martedì 29 aprile 2014

DELICATESSEN

 
Tre dischi che si distinguono per la delicatezza, la grazia, i suoni tra l'acustico e l'elettrico, la bellezza di canzoni senza trucco, make up, ridondanze varie, dischi affatto soporiferi o zuccherosi, anzi, ricchi di bella musica e liriche ispirate. Il primo è un tributo, categoria che non apprezzo particolarmente, salvo quei lavori che ridanno lustro ad artisti scomparsi da tempo e dimenticati,  meritevoli di quelle attenzioni che non hanno avuto da vivi. Non amo i tributi ad artisti ancora in attività, grandi o piccoli essi siano, ma questo Looking Into You-A Tribute to Jackson Browne  mi ha sciolto il cuore e conquistato, per come è stato realizzato (copertina compresa), per gli artisti coinvolti e le loro versioni, per la calibrata uniformità  del contenuto e per il fatto che qui c'è uno dei migliori songbook dell'intero american songwriting. Felice anche per aver rimesso sotto i riflettori uno degli artisti più meritevoli, sensibili e umani di tutta la musica rock, oggi ancora argomento di conversazione grazie all'opera di giovani come Jonathan Wilson e i Dawes che hanno riportato  in circolazione la sua musica, il suo nome e lo spirito della west-coast music. Sono ventitre le canzoni di Jackson Brown interpretate, divise su due CD con tanto di libretto annesso, con belle fotografie, note ed elenco di musicisti. Un tributo prezioso, allestito con artigianalità sopraffina e versioni stupende, alcune riflettenti la personalità dell'interprete, altre evocative dello stile e della dolce e malinconica voce dell'autore  Jackson Browne. Di questa seconda schiera fa parte l'iniziale These Days interpretata da Don Henley coi Blind Pilot, pacata, rilassata, perfettamente in sintonia col mood del Laurel Canyon dei seventies. Più o meno sulla stessa falsariga una rarefatta e lenta, oltre ché splendida e notturna, Running On Empty di tale  Bob Schneider, coadiuvato da un ensemble di chitarre, contrabbasso, batteria e pianoforte. Veramente pregevole, come la lunga Fountain of Sorrow delle Indigo Girls dove spicca l'impasto vocale tra le due voci femminili ed il backing vocale al maschile oltre all'ottimo lavoro di Chuck Leavell con piano e Hammond. Cadenze rock in Doctor My Eyes di Paul Thorn, molto simile all'originale l'uso della chitarra di Bill Hinds e applausi a scena aperta a Jimmy LaFave per la sua For Everyman, un interprete che ogni volta lascia di stucco per come sa immergersi nelle composizioni altrui, rispettandone la sensibilità e nello stesso tempo ricavandone originalità ed emozioni. Lo conoscevo nelle sue magnifiche interpretazioni di Dylan ma qui supera sé stesso regalando una versione di For Everyman che non ha nulla da invidiare all''originale, specie in quel crescendo finale di violino, pianoforte e archi. Chapeau. Voce simile a Jackson Browne quella di Griffin House con Phil Hurley alla chitarra, Glen Fukunaga al basso e Rodoslav Lorkovic alle tastiere, per una bella copia di Barricades of Heaven  mentre Lyle Lovett non rinuncia alla sua nasalità e al suo appeal texano (in particolare la steel guitar di Dean Parks) per una melodicissima Our  Lady of The Well  dove si fanno sentire Leland Sklar e Russell Kunkel della stessa band di Browne ed il bravo Matt Rollings al pianoforte. Poi Lovett si stacca dalle pianure del Texas e con la stessa band si sposta sul Laurel Canyon e con Rosie stempera la malinconia di un abbandono col profumo magico di quei luoghi.  Ben Harper impugna Jamaica Say You Will e Bonnie Raitt in compagnia di David Lindley, antico compagno di viaggio di Browne, tratta alla giamaicana Everywhere I Go buttandola sul reggae. Tocca il cuore Eliza Gilkynson con una Before The Deluge  unplugged che è una confessione notturna , un lirismo da brividi accentuato dal violino di Warren Hood. Le risponde un sontuoso Kevin Welch  con una Looking Into You da scafato crooner che vale il titolo del tributo. Lui canta, ci sono i cori, il pianoforte e l'Hammond B3, da leccarsi i baffi.  Keb Mo' apre il secondo CD con la bluesata Rock Me On The Water,  Lucinda Williams lacrima dolente in una The Pretender  intinta nella desolata e profonda provincia della Louisiana, si rivedono Karla Bonoff  in Something Fine  e Marc Cohn in Too Many Angels prima che i coniugi Springsteen faccino il loro compitino con Linda Paloma, pezzo al sabor mariachi, già di per sé non eccelso ma che avrebbe comunque  bisogno di un po' di pachuco  rock che qui manca assolutamente, e chi ha orecchie per intendere, intenda. Il finale è all'insegna dell'intimismo, Shawn Colvin fa tutto da sola in Call It A Loan, Bruce Hornsby affronta I'm Alive con dulcimer, mandolino, violino e chitarra acustica, Joan Osborne si perde nella malinconia di una Late For The Sky mai così elegiaca, JD Southern chiude con classe (e con una tromba) con My Opening Farewell, splendida conclusione di un tributo che dopo settimane è lì ancora che gira nel mio lettore.

