venerdì 25 luglio 2014

GRAHAM PARKER AND THE RUMOUR


Normalmente le guide turistiche di Londra non parlano mai di Islington, un quartiere nella parte nord della città che nonostante l'insediamento di piccoli ristoranti trendy e negozietti alla moda mantiene quel carattere autenticamente piccolo-borghese se non addirittura popolare che l'ha caratterizzata nel tempo. Un quartiere non stereotipato con stradine e casette con giardino, una atmosfera rilassante, qualche negozio di dischi usati, una zona (Camden Passage) di botteghe di antiquariato, una chiesa sconsacrata, la Union Chapel, dove dentro potete trovare volantini che annunciano concerti rock, bere un caffè e mangiare una fette di torta e dove spesso avvengono "eventi" sia di carattere musicale che teatrale. Proprio a Islington sorge l'Hope and Anchor Pub, un locale resistito al tempo che negli anni settanta fu il teatro della scena pub-rock e del nascente punk. Famoso un doppio album del 1978 Hope and Anchor Front Row Festival  con tutte le band emergenti del periodo: Wilko Johnson Band, Stranglers, Tyla Gang, Pirates, Xtc, Dire Straits, 999, Steve Gibbons Band. Sopra quel pub, Dave Robinson a metà degli anni settanta aprì un piccolo studio di registrazione con cui lanciare le nuove band, insieme a Jake Riviera di lì a poco avrebbe fondato la Stiff Records, una delle etichette madri della new-wave inglese. Venne in contatto con un tale Graham Parker di Cumberly Surrey che proprio in quei giorni aveva messo in piedi una band, The Rumour, con cui tentare il grande salto nel mondo del rock. Era il 1975 e Parker cercava un contratto discografico,  Robinson che era il produttore di Brinsley Schwartz temporeggiò quel tanto e perse l'occasione propizia, così Between You and Me,  una struggente love song ancor oggi in grado di far piangere, arrivò nelle mani di Charlie Gillett allora conduttore di  uno show radiofonico alla BBC. Nigle Grainge, A&R della Vertigo, capì che non c'era tempo da perdere e portò in studio Parker con la band affidandoli al produttore Nick Lowe. Ne venne fuori Howlin' Wind ovvero una bomba, soul della periferia londinese con un tratto dylaniano (Howlin' Wind) mischiato col rockabilly (Back To Schooldays), il ritmo reggae di Brixton (Hey Lord Don't Ask Me Question) sciolto nei Rolling Stones (Soul Shoes), lo swing di una sezione R&B (White Honey) regalato ad una voce che evoca Van Morrison. Difficile fare meglio, lo chiamarono pub-rock ma è The Wild, The Innocent and The E-Street Shuffle   sull'altra sponda dell'Atlantico.  E' l'inizio di una storia di rock inglese poco conosciuta ma ricca di emozioni e romantica, una delle pagine del rock anni settanta a torto reputato minore, oggi ricordata da uno splendido doppio CD The Very Best of Graham Parker and The Rumour  venduto allo stracciato prezzo di 12 euro e cinquanta.

Premesso che Graham Parker avrebbe bisogno di un box di almeno 5 Cd perché venga riassunta la sua intera carriera, non tutta high come agli esordi,  ma The Very Best Of    sintetizza con una non banale sequenza (al diavolo l'ordine cronologico) di 35 tracce il periodo Vertigo dell'artista, ovvero i suoi esordi ed il suo periodo più creativo. Non ci sono bonus tracks, tracce dimenticate, scarti, alternative take, ma solo il necessario, ciò che conta per illuminare l'inizio di una grande avventura, sottolineare la grandezza dell'artista come cantante, autore e performer e che razza di band avesse alle spalle.  Qui sono sintetizzate le perle di Howlin' Wind  disco d'esordio del 1976 e di Stick To Me  dell'anno seguente, entrambi prodotti da Nick Lowe, del secondo album Heat Treatment , del live The Parkerilla (1978) e di Squeezin' Out Sparks  il disco prodotto da Jack Nitzsche che aprì il mercato americano a Parker. Le rarità, se così si possono chiamare, si riferiscono a Hold Back The Night  tratta dall'Ep del 77 The Pink Parker,  alla versione promozionale di Mercury Poisoning, alle B side I Want You Back e I'm Gonna Use It Now.  Più che un Very Best Of  una piccola enciclopedia del primo Graham Parker con una band di prim'ordine quali i Rumour ovvero la crema di quel british rock che in quella metà degli anni settanta trovava luce in mezzo ai disastri del glam e del progressive senza confondersi col punk. Gente tosta che aveva imparato dalla musica inglese come si cantano le melodie che sollevano l'esistenza e dagli americani come si usano le chitarre e la sezione ritmica. Brinsley Schwartz un chitarrista nelle cui dita scorreva un fiume di rock n'roll e country così come li aveva ridisegnati Dave Edmunds, Bob Andrews un tastierista che sembrava arrivato da Memphis, Martin Belmont l'altro guitar man esposto alle nervose pennate del rock che si suonava nei pub a nord di Londra come l'Hope and Anchor, Steve Goulding e Andrew Bodnar la sezione ritmica che nessuno possedeva  in quegli anni in Inghilterra, a meno di non chiamarsi Stones o Faces. E naturalmente lui, Graham Parker, uno che era stato flashato dalla debordante comunicativa di Dr.Feelgood in uno show a Guidford ma nel cui cuore battevano Bob Dylan, Van Morrison, i Rolling Stones, Bob Marley, il soul della Stax.

