lunedì 28 ottobre 2013

LOU REED (1942-2013) Morte di un Rock n'Roll Animal


 

Un cattivo maestro, la rappresentazione del negativo, un microfono davanti al malessere, all'inquietudine e al degrado umano. Nel momento in cui l'utopia  hippie degli anni '60 prometteva un mondo migliore e di pace, a New York, nella sua New York, Lou Reed coi Velvet Underground portava in scena la bellezza del male, il male della bellezza, esplorando le fogne della città e gli eccessi di un mondo candido e putrido. La "banana" dei Velvet Underground, ovvero quel disco del 1967 segnato dalla grafica e dalla presenza di Andy Warhol, avrebbe minato alla base la storia del rock infiltrandosi come un virus negli anni, nelle decadi e nei secoli successivi e Lou Reed avrebbe acquistato quella saggezza al vetriolo che è propria dei poeti. Un poeta in perenne equilibrio tra l'intelletto della letteratura, la difficoltà del vivere e la crudezza del rock, il potere della parola, la sensibilità del cuore e la fisicità di una chitarra elettrica.

Armato di una manciata di accordi ha raccontato storie di ordinaria follia e straordinaria depravazione, di ascesa e caduta, di emarginati e femmine fatali, di tossici e rifiuti urbani, di sofferenze e morte, con l'occhio freddo di un chirurgo davanti al proprio paziente, evitando di dare giudizi sui comportamenti, ma accettandoli come una imprescindibile manifestazione della natura dell'uomo.

Non interessa assolvere Lou Reed dal ruolo di cattivo maestro negli anni '60 e '70 e nemmeno magnificare la redenzione di dischi come New York, Songs For Drella, Magic and Loss  dove più e meglio di ogni altro ha cantato nel rock la caduta di una città, i malati di AIDS, la morte di un amico, l'agonia e la sofferenza di un malato di cancro, quanto accettare la sua importanza artistica, l'odissea e la sua continua trasformazione, il lucido distacco con cui attraverso la musica, la poesia, la fotografia ha raccontato avvenimenti vissuti sulla propria pelle, la sua voglia di emozionare ed emozionarsi, la sua imprevedibilità e i suoi malumori, anche se poi- come lui stesso ha più volte affermato- niente vale di più che due chitarre, un basso ed una batteria che suonano rock n'roll. Rock n' Roll Animal.

 

MAURO ZAMBELLINI   

martedì 22 ottobre 2013

THE ROLLING STONES Sweet Summer Sun


 
 


 I Rolling Stones ad Hyde Park 44 anni dopo, un evento immortalato da un DVD, da un doppio  CD, da un Blue Ray e da una  edizione deluxe con tutto e di più. Hanno suonato quest'estate il 6 ed il 13 luglio nel più famoso parco di Londra, entrato  nella cultura rock per quel mitico concerto del 5 luglio del 1969 con cui salutarono Brian Jones, morto tre giorni prima, e diedero il benvenuto a Mick Taylor. C'erano 250 mila persone ad Hyde Park quel giorno, Jagger liberò centinaia di farfalle e lesse un brano tratto dall' Adonais di Percy Shelley, lo show, non eccelso come il tour americano che sarebbe iniziato di lì a poco,  fu celebrato dal film The Stones In The Park.  " C'è qualcuno che era qui nel  1969" grida ad un certo punto Mick Jagger ai sessantacinquemila presenti la sera del 6 luglio 2013,  infilandosi la stessa camicia bianca da paggio  che aveva ad Hyde Park  nel 1969, rispondendo alle grida di una parte del pubblico con  "bentornati, è un piacere vedervi di nuovo" e dando il via ad una sempre verde Honky Tonk Women con Keith Richards impegnato nel suo sporco lavoro con la chitarra,  i fiati di Bobby Keys e Tim Ries a soffiare assatanati e Chuck Leavell a regalare col piano il suo miglior assolo del concerto, anzi dei concerti per ché Sweet Summer Sun assembla registrazioni di entrambe le date londinesi, il  6 e il 13 luglio.  Il camicione bianco di Jagger non è il solo riferimento al concerto del 1969,  a contorno dello show nel DVD  ci sono difatti brevi  flash presi da quel lontano Hyde Park , oltre ai commenti dei protagonisti e del pubblico festante, un pubblico transgenerazionale che va dai bambini ai nonni, tutti felici di assistere al' ultimo ? ( si dice  così da almeno trentanni)  show della band più longeva della storia del rock. Che in questo Hyde Park Live  non manifesta quei segni di bolsaggine palesati in diverse occasioni delle ultime tourneè, mi viene in mente ad esempio Milano 2006 e nemmeno  svolge  il compito con routine, come da contratto e senza particolare trasporto.  Lo show di Hyde Park, come d'altra parte quello di Glastonbury del 29 giugno, per certi versi ancora migliore,  li vede vecchi ma in forma, non ancora pronti ad andare in pensione, contenti di stare davanti al pubblico, non solo  per l'incasso  ma per divertirsi con ciò che sanno fare meglio ovvero suonare rock n'roll.

Lo spettacolo è meno elaborato e circense di quelli degli anni novanta, loro sono più schietti, impegnati e concentrati negli assoli, nei riff e nelle melodie,  Richards e Wood suonano le chitarre in modo decente, si divertono come stessero in garage a far festa , Charlie Watts  sorride perfino tanto è a suo agio,  e  Jagger, beh Jagger lo si può amare o odiare, ma è uno dei grandi misteri della vitalità fisica umana, è straordinariamente in forma, canta senza sosta con una voce che non soffre minimamente il tempo , corre, salta, si dimena con quelle sue mossette tipiche, sculetta, incita il pubblico, gioca, si concede completamente, ha una forza scenica che non hanno i suoi colleghi più giovani e riesce ad essere meno gigione e  pavone del solito, evitando di fare il Mick Jagger che imita Mick Jagger. Il resto è l'eccellenza in fatto di turnisti, se così si possono definire, sax e trombe di prima classe, il pianista di Jessica,  Chuck Leavell al loro servizio dal lontano 1982,  la voce maschile di Demon Fowler, l'ugola rovente di Lisa Fisher, la quale  in Gimme Shelter dimentica l'acuto iniziale ma poi sulla pedana in mezzo alla folla diventa regina, danza con Jagger, agita le frange della sua camicia come fossero le ali di un aquila, tira fuori la sua voce da soul singer e accende l'eros di Mick. E'solo uno dei tanti momenti caldi dello spettacolo perché se è vero che  le canzoni fanno la differenza è altrettanto vero che gli Stones di quest'estate sono ancora un gran bel sentire e vedere, e quindi meglio il DVD che il CD.  Partono con Start Me Up ovvero dal 1981 e poi tornano indietro. Jagger è in camicia nera e giacca leopardata, Richards in nero con camicia rossa, chiodo e t-shirts bianca per Wood, in spartana maglietta verde Watts, sembrano una gang di teppisti dei quartieri alti, monelli e aristocratici anche a settanta anni,  almeno tre generazioni di rockers hanno imparato da loro.  Subito arriva  è solo rock n'roll ma ci piace, e difatti  non aspettatevi altro ma se un alieno arrivato questa mattina sulla terra vi chiedesse cos'è il rock n'roll,  per rispondergli non potreste che fargli ascoltare (e vedere) i Rolling Stones. Quindi, punto e a capo. Ecco Doom and Gloom la loro cosa più recente, dura , potente, ballabile, roba da officine Stones, è  del 2012 ma è già un classico. 