Eliza Gilkyson già presente nel tributo a Jackson Brown è autrice di un album di ballate notturne e crepuscolari intitolato The Nocturne Diaries , suoni delicati e rarefatti che sfiorano il folk ed il country ma mantengono una forte impronta cantautorale, un raffinato ed intimista songwriting al femminile. Amo quelle canzoni che ti vengono in mente di notte e quando le suoni all'alba perdono un po' di quella speciale magia notturna, ecco, No Tomorrow è un'eccezione, è quello che dice la Gilkyson a proposito di una canzone dell'album ma racchiude tutto il senso del disco, un disco che si ascolta nel silenzio della notte, soli e meditabondi. Eliza Gilkyson è nata ad Hollywood più di sessanta anni fa in una famiglia d'arte, sia il padre Terry che il fratello Tony (Love Justice) sono musicisti e anche il figlio Cisco, produttore di questo disco, lavora nell'ambiente musicale. Eliza Gilkyson ha inciso il suo primo lavoro nel lontano 1969 ed in questo lungo arco di tempo ha inciso solo una ventina di album. The Nocturne Diaries è un disco baciato dalla grazia, intenso, ispirato, dove lei racconta i suoi sentimenti ed il suo stato d'animo trasmettendo all'ascoltatore quel particolare spirito che si avverte e si vive soltanto di notte. Un album fatto con poche cose, nessuna sovraincisione, strumentazione spartana, prevalenza di suoni acustici ma non solo, canzoni semplici che arrivano al cuore. Anche qui la copertina è complice delle suggestioni create, lei, magra, bionda, capello corto e camicia country imbraccia la chitarra acustica attorno ad un falò nell'oscurità, i suoi diari notturni  posseggono l'intimità delle confessioni ed il fascino dei grandi spazi all'aperto.   


Ultima delicatessen è quella offerta dal nuovo gruppo dei Delines, forse il disco più elettrico tra quelli presi esame. Per usare una terminologia vetero-rock i Delines sono un supergruppo formato da musicisti di band americane alt-country messo insieme da Willy Vlautin, scrittore e leader dei Richmond Fontaine, il quale qualche anno fa si è innamorato talmente della voce della cantante dei texani Damnations, Amy Boone, da crearle un gruppo attorno.  "Ho sempre voluto lavorare con lei fin dal primo giorno che l'ho sentita cantare, quando me ne ha dato la possibilità ho colto la chance e ho passato un anno a scrivere canzoni per lei, canzoni come la sua voce". L'idea nasce nel 2012 e Colfax  è il risultato di quel colpo di fulmine, un disco dove assieme alla Boone e a Vlautin troviamo la tastierista dei Decemberists, Jenny Conlee, la pedal steel di Tucker Jackson dei Minus 5 ed il batterista dei Richmond Fontaine  Sean Oldham, un combo assemblato nel milieu musicale di Portland, Oregon che unisce una consumata attitudine indie con provate esperienze nell'ambito dell'alternative country e del roots rock. Un gruppo che proprio per essere sommatoria di diverse personalità sfugge a facili catalogazioni e mostra un appeal davvero intrigante. Se Willy Vlautin porta in dono una scrittura profonda e particolareggiata, è la voce di Amy Boone, bella, cristallina, soulful, a caratterizzare il lavoro d'esordio, una voce che si appiccica addosso e vi conduce in un universo notturno dove si avvertono le suggestioni di un vecchio film noir, l'eco di una Ricky Lee Jones, l'ombra dei primi, onirici Cowboy Junkies,  così come degli Spain più  impalpabili e jazzy e degli eterei Mazzy Star. Colfax  è costituito da ballate avvolgenti e affascinanti,  suoni  misurati tra contemplazione e ruvidi sussulti elettrici, con la pedal steel ad evocare i grandi spazi dell'ovest ed un intreccio strumentale che orchestra una atmosfera sospesa tra sogno e realtà, tra la notte che se ne va e i primi bagliori dell'alba, in una città vuota e ancora addormentata. Il decor minimalista e splendidamente desolato dei Richmond Fontaine è evidente, anche se la voce di Amy Bonne allenta la crepuscolare tristezza di cui sono portatori, e le storie scritte da Vlautin per Colfax  sono storie moderne viste attraverso le lenti del country-soul, del folk-jazz e della roots music, cantate con una voce che viene dall'anima, vulnerabile ed intima, a tratti, come in Flight 31 addirittura esausta. Canzoni come Stateline, I Got My Shadow, I Won't Slip Up  fanno pensare alle grandi cantautrici degli anni settanta, ma tra struggenti malinconie (The Oil Rigs At Night), e scampoli di jazz classico (Sandman's Coming) c'è un mondo poetico di moderno folk urbano che vale assolutamente la pena esplorare.

MAURO ZAMBELLINI




giovedì 17 aprile 2014

RED BEANS AND WEISS



Nelle spericolate notti del Tropicana Motel erano in tre, il catarroso Tom Waits, la fascinosa ragazza col basco rosso e lui, faccia da schiaffi e play-boy impenitente. Il primo si è sposato, ha smesso di bere, si è ripulito ed è diventato uno degli artisti di culto del rock ( a ragione) che piace anche a chi non piace il rock ma va in giuggiole per  le cose che fanno moda. La seconda, Ricky Lee Jones, è uscita da una dipendenza perniciosa ma assieme alle sregolatezze ha smarrito anche il talento, ha trovato un figlio, la fede e a parte qualche eccezione inanella un disco più scialbo dell'altro. Il terzo, a cui la Jones in un momento di euforia esistenziale gli aveva dedicato la memorabile Chuck E's In Love, lui la ripagò con un'autentica scopata (Sideckick) nell'unico disco fatto in quegli anni selvaggi (The Other Side of Town, 1981),  è rimasto tale e quale, non ha rinnegato quei giorni, continua a bere e fumare e  frequentare l'asfalto del sabato notte di Los Angeles.

