dipendenze dalla cocaina, dall'eroina e dall'alcol. Come racconta lo stesso Clapton, dopo essere uscito dall'eroina, vivendo come un eremita per quattro/cinque anni all'inizio dei settanta, e successivamente cadendo in uno smodato abuso di alcol che compromise più di un concerto e di un tour "nei momenti più bui, la sola ragione per cui non mi sono suicidato è stato il pensiero che se fossi morto non avrei più potuto bere". Toccante il momento in cui alla notizia della morte di Hendrix, l'artista inglese si rammarica non tanto per la sua scomparsa improvvisa, quanto per non averlo seguito nel'aldilà. Momenti bui raccontati con cruda onestà, senza filtri ed ipocrisie, il declino di un artista solo qualche anno prima celebrato sui muri di Londra come un Dio, un talento inestimabile di chitarrista capace di sorprendere i propri fan abbandonando nel momento del successo gruppi rivoluzionari come gli Yardbirds, i Cream, Blind Faith, magari per unirsi a bande di sciamannati come Delaney & Bonnie &Friends solo per poter suonare il blues con un basso profilo, senza vincoli e pressioni, dietro le quinte. Proprio la parentesi con la carovana di Delaney & Bonnie ed il tour con Derek and The Dominos  costituiscono la parte più deficitaria di  Life In 12 Bars, probabilmente per mancanza di materiale, mentre molto ricco e documentato è il periodo relativo  all' amicizia con George Harrison, l'amore tribolato con la moglie di lui Pattie Boyd, la realizzazione di Layla e la collaborazione con Duane Allman ed il produttore Tom Dowd.  Amaro, come diverse parti del film,  il capitolo "italiano" della vita di Clapton  con la morte a New York del figlio Conor, avuto da Lory Del Santo,  motivo che lo indusse a "staccare" definitivamente con l'alcol e a disintossicarsi in una clinica americana, riuscendo a trovare forza e consolazione nella musica, nella sobrietà ed in una relazione affettiva sana e felice. Una nuova fase della vita culminata nel riconoscimento del mondo musicale ufficiale dell' album Unplugged  e della canzone Tears In Heaven, due dei 18 Grammy Awards di cui è risultato vincitore, oltre ad essere  inserito per ben tre volte nella Rock and Hall of Fame.  Eric Clapton rimane uno dei più grandi chitarristi della storia del rock n'roll di ogni epoca ma anche un uomo affascinante che ha condotto una vita straordinaria, per quanto giornali, riviste, televisioni, biografie avessero detto di lui sul suo passato, quello che Life in 12 Bars rivela è talvolta nuovo ed inedito, un film meravigliosamente strutturato che non manca di onestà e finisce col commuovere. Non poco per un documentario.


Questa recensione è dedicata a Lino Cova, amico e grande fan di manolenta, imrovvisamente deceduto il 3 febbraio. R.I.P

MAURO   ZAMBELLINI     FEBBRAIO 2018

martedì 2 gennaio 2018

MY BEST OF 2017



 
 

Un anno che annovera le scomparse di Gregg Allman e Tom Petty non può che essere un anno di merda.