Gibson e Fender si succedono nelle mani di Wood e Keef, la  Stratocaster dell'uno fa compagnia alla Telecaster dell'altro, sentire cantare così fragile ed esangue Richards in  You Got The Silver,  già esibita abbondantemente nelle ultime date del Bigger Bang Tour, ci si chiede quanto potrà durare ancora sul palco ma  Happy allontana la risposta, è sguaiata, orgiastica, felice, con Wood alla lap-steel e gli Stones ancora a Nellcote. Quando cala l'oscurità  Jagger si mette la giacca di lamè , impugna la Fender nera, l' aveva già usata in Doom and Gloom ,  e dà il via alle danze,  l'immenso prato di Hyde Park diventa un' onda, la febbre del sabato sera si chiama Miss You,  le donne, tante, tantissime come ad ogni concerto delle Pietre Rotolanti, vanno in visibilio e iniziano a muoversi sinuose. Gli uomini lo fanno subito dopo quando Mick Taylor sale sul palco e con la sua Les Paul  tinge di  blues  lo show. Midnight Rambler è  in versione deluxe,  lunga, arrembante, al sangue. Sono tre chitarre a sferragliare  sul palco e si sente, una bambina balla tarantolata nel parco, ha capito cosa dicevano mamma e papà quando parlavano di Rolling Stones. Da lì in poi è rock n'roll  come lo si immagina e lo si vorrebbe, puro e sporco, il riff di  Jumpin' Jack Flash  è bollente,  il rito pagano di Sympathy For The Devil  il momento in cui tutti i sessantacinquemila (per sera) intonano il canto al diavolo-Jagger che in stola di piume pare un corvo malefico uscito da un racconto horror.  Richards con la Gibson fa il celebre assolo, Watts  aggiunge un pizzico di swing nel drumming, come se volesse sdrammatizzare una canzone che nel tempo ha perso quell'immaginario diabolico e trasgressivo. Ma Jagger è ancora capace di farci credere che nel rock n'roll l'inferno esiste ancora ed è talmente bravo che alla fine ne siamo convinti, o almeno facciamo finta. Il finale è affidato a Brown Sugar prima degli encore. Il corno francese di Tim Ries ed un nugolo di belle signorine in nero,  quelle del London Youth Choir, annunciano che tu non puoi sempre  avere ciò che vuoi,  detto che si adatta bene alla quasi totalità della popolazione mondiale tranne che agli Stones  a cui la vita ha regalato fama,gloria, successo, popolarità, soldi e longevità artistica. La versione di You Can't Always Get What You Want è all'altezza della sua fama, il gospel si sposa col miglior assist di Ron Wood del concerto, poi l'apoteosi di Satisfaction tra gioia e rock n'roll chiude un evento che il  DVD Sweet Summer Sun ha già consegnato alla storia. Non c'è niente di nuovo ma sono gli Stones dal vivo ovvero divertimento assicurato e qualche colpo malandrino. Certo la scaletta di Sweet Summer Sun  avrebbe potuto essere meno ovvia  ma sono state omesse , e c'erano nelle due date  di luglio, Tumbling Dice, Beast of Burden, Bitch, All Down The Line   ed Emotional Rescue, Paint It Black e Before They Make Me Run, quest'ultima cantata da Richards,  sono state relegate nelle bonus tracks del DVD  e compaiono nel doppio CD.  D'altra parte la scaletta non è molto diversa da quella standard del loro Licks  2002/2003  World Tour , questi concerti sono nati per celebrare il loro cinquantesimo anno di attività e sintetizzano la loro carriera con i brani più noti.  Su sedici tracce riportate dal DVD  dieci arrivano dagli anni sessanta con la netta prevalenza dell'album Let It Bleed, quattro dai settanta, uno è degli anni ottanta ed uno degli anni duemila, come dire il futuro è dietro le  spalle ma noi siamo ancora qui.

 
MAURO ZAMBELLINI       OTTOBRE 2013
 
 

mercoledì 2 ottobre 2013

LA FANFARA DI JONATHAN WILSON


     



Mai titolo fu più azzeccato, Fanfare di Jonathan Wilson è una lunga, ambiziosa, multifocale epopea della sua arte e della sua professionalità, una sorta di dinamico movimento di energia con esplosioni di fantasia e idee e conseguenti pause riflessive attorno alla sua multiforme personalità musicale : chitarrista, pianista, multi strumentista, cantante, autore, arrangiatore, produttore, tecnico del suono, fonico, programmatore. Va da sé che Fanfare non è un album facile, come lo poteva essere il precedente acclamato Gentle Spirit, più focalizzato, concentrato sul songwriting e su quel suono che tutti si sono affrettati a definire il nuovo sound del Laurel Canyon. Fanfare è diverso, molto più complesso e sfaccettato, a tratti anche dispersivo ed evasivo perché in mezzo a tanto materiale, a tanti impulsi, a tanto delirio espressivo, non è facile essere sintetici e mantenere un focus all'intero progetto e allora affiorano qualche lungaggine ed una lunghezza per un disco davvero impegnativa, 78 minuti! Ciò non toglie che Fanfare sia un disco estremamente interessante, emozionante ed affascinante, con diversi colpi di genio e qualche caduta di tensione, un disco che ha richiesto nove mesi di registrazione, dove il centro della musica è costituito dal pianoforte a coda Steinway usato da Wilson oltre alla sua voce sognante, malinconica, abbandonata. Fanfare è il piece de resistence di un artista che vuole dimostrare al mondo la sua grandezza e la sua variegata fame espressiva. Vulcanico, pindarico e transgenerazionale,  basta guardare i musicisti coinvolti in questo disco per rendersene conto, da Graham Nash, David Crosby e Jackson Browne a Josh Tilman aka Father John Misty e Pat Sansone di Wilco, da Taylor Goldsmith dei Dawes a Mike Campbell e Benmont Tench degli Heartbreakers di Tom Petty, per arrivare ad una leggenda dello psycho-folk inglese degli anni sessanta quale Roy Harper, con cui collabora nella scrittura di alcune canzoni.  Il talento di Wilson era già stato messo in evidenza in Gentle Sprit con cui aveva tolto la polvere dal vecchio sound della west-coast, ormai relegato ai gusti  di ex-hippie  in carriera e sepolto negli archivi di un' epoca irripetibile, togliendogli rughe e nostalgia così da indurre di nuovo molti a cercare sulle cartine geografiche musicali dove fosse il Laurel Canyon.