Chuck E.Weiess si è messo seriamente ad incidere dischi solo alla fine del  secolo passato, l'apprezzabile Extremely Cool nel 1999, poi  l'ottimo Old Souls & Wolf Tickets del 2002 ed infine il balbettante 23 rd & Stout, più che altro una possibile soundtrack per un hard-boiled movie della scuola dei duri. Sono passati sette anni e Chuck E.Weiss è di nuovo in forma, seduto come un homeless su un marciapiedi della città degli angeli, immancabile sigaretta, capello lungo probabilmente tinto, abiti stropicciati, occhiali pendenti, stessa faccia da schiaffi. Non ha perso la voglia di scherzare, il suo nuovo disco gioca sul nome di uno dei piatti tipici della cucina creola, red, beans and rice ovvero piatto unico con fagioli rossi, carne di porco, spezie, peperoncino, qualche verdura e riso bianco. Non ci può essere piatto migliore per definire la musica di Red Beans and Weiss  ovvero blues dell'ora tardi, boogie alcolico,  filastrocche  senza senso ma con grande senso del ritmo, frustate di rock n'roll perverso, dixieland jazz da night club e romantiche ballad con cui tirar mattino sperando che lei creda al suo corteggiamento. Red Beans and Weiss è un disco di un'altra epoca, quando la notte era solo per i sognatori ed i nullafacenti e le donne erano fatali, nel senso che erano sexy, seducevano con malizie da film e poi se andavano con i soldi, quando addirittura non erano in combutta con qualcun'latro per toglierti dalla circolazione. Che adesso  Chuck E.Weiss appartenga ad un mondo meno "nobile" e romanzato di quello di un film degli anni quaranta poco importa, il tempo ha ucciso la poesia ma l'immaginazione di Weiss è rimasta intatta, lui ancora abita the other side of town con l'eleganza dell'ultimo giocatore d'azzardo, del bevitore di whiskey che non ti accorgi che è ubriaco, del play boy un po' stanco che conosce l'arte della seduzione  ma sa che è fuori moda e la rispolvera solo se nel locale entrasse Veronica Lake o Kim Novak. Tutti i vecchi amici se ne sono andati ma qualcuno si è ricordato di lui, Tom Waits gli produce il disco assieme a Johnny Depp, ci fosse anche Keith Richards avremmo chiuso il cerchio.

Red Beans and Weiss è un disco che si ascolta col sorriso sulle labbra, la sigaretta accesa ed il bicchiere pieno, fate voi, se siete vegani, salutisti e quant'altro abbia a che fare con le virtù del vivere, lasciate perdere, qui c'è la notte coi suoi peccati,  i suoi vizi, le sue tentazioni, la sua fauna improbabile e anacronistica, non la notte delle discoteche e dei locali da happy hour ma la notte del blues e del jazz, di Chandler e Ellroy, di Willie Dixon e Captain Beefheart, di Jerry Lee Lewis e Howlin'Wolf, la notte della Hollywood sudicia, insonne, meticcia. C'è l'eco di uno squinternato valzer chicano sporco di tequila che esce da una cantina, Hey Pendeyo, e strambi scioglilingua di blues onomatopeico giocati sul ritmo, basta leggersi i titoli di The Hink-a-Dink e Oo Poo Pa Do In The Rebop per capire, c'è il lercio e graffiante rock n'roll di Dead Man's Shoes ed il grasso e sincopato r&b di Old New Song, soffiato da due sassofoni e pestato da una sezione ritmica che non dà scampo (Nick Vincent alla batteria, Will McGregor al basso, il pianoforte di Michael Murphy), c'è il nervoso e smargiasso boogie di Tupelo Joe e il Shushie mangiato a notte fonda con la colonna sonora di un jazz che sa di romanzo al neon. Gracchiano le chitarre di J.J Holiday e Johnny Depp ( da altre parti, dello strumento si occupa  Tony Gilkynson) nell'ipnotica Boston Blackie, quasi un blues della Fat Possum ed è tutto una sferragliare waitsiano Bomb The Tracks (potrebbe appartenere al sottovalutato Bad As Me) prima che Exile On Main Street Blues, si proprio questo titolo, paghi pegno a Jagger and Richards.

Red Beans and Weiss è un disco alcolico, vizioso e piccante, divertente e sfacciato, un disco da far festa, stando attenti però però a lasciare a  casa i bambini.

MAURO  ZAMBELLINI        

 