Dopo il folgorante Howlin' Wind  arrivò Heat Treatment , altrettanto bello ma meno visibile perché manca Nick Lowe alla consolle (ad eccezione di un brano) e le canzoni non hanno lo stesso appeal dell'esordio. The Very Best Of   offre però la possibilità di recuperare gemme come Black Honey  e Fool's Gold  diventati poi  classici del suo repertorio, Hotel Chambermaid poi coperta da Rod Stewart ed una giamaicana Something You're Goin' Thru  in linea col mood del Clapton di 461 Ocean Boulevard.  Per il terzo disco, il memorabile Stick To Me , le cose si complicarono, il produttore Bob Potter avrebbe voluto orchestrazioni ed un suono “panoramico” ma in realtà niente andò come doveva, i nastri furono abbandonati nello studio finché dieci giorni prima di partire per un tour in Scandinavia, Brinsley Schwartz prese la decisione di mandare a quel paese Potter e ri-registrare il disco con Nick Lowe. La strepitosa title track testimonia come nel rock essere sotto pressione fa bene. Stick To Me è un disco formidabile, teso, nervoso, ricco di contaminazioni,  con almeno cinque pezzi da novanta: l'epica Watch The Moon Come Down, le negroidi  Thunder and Rain  e  I'm Gonna Tear Your Playhouse Down  quasi un pezzo alla Otis Redding, la convulsa e punk The New York Shuffle  ed una The Heat In Harlem che mischia indie occidentali e sobborghi neri americani con un pathos irresistibile, due brani quest'ultimi che dicono di come l'artista fosse vicino all'universo musicale americano. Non a caso il seguente disco in studio fu un successo negli States, quello che non ottenne il newyorchese Mink DeVille con Jack Nitzsche come produttore lo ottenne l'inglese Graham Parker,  artista non così distante dalla musica di Willy. Squeezing Out Sparks  è il perfetto disco new-wave di taglio americano, forse troppo appiattito sui gusti a stelle strisce e senza quella fuliggine londinese delle precedenti registrazioni di Parker. Nulla è cambiato, la band è la stessa, le canzoni funzionano ma forse c'è  troppa pulizia. Parere personale, a Squeezing  preferisco Howlin' Wind e Stick To Me  ma è come disquisire se è più bella Charlize Theron o Scarlett Johansson. Si, perché quando parte Discovering Japan o arriva il ritmo reggae di Protection, l'invettiva contro la Disco di Saturday Night Is Dead,  la preghiera soul di Passion Is No Ordinary Word  e You Can't Be Too Strong col suo tono intimista e acustico fa a fette il vostro cuore,  le differenze cavillose si sciolgono come neve al sole. Sono cinque delle nove tracce di Squeezing  riportate in questo imperdibile The Very Best Of,  solo un doppio Cd ma sufficiente a dimostrare che  Graham Parker and The Rumour furono il set più emozionante (coi Clash) che il rock inglese abbia avuto nella seconda metà degli anni settanta,  l'essenza della musica dell'anima trasportata sulle rive del Tamigi. Ancora oggi indispensabile.

 

MAURO  ZAMBELLINI

giovedì 17 luglio 2014

JOHNNY WINTER





    Adesso che se n'è andato sale una tremenda nostalgia. I suoi problemi di salute erano noti ma il fatto che negli ultimi due anni fosse tornato a suonare da noi sembrava il sereno dopo la tempesta. Lo vidi l'ultima volta nel febbraio del 2012 a Cologne Bresciano, salì sul palco un po' traballante, si sedette sulla sedia,  controllò  la chitarra e partì in quinta per un'ora e dieci minuti di ribollente rock-blues fugando ogni dubbio e confermandosi uno dei grandi maestri del genere. T-shirt nera, pantaloni scuri, cappello western calato sugli occhi, magro e pallido come un fantasma, Johnny Winter non si risparmiò ed infilò uno show rimastomi nel cuore. Un rock-blues secco, asciutto, concentrato, potente, una sintesi senza trucchi, fronzoli e divagazioni di radici e feeling, una cotoletta cotta al punto giusto con patate di contorno. Niente di più niente di meno. Quando, dopo un'ora di blues sparato a mille, Johnny Winter finalmente si alzò dallo sgabello ed il microfono venne posizionato alto si capì che si era alla fine del concerto, Johnny Winter aveva ormai un'autonomia di poco più di un'ora ma in quell'ora diede tutto al meglio, un maestro. L'albino sembrava un vecchio sciamano di qualche tribù del deserto, impugnò la Gibson Firebird  e con la slide fece delle memorabili Dust My Broom e Highway 61 come bis.

       

Nato nel 1944, Johnny Winter è stato l'archetipo del guitar hero un po' maledetto ed il primo dei chitarristi contemporanei a emergere dal Texas, sebbene i suoi natali siano nel Mississippi. E'stato una delle figure cruciali del rock-blues americano degli anni settanta associando la lezione di Lightnin' Hopkins e T-Bone Walker al tagliente suono slide di Elmore James e alle corde tirate allo spasimo di Albert King. Dotato di una voce aspra e urlata che deve molto a quella di Blind Lemon Jefferson, Johnny Winter ha saputo sposare la purezza del blues con i pruriti elettrici e le durezze del rock divenendo, tra gli anni sessanta e la decade successiva, estremamente popolare tra il pubblico bianco dei mega raduni pop. Tanti i dischi meritevoli d'acquisto della sua lunga discografia, adesso che se ne è andato il  ricordo va all'incisione più vicina,il dignitosissimo Roots del 2011. 



Chi volesse invece avere una sintesi della sua avventura può ricorrere  a The Essential, pubblicato  lo scorso anno, due CD che fotografano la sua produzione dall'esordio su Columbia nel 1969 con l'omonimo Johnny Winter fino a Raisin Cain' del 1980, ovvero il suo periodo migliore, attraversando tutti i suoi album più riusciti ovvero Second Winter, Johnny Winter And, Saints and Sinners  e Nothin' But The Blues. Da questi dischi arrivano chicche come Dallas, prima rivelazione dello Winter con la slide, seguita dall'altra perla in termini di slide quale TV Mama, da una Rock and Roll Hoochie Koo che fonde il blues di Winter con l'hard rock di Rick Derringer e Lou Reed, dalla scrittura tradizionale di Leland Mississippi Blues, sua città natale  al r&B con tanto di fiati di Miss Ann, dalla melodica  I'll Drown In My Tears alla sudista  Prodigal Son (sembra di sentire i migliori Lynyrd Skynyrd), dal Delta di Sweet Papa John fino a quella che rimane la sua cover più esplosiva, una rivisitazione di Highway 61 che fa letteralmente a fette quella di Bob Dylan. Tanti i brani estratti dagli album citati, ai quali vanno aggiunti White, Hot & Blues del 1978 e John Dawson Winter III del 1974.  A coronare l' eloquente The Essential, un modo piuttosto sbrigativo ma quanto mai efficace di coprire i suoi anni migliori, ci sono i brani live, più di un terzo delle 34 tracce che compongono il doppio CD. Sono estratti dai formidabili Live at Fillmore East 10/3/70  (una Good Morning Little Schoolgirl alla velocità della luce), da Johnny Winter And/Live ( l'epica It's My Own Fault e la scatenata Jumpin' Jack Flash), dal devastante Still Alive and Well, da Captured Live del 1976, da Together (una funkissima Harlem Shuffle con Edgar Winter da relegare in soffitta la versione dei Rolling Stones) e da The Woodstock Experience ( tra cui una splendida Mean Town Blues), album quest'ultimo pubblicato solo nel 2009.
Una saggia decisione quella di documentare il Johnny Winter live perché sotto i riflettori l'albino maledetto ha dato il meglio di sé, il palco è la sua vera casa ed il suo blues-rock ha trovato modo di rivelarsi in riff acrobatici, in serratissimi giochi di slide, in esplosioni di energia pura, in torrenziali flussi di gioia ed eccitazione ma anche in acuti di dolore e sofferenza come solo un vero bluesman può esprimere. Johnny Winter ha vissuto il blues nella sua essenza più profonda, quello che il texano ha imparato dai suoi maestri non sono stati gli accordi e lo stile ma il feeling e la spontaneità.  Johnny Winter è stato uno grande bluesman bianco, uno dei primi a capire cosa volevano le masse del rock dal blues. Sia pace all'anima sua. 