Qualcuno, sedotto dalla semplicità di Gentle Spirit, potrà allora rimanere imbarazzato o storcere il naso davanti all'inizio di Fanfare, col vento che soffia dalle colline ed il piano di Wilson che abbozza una melodia trasformata in  una sinfonia di drammatica reminiscenza classica. Quando la voce abbandonata e sonnacchiosa di Wilson infrange l'atmosfera semi sognante del pezzo, i violini orchestrano lo sfondo ed un sassofono free-jazz scarabocchia con rabbia il quadro, si capisce che il viaggio è iniziato e non sarà facile seguire la via senza timore di perdersi, perché la fantasia di Wilson è ridondante e la fanfara porterà con sé archi, orchestrazioni, campanacci, flauti, vibrafoni, assoli di pianoforte, fiati, voci, improvvisazioni ed una orchestra intera. Quasi una futura visione della musica rock, come suggerisce il titolo di una canzone dell'album,  oppure l'ostinata ricerca della perfetta canzone d'amore, con l'intento di edificare una sorta di suite sulla falsariga di  Pacific Ocean Blue di Dennis Wilson, l'opera che più di ogni altra si avvicina a questo delirio del giovane Wilson. E questa ricerca pare portare a risultati grandiosi perché Dear Friend è un abbraccio tra i  Pink Floyd e i Rolling Stones dell'era Mick Taylor, la solennità dei primi  contrapposta ad una liquida chitarra bluesy e Love To Love è una simple song che tra chitarre Byrds ed un Hammond antico rivaluta un nobile significato di pop.  Episodi che anticipano Future Vision ed una visione  più complessa e imponente, dove la grandeur sinfonica dei Pink Floyd, di nuovo, è sdrammatizzata da una marcetta di vago sapore Kinks e da una coreografia  Stereophonica. All'opposto, Moses Pain mostra il malinconico songwriting di Wilson, dolente come il Dylan dei racconti perduti di Tell Tale Signs rifiniti però qui con una corale alla Jackson Browne. Momento sublime, come quello che viene subito dopo, dove difficile è capire cosa ci stia dietro ad un titolo come  Cecil Taylor, famoso pianista free-jazz, quando invece una ariosa, dilatata e armoniosa folk-song che non tradisce la sua origine ovvero il meraviglioso If I Could Remember Only My Name di David Crosby, qui presente assieme a Nash,  si libera sopra l'orizzonte della Bay Area, Da quel mitico album potrebbe discendere  anche New Mexico mentre sono i  toni da ballata rock a condurre Illumination,  epica e travolgente come le onde di Big Sur,  imparentata con il surfing lisergico di Chris Robinson Brotherhood. Terre grigio e rosa rubate ai Caravan invece quelle di Fazon dove morbide percussioni dondolano attorno ad un clarinetto jazz e a voci rilassate che salgono da Canterbury.  Desert Trip, questo sì un ritrovato ingiallito giornale sulle amenità del Laurel Canyon sound,  pianoforte, voce ed un filo di ritmo in equilibrio con una melodia  delicata e avvolgente, è un miraggio desertico e potrebbe essere la conclusione di un disco pressoché perfetto se Jonathan Wilson non si facesse prendere la mano e volesse fare con Love Strong il John Lennon al pianoforte, peraltro aggiungendovi una stramba spruzzata di country a metà del pezzo e All The Way  si dilungasse lenta e affaticata. Poco male, Fanfare  rimane una interessante e per molti versi riuscita celebrazione del talento musicale di Jonathan Wilson e della sua vulcanica esigenza espressiva, come molti dischi così ambiziosi, lunghi e "onnipotenti"( non a caso la copertina  è  presa dal Giudizio Universale di Michelangelo Buonarroti) non è un capolavoro ma ciò non toglie che qui brillino una bellezza ed una fantasia che è un delitto ignorare.
 
MAURO ZAMBELLINI    

venerdì 13 settembre 2013

THE STRYPES SNAPSHOT

    
Vengono da Canvan, Irlanda, quasi al confine con l'Irlanda del Nord e nonostante abbiano si e no diciotto anni suonano con una attitudine garagista ed una determinazione da scafati rockers  vecchio  blues e rhythm and blues alla velocità della luce, trasmettendo un entusiasmo ed un' energia che non si provavano dall'esordio dei Rolling Stones o dall'avvento del pub-rock. Di loro, Elton John ha detto " hanno, a sedici anni, una conoscenza del blues e del r&b che io ho maturato solo in 65 anni di attività". L'interesse di Sir Elton John è motivato dal fatto che è stata la sua Rocket Music Management a scritturarli dopo che i quattro Strypes avevano sbancato nel 2012 le classifiche blues di iTunes con l' Ep Young, Gifted and Blue,un disco contente cover di Slim Harpo, di Billy Boy Arnold ed una micidiale versione di You Can't Judge a Book by the Cover di Bo Diddley. Quell'Ep ha immediatamente mosso le acque attorno ai quattro giovanissimi irlandesi e scatenato alle loro calcagna le case discografiche, incredule di trovarsi di fronte quattro mocciosi che in età scolare riuscivano a sconvolgere le radio e i club di Irlanda e Londra con una incendiaria  mistura di vecchio rock n'roll, r&b e blues.
Ross Farrelly, voce e armonica, Josh McClorey, chitarra, Pete O'Hanlon, basso, e Evan Walsh, batteria, si sono messi insieme ad una festa di scuola nel 2008 e da lì hanno invaso prima l'Irlanda, poi i club londinesi, BBC compresa. Sono diventati "un caso" ancora prima di pubblicare un vero album ma la ragione una volta tanto sta nella musica e non nel clamore mediatico delle riviste d'oltremanica perché  gli Strypes suonano con una verve introvabile ai giorni nostri, come se ci trovassimo di fronte, nuovamente, all'esordio degli Yardbirds. Tesi,spietati, nervosi, arrembanti,evocano alla perfezione i suoni  incontaminati del boom del blues inglese dei primi anni 60 con una autorevolezza e spavalderia da far paura. Saccheggiano i sacri testi del blues, dopo Willie Dixon sono passati a  Huey "Piano" Smith e Bo Diddley(I Can Tell), a Chuck Berry (Beautiful Delilah),a Leiber e Stoller (I'm a Hog For You Baby), a Big Bill Broonzy ( CC Rider) e lo fanno con una sauvagerie da veri teppisti del r n' r, proprio in un'epoca in cui i suoni subiscono un processo di pulizia e abbellimento da renderli quasi inoffensivi. Possono sembrare derivativi nel loro gesto ma l'intensità con cui suonano è qualcosa di autentico, e l'incandescente Snapshot lo dimostra, rock n'blues puro e vergine dell'età dell'innocenza, senza paura di sembrare passatisti o revivalisti ma solo per vomitare eccitazione, come facevano i Rolling Stones pre-Out of Our Heads con Brian Jones ancora in palla,gli Yardbirds del Marquee Club con le chitarre di Clapton e Chris Dreja e i Dr. Feelgood di Stupidity.
Un pugno di cover, tra cui una anfetaminica ripresa di Rollin' and Tumblin' e l'omaggio al Nick Lowe di Heart of The City, due estratti live ovvero le sporche rivisitazioni di CC Rider e I Can Tell, la rimessa in circolo di You Can't Judge A Book By The Cover, pezzo che ha decretato la loro fortuna, ed una decina di titoli firmati come Mc Clorey/The Strypes sulla falsariga del blues/r&b conciso e tagliente dell'era beat, tutto ritmo, guizzi d'armonica e assoli tanto brevi quanto spudorati, questo il menù del  fast food degli Strypes, proteico ed energizzante, servito da quattro sbarbatelli che si vestono come se avessero saccheggiato l'armadio degli Stones del 1964. Sedici tracce brucianti, un sound da cardiopalma prodotto da Chris Thomas (Beatles, Sex Pistols), una voce
(Ross Farrelly) da cane arrabbiato ed un'armonica rubata al Keith Relf di Five Live Yardbirds,  la chitarra (Josh McClorey) di Wilko Johnson in Stupidity ed una sezione ritmica che fa palestra sul palco, qui c'è materia da far resuscitare i morti ed una musica ancora giovane dopo cinquanta anni che è stata inventata. Altro che quei fighetti metropolitani degli Strokes, The Strypes, da Canvan, provincia irlandese. Guinness e rock n'roll.
 