mercoledì 2 aprile 2014

RONNIE LANE



Nella prima metà degli anni settanta gli inglesi Faces furono la miglior rock n'roll band del mondo, assieme agli Stones. Stesso rock n'roll derivato dal soul e dal r&b, un cantante e frontman con la stessa arroganza e spregiudicatezza, Rod Stewart, una sezione ritmica di prestigio ovvero il binomio Ronnie Lane e Kenney Jones, un ottimo chitarrista-scavezzacollo, Ron Wood. L'unica differenza con il gruppo di Jagger/Richards, oltre agli additivi, le droghe per i primi, l'alcol per i secondi, era il tastierista. I Faces lo mettevano in bella evidenza, sul palco e nelle registrazioni, Ian McLagan con piano e organo era ed è un vero portento, uno dei grandi tastieristi del rock n'roll (se ne sono accorti anche i Black Crowes),  il povero Ian Stewart invece gli Stones lo nascondevano nelle retrovie, perché non adatto all'immagine selvaggia della band, lui che portava senza batter ciglio cardigan e polo anche quando in scena andava Sympathy For The Devil.  A Stewart gli si dovrebbe costruire un monumento, ma la storia è dei vincitori, non di chi sta nell'ombra e tira la carretta. Ma vabbè, pace all'anima sua. Comunque siamo in un giorno del giugno 1973 quando Ronnie Lane, bassista, autore, cantante, produttore, nato in un quartiere operaio dell'Est End londinese, decide nel mezzo del tour dei Faces di abbandonare la band, deluso dalle misere recensioni di Oh La La , album su cui credeva molto ed aveva avuto un ruolo centrale. Oscurato dall'ego di Rod Stewart, Ronnie Lane tolse il disturbo dopo un concerto al Sundown Theatre in Edmonton, Londra. Non era la prima volta che Lane soffriva la presenza di una personalità più forte della sua, carattere mite e riservato ma anche spirito nomade e vagabondo, non avvezzo alle zuffe tra star. Quando militava negli Small Faces, era il chitarrista Steve Marriott a rubare la scena sebbene non fossero pochi gli hits del gruppo co-scritti da Lane, per farsene un'idea basta ricordare Here Comes The Nice, Itchycoo Park, Tin Soldier, Green Circles, All or Nothing e pure coi Faces, Lane pose la firma su pezzi da novanta come Flying, Oh La La e la straordinaria romanticissima  Debris. Piuttosto che litigare, arrivare a compromessi o convivere con difficoltà in nome dei soldi, Ronnie Lane lasciò al loro destino Stewart/Wood/Jones/McLagan (si sarebbero sciolti di lì' a poco) e si ritirò sulle colline del Galles in mezzo al verde, in una fattoria a Fishpool, con la seconda moglie Kate, vivendo rilassato e tranquillo a contatto con la natura e la quiete. In questo periodo trovò conforto nelle religioni orientali ma non abbandonò mai la musica, iniziando a registrare nel suo studio mobile brani molto diversi da quelli del suo recente passato. Assemblò una nuova band a cui diede il nome di Slim Chance e pubblicò due singoli, How Come e The Poacher  oltre ad un album, Anymore  for Anymore.  Non più l'assatanato e alcolico rock-soul dei Faces ma un blend di rock inglese, folk e country americano, piuttosto originale ed eclettico per il periodo. Sfruttando l'interesse suscitato dal suo debutto solista, Lane allestì il Passing Show una sorta di itinerante spettacolo circense con tende e animali che presto mostrò  limiti di gestione e risposta di pubblico, lasciando indebitato l'ideatore. Per fortuna un contratto con la Island Records rimise subito Lane in carreggiata e coi rinnovati Slim Chance si mise a creare un sound personale diverso da tutto il resto, accentuando l'aspetto acustico e le atmosfere pastorali, ricorrendo a mandolini, violini, fisarmoniche, pianoforte, come in parte venivano suonati nello skiffle ma lasciandosi sedurre dai suoni americani del country, del folk-rock, del jazz pre-bellico e di ciò che The Band aveva inventato sulle montagne di Woodstock e i Kinks avevano infilato in Muswell Hillbliies. Un sound che anni più tardi  sarebbe stato definito da Sid Griffin dei Long Ryders, un nuovo tipo di British folk music. Con il titolo Oh La La -An Island  Harvest  oggi vengono ripubblicate quelle registrazioni facenti parte degli album Ronnie Lane's Slim Chance  e One For The Road  usciti tra il 1974 ed il 1976. Album che contengono, oltre alla riproposizione folkie di Oh La La, splendide tracce del booksong di Lane come Stone, la storia dell'evoluzione umana in tre minuti, il bluegrass di Anniversary, la delicata Burnin' Summer, l'evocativa One For The Road, vecchi classici del rock n'roll come You Never Can Tell  spurgati di ogni urgenza e suonati come un down-home blues, piccole svaccata jam come Back Street Boy dove sembra di sentire i Grateful Dead acustici, ed una sequenza di melodie dai titoli meno noti che esplicitano di raffinati arrangiamenti, liriche spiritose e  fantasiose, un mood retrò che ingloba anticaglie nobili come il dixieland, il vaudeville, il ragtime. Il sound colpisce per il suo calore e il suo voluto basso profilo, c'è un clima bucolico che prefigura dolci tramonti e pomeriggi di sole, un'atmosfera che si è soliti  associare a dischi americani di folk e country-rock ma che Ronnie Lane coniò con quel aplomb e quella malinconia inglese tale da renderlo originale e perfettamente unico. Con Lane (chitarra e basso) ci sono Steve Simpson (chitarra, mandolino, armonica, violino, tastiere), Ruan O'Lochlainn (sax, tastiere), Charlie Hart (violino, piano), Brian Belshaw (basso), Glen Le Floeur o Colin Davy o Jim Frank rispettivamente alla batteria, un doppio CD che offre rimasterizzati i due dischi originali più una serie di alternate mix, single version, jam version ed un mini show di otto tracce (tra cui diverse provenienti dal materiale dei Faces) estratto da uno show per la BBC dell'aprile del 1974. Una pagina dimenticata del rock inglese viene resa disponibile da questa bella ristampa che ha anche il merito di riportare attenzione su uno degli autori/musicisti più sensibili, errabondi ed anticonformisti della scena britannica, vissuto in seconda linea nonostante il talento e prematuramente scomparso nel 1997 dopo  ventanni di dignitosa convivenza con la sclerosi multipla.

MAURO ZAMBELLINI


lunedì 24 marzo 2014

DUE STORIE DEL ROCK

 
Quasi contemporaneamente sono uscite in Italia, paese piuttosto avaro di simili pubblicazioni, due storie del rock diametralmente differenti. La prima, intitolata Almost Cut My Hair e divisa in due volumi, 1960-1968 il primo e 1969-1979 il secondo, è firmata da Lorenzo Allori, toscano di Prato del 1976, la seconda, Long Playing, firmata da una delle prime firme del Mucchio Selvaggio, Blue Bottazzi, emiliano di Piacenza , prevede un Lato A (già in circolazione) sugli anni sessanta e dintorni ed un futuro Lato B che dagli anni ottanta arriverà al nuovo secolo. Diametralmente differenti nel punto di vista di come la storia del rock è osservata: la prima cerca di essere un'analisi il più possibile oggettiva e storiografica, la seconda asseconda i gusti e la soggettività dell'autore Bottazzi, non si preoccupa di essere esaustiva e completa ma solo risaltare la sua visione e le sue emozioni circa il suo sentire.

Almost Cut My Hair (Bonanno Editore, 15 euro a volume) è un'analisi della società americana alla luce dell'influenza che la nascita del rock n'roll ha avuto sulla sua cultura, sulla politica e quindi sulla storia del ventennio 1960-1980. Difatti il sottotitolo strilla: musica rock e società americana e l'opera approfondisce i legami tra la forza della musica rock e i cambiamenti sociali che ne sono scaturiti, ponendo in evidenza come la musica rock sia stata la vera origine dell'esplosione che ha irreversibilmente modificato la faccia degli Stati Uniti. Nata a seguito di una tesi in storia americana presso l'Istituto Cesare Alfieri di Firenze, l'opera è divisa in capitoli di analisi giornalistica, storica e culturale e capitoli musicali, tenendo stretto il connubio tra eventi socio-politici e scenari rock.  Lorenzo Allori passa con destrezza dai primi ai secondi, scrivendo dei fermenti dei mitici  anni sessanta e della frustrazione dei decadenti anni settanta, arricchendo il tutto con recensioni, schede monografiche e segnalazioni mirate così da offrire una guida ad un ascolto consapevole e approfondito del rock americano da Elvis Presley a Patti Smith passando per gli anni di Kennedy, Johnson e Nixon. Non mancano osservazioni del tutto personali come quando Allori definisce conservatore il nascente movimento del roots-rock con in testa The Band o fa di tutta l'erba un fascio quando affronta Southern rock e country-rock ma il bello delle storie è proprio questo, ognuno la può raccontare come vuole.