Le morti non sono tutte uguali, sarebbe ipocrita affermarlo, se quella dolorosissima di Gegg Allman, a proposito il suo epitaffio intitolato Southern Blood è una delle perle del 2017 tanto intenso, romantico e caldo, pregno di tutti quegli umori e aromi "sudisti" che rendono quella musica una delle espressioni più coinvolgenti in ambito blues, soul e rock n'roll, era in qualche modo annunciata visto le sue precarie condizioni di salute, quella di Tom Petty è stata un vero shock, tanto che ancora oggi a tre mesi di distanza si fa fatica a credere che sia successa. Nonostante avesse annunciato l'abbandono di tour estenuanti, ma non di concerti singoli, Tom Petty era ancora nel pieno della sua creatività, ancora disposto a rischiare con progetti diversi, come dimostrano i dischi e i concerti sotto la veste Mudcrutch, e nello stesso tempo impegnato a continuare l'esperienza con gli Heartbreakers, una band che a mio modo di vedere è la più sfavillante e completa rappresentazione del rock n'roll, Stones permettendo. Il fatto di averlo poi visto in un memorabile concerto ad Hyde Park lo scorso luglio, ampiamente documentato su questo blog, ha reso ancora più sconvolgente e dolorosa la sua scomparsa, aver partecipato a quel concerto non fa altro che aumentare il dispiacere e l'incredulità. Certo Bruce Springsteen nel 1981 a Zurigo rimane per me la folgorazione in assoluto, il concerto della vita,  e Little Feat a Londra nel 1977 il colpo di fortuna che ti insegna che di quella musica non ne potrai più fare a meno anche se hai solo 27 anni. Ma quei concerti e ci aggiungo anche gli Stones del 1970,  visto l'età di chi scrive, erano ancora eventi per così dire formativi di un sentire, di una sensibilità e di una emotività in crescita, mirabolanti avventure di un divenire uomo che capisce che, oltre agli affetti e agli amori, l'arte e in questo caso il rock può essere fonte di emozioni forti, appaganti, profonde e formative. Vedere Tom Petty a 67 anni è un'altra cosa, l'uomo è fatto e rifatto, le eccitazioni giovanili passate da un pezzo e il disincanto sempre lì pronto a ridimensionare l'emozione, la conoscenza del rock talmente allargata  da richiedere ogni tanto una resettazione per poter carpire una nuova brezza, eppure in quell' Hyde Park di una calda sera d'estate, per di più attanagliato nella folla e pronto a difendere ad ogni costo una postazione faticosamente guadagnata (non ho mai avuto il privilegio di un pit), provare di nuovo quella magia, quello shining elettrico, quell'emozione forte ed incontrollata, quel piacere estatico nel vedere e sentire una band che ti scartabella l' enciclopedia del rock n'roll con un artista così sorridente e a proprio agio da sembrare un tuo  fratello, ecco allora capisci che il rock n'roll non è solo una musica ma una ragione di vita, ancora adesso che vai verso i 70 e certe cose possono essere sembrare fuori luogo ad una certa età. Quello di Tom Petty and The Heartbreakers il 7 luglio 2017 a Londra è stato il concerto perfetto, non ce ne saranno più uguali. Purtroppo l'ultimo dell'amato seminole, andato via troppo presto da questo mondo confuso, ma ancora da vivere finché ci saranno artisti come Tom Petty capaci di regalarti un raggio di sole anche quando il buio e le brutture sembrano diventate la norma. Ci rimane il suo ricordo, la sua musica, i suoi dischi (come quelli di Gregg Allman), non è poco, ma se ci fosse ancora lui, diventato finalmente bello a 60 anni con quella barba da ribelle e quella camicia rossa, mi sentirei più in sintonia col mondo.
 

 Ma come si è soliti dire in questi casi, con quel tocco di cinismo e superficialità che è dovuto, the show must goes on e quindi andiamo avanti, citando i numerosi ottimi concerti regalati dall'anno appena trascorso, dalla potente e funambolica Tedeschi-Trucks Band all'Alcatraz di Milano agli irriducibili Rolling Stones di Parigi, dalla R&B revue in pasta newyorchese di Little Steven and The Disciples of Soul, sempre all'Alcatraz di Milano, ai semiesordienti The Shelters nello stesso Hyde Park di Petty, dalla esuberante Marcus King Band al set strepitosamente rocknrollistico di Alejandro Escovedo con Don Antonio, dall'arruffato e anarcoide Dan Stuart all' 1 e 35, locale che stoicamente resiste nel deserto nazionale della musica live, alla riesumazione dei Green On Red per via di Eddie Abbiati-Chris Cacavas & Dirty Devils al Teatro 89. Per non dire di Ian Hunter e la sua Rant Band al Bloom, i Gov't Mule a Trezzo e i Tinariwen a Lugano, tutti concerti che mi hanno mandato a casa contento. Ho bigiato lo show dei Dream Syndicate e mi spiace, ma avevo valide giustificazioni, non ultima il fatto che ho maturato una certa avversione  per i locali in cui ti mettono come sardine in scatola, ti fanno sudare come ai tropici e ti riempiono i timpani con un audio che necessita almeno una settimana per togliere gli acufeni dalle orecchie.  
 