MAURO  ZAMBELLINI       
 

sabato 7 settembre 2013

LIBERTA' E PAURA









 
 

Allora, l'input me lo dà la mamma, novantontenne, ultimamente un po' claudicante e fragile ma sana, sanissima di mente. Capisce che la guerra in Siria è una cazzata da evitare e che Berlusconi, non è mai stata molto di sinistra, si deve togliere dai coglioni una volta per sempre. Ci tiene alla propria persona, è ancora una donna signorile, deliziosa ma ormai ci sente poco, o meglio capisce solo quelli che parlano chiaro. Grillo le fa salire la pressione per come parla in fretta e concitato, Renzi lo capisce anche se non le piace più di quel tanto, Landini è quello giusto, dice pane al pane e anche se la mamma è stata una piccola imprenditrice, una sarta con un paio di lavoranti quando questo mestiere non era ancora travolto dalle griffe, condivide il suo punto di vista sul lavoro e l'industria. Ormai la mamma bisogna curarla, un giorno la sorveglia mio fratello, più vecchio di me , l'altro giorno faccio io. E' il mio giorno libero e  Meteo Swiss dice che il 5 settembre sarà una bella giornata, sole, caldo, qualche nuovolaglia ma tutto ok. Che faccio?  Naturale, inforco la blackie ovvero una BMW 850R del 2003 comprata on line un paio di anni fa da uno di Ospitaletto che al secondo figlio non se le è sentita più di affrontare la strada a motore e ha optato, su consiglio della moglie, per la bicicletta.

La blackie è un'ottima moto, comoda, turistica, bella ( a chi piace il motore boxer della BMW), sufficientemente veloce, non una moto di moda ma solida, come quegli album di rock che si ascoltano anche venti, trentanni dopo. Non sono un bmwista allineato, ho anche una Honda Four 500 d'epoca di quando ero giovane, non ne faccio una questione di scuderia, di tribù,  ma solo di mezzo con cui poter aggredire una strada, fare movimento, andare in solitario in luoghi che la sera prima hai visto su una cartina, viaggiare,  perdersi nei pensieri stretti da un casco che ti comprime le meninge e te le fa lavorare al massimo perché in una frazione di secondo devi vedere la strada, gli altri, il paesaggio, te stesso e magari anche sognare. Mi piace la montagna solo quando ci vado in moto, ho sciato poco, detesto il freddo e le passeggiate estive che finiscono con polenta e formaggio, sono laico impenitente, preferisco il mare, il collegamento orizzontale, ugualitario, tra umanità che stanno su rive opposte e non si conoscono, la montagna è divina, verticale, mette in relazione con il soprannaturale, con il cielo, con l'ignoto. In moto è perfetta, quando sei su una barca in mezzo al mare, la barca può stare ferma o dondolare perché è il mare  che si muove, anche quando è calmo, se no non ci sarebbero le maree, la montagna è invece ferma, statuaria, immobile, fissa, imponente, divina  e sei tu con la moto che ti muovi attorno ad essa. Questione di dinamica. Quindi nella fresca mattinata del 5 settembre  prendo la blackie, non aspettavo altro, è tutt'agosto che faccio giretti da pensionato. Alle 7.30 sono già on the road, c'è foschia, umidità, parto da Somma Lombardo dove vivo, mi infilo sulla autostrada che bypassa il Lago Maggiore e poi si trasforma in bretella e va verso il Simplon Pass, un passo che adoro perché l'aria è sempre frizzante, stimolante, quasi erotica, in un colpo dopo un ottantina di km da casa sei già in Svizzera, le strade salgono sinuose, larghe, ben tenute e non c'è traffico. A Iselle, comune on the border, prima di entrare nella Confederazione e intraprendere la salita, quattro case ed un negozio di alimentari, mi faccio preparare due paninozzi al prosciutto crudo e salame locale perché la Svizzera è dei banchieri non dei poveri diavoli e sedersi in un loro grotto lascia il segno. Comincio la salita, il paesaggio è stupendo, la strada si inerpica larga e comoda tra vallate verdi e ariose, con mucche al pascolo e quell'evocazione del paradisiaco sapore di cioccolato che si è fissato nell'immaginazione dopo tante tavolette di Lindt, Cailler, Frigor, Laika, Tobler mangiate fin da bambino, l'aria è salubre, fresca, c'è un po' di bruma mattutina, le montagne hanno increspature di neve lucente, qualche nuvola bassa sporca in cima la limpidezza e raffredda, ma è come portare San Francisco a 2000 metri di altezza, nebbia alta, fresco barbino, ma atmosfera da sogno. Ho le mani un po' rattrappite, penso di aver sbagliato guanti e abbigliamento ma mi sbaglio. Il resto sarà sole e temperatura mite sotto i venti gradi, perfetta per andare in moto con look semi estivo, stivali, jeans, giubbotto da moto, felpa, camicia. Scendendo dal Simplon Pass mi accorgo che non è vero che l'Italia è il male assoluto. Anche qui ci sono lavori stradali che durano una vita, c'ero passato un mese fa e non è cambiato molto, quindi corsie dimezzate, semafori da lavori in corso, fondo accidentato, gru, scavatrici, segnaletica di pericolo, men at work sgargianti che lavorano in un ambiente verde, alpino. Accosto due biker che capisco essere italiani, ad un improvvisato semaforo di un cantiere in corso. Chiedo dove stanno andando, mi rispondono: " nei Quattro Cantoni" , la strada dei Passi, dove sto andando anch'io, ma lo dicono come se volessero togliermi subito dai coglioni, come se la domanda gli desse fastidio. Alla faccia della tanto sbandierata solidarietà biker. Vengono da Milano, uno è infreddolito perché ha solo un kway come giubbotto, l'altro è il leader e detta le regole, sono sicuri in strada con la moto ma abbastanza lenti, la loro andatura mi va bene comunque, hanno il navigatore e la spocchia sotto il naso. Li seguo per un po', faccio il terzo del gruppo, sto alle loro calcagna diligente, poi dopo Briga mi fermo a fare benzina e li perdo. Meglio così, di solito "navigo da solo", l'unico momento della giornata in cui ho vissuto un pericolo, è stato seguendo loro senza accorgermi di una macchina che sopravveniva ad un incrocio. Colpa mia non loro ma preferisco contare sulle mie forze. D'altra parte sono loner da quando Neil Young scrisse quella meravigliosa canzone.