Diverso il lavoro di Blue Bottazzi in Long Playing (Narcissus.me, 19.99 euro a volume) dove prevale un punto di vista fortemente soggettivo nel raccontare gli anni sessanta e dintorni senza seguire una cronologia precisa e quella divisione in  generi ed eventi che normalmente si ritrova in una storia del rock. Tanti i capitoli affrontati, dal rock n'roll degli anni cinquanta agli Happy Days, dalla Sweet Soul Music divisa in soul, Tamla e Stax alla British Invasion, dai Festival Rock a Le Donne del Rock, da Dylan al Progressive,  dal Rock duro alla Cosmic America ( Gram Parsons e Townes Van Zandt) dal folk elettrico al rock italiano, fino all'Avanguardia e alla Fusion, parti queste che stanno un po' a fatica in un testo che si autodefinisce Una Storia del Rock. C'è forse di tutto e di più in questo Long Playing, senza a volte andare troppo per il sottile  nella disamnina dei singoli artisti o fenomeni, ad esempio mi pare riduttivo liquidare i Songwriters coi soli Tim Hardin e Leonard Cohen o ridurre americana a Van Morrison, Creedence, Neil Young e Allman, dimenticandosi di tutto un esercito di blue-collar rockers e band minori che hanno costellato gli anni settanta vivendo nell'ombra ma suonando ottima musica, come azzardato infilare nel Rock Duro Bob Seger, la J.Jeils Band e Super Session. Ma la carne al fuoco è tanta e la singolarità e anomalia di Long Playing è proprio questa, seguire i gusti e la visione dell'autore senza troppe mediazioni, indulgenze e storicizzazioni,  mettendo i long playing sul piatto secondo l'umore del momento, tutt'al più colorando la storia e i suoi protagonisti con la sacrosanta enfasi che si merita. Negli artisti che più ama, a cominciare da Van Morrison, Blue dà il meglio di sé,  in altre parti (gli Stones ad esempio, e anche gli Allman) tronca la loro avventura artistica quando i loro dischi  e la loro musica non collimano  più con i suoi gusti. Prendere o lasciare, questa è la storia del rock secondo Blue Bottazzi, come afferma lui la storia che mi sono sentito in dovere di raccontarvi, come è andata per davvero per supplire alle inesattezze, invenzioni e banalizzazioni che circondano le cronache della musica rock.  Meglio accettarlo come il racconto della colonna sonora che ha accompagnato la sua formazione umana e musicale, i suoi sogni, i suoi desideri, le sue cadute e le sue risalite, i suoi amori, l'illusione ( o realtà) di poter trovare una chiave che gli potesse cambiare la vita o almeno regalargli le stesse emozioni che Blue prova quando è in sella alla sua moto.


domenica 2 marzo 2014

WILKO JOHNSON & ROGER DALTREY GOING BACK HOME



 
Quando le notizie sulla salute di Wilko Johnson, cancro al pancreas, avevano fatto il giro del mondo, è arrivato a sorpresa questo lavoro a due tra il chitarrista ex-Dr.Feelgood ed il cantante degli Who, Roger Daltrey. Da rimanere increduli, quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare, così Wilko Johnson ha reagito alla crudele diagnosi, con una decisione che può lasciare attoniti, gettandosi in un' infinita serie di concerti (l'ultimo dei quali a Londra pochi giorni fa), cercando di sfruttare al massimo i pochi mesi di vita che gli hanno prospettato. L'idea di Going Back Home nasce quattro anni fa quando Roger e Wilko si sono trovati uno accanto all'altro ad un music award ed hanno iniziato a parlare dei vecchi tempi e della vecchia scuola del British rhythm and blues. Entrambi erano innamorati del suono di Johnny Kidd &The Pirates i cui hits, Shakin' All Over e Please Don't Touch, sono stati una influenza per entrambe le loro band, quell'inimitabile sound da heavy power trio che faceva da supporto ad un cantante solista, fu una vera e propria istituzione del rhythm and blues inglese. Così Johnson e Daltrey hanno pensato che poteva essere una buona idea mettere insieme un tributo a quella musica  ed appena Daltrey terminò il suo tour con gli Who, ben felice di apprendere che Wilko era ancora in discreta forma, si ritrovarono in un piccolo studio di registrazione a Uckfield nel Sussex, lo Yellow Fish, felici di unire le loro forze e i loro talenti. L'album è stato registrato lo scorso novembre in una settimana coinvolgendo due membri della touring band di Johnson, il bassista dei Blockheads Norman Watt-Roy ed il batterista Dylan Howe. A loro si sono aggiunti l'ex tastierista degli Style Council, Mick Talbot ed il produttore Dave Eriga.  Il risultato è un album scoppiettante, onesto e sentito, una collezione di nuove versioni di brani del repertorio di Johnson, setacciati dal periodo coi Dr.Feelgood, coi Solid Senders e dai suoi dischi solisti degli anni ottanta. In più c'è la ballata inedita Turned 21 ed una composizione del 1975, Going Back Home, composta assieme  al chitarrista di Johnny Kidd & The Pirates, Mick Green, già interpretata dai Feelgood delle origini. Il disco esce per la storica etichetta di Chicago, Chess, tanto amata dai  british-bluesmen.