MAURO ZAMBELLINI  

venerdì 4 luglio 2014

JOHN MELLENCAMP LIVE AT TOWN HALL



 C'è stato un momento che mi sono sentito preso per i fondelli da John Mellencamp nonostante fossi un suo fan dal lontano 1980, anno in cui lo scoprii con l'album Nothin' Matters and What If It Did  quando ancora si faceva chiamare John Cougar. E' successo a Vigevano qualche anno fa durante  un concerto in cui  mise in luce i suoi limiti caratteriali facendo aspettare per due ore, nel caldo e tra le zanzare,  il suo pubblico italiano (era la prima volta che calava da noi) con un film sul making of del suo nuovo disco, una scelta come minimo supponente e poco logica visto che il Dvd lo si sarebbe poi potuto vedere comodamente sul divano di casa. Anche il concerto non fu all'altezza delle mie aspettative, una parte iniziale rootsy speculare al disco in promozione No Better Than This   e poi una seconda parte all'insegna di un chiassoso rock con tanto di basso funky e chitarre metalliche. Non contento di ciò riuscì ad annullare il seguente concerto di Udine per presunte magre prevendite, lasciando attoniti i suoi estimatori del nord-est che lo aspettavano con ansia e con già il biglietto in mano. Decisi che con Mellemcamp per un po' di tempo avrei chiuso, tengo molto al rispetto che gli artisti nutrono verso il loro pubblico, per tale motivo ho una stima sovraumana di Springsteen e dei Pearl Jam e poca simpatia per Van Morrison e Ry Cooder, al di là della loro musica. Poi, come in tutte le storie d'amore, il tempo ha lenito i contrasti, le cose belle hanno preso il sopravvento sui pessimi ricordi e così oggi mi ritrovo a ri-parlar bene di un disco di Mellencamp. Scusatemi, nessuno è perfetto ed una mia caratteristica è quella di non tenere rancori, così vale la pena raccontare come è nato questo disco dal vivo, in uscita a fine luglio.  Nel 2003 l'album Trouble No More  impose una sterzata all'avventura artistica di John Mellencamp. Il suo disco precedente, Cuttin' Heads, aveva lasciato un po' l'amaro in bocca a quanti lo consideravano il miglior rappresentante dell'heartland rock dopo il graduale allontanamento dalle scene di Bob Seger, una sorta di risposta midwestern  a Tom Petty da una parte e Bruce Springsteen dall'altra. Vero è che il duetto con la cantante India Arie in Peaceful World , il singolo che aveva preceduto l'uscita dell'album,  aveva confortato  gli ascoltatori delle radio americane nei giorni immediatamente successivi all'attacco alle torri gemelle, ma musicalmente parlando era poca cosa rispetto alle asprezze rock e alle ballate con  cui il rocker dell'Indiana era entrato nei cuori degli appassionati.  Singolare il fatto che per riportare Mellencamp sulla sua strada maestra ci volle un disco non di sue canzoni ma di quelle canzoni che avevano formato lui come artista e i suoi fan come ascoltatori. Un patrimonio di canzoni estratte dagli archivi del folk, del blues e della musica popolare che avevano come comune denominatore una visione tollerante dell'America,  la varietà delle sue radici popolari e delle sue origini, il senso di un sogno comune costruito con la solidarietà e la collaborazione,  anche l'orgoglio di essere in qualche momento  "contro" e dall'altra parte della strada se fosse stato necessario dimostrare il dissenso ad una politica efferata, come lo era nei giorni del conflitto in Iraq. Come dichiarò lo stesso Mellencamp a quel tempo " quelle canzoni costituivano quel patrimonio della musica americana  con cui sono cresciuto, quella eredità che le persone intendono quando dicono di sentirsi felici di essere americani, non la politica estera americana ma la musica americana".