Sono sessanta i Km che separano Briga, ridente e soleggiata cittadina all'inizio del Vallese, dal punto in cui a nord-est nasce il Rodano ovvero il ghiacciaio che separa il Furka Pass, una delle strade segnalate da un sito americano tra le 30 più belle del mondo e il Grimsel Pass. Il Furka l'ho attraversato un mese fa e vi assicuro non tradisce le esaltanti recensioni di quel sito, specie nella sua parte discendente verso  Andermatt, canton di Uri, curve da favola e paesaggio fantastico da Montagne Rocciose in Colorado. Questa volta sotto le ruote della mia blackie è la strada verso  il Grimsel Pass, la salita è spigolosa, curve a gomito, strapiombi, montagne che ti vengono addosso con la loro drammatica e gotica onnipotenza. Il passo è piacente ma nulla più, un Hotel-Restaurant con bandiera rossocrociata ed un balcone con tavoli di wurstel e boccali di birra, un laghetto, una grotta ed una vista sul ghiacciaio, ma è la discesa che vale il viaggio. Montagne solenni e lunari, niente vegetazione, solo roccia bianca, chiara, splendente, due laghi alpini con acqua color verde oliva chiara che anche stando seduti in moto si percepisce fredda, glaciale, mozzarespiro. La strada è fantastica, curve che sembrano finire nei laghi, un abbozzo di diga, cime che sembrano maghi di una fiaba medioevale pronti a rapirti e a portarti in un altro mondo, ancestrale e orogenetico. E' settembre, il turismo di massa se ne è già andato, ammesso che in questi posti ci passi la massa, oggi solo qualche auto sportiva e tanti motociclisti, svizzeri, tedeschi, qualche austriaco, nessun italiano, tranne me. Mi faccio fare una foto da un biker in pelle nera e orecchino che fuma una sigaretta nell'aria cristallina di Grimsel, è di Lucerna, mi chiede da dove vengo, quando gli dico Varese, per farla breve, rimane di stucco, it's a long travel afferma. Yes but it's a wonderful trip, gli rispondo. Psichedelia motociclistica di montagna, high sky and good vibrations,  vorrei avere sotto il casco delle cuffie che sparano i Dead del 69/70 o la primissima Steve Miller Band, Dark Side of The Moon è troppo scontato e poi i Pink Floyd mi hanno un p0' rotto,  ma sull'integrale ho una decalcomania dei Black Crowes.  E invece in un orecchio ho solo della bambagia per attutire il rumore del motore della mia bicilindrica perché da un po' di tempo, dopo un concerto di un gruppo italiano di cui non dico il nome, soffro di acufeni. Mannaggia al fonico.  Quando, superata la luna, scendendo in uno slalom gigante sull'asfalto, si cominciano a vedere gli alberi, pini, abeti, faggi, la psichedelia si smorza e subentra il cosmic-country, roba tipo i Byrds di Eight Miles High o Fifth Dimension, ma ci starebbero bene anche Wilco, visto che siamo sempre alti, dai 2165 metri del Grmsel Pass ai 1200 metri di Innertkirchen prima e Gamden poi, paesotto di vallata semi deserto, con l'ufficio postale chiuso, balconi ingarofanati, nessuna anima viva in giro ma una catena montuosa sopra da far invidia alle Dolomiti. In uno specie di chalet una simpatica donnetta ha attrezzato un posto di ristoro alla buona dove vende di tutto, dalle calze al cioccolato alle pesche al carbone alle bevande alle torte al formaggio ai giornali. Mi sparo, assieme ai miei due panini made in Italy, una ottima birra Eichhoff ed un cafè creme. Il caffè è passabile, meglio degli Starbucks, la birra è magica anche se solo gli svizzeri possono mettere in una parola due acca di seguito. Sarà perché sono neutrali. Dopo una pausa di mezz'ora a Gamden affronto il terzo passo della giornata, il Susten Pass. 2224 metri, splendida la salita, ancora un paesaggio lunare ma le guglie delle montagne sono seghettate e gotiche, fatta la curva ti sembra di essere scaraventato contro la montagna tanto ti è sopra e la strada è a strapiombo sulla valle che sta centinaia di metri sotto, segnata dal zigzag dell'asfalto in mezzo a rocce e cespugli. Il ghiacciaio è accecante, il sole staglia i suoi raggi sopra e non permette fotografie sensate, non è difficile capire che le previsioni nefaste sui ghiacciai che si ritirano è azzeccata, il fronte è in paurosa difesa, sporco, fangoso, annichilito, neve sporca in alta quota come direbbe Simenon. La discesa non è altrettanto bella, ma capiamoci, i paesaggi visti fino ad ora sono di una bellezza mozzafiato e quando spuntano i boschi di conifere ed il saliscendi si fa morbido sembra quasi di essere già a casa, pensando che tutto sia finito e i magnifici capogiri dell'alta quota siano finiti. Wassen, anonima cittadina in fondo alla valle, me la bevo in un minuto, dopo ore che vado in moto la velocità è aumentata, la disinvoltura può essere fatale e la prostata urla. Per tornare a sud verso l'Italia a questo punto ho tre scelte,  si può immettersi nel lungo tunnel del Gottardo, salire sul treno che trasporta i mezzi pesanti e le auto o fare il quarto passo della giornata. Va da se che opta per la terza opzione, il St.Gothard Pass, in confronto al Grimsel Pass e al Susten Pass, è un autostrada con qualche curva a gomito ed una salita costante, senza brividi.  Il Gottardo, ci nasce il Ticino e nel giro di una trentina di km qui nascono anche il Rodano e il Reno, mica bruscolini, è all'altezza della sua nomea solo sul valico, a 2109 metri, un laghetto un po' ridicolo e tante rocce morbide, tondeggianti, paffute, come fossero state levigate dal mare e non dal sferzante vento del nord. Pochi i motociclisti, numerosi i turisti dello jogging montano e i vacanzieri della scampagnata alpina, d'altronde subito sotto inizia il Canton Ticino ovvero la Svizzera italiana, tutto un altro mondo rispetto al rigore teutonico degli altri cantoni, attraversati da centinaia di biker famelici di curve che qui trovano il loro paradiso a due o quattro cilindri. Il finale del viaggio, come altri viaggi in questa Svizzera dei passi, delle montagne, dei cieli blu e delle due ruote, è una palla incredibile. L'autostrada che corre verso Bellinzona e Lugano è già italian style anche se batte bandiera bianco rossa, lavori in corso, caldo, traffico, Suv. Ogni tanto un'area di servizio democraticamente bucolica ovvero niente autogrill, niente pompe di benzina, niente shopping,  solo una fontanella con acqua fresca, toilette, ombra e panchine per farsi un sonnellino. Mi appisolo per venti minuti, me lo merito, poi di nuovo on the road verso il mondo civilizzato delle industrie e dei centri commerciali. L'entrata in Italia è un sogno cattivo, frontalieri nervosi e accaldati che tornano a casa, coda interminabile, asfalto rovente, stazioni di servizio con la benzina in euro e in franchi, segnaletica leghista. Meno male che a casa c'è la mamma, ignara dei miei brucianti 500 km. fatti nel tempo di una classica giornata lavorativa e contenta di vedermi come fossi uscito di casa pochi minuti prima.