Suono asciutto, assoli fulminei e concisi, drive secco e veloce, Going Back Home  si regge sull' inconfondibile stile chitarristico di Wilko Johnson, un marchio riconoscibile nell'ambito del R&B e del pub-rock inglese, il suo modo di suonare essenziale e teso, più da ritmico che da solista, accompagna il sound dell'intero disco, come se fosse una continua riproposizione del tiro di Roxette, con sotto una spiccia ma efficace sezione basso/batteria e sopra un Roger Daltrey, che al primo ascolto lascia un po' perplessi per la voce grave e tuonante ma poi ci si abitua. Talbot ci mette del suo "toccando" alla  Jerry Lee Lewis, sostanzialmente è Wilko Johnson a fare da mattatore, basta ascoltarsi la partenza, All Through The City presa dal repertorio di Dr.Feelgood, per capire come andranno le cose. Trascinante e birrosa, sembra di essere tornati a Stupidity, e così è per la sincopata Sneaking Suspicion e  Some Kind of Hero  dove anche l'armonica fa la sua parte. Keep It Out Of Sight è uno dei pochi momenti lenti mentre la title track viene virata British Blues da un' armonica coi fiocchi. Everybody's Carryng A Gun  ha i germi di una ballad elettrica alla Dylan pur essendo stata registrata originariamente coi Solid Senders , Dylan ricompare in Can You Please Crawl Out Your Window, sua è la firma di questa canzone incisa nel 1965, che salì le classifiche inglesi all'inizio dell'anno successivo e venne pubblicata in album solo nel 1978  e nel 1985. Johnson la sdoganò nel 1981 nel suo album Ice On The Motorway  e qui ne dà una versione molto più scapigliata  e adrenalinica di quella folk-rock di  Dylan.

Semplice ma godibile, Going Back Home è probabilmente il testamento di Wilko Johnson, musicista che non ha goduto della popolarità che meritava pur essendo uno degli  stilisti della seconda generazione del British R&B. Le royalties di questo disco saranno donate ad una fondazione che combatte il cancro giovanile.

MAURO ZAMBELLINI    

 

mercoledì 19 febbraio 2014

LOVE AND EMOTION TOUR



 








 
Nel 2012 ho scritto Love and Emotion-Una storia di Willy DeVille, il primo libro al mondo riguardante l'avventura artistica di uno dei più grandi rocker e soulman degli ultimi cinquanta anni, ignorato da vivo e dimenticato da morto da un sistema musicale che ancora oggi non ammette anticonformismo, indipendenza culturale, libertà espressiva, autonomia nei comportamenti, a meno di non essere una pedina la cui trasgressione è accettata dal circo mediatico. E' stato per me un piacere ed un onore scrivere un libro su Willy DeVille, una sorta di biografia romanzata sulla sua musica, la sua vita, le sue donne, le sue stranezze, le sue peripezie esistenziali, i suoi cambiamenti, i suoi concerti, i suoi dischi, il primo testo al mondo su un personaggio che meriterebbe un film, magari dei fratelli Coen. E' prevista  una versione tradotta in inglese del libro, la richiesta c'è, specie in quei paesi, Francia, Germania, Olanda e Spagna, che ancora amano il gitano. Che la fortuna sia dalla mia parte, sarebbe un valore aggiunto ad un'opera che  in Italia ha ottenuto un confortevole successo di vendite (stiamo parlando del sottobosco delle nicchie) nonostante i media che contano, quotidiani in primis, non abbiano speso una parola al riguardo. Willy non è né Jovanotti, né Ligabue, né tantomeno Springsteen o i Pearl Jam. Ero preparato al riguardo, in Italia se sei uno fuori dal coro non ti caga nessuno, figuratevi Willy che non ha mai fatto sconti a discografici, pubblicitari, giornalisti. E' la solita vecchia storia, il talento non conta, conta il chiasso, l'esposizione e l'ammiccamento mediatico, mica i sentimenti e la passione, roba da  romantici che frequentano la parte scura della strada, ed è per questo che ho scritto un libro su Willy DeVille e non su Sting o i Red Hot Chili Peppers, dare visibilità e rendere giustizia ad un artista ignorato e trascurato. Il fuorilegge mi è sempre piaciuto più dello sceriffo e quindi ero preparato ai silenzi, all'ipocrisia e all'ignoranza. La risposta del pubblico c'è stata, ed è quello che conta,  il tour delle presentazioni sul campo è stato un trionfo di simpatia, calore, amicizie, testimonianze, divertimento, musica parlata e musica suonata, brindisi, in tanti hanno acquistato il libro direttamente in loco, ho respirato e toccato con mano la grande stima e l'affetto che in Italia si nutre per Willy DeVille e per la sua musica, per il personaggio e l'uomo. Ho ricevuto dimostrazioni di affetto e riconoscimento che non pensavo, direttamente negli showcase ma anche in facebook, sul blog zambo's place, nelle e-mail. Un grazie particolare va agli amici e ai musicisti che mi hanno dato la possibilità di allestire questi semi improvvisati showcases. Se il 2012 è stato l'anno della scrittura, il 2013 è stato l'anno del tour di LOVE AND EMOTION, anche se è programmata una coda nel 2014, sperando di arrivare down in the south, finora castigato per questioni di budget e di spostamenti. Fino ad oggi sono state una trentina le tappe del Love and Emotion Tour, viaggio che mi ha coinvolto emotivamente e fisicamente, "esibizioni" soliste solo con lo sgabello e gli appunti oppure veri reading con musicisti che gratuitamente hanno prestato la loro collaborazione e i loro strumenti, dimostrando il potere del rock in quanto a passione, divertimento e cultura, specie se si è in missione per conto di Willy, uno che non ha mai seguito le regole del business ma solo il cuore. Mi sono "esibito" (prendete questo termine con ironia) in pub, librerie, fiere del disco, club, negozi di dischi, radio, festival blues, pasticcerie, bar, rifugi di montagna, biblioteche, centri culturali, osterie di collina, casolari di campagna, vivai di fiori, in ogni luogo ci fosse la possibilità di portare la mia testimonianza ed il mio contributo nei riguardi  di un artista che il circo ufficiale del rock ha ignobilmente messo da parte. Come una rock band alternativa, mi sono mosso sul campo, andando personalmente nei vari luoghi, guidando nella notte, bevendo oltre i limiti del consentito automobilistico, parlando, affabulando, spiegando, illustrando, coinvolgendo, creando interesse attorno ad un personaggio che è un piccolo pezzo di storia del rock. Il pubblico è stato parte fondamentale dello spettacolo, sempre attento e coinvolto, partecipe e a volte perfino commosso, nei confronti di Willy c'è un affetto diffuso e sentito, un amore inversamente proporzionale alla sua notorietà,  non tanto da parte degli addetti ai lavori, quasi del tutto assenti ed ignari, ma degli ascoltatori comuni, semplici fans, appassionati di rock e di musica, audiofili come si usa dire oggi, persone che lo avevano visto magari una volta in concerto e non l'avevano più dimenticato, persone che mi hanno confidato di essere tornati a sentire i suoi dischi dopo la lettura del libro,  anche tanti neofiti, curiosi che non conoscevano il personaggio ma si sono fatti sedurre dal mio racconto, comprando il libro, facendolo autografare e assicurandomi di fare altrettanto coi dischi, reperibili, di Mink DeVille e Willy DeVille. Mi sarebbe piaciuto davvero tanto portare DeVille a Napoli, a Roma, in Sicilia, nelle Marche, in Toscana ma per questioni varie non è stato possibile, per il futuro chissà, magari ci saranno i tempi supplementari per questa sympathy for the deville. Come già scritto sopra gli special thanks vanno ai tanti musicisti e amici che spontaneamente ed in modo del tutto disinteressato  hanno prestato la loro voce, le loro chitarre, i loro strumenti, la loro intraprendenza ed organizzazione perché le performance fossero possibili. Mi piace ricordarli questi compagni di ventura, in ordine di apparizione: Marco Denti, Evasio Muraro e Fabio Cerbone altrimenti conosciuti come The FaNs, Miky Martina, Fabio Drusin e gli W.I.N.D., The Pachuco Band, Michele Anelli, Gianfranco Scala, Max Prandi, Gigi Cifarelli, Andy J.Forest, Nandha Blues, Arianna Antinori & Turtle Blues,  John Strada, Banzai, Matteo Zuppiroli, Antonio Torello, Jimmy Ragazzon e i Mandolin' Brothers. Un grazie particolare a Chiara Monti per la compagnia nelle buie sere di pioggia e di  chilometri, nelle trasferte faticose bagnate dall'alcol e poi, per la  sua abilità e velocità con cui tramite fbook e la grafica internet, ha permesso ciò per cui io non sono nato ovvero la promozione degli eventi e le foto in rete. Mi piace ricordare anche coloro che hanno contribuito a materializzare questi incontri con l'autore e l'artista nella giusta atmosfera , sempre informale ma con la serietà di trattare un argomento nobile come Willy DeVille. Quindi un riconoscimento a Elena Manni, Gianfermo Cadei, Alberto, Guido Giazzi, Elena Barusco, Elena e Leo dello Zig Zag, Valter Fiorin e i ragazzi del Sacco&Vanzetti Cafè, Anna e Paolo Carù, Giusy Cicero, Bobby Right, Marco Greco, Claudia, Pieranna e Angela Margaroli, Nino, Angelo e Gabriele, Eleonora Bagarotti, Blue Bottazzi, Seba Pezzani, Michele, Roberto Caielli, Carlo dell'Una e 35 circa, Roberto Neri, Gianalberto Colimbo, Mauro Gervasini, Alessandro Zoccarato, Gianni Beraldo, Giovanni Zuretti, Mauro Bianchini, Cristina Moregola, Roberto Ceresini, Gianni Melis, Paolo Sodde, Max Arrigo, Ivana Cretier, Caterina De Santi, l'oste Carletto, Arianna Antinori, Maurizio Boldrin, Daniele Morgan, Antonio Matera, Renzo degli Antichi Parrocchiani, Bruno Palatini, Corrado Ori Tanzi, Daniela Bonanni e William Novati.