Dal coguaro ribelle ed irascibile degli anni di gioventù, ai doveri di padre e alle malinconie dell'uomo adulto dell'età di mezzo, fino all'artista coscientemente critico degli anni duemila, il cammino di John Mellencamp nel rock e nella vita ebbe  con Trouble No More  un sostanziale riposizionamento,  una naturale evoluzione, una ulteriore maturazione intellettuale e stilistica che permise poi quel fenomenale quadro d'assieme che è il box On The Rural Route.  Naturalmente in Trouble No More  c'era il passato dell'America ovvero Woody Guthrie, Robert Johnson, Son House, Memphis Minnie, Willie Dixon ma la verve di gagliardo folk n' roll con cui Mellencamp e la sua band interpretavano quel materiale, l'asciuttezza delle versioni, il preservare lo spirito piuttosto che lo stile,  faceva sì che il disco risuonasse fresco, affatto nostalgico e fosse il naturale esito della musica di Mellencamp alla luce di una consapevolezza sociale mai così schietta. Trouble No More  venne registrato in giorni di neve e di freddo polare nel febbraio del 2003 al Belmont Mall Studio a Nashville nell'Indiana, poche miglia da Bloomington città natale di Mellencamp e portato in tour, mesi dopo, nella calura di fine luglio alla Royce Hall dell'UCLA di Los Angeles e alla Town Hall di New York. La scelta di una università e della venue newyorchese non furono dettate dal caso ma del tutto coerenti coi temi anti-governativi presenti nel disco, in particolare contro Bush e contro la politica estera americana, in quel momento impaludata nella guerra in' Iraq. La Town Hall di NYC è una location storica per il folk, il blues, il jazz e la canzone di protesta, di fatto una sala concerti anti-establishment in antitesi alla Carnegie Hall, un luogo dove sono passati Leadbelly, Nina Simone, Pete Seeger, Odetta e i grandi del jazz.  Lì,  John Mellencamp con la band con cui aveva registrato Trouble No More ovvero Mike Wanchic e Andy York alle chitarre, Miriam Sturm al violino, Dane Clark alla batteria, John Gunnell al basso e Michael Ramos alle tastiere, portò il nuovo disco in un concerto oggi ricordato da Live at Town Hall - July 31 2003.  Un live splendido che ripropone l'umore ed il sound countrypolitan  del disco che lo ha generato, un sound ed una performance che mostrano un artista concentrato, motivato, impegnato a ricreare storie di ramblers, fuorilegge, tempi duri e delusioni con la compostezza di un folksinger che ha sostituito la chitarra acustica con una rock n'roll band. Mellencamp e i suoi suonano un roots-rock permeato di folk con la stringatezza del punk e l'immediatezza del blues, non gli interessa imitare  gli stili del passato ma adattarne lo spirito alle nuove rabbie, al nuovo urlo di dolore, alla consapevolezza di un mondo cambiato ma sempre identico nei soprusi, nelle prepotenze, nelle ingiustizie, dove la povera gente continua a subire e i potenti a dettare leggi e menzogne. Mellencamp  veste i panni di un moderno hobo rurale e metropolitano, polemico e non allineato, adattando la lezione di Woody Guthrie e Leadbelly al nuovo ordine mondiale. E la performance dal vivo alla Town Hall non fa che esaltare e dare più forza ai temi e alle canzoni di Trouble No More  che qui suonano ancor più crude e drammatiche nei loro significati, non sono le copie delle antecedenti ma sono animate da quell'ardore rock n'roll che Mellencamp ha sempre avuto nel sangue.  Il suono è quello che fa da collante ai dischi di On The Rural Route  ma ancora più rabbioso, teso, down-home, ricco ugualmente di sfumature, dettagli, sovrapposizione di suoni acustici ed elettrici, drumming misurato e violini evocativi, con la voce in primo piano ruvida, caustica, accusatoria.  L'eccitazione del pubblico è palpabile e non può essere diversamente perché qui c'è una delle migliori lezione sulle origini del rock n'roll americano. Mellencamp va alla fonte, l'agra versione di Stones In My Passway  di Robert Johnson con una slide che morde come un cane randagio, cantata con fervore fatalistico, il singhiozzo lamentoso di Death Letter di Son House, il viraggio celtic-folk di Joliet Bound di Memphis Minnie, la fusione di gospel e blues in John The Revelator  e l'illuminante intreccio di violino e chitarre in Down In The Bottom scritta da Willie Dixon per Howlin' Wolf,  iniettano la polvere del Delta negli ingranaggi del vecchio blues così da renderlo ancor più lacerato, terreo, autentico, moderno. Da parte loro la rilettura di Johnny Hart  di Woody Guthrie, addirittura commovente, di To Washington originario brano della Carter Family poi arrivato in mano a Woody Guthrie ed infine rivisitata nel testo da Mellencamp per commentare sarcasticamente l'elezione di Bush/Cheney nel 2000, l'altro traditional Diamond Joe e la spiritata versione di Lafayette di Lucinda Williams coprono la parte più specificatamente folk di questo viaggio nelle roots della democrazia musicale americana, lasciando alla intima e melodica resa di Baltimore Oriole , una delle vette del disco con quell' intreccio di chitarra acustica, violino e fisarmonica e alla corale Teardrops Will Fall, pescato dagli archivi dei gruppi vocali degli anni cinquanta, il compito di ricordare da dove provengono le melodie e le armonie nella musica di Mellencamp. Proprio in Teardrops Will Fall, come pure in Diamond Joe e in Paper In Fire, uno dei tre brani estratti dal proprio repertorio e riproposti dal vivo, Mellencamp rimette in circolo quell' intreccio di radici celtiche, folk degli Appalachi e armonie swinganti che furono il prelibato distillato di The Lonesome Jubilee  mentre ancora da più lontano arrivano  la polemica Pink House anche questa messa a bagno in The Lonesome Jubilee  ed una rallentata, spettrale, emozionante rivisitazione di Small Town.

In tutto questo guardarsi alle spalle per sopravvivere al presente non poteva mancare colui che questo viaggio lo aveva percorso quarant'anni prima con lucida lungimiranza e poca voglia di indicare la strada, ovvero Dylan,  uno dei maestri del piccolo bastardo dell'Indiana. Highway 61 Revisited  è sangue, sudore e polvere da sparo sulle strade di un'America che non ha ancora finito di guardarsi dentro. Live At Town Hall  è il primo ed unico disco dal vivo ufficiale (a parte il mini live Life Death Live and Freedom)  di John Mellencamp e pur non essendo l'apoteosi del rock spettacolare e romantico che ci si aspetta da un concerto, basta e avanza per scaldare il cuore e tenere lucida la mente.

MAURO ZAMBELLINI


venerdì 27 giugno 2014

I ROBINSON

 
 