Libertà e Paura era il sottotitolo che, e mi è rimasto sempre in testa e me lo ripeto ogni volta che intraprendo un viaggio in moto perché la libertà che regala una moto non la regala nessuno e la paura è sempre lì in agguato, stava nell'originale manifesto pubblicitario del film Easy Rider, luogo dello spirito da cui sono nati tutti i bikers con cuore rock che ancora viaggiano in strade vere o immaginarie.

Se qualche biker volesse intraprendere un trip in questa parte della Svizzera, ricordo che esiste una variante baby ma assolutamente gustosa del mio itinerario ovvero Simplon Pass, Briga, svolta a dx, 50 km fino a Ulrichen e poi Neufenen Pass o Passo della Novena, anche qui paesaggio lunare e la quota più alta di tutti questi valichi, 2431 m. Oppure altro road movie il classico Simplon Pass, Furka Pass, Oberalpass e Lukmanier Pass, quasi 600 km di degna, fantastica, esaltante thunder road.   

 





martedì 3 settembre 2013

NARCAO BLUES 2013


Anche questa volta ce l'hanno fatto, nonostante i tagli, le limitazioni, i ritardi, quelli di Progetto Evoluzione sono riusciti a portare in porto la ventitreesima edizione di Narcao Blues. Quattro serate, da mercoledì 21 a sabato 24 agosto, hanno convogliato nella Piazza Europa di Narcao, centinaia di persone accorse da tutta la Sardegna a festeggiare uno degli eventi storici del blues in Italia. Proposta artistica varia con serate che hanno fatto storia a sé, un programma che si è differenziato sera dopo sera proponendo nomi collaudati e meno, radici afro-blues e rock-blues,  r&b di stampo retrò e roots-rock, soul, funky e contaminazioni col rap, l'edizione di quest'anno ha brillato particolarmente,  superando per interesse e ampiezza di vedute quella dello scorso anno.

Hanno cominciato i francesi Scarecrow animando la prima serata del festival con un ardito e spigoloso  rap-blues costruito sulle nervose linee chitarristiche di Slim Paul, voce blues della band e sullo scratching di Antribiotik Daw, felpa con cappuccio e voce hip-hop dell'ensemble, il quale rispondeva al drumming di Le Papa's e al basso di  Jamo creando un ritmo ossessivo e martellante. Daw rappa, Slim Paul mantiene i legami col blues, per quaranta minuti reggono bene e incuriosiscono, poi diventano ripetitivi anche se il pubblico giovane li apprezza e li richiede sul palco per l'encore. Prima di loro, sul versante opposto, Baba Sissoko ha trasformato la piazza di Narcao in un villaggio africano riportando la semplicità delle origini con un afro-blues sincopato ed ipnotico. Cinque i musicisti coinvolti ( Mali, Senegal, Costa d'Avorio) in questo viaggio a ritroso con strumenti tradizionali a percussione, a corda e a fiato, come il tamani, suonato dallo stesso Sissoko, djembe, congas, kamalengoni, ngoni, oltre naturalmente al corredo classico di chitarra, basso e batteria. La loro  musica è fortemente influenzata dall'amadran, una struttura ripetitiva ed ipnotica propria del Mali, che sbarcato in America in seguito alla deportazione degli schiavi ha contribuito a generare il blues. Baba Sissoko ed il suo afro-blues coinvolgono, divertono, illuminano, specie quando si tengono a debita distanza dagli stereotipi della musica africana e, grazie al funambolismo del percussionista Ady Thioune e alla simpatia di Baba, comunicano una musica gioiosa e solare.

Di diversa impronta la serata seguente, tutta all'insegna del blues-rock. Apre Ian Siegal, chitarrista e cantante inglese con un buon curriculum alle spalle (l'ultimo suo album Candy Store Kid è stato registrato con i North Mississippi Allstar) coadiuvato dalla band  triestina di Mike Sponza, un classico basso (Mauro Tolot), chitarra (Sponza), batteria (Moreno Buttinar). Cappellaccio e stivali da cowboy, tatuaggi sul braccio, gilet nero e t-shirt scollata, Stratocaster scorticata dall'usura, Ian Siegal sembra uscito dal rovente Texas piuttosto che dall'umida Inghilterra. Il suo è un sound tipicamente americano che mischia blues, rock e roots e regala storie di confine e fremiti da strade impolverate.  L'inizio è da antologia, una viscerale Bo Diddley apre le danze prima di una memorabile e  jammata versione di Stop Breaking Down dei Rolling Stones. Siegal canta sporco e devastato, è un guitar hero delle bettole blues, il suo set è sulfureo e ruvido, la band di Sponza lo asseconda bene, lasciano da parte Chicago per immettersi nelle strade che portano a sud. Quando sale sul palco il sassofonista Jimmy Carpenter dei Roadmasters di Walter Wolfman Washington il set diventa ancora più torrido. In Nadine di Chuck Berry gli Stones early-seventies sembrano lì a pochi passi dalla band, quando Siegal riprende Back Door Man Siegal latra come Howlin' Wolf, poi c'è un lungo  ed intenso omaggio a R.L Burnside e a tutti i santi dei juke joint del North Hills Mississippi Blues, chiude con una sentita  Forever Young uno show rockato ed eccitante. Di tutt'altro tenore la Henrik Freischlader Band, nome da birra per un quartetto tedesco, c'è anche l'organo Hammond , tutto muscoli e assoli, che sta facendo parlare di sé in Europa dopo essere stata nominata ai British Blues Awards. Se lo show di Siegal era viscerale, sporco, sudato, magari imperfetto, questo è scintillante, spettacolare, perfetto. Alla maggior parte del pubblico presente piacciono gli assoli torcibudella del leader, le pose macho-rock del bassista Alex Grube, i continui rimandi ai riff hendrixiani, l'alternanza tra un blues ferocemente chitarristico di vecchia scuola e le ballate mainstream che sanno di Gary Moore. Piacciono per quello stile ridondante che oggi miete consensi con Joe Bonamassa e John Mayer,  lancinanti negli assoli, potenti ed elettrici e dotati di appeal commerciale. Bello l'omaggio a Peter Green con  Man of The World, applauditissime Crosstown Traffic di Hendrix ed il finale di Come Together dei Beatles. In mezzo c'è tutto il loro repertorio, spiegato al meglio. Divise a metà le opinioni a fine serata, chi ha preferito Ian Siegel e chi i giovani e bellocci teutonici. La differenza si può sintetizzare così: Ian Siegal ha suonato una caustica e sporca Stop Breaking Down degli Stones di Exile, mica bruscolini, Henrik Freischlader Band ha mandato in giuggiole ragazze e ragazzi di ogni età con Come Together dei Beatles. Un abisso, due mondi diversi, ad ognuno la sua scelta.