 

IL TOUR
13 aprile  LIBRERIA MONDADORI  Somma Lombardo (Va) guest The FaNs
20 aprile  LIBRERIA ZIG ZAG   San Donato Milanese (Mi) guest The FaNs
21 aprile  FIERA DEL DISCO    Brescia
26 aprile  SACCO&VANZETTI RIVER CAFE' Concordia Sagittaria (Ve)  guest The FaNs+Micky Martina+Fabio Drusin
10 maggio SPAZIO CARU'       Gallarate ( Va)  guest  The Pachuco Band
11 maggio  VINILMANIA         Novegro (Mi) guest The FaNs
17 maggio  RADIO CICCIO RICCIO RADIAZIONI CULT  Brindisi
31 maggio   LUZI CAFE'          Gallarate (Va)  guest The Pachuco Band
6   giugno    LIBRERIA MARGAROLI   Verbania  guest Michele Anelli+Gianfranco Scala
11 giugno    BIBLIOBOOK        Busto Arsizio (Va)
16 giugno    MALGA VALLI     Trambileno (Rovereto)  guest Evasio Muraro Band
27 giugno    DAL MISSISSIPPI AL PO    Piacenza  guest Max Prandi
28 giugno    AMENO BLUES      Ameno (No)
4 luglio       LIBRERIA EUFEMIA       Sesto Calende (Va)
10 luglio     BLACK AND BLUE FESTIVAL TWIGGY   Varese  guest Andy J.Forest
18 luglio     LIBRERIA FELTRINELLI     Parma
22/23 agosto   NARCAO BLUES    (Iglesias/Carbonia)
20 settembre   RADIO RAI TRE      Aosta
21 settembre   TG3 REGIONALE   Aosta
21 settembre   CENTRO CULTURALE LA PLACE   Aosta  guest Nandha Blues
25 settembre   OSTERIA AL CENTRO      Fimon (Vicenza) guest Arianna Antinori & Davide Repele
26 settembre   IL VENTITRE RECORD STORE  Padova  guest Arianna Antinori & Turtle Blues
27 settembre   OSTERIA VECCHI PARROCCHIANI  Udine  guest W.I.N.D.
28 settembre   BEJAFLOR VIVAI        Portogruaro (Ve)
12 ottobre     ALL'UNA E TRENTACINQUE    Cantù  guest Hayward Williams
30 ottobre     LA BAIA   Finale Emilia (Modena)   guest John Strada & The Wild Innocents
15 dicembre  le SCIMMIE   Milano   guest   The Pachuco Band
18 gennaio    OKradio.it   Legnano   guest  Angelo "Leadbelly" Rossi
25 gennaio     SPAZIO MUSICA     Pavia   guest Mandolin' Brothers
11 luglio        AMENO BLUES    Ameno (No)
8  agosto       A GUA SECCA  Cicagna (Ge)  guest Francesco Più/Pablo Leoni 
17 dicembre  MUSIC CLUB RAI UNO RADIO w.John Vignola  Saxa Rubra Roma
18 dicembre  KEY SISTEMS   Via Margutta 99    Roma