Chi segue le malefatte del rock ne era già al corrente : una delle più strepitose rock n'roll band degli ultimi ventanni, i Black Crowes, ne avevano le scatole piene di stare assieme. Succede anche nelle migliori famiglie e nei matrimoni che sembrano stipulati per durare un'eternità, figuriamoci poi se nello stesso nucleo sono presenti due fratelli di sangue, ve li ricordate i fratelli Fogerty nei Creedence o più recentemente i Gallagher negli Oasis, per rammentare i primi casi che mi vengono in mente. Bene, i fratelli Robinson, Chris e Rich,rispettivamente cantante e chitarrista dei Black Crowes, alle zuffe manco ci pensano, di litigi neanche a parlarne, sono del sud e certe cose le risolvono con flemma e fatalismo, nessun rancore tra loro, solo la voglia di staccare per qualche tempo la spina e farsi i fatti propri, ognuno a proprio modo. Chris, il cantante, l'autore, il frontman, il predicatore, lo sciamano, lo stregone hippie, il visionario cosmico, l'ugola più devastata sotto la Mason Dixie Line, l'unico a tenere insieme Faces, Rolling Stones, Traffic e Led Zeppelin in un corpo unico, si è mosso per tempo qualche tempo fa, quando col chitarrista Neal Casal, il bassista Mark Dutton, il batterista George Sluppick e l'altro Black Crowes, il tastierista Adam McDougall, ha messo insieme Chris Robinson Brotherhood, una band vecchi tempi, che ama suonare e stare sulla strada, vivere come degli hippies senza seguire calcoli discografico ed imposizioni di manager, un furgone pieno di strumenti, la scorta di marja, le birre e via a seguire i propri istinti, i propri umori, le proprie passioni, l'essere vagabondi per spirito, stile ed attitudine. Due splendidi album, lo psichedelico e sperimentale e Dead-iano Big Moon Ritual , il più rockato e rootsy The Magic Door  ed un terzo, uscito recentemente, dal titolo esplicativo Phosphorescent Harvest. Tre dischi che da una parte segnano un allontanamento dalle atmosfere sulfuree e bluesy dei Black Crowes  e dall'altra indicano un chiaro flirt col rock psichedelico e funambolico della California anni 60 e 70. Chris Robinson non si è mai accontentato di rimanere su un piedistallo a bearsi dei risultati raggiunti, ha sempre cercato di cambiare, ampliare il suo punto di vista, la sua ottica musicale, la sua filosofia, quasi non si preoccupasse, da vero beat, quale fosse la meta ma comunque consapevole di quale fosse la direzione. Con Phosphorescent Harvest siamo di fronte a qualcosa ancora di diverso dai primi due dischi della CRB, un non ben definito caleidoscopio delle loro tre anime, quella psichedelica, quella rootsy e quella soulful. Più che altro un mix delle due cose sottintese dal titolo, la psichedelia da una parte, suggerita da quel phosphorescent, e i temi pastorali e agresti dall'altra, indicati dal termine harvest. Il raccolto fosforescente offre le sue cose migliori nella parte più rootsy ed è un disco piacevole ed intrigante ma, a mio modo di vedere, un passo indietro rispetto ai due precedenti lavori dei CRB, per il suono fastidiosamente saltellante della chitarra di Casal in qualche brano, per le composizioni meno convincenti e ripetitive e anche per il tentativo di cercare un appeal maggiormente commerciale. Per entrare veramente in sintonia con Chris Robinson e la sua musica  bisogna aspettare la quarta traccia, Badlands Here We Come, forse la cosa migliore dell'intero disco, finalmente ispirata e con una band  che suona come sa fare dal vivo ( se vi capita procuratevi la favolosa serie di Cd Betty's Blend registrati alla Great American Music Hall di San Francisco nel dicembre del 2012, la si può trovare in giro senza svenarsi), una ballad, Badlands, che a parte il titolo, evoca l'ariosità della prima Steve Miller Band senza fare a meno del  romanticismo di Chris Robinson, che canta con sorprendente leggiadria ed ottimismo, senza la sua dolente sofferenza, come raramente gli capita. Bella è pure Beggar's Moon, energia cosmica e soul-rock mischiati ad arte, con vaghe citazioni di New Orleans e strade del sud. Non trascurabile è Tornado, non fosse altro perché evoca quel sound californiano da Laurel Canyon a cui Chris Robinson è legato spiritualmente e fisicamente e Wanderer's Lament, altra ballata dai toni agresti che potrebbe essere uscita dalle out-takes di Before The Frost....dei Black Crowes. Dove invece Phosphorescent Harvest sembra meno riuscito è nei brani in cui la band gioca di  "innovazione" creando un artificioso rock psycho-prog con sonorità leggerine e commerciali che mal aderiscono all'immagine ruvida e stradaiola della band. Il finale di Jump The Turnstile è convincente ma le prime tre tracce che aprono il disco  con quei suoni zampillanti e puliti deludono, così come Humbolt Wind Chimes è troppo kraut-rock per dei neo-hippies dell'ovest. Sebbene Chris Robinson continui ad essere quello sciamano del rock n'roll di cui tutti abbiamo bisogno almeno una volta all'anno, Phosphorescent Harvest rallenta la corsa dei CRB facendoci rimpiangere i vecchi Crowes. 


Da parte sua il fratello Rich non è stato a guardare e anche lui si è lasciato sedurre da quel Going To California che tanto tempo fa intonavano i Led Zeppelin, tra i tanti gruppi del British rock una delle influenze primarie dei Black Crowes. Anche lui come Chris ha puntato  dritto verso ovest, verso la California e con il suo terzo disco solista, The Ceaseless Light, ha allargato gli orizzonti e allungato i tempi creando una musica non troppo diversa da quella dei CRB ovvero svolazzi chitarristici in libera uscita, leggiadre armonie col profumo dell'oceano, ballate che iniziano pigre e assonnate e poi salgono nel cosmo col suono liquido delle chitarre e delle tastiere. Insomma rock californiano anni '70, di quello fumato e rilassato, con la voce e gli strumenti che occhieggiano agli album psichedelici del periodo magari aggiungendoci qualche zampata di Stones ed un rimasuglio di southern rock.  A questo punto non si capisce perché i due, Chris e Rich si siano separati e abbiano messo i  Black Crowes in stand by visto che la direzione era la stessa  e magari bastava risistemare la carrozzeria dei BC e traslocare gli umori di Before The Frost....Until The Freeze al caldo mite della California. Ma si sa come vanno le cose tra fratelli e così oggi al posto di un disco super  ne abbiamo due del tutto buoni ma simili tra loro e lontani dall'essere quel botto deflagrante che ci si aspetta da una band come i Corvi Neri. Rimaniamo in attesa e accontentiamoci di The Ceaseless Light, la cui partenza è di tutto rispetto, con i primi tre brani sicuramente migliori dell'apertura dell'imparentato Phosphorescent Harvest, anche se col passare del disco la qualità di scrittura di Rich Robinson mostra la corda,  il disco si smorza un po' pur rimando su un livello più che dignitoso, anzi.  I Know You, Down The Road, One Road Hill sono davvero un bel inizio, fresco, vaporoso, sognante, le chitarre in gran spolvero e la band ( Joe Magistro alla batteria, Amy Helm, la figlia del compianto batterista di The Band e Steve Molitz alle tastiere) sintonizzata sulle lunghezze d'onda di Big Sur , nonostante il disco sia stato registrato a Woodstock, ovvero nella boscosa e montuosa East-Coast. I titoli sono espliciti, la strada è il luogo dove nasce e vive questo rock, inutile cercare furbizie moderniste o trend sonori, qui è il caro vecchio rock arioso e sballato dei settanta a farla da padrone, sia negli accenni più sanguigni e southern come il ritmato Trial and Faith  e Inside, gli episodi più vicini ai Black Crowes, sia in quelle ballate, e sono la maggior parte, che salgono tra paesaggi bucolici, visioni pastorali, buone e antiche vibrazioni. La chitarra di Rich Robinson lascia a casa per una volta i crudi  riff di blues e di rock n'roll e si concede un viaggio astrale tra jam, armonie  ed improvvisazione, non perdendo mai la bussola e tenendosi nei paraggi  del fratello, il quale però a dirla tutta, ha dalla sua una band, i CRB, che davvero ricordano quelle di una volta, nata sulla strada e cresciuta nei concerti, come si dice in gergo growing up in public. Pure la chiusura di The Ceaseless Light è sula falsariga di quella di   Phosphorescent Harvest, difatti Obscure The Day  è un lungo strumentale tra improvvisazione, cosmic-rock e prog. Due dischi piacevoli e con una qualità sonora eccellente, lavori che dimostrano quanta creatività abbiano ancora in serbo i fratelli Robinson anche quando sono  (apparentemente) distanti l'uno dall'altro, ma allora perché andarsene ognuno per la propria strada e non mettere nuove energie nella più grande rock n'roll family degli ultimi ventanni.