Detto questo passo ai dischi e faccio mio ciò che l'amico Marco Denti ha scritto sul Buscadero di gennaio a proposito del resoconto discografico del 2017, allorché ha riportato una riflessione di Henry Rollins, rocker di cui non mi sono mai appassionato più di quel tanto, pur stimandolo.  "Qualche tempo fa Henry Rollins ha tenuto un discorso, tra il serio e il faceto, durante una delle sue performance. Lo scherno principale riguardava i cosiddetti dj che credono di “andare a suonare” e da lì Henry Rollins metteva alla gogna, senza tanti complimenti, tutta la musica costruita con un computer qui e un sampler là, senza tante idee e con uno stile non dissimile alla catena di montaggio. Tralasciamo i commenti esilaranti e il torpiloquio di Henry Rollins (comunque lo trovate in rete, con i sottotitoli in italiano) che però, sul finire della sua intemerata diceva che sarebbe ora di “sentire del vero rhythm and blues, del vero soul, del vero jazz e del vero rock’n’roll, basta che ci sia meno roba precotta”. Il discorso di Henry Rollins non fa una piega e sarà anche musica stagionata quella del My Best of 2017 ma è roba vera, senza troppi conservanti e coloranti, senza narcisismi e quella velleità di indicare ad ogni costo una strada o un futuro, visto che tanti di questi oracoli il più delle volte si esauriscono nel giro di qualche anno, lasciando solo fumo ed una sensazione di vacuità che ti fa diffidare della prossima new thing. Preferisco l'arrosto e i dischi che resistono al tempo, che li ascolti tra 5 o dieci anni e ti trasmettono ancora quel senso sano della musica costruita con le mani, il cuore ed il cervello. Ognuno ha i propri gusti, su questo non si discute e sinceramente l'età mi ha reso conservatore al riguardo, un prezzo da pagare al diventare vecchio, una sopraggiunta pigrizia nel girovagare i nuovi territori preferendo invece concentrarsi sulle cose e i generi con cui si è più in confidenza, magari perché  sedimentate da una frequentazione che nel tempo ha significato anche profondità conoscitiva, piacere delle sfumature e dei dettagli. Vai a quello che sai che ti possa piacere, senza perdere comunque la curiosità della scoperta, e se devi fare troppa fatica per farti piacere una cosa che sembra troppo strana, lasci perdere. Non c'è più il tempo di una volta, le cose corrono veloci e si esauriscono in fretta, non mi interessa essere sempre sul pezzo, sulla novità, preferisco riconoscere una segnaletica emotiva che 50 anni e più di ascolti privati e concerti pubblici mi hanno forgiato in termini di passione, piacere, sensibilità.  Se di Gregg Allman ed il suo commovente Southern Blood, a proposito compratevi la versione in vinile perché la copertina ed il collage fotografico all'interno sono da urlo, ho già detto, l'altro mio preferito dell'anno è  50 di Michael Chapman, vecchio, resuscitato folk-rocker inglese che con l'aiuto di Steve Gunn, un americano che in un video gira per l'umida e verde campagna inglese con una Triumph vintage, ha realizzato un disco sublime, sospeso tra folk e rock, con venature perfino psichedeliche ma di quella psichedelia dolce ed autunnale con cui le ballate si alimentano di suoni circolari che si ripetono in una sorta di mantra elettro-acustico avvolgente ed  ipnotizzante. Ne ho già scritto a proposito di The Old and The Young su questo blog lo scorso febbraio. Mi è capitato di riascoltare 50 dopo diversi mesi dall'uscita, in macchina lo scorso settembre mentre attraversavo l'ampia pianura  della Camargue tra paludi ed un cielo delirante di nuvole frastagliate, ed è stato un vero trip. E' un disco che libera la mente in uno sguardo estatico di ciò che ci circonda, una purezza rarefatta d' altri tempi, 50 di Michael Chapman è un disco che fa ancora sognare e viaggiare, il fatto che sia un veterano con una lunga discografia alle spalle, cresciuto ascoltando Big Bill Bronzy, Django Reinhardt e John Martyn, ad averlo pubblicato contraddice l'affermazione per cui le cose migliori vengono create solo in giovane età. Le pinacoteche sarebbero spoglie.
 