Il blues classico è il protagonista di venerdì 23. Lakeetra Knowles è una stupenda ragazza di colore dalla siluette sottile, il sorriso dolce e la pettinatura afro, che assomiglia ad una giovane Roberta Flack con un tocco di Lola Falana. Canta con raffinatezza, non alza mai il tiro, tradendo un po' le sue origini black, è piuttosto timida, la supportano i Chemako ovvero il chitarrista Gianfranco Scala, il bassista Mario Spampinato, il tastierista Matteo Carella ed il batterista Stefano Bertolotti. Il set è dignitoso, prevalgono i toni morbidi e melodici del soul ma ci sono brani che si spingono oltre come Old Man di Neil Young, It Ain't Easy di Betty Lavette,  I Don't Need No Doctor di Ray Charles.  Cita Susan Tedeschi e Muddy Waters, i Chemako sono diligenti, l'esibizione ha una accelerazione quando entra in scena Maurizio Glielmo detto Gnola, il quale regala un assolo alla carta vetrata in Rollin' and Tumblin'.

Si può essere o meno in sintonia col suo blues aperto al funky ma è indubbio che Walter Wolfman Washington di New Orleans con la chitarra è un maestro. Con lo strumento fa ciò che vuole, virtuoso e caldo al tempo stesso, canta con malizia e mestiere, spazia da Johnny Guitar Watson (You Can Stay) a Otis Redding. da Bobby Blue Bland (Share Your Love With Me) a Tyrone Davis (Can I Change My Mind), dal blues al funky, dal soul al R&B di New Orleans. Il suo stile occhieggia più a James Brown che al Delta e i Roadmasters sanno come attraversare con naturalezza e padronanza i vari linguaggi del leader. Scioltezza, tecnica, affiatamento, Jack Cruz al basso e Wayne Maureau alla batteria sono una oliata macchina ritmica, la sezione fiati è un'orchestra, Jimmy Carpenter bianco al sax e Antonio Gambrell nero alla tromba, non hanno segreti, suonano come se stessero festeggiando un compleanno, magari sono un po' risaputi ma eccellenti, disinvolti, divertenti. Alla fine la piazza è tutta per loro e il lupo mannaro Washington la ripaga con altra musica, altro blues, altro funky.

Attendevo con curiosità il primo concerto italiano di James Hunter arrivato a Narcao con la sua band (J.H Six), dopo le ottime recensioni ricevute a livello internazionale dal suo ultimo disco, Minute By Minute. L'attesa non è andata delusa, James Hunter è un cantante che fa del soul retrò, una miscela di suoni Stax, southern soul di casa Fame, il Marvin Gaye degli esordi, rock n'roll anni cinquanta, rocksteady, qualche colpo del primo Van Morrison coi Them, frammenti di Sam Cooke e fugaci stacchi alla James Brown. E' inglese e ciò è una  anomalia perché a parte le iniezioni di rocksteady tutto suona americano nel suo set, composto da una lunga sequenza di canzoni di due minuti circa, tutte piuttosto identiche. Non c'è blues, solo un rigoroso soul/R&B di taglio vintage, cantato con la foga dello shouter, senza nessuna sbavatura di sorta, un copione fedele ai cliché del genere, roba da archivio degli anni cinquanta e sessanta. Anche in scena James Hunter appare come una apparizione del passato, è tarchiato, porta giacca e pantaloni neri comprati al mercato delle pulci, camicia chiara con collettone  che straborda sul reverse della giacca, capelli ricci e corti, faccia sudata e sorridente di chi è appena uscito dal pub dopo aver passato il pomeriggio a giocare a freccette e bere birra. Sembra la versione bianca di Jackie Wilson, e questo è l'accostamento più pertinente, strimpella la Gibson, è vivace, nervoso, scattante, padroneggia un genere che nessuno fa più e lui lo ripete con  rigore, onestà, feeling. La band è a sua immagine e somiglianza ovvero strumenti e suoni presi da vinili del 1958-1962.  Andrew Kingslow all'Hammond è un piccolo Booker T, magnifico, Jason Wilson è il contrabbassista che ci vuole, Jonathan Lee alla batteria è ineccepibile e Damian Hand col tenore e James Knight col baritono sono due sassofonisti usciti dallo studio in cui venne registrato Reet Petite, 1962. In scena vanno i brani di Minute By Minute, ovvero Chicken Switch, One Way Love, Let The Monkey Ride, The Gypsy, Drop On Me, Minute By Minute, Look Out, la cover di Baby Don't Do It  e rimasugli dei precedenti album come Carina, Believe Me Baby, She's Got A Way, Jacqueline, Talking 'Bout My Love con cui si conclude lo show. All'inizio il pubblico è un po' perplesso nel trovarsi di fronte un set così ancorato al passato, sebbene il sound sia perfettamente in sintonia con la mode vintage ma poi, contagiato dal brio di Hunter e da canzoni che ritmicamente non lasciano scampo, si lascia coinvolgere e alla fine tutti ballano come fosse un concerto di James Brown. E' il set che con  gusto ed eleganza chiude il festival, una sala da ballo con musica di prima qualità. Prima di James Hunter Six si erano esibiti i Mandolin' Brothers col loro roots-rock infarcito di strade blu. Hanno ricevuto applausi a scena aperta e se li sono meritati, richiesta di bis per una band che è progredita parecchio (era diverso tempo che non li vedevo) con Jimmy Ragazzon in piena forma nel regalare con voce e armonica suggestioni dylaniane attraverso i titoli del suo songwriting (Scarlet, Saigon, Still Got Dreams, Insane) e la band (le due chitarre di Marco Rovino e Paolo Canevari, la fisarmonica e le tastiere di Riccardo Maccabruni, la sezione ritmica di Daniele Negro e Joe Barreca) a mostrare versatilità nel passare dalle rasoiate di Copperhead Road  alle medley blues, dai fraseggi roots di mandolino e fisarmonica  alla cavalcata psichedelica di Almost Cut My Hair, versione da paura, fino alla sensuale e festosa caciara sudista di Iko Iko e Dixie Chicken con cui hanno chiuso un concerto molto apprezzato.