MAURO ZAMBELLINI   

 

 

mercoledì 18 giugno 2014

THE GREAT CRUSADES Thieves of Chicago

 

Poco nota ma attiva da più di una decina di anni, questa band nasce per volontà del cantante/chitarrista Brian Krumm a Champagne nell'Illinois nel 1996 sebbene l' assetto definitivo risalga al 1998 in quel di Chicago. Accanto a Krumm sono il bassista Brian Hunt ed il batterista Christian Moder, un trio che sfugge a facili etichettature visto il tipo di musica di cui sono portatori. Hanno alle spalle diversi dischi,  il primo, The First Spilled Drink of Evening, titolo da applausi, risale al 1997 e si guadagnò la segnalazione di David Fricke su Rolling Stone che li paragonava ad una versione americana dei Tindersticks. Never Go Home del 2002 prese quattro stelle dall'edizione tedesca di Rolling Stone, lì popolari per il fatto di lavorare da tempo con etichette tedesche, prima la Glitterhouse adesso la Blue Rose. Diversi lo sono davvero i Great Crusades e lo si capisce da questo buon disco costruito sulla voce rauca e baritonale di Krumm e su canzoni che propongono un mood notturno di tavole calde e locali aperti fino a tardi dove ci si immagina una atmosfera da Nighthawks di Edward Hopper o una sceneggiatura chandleriana. Il noir è  evidente in Thieves of Chicago, il titolo, i ladri di Chicago, la fotografia urbana della copertina, la voce vetrosa di Krumm in storie di malaffare, armi, diavoli, vite sbagliate, giochi crudeli, vecchi amanti. Abbondano le citazioni, per Keith Richards, per gli Uncle Tupelo, per Melody Maker e la California, soprattutto per Chicago, habitat di canzoni che spaziano dal rock urbano al country più malinconico e periferico (Old Lovers, Old Friends), dal cupo decor alla Nick Cave di This City Is a Shambles Tonight  con un pizzico di Johnny Cash (The Devile and his Relations) al bluesato after-hour di A.J Croce, dal furente e gelido rock metropolitano di Til The Needle on the Record Goes to Bed  al dolce lullabye di Cruel Joke. Ma è Tom Waits il riferimento più stretto perché Krumm ha sicuramente fatto una dieta a base di alcol e sigarette ed il suo cantare da crooner perso nella notte e nella bottiglia fa venire in mente i primi dischi del maestro, in primis The Heart of Saturday Night. Ma Chicago non è Los Angeles e spesso i marciapiedi più che bagnati dalla pioggia sono sferzati da vento e neve e allora The Great Crusades rubano suggestioni che stanno più a nord, a storie che hanno a che fare con il senso di colpa, il rimorso, le perdite. Musica a tratti scura, inquieta, qualche volta vicina ai Sixteen Horsepower, altre volte del tutto originale ed eclettica, come quando viene riveduta a mo' di marcia funebre  New Orleans Why Did You Make Me Care? di Beck dove sia Allen Toussaint che Louis Armostrong sarebbero stati a loro agio, oppure nella title track dove si respira aria da cabaret tedesco interpretato da Randy Newman. Strambi, non c'è che dire, dategli un ascolto.
MAURO ZAMBELLINI  

mercoledì 4 giugno 2014

THE ROLLING STONES Zurigo 1/06/2014

 
 
La Svizzera non ha mai tradito i Rolling Stones, nessun loro show nel passato è stato annullato per magre prevendite come invece è successo da noi, e anche questa volta il rinnovato Letzigrund Stadion di Zurigo è zeppo in ogni suo ordine di posti, sono 50 mila le persone presenti, tra cui applaudita al suo arrivo sugli spalti, Tina Turner. Serbavo un bel ricordo degli Stones in terra elvetica, nel luglio 1995 a Basilea  assistetti ad un grande concerto nel corso del Voodoo Lounge Tour, per di più supportati dai Black Crowes,  per cui quando sono state rese note le date dell'appendice europea del 14 On Fire Tour, non ho perso tempo e mi sono subito accaparrato il biglietto, memore anche di altre gloriose ed indimenticabili trasferte zurighesi. Beh, nessuno vuole paragonare questo 1 giugno 2014 con quel rivelatore 11 aprile 1981 all'Hallenstadion ma il rock n'roll è comunque servito da collante a 33 anni di storia e di vita vissuta e se allora ero un giovane ancora alla ricerca della terra promessa e oggi solo uno stagionato appassionato di  rock, è altrettanto vero che l'entusiasmo non è scemato e se mi avessero detto a trentuno anni che a sessantaquattro mi sarei di nuovo imbarcato in un viaggio di 600 km (andata e ritorno) solo per stare in piedi in mezzo ad una folla che parla tedesco e beve birra in quantità industriali in un prato di uno stadio, per assistere a dei settantenni che suonano la loro satisfaction di musicisti, forse mi sarei messo a ridere e avrei proferito " ma non dite cazzate, il tempo non aspetta nessuno, chissà dove sarò a quell'età". Ed invece ha ragione Steve Wynn quando una volta disse : se a ventanni si è stati rivoluzionari, a sessanta si è almeno anticonformisti".

 
 