Giovanissimi invece sono Greta Van Fleet, tre fratelli Kiszka più un paio di amici provenienti da Frankenmuth nel Michigan, che cantano come i Led Zeppelin e pestano duro un hard-rock venato di blues che si concede ugualmente a versioni che stanno agli antipodi del loro sound chitarristico. Difatti con From The Fires , il loro primo vero album  assemblato con due Ep, sciorinano la loro giovanile verve hard-rockin' strizzando l'occhio al British blues come al rock di Detroit, per poi far capolino in una improbabile A Change Is Gonna Come di Sam Cooke pur priva delle modulazioni morbide e sensuali dell'autore ma comunque degna dell'illuminato e democratico messaggio della canzone, qui rivista in una versione più strillata e white middle-class ma solenne nel suo significato. E la stessa cosa si può dire di Meet On The Ledge di Richard Thompson resa nota dai Fairport Convention, qui rispettata nelle sue cadenze da ballata, impreziosita da un backing vocale e da un melodico assolo di chitarra. La voce metallica di Joshua Kriszka, i riff al serramanico e l'odore di benzina esalato da Black Smoke Rising sono il biglietto da visita di questo giovanissimo combo che la rivista Rolling Stone ha definito "una delle dieci band del 2017 che dovete assolutamente conoscere". Non è un disco imprescindibile From The Fires  ma i Greta Van Fleet sono una promessa, come lo sono stati gli Strypes qualche anno fa.
 

Non sono una novità i Dream Syndicate ritornati ad un disco in studio dopo ventotto anni con inalterata brillantezza ed indiscussa ruvidezza rock.  Tre originali, il cantante e chitarrista Steve Wynn, il bassista Mark Walton ed il batterista Dennis Duck, più il collaudato chitarrista Jason Victor e la presenza di vecchi amici quali Chris Cacavas e Kendra Smith, per un album, How Did I Find Myself Here?, apprezzato da pubblico e critica, che non sposta di una virgola il loro sound fatto di cascate elettriche e fiondate ritmiche dietro una voce, quella di Wynn, che sembra sempre uscire da un romanzo hard-boiled. Cinque tracce feroci all'insegna del grande sole nero losangeleno, una ballata imbambolata (Kendra's Dream) ed un brano, la title track, che da sola vale il prezzo del CD, una lunga e liquida immersione sonora tra jazz e psichedelia che non può che rimandare a John Coltrane Stereo Blues. Tanto di cappello a Wynn e soci, almeno questo sindacato non si è venduto al sistema e nonostante gli anni continua a far sognare. Di più stretto accento roots sono due dischi che seppure non memorabili danno ossigeno alla mia attenzione verso il rock americano più provinciale e rurale, fino a poco tempo fa la miglior espressione di una rinascita delle radici a colpi di chitarre e ballate younghiane. Non è un caso che Lukas Nelson, figlio del famoso Willie, e la sua band i Promise Of Real siano l'attuale band di  Neil Young. Il loro disco, non il primo, a loro nome è una piacevole mistura di ballate agresti, southern rock, country-soul, dolcezze acustiche e cavalcate texane, dosate con cura ed iniettate con alcune  spregiudicatezze. Lukas Nelson ha una voce importante che sconfina anche nel falsetto, la band è di prim'ordine. Un disco a suo modo originale il loro, per come sa camminare nei fangosi e inflazionati terreni di quello che veniva definito alternative country con qualche idea fresca, un disco non troppo distante da Chris Stepleton ma più melodico e nello stesso tempo con chitarre sguainate. Mi è capitato di vederli dal vivo lo scorso ottobre nel piccolo spazio del Cafè de la Danse di Parigi ed è stato un concerto robusto e piacevole, con tante sfaccettature. Lukas Nelson ha il phisique du role del troubadour, alto, barba e capelli neri, una presenza significativa sul palco, la band ha carattere e non lesina in efficacia rocknrollistica, nemmeno quando la canzone dispensa malinconie da loser, Carolina ondeggia sul border e Just Outside of Austin fa capire che nel loro set e nel loro disco c'è tutta la scuola dei songwriter texani. Lukas Nelson non tradisce i natali, è rispettoso del passato, quando interpreta Breakdown di Tom Petty, La Vie en Rose di Edith Piaf, Cinnamon Girl di Neil Young e After Midnight di J.J Cale,  ed intraprendente quando distorce una melodia che sarebbe troppo facile attribuire al background di famiglia.
 