 

MAURO  ZAMBELLINI    

Le foto sono di GIANFILIPPO MASSERANO

domenica 4 agosto 2013

LO STRANO CASO DI SIXTO RODRIGUEZ

La storia del rock ha insegnato che ci sono artisti che hanno raggiunto la fama ed il successo solo dopo che se ne erano andati dal mondo reale, la storia di Sixto Rodriguez è per certi versi ancora più strana e sorprendente e solo oggi dopo che Searching for Sugar Man, presentato per la prima volta nel 2012 al Sundance Festival, ha vinto un Oscar come miglior documentario degli Academy Awards e la colonna sonora del film ha venduto negli Stati Uniti più di 250 mila copie, la sua vicenda è venuta a galla procurandogli un giusto quanto tardivo riconoscimento. Il merito va principalmente al regista svedese Malik Bendjelloul che ha costruito una pellicola in cui si racconta lo strano caso di Sixto Rodriguez, montandola come fosse una detective story e usando le testimonianze di coloro che nel corso degli anni  sono entrati in contatto con il personaggio : il produttore del suo disco d'esordio Cold Fact, Dennis Coffey, il co-produttore Mike Theodor, l'altro produttore  Steve Rowland, il conduttore radiofonico di Belfast David Holmes la cui compilation del 2002 Come Get It/I Got It ha introdotto Rodriguez ad una nuova audience, il proprietario del negozio di dischi  Mabu Vinyl di Cape Town in Sud Africa dove l'artista divenne a sua insaputa una star, le figlie di Rodriguez, vari musicisti e semplici addetti ai lavori. Una storia intrigante ed un documentario avvincente che si avvale della splendida fotografia di Camilla Skangestrom, con immagini suggestive di una Detroit periferica, cupa e nevosa in contrapposizione a una solare Cape Town e a magnifici scorci della costa oceanica sudafricana. Ci sono immagini di repertorio delle manifestazioni anti-apartheid dell'epoca, movimenti che adottarono le canzoni di Rodriguez come propria colonna sonora, si dice che lo stesso Biko fosse un suo fan, immagini del declino industriale di Detroit e dei moti di rivolta del 1967, delle marce per i Diritti Civili, oltre ad estratti dei tour effettuati dall'artista in Sud Africa dopo che il suo successo divenne di dominio pubblico e lo stesso Rodriguez venne a conoscenza della popolarità guadagnata in quel paese.  Ci sono i reperti di quando nel 1989 Rodriguez,  sempre attento alle difficoltà degli ultimi e delle classi subalterne, si candidò alla corsa per diventare sindaco di Detroit, città in cui ha sempre abitato lavorando, dopo la breve parentesi musicale degli esordi, come operaio, demolitore, insegnante, muratore. Searching For Sugar Man racconta la storia di un working class hero arrivato al successo tardivamente e inaspettatamente, molto tempo dopo che i suoi due dischi di debutto nel mondo del rock, ovvero Cold Fact  del1970 e  Coming From Reality del 1971 erano finiti nel dimenticatoio.
Sixto Rodriguez conosciuto anche come Rodriguez o Jesus Rodriguez nasce nel 1942 a Detroit nel Michigan, sesto (questa la ragione del nome Sixto) figlio di una famiglia di origine messicana (il padre) e nativo americana (la madre). Nel 1967 sotto il nome di Rod Riguez pubblica il singolo I'll Slip Away per la piccola etichetta Impact e poi  tre anni dopo ottiene un contratto con la Sussex Records, una sottomarca della Buddah. Cambiato il nome in Rodriguez fa uscire tra il 1970 e il 1971 due album, Cold Fact e Coming from Reality, splendidi esempi di un songwriter a metà strada tra pop e folk-rock dove convergono  elementi propri del primo Dylan elettrico, del Lou Reed alla Transfomer, del Cat Stevens più ispirato e del Garland Jeffreys dei meticci sobborghi newyorchesi. Canzoni fresche, ariose, portatrici di un messaggio di speranza anche se nate in una realtà sociale affatto facile, specchio di una dura realtà urbana fatta di povertà, alienazione ed emarginazione, la stessa che affligge il proletariato messicano e bianco della cintura industriale di Detroit. Rodriguez viene da quei quartieri, dal sobborgo di Woodbridge dove ha vissuto per oltre 40 anni senza mai lasciare la stessa casa, rifiutando la tecnologia, senza telefono, lottando contro il degrado della città reso esplicito oggi dalla bancarotta, la brutalità della polizia e la repressione governativa e per il ripopolamento della città.  Oggi Rodriguez ha il glaucoma ed è praticamente cieco ma per anni è stato un vero libertario, facendo i lavori più umili e pesanti, mai voltando le spalle all'ambiente in cui è cresciuto, anche quando il successo gli ha arriso. 
Il mancato successo in patria dei due album originali e l'annullamento del contratto con la Sussex portano Rodriguez ad abbandonare il mondo artistico musicale, sebbene non smetta di scrivere canzoni,  argomento di un terzo album non ancora messo in opera. Scompare, fa i mestieri più disparati, duri e manuali ma anche l'insegnante, di lui non si sente più parlare tanto che si vocifera  che si sia suicidato. Ma a metà degli anni settanta i suoi dischi beneficiano di passaggi radiofonici in Sud Africa, Australia, Nuova Zelanda e Rhodesia. In Australia la Blue Goose compra i diritti dei suoi dischi e li pubblica ex novo, nel 1979, dopo anni di silenzio, Rodriguez gira l'Australia con il supporto della  Mark Gillespie Band e due show vengono pubblicati in Alive, disco australiano il cui titolo fa riferimento alle voci di una sua morte avvenuta l'anno prima. Ma il riconoscimento maggiore glielo tributa il Sud Africa dove nel 1981  At His Best,sintesi dei suoi due album,  diventa disco di platino e le sue canzoni vengono usate dai movimenti anti-apartheid per i loro contenuti  contro l'oppressione, il pregiudizio e la corruzione, così che i suoi dischi e la sua musica arrivano ad influenzare i gruppi musicali antigovernativi, gli alternative afrikaners. In Sud Africa è una specie di star ma Rodriguez ne è ignaro. Anche al pubblico sudafricano i dettagli della sua esistenza rimangono avvolti nel mistero, molti credono che l'artista sia stato ucciso in un concerto negli anni settanta e solo grazie ad un sito creato nel web dalla figlia maggiore viene alla fine fatta un po' di chiarezza sulla  vita e la  musica di Sixto Rodriguez, il quale finalmente nel 1996 si accorge di essere così popolare in Sud Africa. Naturale che l'artista, tornato così alla musica dopo anni di anonimato nella sua Detroit, intraprenda un tour da quelle parti, da cui il documentario Dead Men Don't Tour: Rodriguez in South Africa 1998, paese che visita quattro volte con più di trenta concerti. Torna tra il 2007 e il 2010 anche in Australia e la sua canzone Sugar Man finisce nella colonna sonora del film Candy con l'attore Heath Ledger.
Le cose per Rodriguez  cambiano radicalmente nel 2008 quando l'etichetta americana Light  In The Attic ripubblica Cold Fact e Coming From Reality così da reintrodurre il suo nome nel mondo musicale internazionale, e soprattutto con con l'uscita del documentario di Malik Bandjellou Searching For Sugar Man, circolato nei principali festival cinematografici americani ed europei, la cui versione in DVD ha venduto 24 mila copie solo in Inghilterra. Una sua canzone, I Wonder, è stata interpretata da Britanny Howard, cantante degli Alabama Shakes in un singolo pubblicato dalla Third Man Records, l'etichetta di Jack White, anche lui di Detroit.  Nel maggio del 2013 Rodriguez ha ricevuto un dottorato onorario in Lettere Umane dalla Wayne State University di Detroit e negli ultimi due anni è ritornato on the road suonando al Beacon Theatre di New York, al Coachella Valley Music, a Glastonbury e all'Hammersmith Apollo di Londra. A ottobre è previsto un suo show al Barclay Center di New York nello stesso posto scelto dai Rolling Stones per celebrare lo scorso anno il  50esimo anniversario della loro attività. Come dire che anche il business, qualche volta, ha un cuore.