E quindi eccoci qui in una bella e mite serata di primo giugno, in compagnia di Chiara, sul prato del Letzigrund Stadion tra giovani che bevono e anziani che fumano, ad aspettare che gli amati Rolling Stones mi regalino un altro concerto da ricordare in eterno, non fosse altro perché questa sembra essere la loro ultima tournè. Mai essere sicuri con chi ha venduto l'anima al diavolo ma Jagger prima o poi deciderà di scendere al livello degli  umani, e poi si vocifera che Richards abbia ritirato fuori l'idea degli X-Pensive Winos e Ron Wood, che proprio il primo giugno compiva sessantsette anni e sul palco è stato omaggiato di una enorme fetta di emmenthal, non voglia perdersi la reunion dei Faces. Certo un concerto con Faces come supporter e Stones headliner sarebbe un fantastico evento di selvaggia gerontocrazia rock n'roll, di quelle mai viste nemmeno su Marte. Ma veniamo all'oggi, dopo l'apertura di The Temperance Movement, rokketari troppo fracassoni per i miei gusti, il palco si illumina di colori sgargianti prima che Start Me Up dia il via alla festa.  Avete presente i rockers tutto in nero tipo Nick Cave o E-Street Band degli ultimi anni, beh tutto il contrario, qui sono i colori forti e gli accostamenti improbabili a dominare, il mix cromatico e di luci è studiato nel più piccolo dei dettagli e offre uno spettacolo straordinario, perché i quattro sono abbigliati in modo da trovarsi in sintonia o in forte contrasto, a seconda dell'esigenza della canzone, con quello che si vede negli schermi giganti, due laterali ed uno esagonale al centro del palco, ognuno delimitato da una cornice a losanghe il cui colore muta e trasformalo lo schermo in quadro imponente con dentro i musicisti che suonano, cantano, si muovono, scherzano. Una scenografia che man mano che la notte scende diventa uno spettacolo nello spettacolo, un paese delle meraviglie al servizio dell'incanto del rock n'roll. Jagger cambierà più volte mise, sfoggia giacche di lamé e lustrini, un frac rosso bordeaux con gli strass, una aderente t-shirt viola, una camicia azzurra in Gimme Shelter ed una lunga pelliccia in Sympathy For The Devil durante la quale il palco va letteralmente a fuoco inghiottito dalle fiamme che dagli schermi sembrano venire avanti in un effetto tridimensionale. Keith Richards si presenta con camicia fucsia su t-shirt viola, pantaloni scuri, foulard e scarpe verde smeraldo, Ron Wood è in giubbottino rosso su t-shirt gialla con scarpe da sneakers rosse, neanche sua figlia si vestirebbe così, Watts è il più sobrio, t-shirt rossa a maniche corte infilata su una maglia nera a maniche lunghe. Il gioco cromatico, a cui non sarà estranea Lisa Fisher nell'assolo vocale di Gimme Shelter, e i video offrono una scenografia che amplifica l'impatto emotivo e visivo. Rimarrebbe una illusione da cirque du soleil se non ci fosse però la musica dei Rolling Stones, i quali partono in sordina con Start Me Up, You Got Me Rocking e It's Only R n' R. E' proprio Jagger ad avere una marcia in meno, stranamente statico, ma dura poco. La band si scalda con la rutilante Tumbling Dice accompagnata da una cascata di linguacce e dadi che piovono dal video, poi Jagger si infila nell'abbraccio soul di Worried About You (da Tattoo You) e lo show ha inizio. Suona la pianola, canta in un falsetto che sembra fin esagerato nell'andare a cercare i Temptations, Ron Wood ci mette una zampata con la Gibson e Mick la chiude come una grande preghiera d'amore.

 
 
Let's Spend The Night Together è la canzone votata in rete dal pubblico  per la serata, ci credo poco, penso che siano gli stessi Stones a decidere quale sia il pezzo da fare, ma il pubblico va in visibilio, canta e balla, la versione è di ordinaria amministrazione, aspetto ben altro. Che arriva con una canzone di seconda categoria del loro repertorio ovvero Out of Control. Qui Jagger dimostra quanto talento possegga come cantante e performer, lenta all'inizio, quasi parlata, sale improvvisamente nervosa, tesa, lui soffia nell'armonica e poi sgambetta un finale bluesato intenso e sofferto. Sarà un istrione ma che artista. Honky Tonk Woman offre a Richards di ripassare i suoi riff in un maree di applausi e di donnine discinte che nel video fanno su e giù, poi con Wood e Watts si cimenta in una stentorea, acustica e tenera You Got The Silver e con la band al completo nell'arruffato dirty r&b di Can'Be Seen, due omaggi del pirata. Quando va in scena Midnight Rambler arriva Mick Taylor, la danza parte con l' assolo della sua Les Paul e con l'armonica di Jagger, il ritmo è frenetico, forse troppo ma c'è il rallenty a metà con la sezione ritmica che cala lasciando solo il brontolio di Jagger, poi entra in pista Ron Wood in  un assolo fulminante. Lo strangolatore di Boston è adesso accontentato, il finale è un fiotto di sanguinolento e pericoloso rock-blues. Miss You è quella che è, e Gimme Shelter, la mia canzone preferita del loro songbook, non è pari a quella di altre occasioni. Lisa Fisher la prende troppo alta, è mia impressione che lei abbia perso smalto e sex appeal, ma non faccio in tempo ad intristirmi perché Jumpin' Jack Flash mi scuote, il rock n'roll in tre minuti o poco più, un'invenzione da premio Nobel per la chimica. Il sabba di Sympathy For The Devil è quasi dovuto, fiamme e percussioni voodoo sono il lato circense del pezzo, Jagger ondeggia provocatorio, è dal 1968 che fa il belzebù  sul palco, il lungo immortale assolo di Keith Richards, ogni volta imperfetto, sgangherato, meraviglioso e sublime, è come una droga a cui non puoi fare a meno, erotica, eccitante. Chiude Brown Sugar ma è robetta da dimenticare. Alla fine il meno affaticato sembra proprio Jagger, i volti di Richards e Wood non nascondono la stanchezza e l'età, Chuck Leavell ha tenuto insieme il tutto con la sua maestria, Darryl Jones ha pompato funky dall'inizio alla fine, Bobby Keys ha fatto il suo dovere senza spendersi tropppo, Watts è il batterista che tutte le rock n'roll band dovrebbero (o vorrebbero) avere, preciso,  essenziale, swingato. La più grande rock n'roll band può contare su un batterista jazz, forse sta lì il segreto.

Zurigo non è stanca e il bis non si fa attendere, i due brani conclusivi incoronano un concerto che sebbene  qualche caduta di ritmo e stecca non ha scalfito la fama del più divertente spettacolo rock n' roll della storia. You Can't Always Get What You Want, introdotto dai ragazzi dello Zuercher Sing Akademic Choir, è una sontuosa cattedrale di gospel e soul-rock che sale maestosa al cielo, Satisfaction è in versione da delirio, una febbricitante cavalcata con Richards che regala il suo riff ai fan dei due lati del palco e Jagger che tira fuori l'anima, sfogando la rabbia repressa delle ultime disavventure in un finale alla James Brown. I fuochi d'artificio e l'inchino finale dei musicisti mette il groppo alla gola, è veramente finita la più grande avventura del rock n'roll? Stemperiamo la nostalgia con un bratwurst ed un birra, me lo hanno insegnato loro ad essere irriverenti, è solo rock n'roll ma cazzo come si fa a vivere senza.

 