 

Era diverso tempo che non mi avvicinavo ai Son Volt, avevo trovato alcuni loro dischi ripetitivi e stanchi, cosa che non succede, a mio modo di sentire, con Notes of Blue un lavoro dove si ritrovano tutti gli elementi costitutivi dell'ispirazione di Jay Farrar, ovvero i paesaggi desolati e lividi della provincia americana, le periferie urbane anonime, la solitudine e la strada, ma in questo caso rinnovati con una lucidità ed essenzialità che sembravano smarrite. Il disco è piuttosto corto, circa 30 minuti, ma è perfetto per la voce neniosa e monocorde di Farrar, che qui trascina la band come da tempo non capitava mettendo le sue chitarre in primo piano, davanti ad un combo (la batteria di Jacob Edwards, il piano di Mark Spencer, il violino di Gary Hunt, la pedal steel di Jason Kardong) che sa livellare asprezze elettriche non prive di feedback e rumori grungy con sfumature roots evocative di un mondo rurale che resiste alla modernità. Aspri (esemplare è Static), perduti in ballate che sembrano sfumare nel vuoto della provincia americana ( Cherokee St., Lost Souls), dolci e acustici (The Storm), disperati come lo possono essere ad altre latitudini i Richmond Fontaine, con cui condividono il deserto esistenziale di tante condizioni umane, i Son Volt di Notes Of Blue sono la quintessenza di un rock scritto sulle pagine ormai ingiallite e intristite di On The Road.
 

Chi continua da un po' di anni imperterrito sulla sua strada fatta di dischi apparentemente dimessi e folkie è John Mellencamp, il quale riduce al minimo anche le copertine dei suoi dischi, il packaging dell'ultimo disco è così misero da far incazzare. A partire da Life Death Love and Freedom e poi con No Better Than This e Plain Spoken John Mellencamp insegue una visione della musica americana fatta di ballate elettro-acustiche dove le amare considerazioni sullo stato della sua nazione, in termini socio-politici, si traducono in una tristezza di fondo che trova veste in un folk-blues di protesta con sopra il fantasma di Woody Guthrie. L'amarezza è spesso la linea conduttrice del disco, ed una certa monotonia, specie nei primi due titoli riportati sopra sono il limite di una poetica altamente nobile nei contenuti ma piuttosto deprimente musicalmente. Se Plain Spoken aveva agitato le acque in senso positivo, ancora di più lo fa Sad Clowns & Hillbillies che proprio l'aggiunta della cantante country Martina McBride rende vario e movimentato, quindi più accessibile ad ascolti prolungati, senza che il tedio prenda alla gola. Suonato magnificamente pur nel dosaggio spartano di strumenti che ci mettono solo l'indispensabile, cantato con l'usuale bagaglio arrochito di Mellencamp, Sad Clowns & Hillbillies è una collezione di canzoni che viaggiano sui ritmi di una tradizione di folk-rock-blues ereditata da Dylan di cui l'artista dell'Indiana sembra oggi il più resistente e sincero degli interpreti. Mi sono trovato ad ascoltare per parecchio tempo il disco senza stancarmene, e questo è un buon segno.