 

 














 

venerdì 31 gennaio 2014

NEBRASKA

 

L'accostamento nasce per forza di cose : il titolo, il bianco e nero della copertina e delle fotografia. Ma nel disco di Springsteen, uno dei suoi album più drammatici, intensi ed espressivi, il bianco e nero di quella indimenticabile copertina, una livida highway del midwest ripresa dal cruscotto dell'auto, con i tergicristalli appesantiti dalla neve, era "mitigato" dal rosso e nero dei titoli, non casuale rimando alla storia noir e di sangue che veniva raccontata o almeno aveva contribuito al tono "perdente" e al crudo  ritratto di un America marginale. Nebraska è uno dei punti più alti dell'ispirazione springsteeniana, istigato dal caso di cronaca che nel 1958 vide protagonista Charles Starkweather e Caril Ann Fugate, lui diciannovenne che uccise la sorellastra di due anni e i genitori di lei e poi si diede alla fuga, con la compagna, dal Nebraska  fino al Wyoming lasciando lungo la strada undici morti. Alla fine della corsa lei fu rilasciata perché minorenne e lui condannato alla sedia elettrica e giustiziato il 25 giugno 1958. La storia fu narrata da Ninette Beaver nel libro Caril e raccontata da Terence Malick nel film Badlands (La Rabbia Giovane) ma la vicenda fu in qualche modo responsabile, assieme alla lettura dei romanzi di Flannery O'Connorr,  della vena che portò all'album Nebraska, anche se una delle più famose canzoni di quel disco, Highway Patrolman, servì a Sean Penn per un altro heartland-movie ovvero The Indian Runner (Lupo Solitario).

Le analogie finiscono qui, nel titolo e nel bianco e nero, ma chi dovesse vedere il bellissimo film di Alexander Payne, intitolato appunto Nebraska, non potrà fare a meno di trovarci quella desolata poetica delle strade secondarie, qui priva di fatti sanguinari ma inebriata da una contagiosa sebbene amara ironia,  che per molti anni ha accompagnato la musica e le visioni di Springsteen. Bisognerebbe chiedersi perché, al di là della cronaca, sia sempre il Nebraska ( e non, che so, l'Indiana o il Kansas o l'Iowa), il teatro del grande nulla americano.  La storia è semplice e presto detta:  Woody Grant ovvero un magistrale Bruce Dern, è un vecchio scontroso, amareggiato e smemorato, convinto di aver vinto un milione di dollari in quelle fittizie lotterie che sono un veicolo pubblicitario per vendere altre merci. Dern si avventura in un road movie provinciale tra la periferia di Billings in un Montana fuori da qualsiasi circuito turistico ed un piatto ed anonimo Nebraska, per andare a riscuotere il premio, accompagnato dal figlio quarantenne che prima cerca di dissuaderlo e poi lo asseconda in questo viaggio, conscio di regalargli un ultimo motivo di una vita altrimenti incanalata su un binario morto. Nel viaggio Woody Grant ed  il figlio (interpretato da Will Forte) incontrano cittadine semideserte e metropoli senza storia,  vecchi concittadini, riunioni di famiglia, parenti ingordi ed insulsi, ricordi, liti, riconciliazioni, in quello spirito nomade che è stato uno degli elementi caratteristici dei film della New Hollywood degli anni settanta, evocando pellicole come L'ultimo spettacolo di Peter Bogdanovich e il più recente Una Storia Vera di David Lynch, con gli echi però agrodolci del neorealismo italiano.

Nebraska è neorealismo americano blue-collar, il critico cinematografico Giona A. Nazzaro su FilmTv  l'ha paragonato per essenzialità e composizione dello spazio, ad una canzone di Howe Gelb dei Giant Sand, personalmente trovo che la narrazione abbia i tempi ed il bianco e nero, magistrale la fotografia di Phedon Papamicheal, delle canzoni dello Springsteen suburbano, una provincia una volta saldamente operaia ed oggi dimenticata dalla crisi finanziaria. La fotografia è superba, desolata e poetica al tempo stesso e contribuisce a delineare lo spirito della storia, il profilo dei personaggi e gli spazi di un paesaggio che non si fa fatica ad accostare al mondo di Springsteen, in primis proprio Nebraska. Fotogrammi che lasciano senza fiato, che a tratti evocano gli scatti di Ansel Adams, quadri di un America profonda colta nelle lentezze di vite ordinarie ed un po' scontate di uomini tristi ed autentici, non ancora sconfitti dalla vita.  Alla donna della lotteria che chiede al figlio se il padre ha l'Alzheimer o la demenza senile, il figlio risponde " no signora, è solo che si fida di quello che la gente gli dice".  Ed è questa la frase del copione che ha convinto Bruce Dern ad accettare la parte dopo molti anni di inattività, un gigante cocciuto e commovente che non ride mai, non ha mai riso e non pensa alla morte, perché vive già in un cimitero ma al tempo stesso è un monumento ai pionieri d'America, è un puro. (Roberto Manassero, Film TV).

Tra periferie urbane, tristi quartieri residenziali di una lower class senza sogni, cittadine ridotte a  ghost town, luminosi scorci rurali, strade dritte nel vuoto, tavole calde misere come gli stessi frequentatori, frammentari dialoghi di una ineluttabilità del vivere, Alexander Payne (A Proposito di Schmidt, Sideways, Paradiso Amaro) costruisce una ballata crepuscolare e malinconica ma capace di regalare attimi di verità e di bellezza, oltre ad una divertente vena tragicomica. Buoni sentimenti espressi però a colpi di amarezza ed ironia. Accompagnate dalla bella colonna sonora di Mark Horton nello stile del Bill Frisell country-oriented, le immagini di Nebraska ci riportano all'essenza del cinema della New Hollywood e a quei road-movie che hanno formato il nostro immaginario americano ed una sensibilità folk-rock del vero sentire (e vedere).  Da non perdere.

 MAURO ZAMBELLINI