MAURO ZAMBELLINI   GIUGNO 2014       







martedì 20 maggio 2014

DRIVE BY TRUCKERS Shepherd's Bush Empire Londra 13/05/14


Paziente, in fila ordinata, un pubblico agè attende l'apertura dello storico Shepherd's Bush Empire, un teatro in cui si sono esibiti tutti i più grandi, dagli Who ai Rolling Stones, da David Bowie a Paul Weller, da Amy Winehouse ad Adele. E' una serata mite a Londra e mai avrei creduto che ci fosse il tutto esaurito per gli americanissimi Drive By Truckers. Dopo il muscoloso apripista degli Heartless Bastards di Cincinnati, Ohio, alcuni dischi alle spalle per la Fat Possum ed un ultimo lavoro, Arrow  per la Partisan Records, il parterre e la doppia galleria del Shepherd's Bush Empire, teatro dallo stile vagamente rococò, si riempiono per quello che sarà un concerto memorabile. Nel frattempo i bastardi senza cuore sparano un garage rock melodico trainato dal potente basso di Jesse Ebaugh e dalla front-woman Erika Wennerstrom, il sound heavy non scompone le numerose teste canute in sala, generose pance da birra e aria rilassata. Ci sono anche le loro signore e non mancano i più giovani ma sostanzialmente il pubblico è più vecchio degli stessi Drive By Truckers.  Quando entrano in scena piovono subito  applausi, in una sorta di stima a prescindere,  parte a cantare Mike Cooley con la sua voce cupa e baritonale ed una dopo l'altra si susseguono  le canzoni dell'ottimo English Oceans  ovvero  il talkin' incalzante di Made Up English Oceans segnato dalle tastiere di Jay Gonzalez, musicista sopraffino che si alternerà con Hammond, piano elettrico e chitarra Gibson SG, e poi la pettyana Primer Coat  e la romantica Pauline Hawkins  dove è invece Patterson Hood con la sua voce sofferente a prendere la scena. Sono le ballate ad  introdurre il concerto, quelle polverose cavalcate dove dentro c'è tutta l'America dei DBT, l'eco western e le rasoiate del rock, il mito della strada ed il bizzarro fatalismo delle storie del sud. Notevoli sono le differenze con i DBT furenti e punk che avevo visto a Milano qualche anno fa, qui a Londra, nonostante non lesino in assoli devastanti ed in martellamento ritmico, suonano con più pienezza e maturità, spesso sorridono tra loro, si scambiano occhiate compiaciute, si vede che suonano per il puro piacere di farlo e, complice la lingua, Hood si diverte in lunghe presentazioni che provocano l'ilarità del pubblico.  

 
 
Si sente che English Oceans  è un disco migliore dei due che lo hanno preceduto ed un ritorno alle sonorità passate, il sound è ricolmo di musica, è muscoli, nervi e cuore, Patterson Hood è il grande cerimoniere ma Cooley è l'altra faccia della medaglia, è un chitarrista di talento dal tocco stoniano ed una plausibile alternativa alla voce disperata di Hood, a fianco c'è una band che, superati gli sbandamenti e i cambiamenti, ha trovato l'assetto perfetto. Brad Morgan, il batterista, barba lunga da mormone, picchia senza sbavare e senza platealità, il bassista Matt Patton (faceva parte dei Dexateens), alto, filiforme, jeans e stivaletti, con capelli a caschetto sembra preso di sana pianta dai Chesterfield Kings,  per come si veste, si muove e suona. Piegato sul suo Fender, saltella, rivolgendosi ora al batterista, ora entrando in cerchio con Hood e Cooley quando i DBT partono per la tangente e tirano un rock n'roll che è gioia di vivere. Da par suo Jay Gonzalez riempie gli spazi con tastiere che fondono i Muscle Shoals con Benmont Tench, quando invece imbraccia la chitarra, si unisce agli altri in quella che è una vera guitar army. Lui e Hood si sfidano incrociando le elettriche, fanno rumore e feedback, si inginocchiano coi loro strumenti, portano i DBT nei territori del grunge e dell'underground. Hood è il magnifico affabulatore, parte in lunghi monologhi, esilarante la storia di sua madre che si innamora di un camionista reduce dal Vietnam e lo porta a sposarsi in Louisiana  (18 Wheels of Love) e quella del nonno dal caratteraccio impossibile e dai modi da patriarca ma col vizio del gioco, chiamato generale solo perché aveva prestato servizio nell'esercito (Box of Spiders), con la band che punteggia le sue narrazioni per poi esplodere in un rock potente ed epico. Hood sembra uno Springsteen meno messianico dei tempi di The River, lunghe introduzioni con la tensione che cresce e immancabilmente deflagra in una ballata che ribalta cuore e anima o in un rock sporco di strade e benzina, bruciante e liberatorio. Un paio di brani in odore di country rallentano il viaggio ma le sfumature roots sono sublimate dentro un set tosto e selvaggio oltre che romantico. I DBT pescano nel loro passato, quello di The Dirty South  con Carl Perkins Cadillac e Lookout Mountain e di Southern Rock Opera  con Let There Be Rock e Zip City citando i Lynyrd Skynyrd e Jason and The Scorchers ma attraverso i Replacements  arrivano fino a Tom Petty e al British Rock. Il suono è sintesi di una vita sulla strada, i testi non propongono il sud stereotipato dei loro padri e nonni, c'è poesia e nobiltà nel loro senso di appartenenza ma anche scetticismo, il realismo di chi è consapevole che proprio la retorica sudista ha condannato quella terra alle sue miserie. Non sono tanti oggi nel rock a raccontare la vita non per metafore ma per esperienze, Patterson Hood è uno dei più acuti songwriter della sua generazione, il suo carisma sul palco è tangibile, lui è la luce, Cooley le ombre, i DBT sono la più felice trasformazione dell'antico southern rock in un rock dalle visioni molto più critiche e sfaccettate.
 

Pulasky da Go-Go Boots  e Get Downtown da The Big To Do  guardano al passato prossimo, la melodica e arruffata Natural Light con quel piano che fa molto saloon del west e la urgente Shit Shots Count sono invece il presente  e si guadagnano fragorosi applausi, così come Play It All Night Long  tratta dal repertorio di Warren Zevon porta alla ribalta una sensibilità ed una umanità che pochi posseggono, almeno tra quelli della loro generazione. Potrebbe bastare un'ora e quarantacinque minuti di concerto per quanto i DBT hanno fin qui espresso e fatto vedere, ma lo spartano palco allestito per il loro show è pronto ad accoglierli ancora, per l'apoteosi finale. Che arriva immancabile con un encore di ben quattro brani, l'ultimo dei quali, Grand Canyon è un vero piece de resistence, la misura della loro stratosferica forma attuale, una straziante ballata elettrica sui lutti che hanno colpito l'entourage della band, che trova Hood, ormai sfinito tra dispendio di energia e le numerose sorsate di birra e whiskey, impegnato in un racconto che ruba l'ultima emozione ancora disponibile, mentre la band friziona come fossero gli Wilco più acidi e deliranti. Ad un certo punto Hood se ne va abbandonando la chitarra a terra, senza vita, e così lo imita Mike Cooley che lo segue dopo la sua ennesima zampata chitarristica, Gonzalez tiene alto il suono fino a quando non abbandona le tastiere inserendo un loop che si ripete ipnotico ed ossessivo e accompagna basso e batteria che rimangono sul palco soli a tenere acceso l'ultimo estenuante groove di un concerto che ha letteralmente messo in ginocchio lo Shepherd's Bush. Con i Black Crowes momentaneamente (speriamo) in stand by, sono i Drive By Truckers  la più grande rock n'roll band del nuovo sud.

 

MAURO ZAMBELLINI