La recente riscoperta del folk anche in ambienti vicino all'indie e all'underground ha permesso una delle più felici e anomale uscite del 2017, il secondo album dell'americano Jake Xerxes Fussell, degno figlio di una famiglia di ricercatori e archivisti di folk, il padre Fred Fussell e sua moglie Cathy. Dopo gli studi approfonditi all'Università del Mississippi e l'incontro con degli importanti musicisti (Robert Wilkins, Steve Mann, Etta Baker) JXF ha realizzato con la produzione di William Tyler l'esordio nel 2015 e bissato lo scorso anno con il magnifico What In The Natural World. Assemblato un vero e proprio collettivo di musicisti (Nathan Bowles, Casey Toll, Nathan Golub, Nathan Salsburg, Joan Shelley) JXF si addentra in un mondo di folk-blues con la compostezza e la creatività di un Ry Cooder catturando gli elementi essenziali del patrimonio originario ma rinnovando il linguaggio lirico con un tocco poetico e visionario di rara originalità. Esemplare è la rilettura in chiave jazz-blues di Bells of Rhymney di Dylan ma tutto il disco scorre con una fluidità incredibile al punto da reinventare in chiave folk un brano di Duke Ellington, Jump For Joy. Malinconico a tratti, swingato in altri momenti, rigoroso ma ugualmente suggestivo nelle riletture e nell' uso della chitarra, tra tagli sincopati e armonie circolari simili a quelle di Steve Gunn, arricchito da una voce significativa e a volte struggente, What In The Natural World è un disco magico, di quelli che Ry Cooder da un pezzo si dimentica di fare.
 

Noi orfani dei Black Crowes, nel 2017 abbiamo avuto una piccola ricompensa col disco omonimo di The Magpie Salute, la band formata da uno dei fratelli Robinson, il chitarrista e qui cantante Rich, dall' altro chitarrista Marc Ford che, a parere di chi scrive, è stata una delle pedine fondamentali degli album migliori dei Corvi Neri per quel suo suonare pindarico e fantasioso, giusto alter ego al rigore blues-rock di Rich. E poi il diligente Sven Pipien ed il magistrale tastierista Eddie Harsch, purtroppo scomparso alla fine delle registrazioni di questo The Magpie Salute.  In più possiamo aggiungere una delle voci di supporto, Charity White, anche lei un tempo alla corte del gruppo di Atlanta, qui in compagnia di John Hogg (ex Hookah Brown), Adrian Reju, Danielia Cotton e Katrine Ottosen. Completano la band il batterista Joe Magistro, il tastierista Matt Slocum ed un altro chitarrista, Nico Breciartua, un ensemble di dieci persone, una band ad ampio raggio di azione come nella migliore tradizione del sud ma disposta ad andare verso la psichedelia e la musica west-coast come testimoniano alcuni brani che sanno di Crosby, Stills, Nash & Young. Ho dato ampio spazio a loro su questo blog la scorsa estate, per cui non mi ripeto. Basta la loro versione di Wiser Time dei Black Crowes e Fearless dei Pink Floyd per far capire a chiunque che se passassero dalle nostre parti il loro non è un concerto da perdere.

Chi forse non ha ancora capito che Little Steven alias Miami Steve Van Zandt è l'uomo dietro ai migliori dischi di Springsteen, quelli che hanno fatto storia come Born To Run e The River, sono le migliaia di accesi springsteeniani che hanno disertato i suoi concerti italiani dello scorso anno. Poche migliaia di persone a Pistoia in luglio, due concerti cancellati a dicembre. Eppure il suo show (in particolare quello milanese) è stato tra i più divertenti e appaganti del 2017, uno spiegamento di forze, i Disciples of Soul, con tanto di coriste e fiati (alcuni Jukes) tali da permettere una sfavillante carrellata di tutto il soul e R&B americano, in particolare quello urbano della East Coast e della blaxpointation. Una meraviglia, già ampiamente illustrata con uno dei dischi a più alto tasso rock n' roll/soul/R&B dell'anno appena trascorso, quel Soulfire che regala alcune delle migliori canzoni firmate dal nostro e quel guitar meets horns che ha reso Little Steven il vero inventore del Jersey Sound. C'è tanto di Southside Johnny con i suoi Asbury Jukes ed un pizzico di Bruce Springsteen. Proprio da quest'ultimo un disco così lo si aspetta da anni, fortuna vuole che lo ha realizzato il suo braccio destro. Anche in questo caso trovate ampio resoconto nel pezzo scritto a maggio su questo blog.

Gli italianissimi Gang ci hanno invece fatto ricordare chi siamo e da dove veniamo, un canzoniere importante nato negli anni settanta di canzoni operaie e ispirate dalla resistenza, canzoni di rivolta e canzoni di disagio, canzoni col linguaggio del proletariato giovanile, canzoni di nuove esperienze e canzoni di strada, canzoni contro e canzoni di speranza, è stato ripreso in mano dai fratelli Severini che con l'aiuto del produttore Jono Manson e di un nugolo di bravi musicisti, hanno riattualizzato attraverso un arrembante folk-rock di deciso taglio americano offrendogli un rifugio nel tempo e nella storia e riportandolo ai  giorni nostri. Calibro 77  è una simbiosi tra le voci del nuovo umanesimo e la matrice rock e trova compimento nella personale interpretazione che i Gang offrono degli undici titoli presi in considerazione, canzoni di Gaber, Guccini, De Andrè, De Gregori, Ricky Gianco, Finardi, Claudio Lolli, Manfredi, Bennato, Pietrangeli e Della Mea. Un disco assolutamente stimolante dal punto di vista musicale ed importante dal punto di vista del contenuto, un attestato di memoria storica e culturale al ritmo della musica folk e rock che ha il potere di farci credere che non tutto è ancora perduto. E'stato il  disco con cui si è aperto il 2017.
 

Un anno di ottimi dischi live, almeno tre hanno fatto breccia nei miei ascolti, il potente Live From The Fox Oakland della Tedeschi-Trucks Band, ma a dire il vero la scaletta dello show milanese dello scorso 19 maggio è risultata ancora più sontuosa rispetto al live ufficiale, con le riprese di brani di George Harrison, B.B King, Staple Singers, Derek and The Dominos e Alex Chilton, quel Greatest Hits Live con cui Steve Winwood per la prima volta nella sua lunga carriera passa in rassegna dal vivo tutti i capitoli fondamentali della sua avventura artistica, e Sticky Fingers 2015 con cui i Rolling Stones hanno riportato sul palco del Fonda Theatre di Hollywood il loro celebre album del 1971. A proposito di tale disco mi va di aggiungere, in controtendenza a quanti reputano oggi gli Stones dei cadaveri, che il suddetto live, con un Ron Wood assolutamente grandioso ed un Mick Jagger non da meno, è la dimostrazione di quanto la band suoni oggi con scioltezza e libertà, molto meno condizionata dall'apparato spettacolare e dall'immagine da offrire al pubblico. Non hanno nulla da perdere se non il piacere di ritrovarsi di nuovo insieme a fare rock n'roll su un palco, e lo fanno oltre che con mestiere, con divertimento e quella passione che la fama e i soldi non hanno scalfito, e sebbene, considerato gli anni, le sere non siano tutte al top questo Sticky Fingers 2015 è in grado di farvi credere che il rock n'roll in mano a loro sia ancora roba sporca, pericolosa e dannatamente eccitante.
 

Mi rimane da aggiungere alcune cose a margine. Se vi piace il soul, Goin' Platinum di  Robert Finley ha tutte le prerogative per farvi divertire. Nato negli anni cinquanta a Bernice in Louisiana, Robert Finley ad undici anni aveva già la chitarra in mano ma solo alla fine del 2016 è stato capace di pubblicare un album professionale, Age Don't Mean A Thing. E' arrivato tardi ma ci è riuscito, dopo che per anni aveva cantato gospel in chiesa e fatto il bandleader per la banda dell'esercito americano in Germania. Naturale il passaggio nelle strade come busker ed un lavoro come carpentiere per poter sbarcare il lunario. Music Maker, una organizzazione no profit che aiuta i vecchi musicisti blues, lo ha scovato in una esibizione di strada in Arkansas, costringendolo ad abbandonare l'attività di carpentiere per una sopraggiunta cecità. E' stata la sua fortuna, il ritorno alla musica ha significato un tour con Alabama Slim e Robert Lee Coleman, un disco col produttore Bruce Watson e l'interessamento di Dan Auerbach dei Black Keys che, dopo averlo sentito cantare, l'ha coinvolto nella soundtrack della graphic novel Murder Ballads . Lo stesso Dan Auerbach, impressionato dalla sua performance, ha deciso di produrgli il nuovo disco, appunto Goin' Platinum! un lavoro che rivela Finley, erroneamente scambiato per bluesman, come  soulman vicino alle tematiche e agli umori del southern soul. Auerbach oltre a produrre, ha scritto, solo e con altri, il materiale del nuovo disco di Finley, una performance vocale intensa e graffiante, una voce forte che rammenta in parte quella di Wilson Pickett, magari meno urlata e più ancorata agli intrecci stilistici del sud. Con lui sono un stuolo di musicisti e sessionmen di prim'ordine, oltre alla chitarra di Dan Auerbach, c'è il piano e l'organo di Bobby Wood (J.J Cale, Bobby Womack), in qualche brano la batteria di  Gene Chrisman (Aretha Franklyn, Elvis Presley, Dusty Springfield), il mitico Duane Eddy ci mette le corde della sua chitarra in You Don't Have To Do Right e la sezione fiati della Preservation Hall di New Orleans presenzia in toto.  Alto, magro, cappellaccio, pantaloni di pelle e stivali,  Robert Finley è un voodoo man che maneggia blues e soul  con l'abilità di uno stregone, un sopravvissuto ad un'era in cui la tecnologia non era ancora padrona del mondo. 
 

La dimostrazione che il blues attecchisce ad ogni latitudine, anche le più fredde, viene dai Kaleo un quartetto islandese che sa il fatto suo in quanto a grinta,  attitudine rock e secche battute di blues. Ho scoperto per caso il loro A/B, pubblicato nel 2016, ma vi assicuro che se non fosse per un titolo cantato in lingua islandese, il resto potrebbe appartenere alla nuova leva delle band californiane, The Shelters e The Record Company in testa. JJ Julius Son è un ottimo cantante dalla voce cattiva e gli altri picchiano che è un piacere, senza demordere un attimo ma aprendosi quando il sole lo permette a ballate che evocano le bellezze del paesaggio islandese, in senso lato. Una prova viene da All The Pretty Girls, da Vor I Vaglaskogi e da Save Yourself.  Trovare per credere.
 

Di taglio epico è Hudson un disco di confine tra jazz, rock e musica sperimentale dove titoli che fanno parte dell'infinito songbook del rock (ci sono canzoni di Dylan, Joni Mitchell, Hendrix, Robbie Robertson) sono trattati in maniera del tutto eclettica da musicisti eccezionali quali il batterista Jack DeJohnette, il bassista Larry Grenadier, il tastierista John Medeski ed il chitarrista John Scofield . Un supergruppo che avrebbe potuto esprimere chissà quali virtuosismi e meraviglie e che invece si è concentrato sull'idea di una nazione invisibile rimasta immutata nello spazio e nel tempo. Groove, sfumature blues, atmosfere pastorali, una libertà espressiva molto jazzistica e naturale per questo tributo alla Hudson Valley e a Woodstock, l'area, il festival, lo spirito in generale. Grande sensibilità, grande musica.

E' tutto,  buon 2018 a tutti.

MAURO ZAMBELLINI     GENNAIO 2018